mercoledì 9 gennaio 2008

Montorsi Ezechiello

A Formigine viene "eliminato" un uomo di cinquantatré anni:
MONTORSI EZECHIELLO.(65)
"Alle ore 17 del 14 Maggio 1945, a Casinalbo, venne prelevato l'industriale Ezechiello Montorsi. La sera stessa venne ucciso con quattro colpi di mitra. Dopo due giorni, la salma venne recuperata, già sotterrata nel podere del mezzadro Fernando Stefani. Lo stesso giorno, venne arrestato il capo partigiano.... autore materiale del delitto. Condotto alla Questura di Modena, riuscì ad evadere (c'era ancora la polizia partigiana) ed a riparare in Iugoslavia. Un altro dei partecipanti all'assassinio fuggì mentre stava per essere arrestato all'interno del salumificio di Casinalbo. L'industriale era stato derubato del portafoglio, dell'orologio d'oro, e di un anello d'oro con brillanti.(65bis)

lunedì 7 gennaio 2008

DI PIERLUIGI de PICCOLI FIGALLO

All'ignoranza non vi è mai fine.
E' stato aperto un dibattito sulla questione nazi in America con un intento ben preciso che non è stato recepito.
Mi rifiuto di rispondere direttamente a quel post in quanto i commenti idioti di un forumista (???) mi hanno fatto rivoltare lo stomaco ed il solo pensare di rispondere a tanta crassa ignoranza squalifica la mia intelligenza.

Tanto per cominciare è doveroso fare dei distinguo.

Nazzismo, comunismo e fascismo non sono affatto la stessa cosa ed il mischiarli è segno di profonda ignoranza storica.

Brevemente riassumo.

Il fenomeno fascismo è strettamente legato ad un uomo, ad una Nazione ed ad un persorso storico irripetibile.
Il fascismo andò al potere LEGALMENTE chiamato da un Re e senza sparare un colpo di fucile.
Il fascismo è morto con la morte del suo creatore e non potrà mai risorgere.

Il nazzismo nasce in una Nazione totalmente diversa dall'Italia, da una guerra persa, da un impero distrutto, da una situazione economica disastratrosa.
Hitler era voluto dal 90% dei tedeschi ed arrivò al potere camminando sui cadaveri dei suoi stessi camerati.
Il nazzismo propagandava la superiorità della razza, il dominio sull'Europa, la guerra come soluzione di tutti i problemi economici.
L'olocausto è la logica conseguenza della superiorità della razza ma non fu il solo nazzismo a praticarla e di questo si tende sempre a non parlarne.
Il nazzismo può ritornare, indipendentemente da Hitler, in quanto basa la sua filosofia sulla xenofobia che ora ritorna in tutto il mondo più forte di prima e non certo per opera dei tedeschi.

Il comunismo nasce da pochi ed è imposto ai molti.
La rivoluzione d'ottobre è propaganda in quanto non fu neppure il 5% dei russi a volerla.
Il comunismo fu una favola di sangue raccontata come una rivoluzione globale ma in realtà imposta da pochi su molti con il sangue.
Non vi è nella storia di questa Europa un solo caso di sopprafazzione fisica e intelletuale paragonabile a quanto fatto dall'ideologia comunista.
La grande diffusione del germe comunista è dovuto in modo principale alla semplicità dell'idea : il potere al popolo.
Certo bellissima idea se non fosse pura utopia, utopia in cui ci hanno marciato dittatori sanguinari come stalin, tito, pol pot, castro ed ora chavez.
Tutti dittatori, stalin in particolare, che hanno fatto grande il comunismo com milioni di morti assassinati.
L'olocausto voluto da Hitler ha provocato sei miloni di morti, la politica di stalin venti milioni.
Hitler uccise ebrei polacchi, tedeschi, francesi, olandesi, italiani ecc.
Stalin uccise solamente i suoi ma il conto è superiore e non se ne parla mai.

Le vittime del nazzismo sono in Europa, quelle del comunismo in tutto il mondo e sono milioni e milioni.
Non voglio certo cercare giustificazioni ne al nazzismo ne tantomenno alle dittature in genere ma desidero chiarire agli imbecilli che ancora oggi parlano di "sol dell'avvenir", a coloro che credono che nella falce e martello vi sia la soluzione di tutti i mali che l'ideologia più aberrante, assassina e deletria per il genere umano si chiama COMUNISMO
e purtroppo è ancora viva nelle povere menti dei falliti, nei delinquenziali progetti di capitalisti senza scrupoli e nelle menti bacate di intelletuali da cloaca.

Sarà impossibile stabilire le giuste proporzioni se si continuerà a dare corda a imbecilli propagandisti cerebrolesi che godono solamente professando l'odio ideologico e razziale che dicono di combattere.
Pierluigi

domenica 6 gennaio 2008

"MUSSOLINI BENITO DA PREDAPPIO"

La verità sulla morte dei miei parenti l’appresi solamente quando avevo quattordici anni, nelle vecchie famiglie della mia città si usava così. Quell’età segnava la tua entrata nelle questioni di famiglia, entravi nella stagione adulta ed eri messo a parte delle cose di casa.

Ricordo benissimo che mio nonno, a cui davo del voi, mi disse “tuo fratello non è morto di malattia, è stato fucilato”. Mio fratello era morto all’età di quattro anni, nel 1944.

Da quel giorno ho cominciato ad interessarmi di storia contemporanea, prima ero innamorato dell’Egitto, della sua cultura millenaria, delle sue piramidi, del grande fascino che emanava la sua religione. Entrare in accadimenti cosi vicini a noi mi spaventava ma volevo sapere perché un bambino di quattro anni era stato fucilato come un adulto, quale odio aveva spinto un altro essere umano a stroncare una vita al suo germogliare.

Libri, giornali, tutte le pubblicazioni che sono riuscito a leggere nella biblioteca della mia città mi sono serviti per conoscere il secolo passato. No, non voglio peccare di “onniscienza” non conosco tutto, non ho letto tutto. Ho letto molto su tutte le idee e tutti movimenti che si sono formati negli ultimi cento anni, ciò che è accaduto nel 900 è la somma di almeno 400 anni della storia del mondo. Rivoluzioni, guerre mondiali, stermini d’intere etnie, dittature assolute, negazione delle libertà più elementari, ma anche eroismi, altruismo, genialità, buona fede; non tutto è negativo e non tutto è positivo nel XX secolo.

In tutto questo mio cercare e ricercare ho letto di colossi dai piedi d’argilla, di fulgidi eroi che si sono immolati per un’idea, di vigliacchi che hanno tradito il loro paese e la loro gente, di stermini ingiustificati davanti ai quali la strage degli innocenti pare una favoletta per bambini ma quasi tutti questi accadimenti hanno prima o poi avuto una rilettura, a volte per accentuare gli errori commessi, a volte per ridimensionarli.

Tutta la nostra storia passata è stata rivista con le nuove tecniche e le nuove conoscenze e molti falsi miti del passato sono stati ridimensionati.

Uno degli errori principali che noi commettiamo quando si parla di storia è il leggerla con gli occhi di oggi. Esempi ne potrei portare a migliaia, dallo schiavismo all’inquisizione, dalla conquista delle Americhe all’impero inglese. Questi fatti visti con gli occhi di oggi paiono barbare imposizioni della legge del più forte, dimentichiamo che i nostri progenitori vivevano in società completamente diverse dalla nostra attuale e ciò che a noi appare come vile sopraffazione allora era pratica quotidiana.

Ho voluto fare questa premessa per parlare di un personaggio della nostra storia recente, anzi recentissima, solamente di pochi decenni fa: Mussolini Benito da Predappio.

La mia non vuole essere e non sarà un’analisi politica, storica o sociale. Non voglio disquisire se ha fatto bene o ha fatto male, se aveva ragione o torto, voglio cercare di capire perché un personaggio tanto vicino a noi sia tramandato con un’aura di malvagità e circondato di menzogne e misteri.

Oggi molti di quelli che lo hanno conosciuto sono ancora vivi e vegeti, alcuni suoi diretti collaboratori siedono addirittura nel nostro Parlamento, malgrado ciò di Lui vi è un’immagine distorta. Dittatore, assassino, antisemita, guerrafondaio; queste solamente alcune delle accuse rivoltegli. Dall’altra parte lodi sperticate e osanna per un Duce illuminato e lungimirante. La via di mezzo non esiste, o santo o diavolo. Salvatore della Patria o bieco tiranno, nessuno che lo veda o lo giudichi come figlio del suo tempo, come capo di uno Stato, come uomo.

Nel nostro grande Paese la via di mezzo non esiste. Abbiamo fatto l’unità d’Italia con la frode e la menzogna ma nelle scuole, sino a pochi anni fa, ci raccontavano di sollevazioni popolari.

Abbiamo vinto una prima guerra mondiale ma siamo stati trattati da sconfitti,


abbiamo perso una seconda guerra mondiale ma ci vogliono far credere che l’abbiamo vinta. Cinquant’anni e più di governo hanno volutamente nascosto, sotto il segreto di

Stato, verità che erano sotto gli occhi di tutti; ora queste verità vengono ufficialmente alla luce ma le cose non cambiano, alcuni gruppi continuano a negare l’evidenza.

Abbiamo avuto ministri della giustizia che hanno proposto e fatto approvare leggi per proteggere ladri ed assassini con la scusante della pace nazionale. Bande armate hanno combattuto, e combattono, contro l’ordine costituito, uccidono i servitori dello Stato, commettono omicidi di massa contro inermi civili e la politica di palazzo continua a trovare scusanti e scappatoie con il complice silenzio di un opinione pubblica sottomessa e volutamente ignorante.

La nostra storia recente ha bisogno di verità, ha bisogno non di essere riscritta ma scritta, ciò che sino ad oggi non è mai stato fatto. Dire come stavano veramente le cose durante la guerra civile non è faziosità è verità. Aprire i cassetti su Ustica, sulla strage di Bologna, sull’assassinio di Moro non è riscrivere e scrivere.

Mussolini Benito è l’esempio della menzogna divenuta verità. La sua morte non è mai stata chiara, ne il perché ne il come. I documenti di una Repubblica sono spariti, il tesoro di una Repubblica è sparito. L’orribile macelleria di piazzale Loreto non può essere ricordata perché considerata apologia. I morti civili dell’attentato di via Rasella non hanno neppure una lapide. Le centinaia di civili gettati nelle foibe sono ancora in attesa di una degna sepoltura e di un nome su di una lapide.

Ora chi mi ha letto sino a qui dirà “ecco un altro fascista che parla solo della sua parte”. Falso ed in malafede, parlo dei dimenticati, degli sconfitti, dei morti di serie B, di tutti coloro di cui non si deve parlare perché ricordano cose che è meglio dimenticare.

I morti sono tutti uguali, cosi dovrebbe essere, cosi si costruisce una democrazia, non con l’odio di parte e le discriminazioni.

“Mussolini Benito non fu il più grande statista del XX secolo” cosi dicono coloro che su questo uomo hanno fatto la loro fortuna politica, è vero. Mussolini Benito non fu il più grande statista del secolo passato, fu uno statista, un dittatore salito al potere senza sparare un colpo, senza rivoluzioni proletarie. Fu lo statista delle leggi razziali, del confino, dei tribunali speciali. Fu uno statista senza conti correnti in compiacenti banche Svizzere Fu lo statista appeso per i piedi in una piazza di Milano, sputato dalla folla aizzata dai sapienti “vincitori”.

Sicuramente Mussolini Benito fu tutto questo, non certo il più grande statista del XX secolo ma quanti possono dire lo stesso dei loro dittatori?

Pierluigi de Piccoli Figallo.

Mediolanum XXVII IX MMIII


"MILANO DA DEMOLIRE"

La decadenza è frutto dell'ignoranza

Parrebbe un controsenso ma purtroppo non lo è e Milano ne è l’esempio più eclatante.

Milano è in corsa per aggiudicarsi l’Expò mondiale 2015 e per l’occasione la città cambierà completamente volto.

Da come ne parla il Sindaco e addirittura il Presidente della Repubblica la vittoria è già in tasca, i plastici dei progetti sono esposti oramai da mesi, tutti i personaggi cittadini che contano sono in piena fibrillazione ma se fosse solo un fuoco di paglia?

Se Milano perdesse clamorosamente a favore di Smirne?

Tutto diverrebbe inutile, da buttare, milioni gettati al vento in un volo pindarico.

La realtà è che anche se Milano stravincesse non cambierebbe una virgola della sua oramai inarrestabile decadenza, Milano sta morendo e non lo sa.

Milano ha cominciato a morire con l’assurda ricostruzione del dopoguerra, con la costruzione di fabbriche e fabbrichette a ridosso delle mura spagnole, di interi quartieri di giganteschi “scatoloni” che si sono trasformati in dormitori, senza vita, senza socialità, senza assistenza.

A Milano c’è lavoro per tutti!

Verissimo, una città in espansione ha bisogno di tutti ma poi guardando in “fino” ci si accorge che dà tanto ma toglie più di quello che ha dato e non solo economicamente.

Milano non ha una vita cittadina, ha solamente un anonimato generale e non venite a dire che è perché ha oramai un milione e mezzo di abitanti e che lavorando tutti non resta il tempo per socializzare. Madrid ha il doppio degli abitanti di Milano ed ha una comparto socio-cittadino fervido e vivo, Milano ha solo un freddo anonimato.

Ora eccomi al dunque; come può una città che non è amata ne vissuta da chi la abita volere il meglio? Impossibile.

Milano è brutta perché chi vi vive non la ama. Quando iniziarono le demolizioni di interi quartieri ottocenteschi nel centro storico per costruire orrendi edifici per uffici nessun milanese disse nulla, eppure si demolirono palazzi che non avevano subito alcun danno dai bombardamenti, tutto passò sotto silenzio.

Un bel giorno si scoprì che le fabbriche inquinavano, trasferimenti a valanga nell’interland ed al posto delle fabbriche scatoloni di cemento privi di ogni senso estetico, ancora silenzio da parte dei cittadini.

Piazze enormi con un povero e smunto alberello a far da spartitraffico, chilometrici stradoni senza un solo sottopasso pedonale, monumenti secolari soffocati da palazzi di 20 piani, eppure c’è gente che non potrebbe vivere altrove, a Milano c’è tutto, verissimo peccato che manchi la cosa più importante : il calore umano.

Un vero milanese sopperisce ai sentimenti mettendo mano al portafogli, l’anima non c’è, non è prevista.

Architettonicamente la Milano dei giorni nostri è il banco di prova di architetti da tutto il mondo che qui si sbizzarriscono in orrende creazioni poi vanno all’estero e creano capolavori.

Parlo solo di alcuni “capolavori” perché per tutti i “delitti” non mi basterebbe un enciclopedia.

Piazza Cadorna, tipico esempio di “kich” italo milanese, a due passi da un castello medioevale un orrendo misto di architettura tardo cinese contornata da fontane che paiono i bidet delle vecchie case di tolleranza. Due monumenti multicolori che ricordano Gardaland, un traffico reso difficoltoso da un follia di semafori scordinati.

La Scala, tempio indiscusso della lirica, capolavoro del Pier Marini, costretta da un muro verticale di cemento armato a far da gazebo ad un assurdo “ellissoide”da fiera di paese che guardandolo bene ricorda molto il suo creatore, noto in Svizzera per la costruzione di loculi cimiteriali.

Vi sono progetti di grattacieli già avviati nel centro storico, in zona Garibaldi, alla vecchia fiera, alle ex varesine. Grattacieli di decine di piani che sconvolgeranno il panorama.

I nuovi garage sotterranei saranno più di 100 entro 5 anni, la maggior parte costruiti cancellando le tracce della Milano romana e medioevale che giacciono nel sottosuolo, complice la più completa indifferenza del Ministero dei beni culturali.

A tutti questi “delitti” oramai irrimediabili si aggiungeranno i faraonici progetti per l’Expò 2015 (sempre vinca Milano) mentre nessuna amministrazione ha mai pensato a sfruttare quello che già c’era, anzi lasciandolo nel più triste abbandono.

Anche qui farò solamente un esempio.

Viale Certosa è una delle entrate alla città, il suo proseguimento è corso Sempione che finisce all’arco della Pace ad al bellissimo parco del castello, ebbene questo rettilineo è in uno stato di abbandono quasi totale. Cantieri aperti oramai da decenni, vetture parcheggiate sulle aiuole, stato delle piazze da terzo mondo e alla congiunzione di Certosa- Sempione, in piazzale Accursio, i resti abbandonati del complesso ottocentesco dell’ex poligono di tiro, ultimo esempio in Europa di liberty ad uso sportivo.

Questa la città che vuole essere sede dell’Expò mondiale 2015 è solamente un casa priva di fondamenta, un vuoto contenitore destinato a creare solo maggior confusione.

Milano è in irreversibile decadenza e porvi rimedio non sarà cosa da poco, sicuramente non lo sarà la vittoria su Smirne, Milano ha bisogno di ridivenire umana, di sentirsi ed essere veramente la capitale morale d’Italia non solo la capitale economica.

La vera morte di Milano è si iniziata con la “ricostruzione” ma ha avuto il suo punto massimo quando in piazza XXIV maggio sono stati esposti dei bambini impiccati e la “scultura” la si è fatta passare per “opera d’arte”.

Parere personale, naturalmente.

Pierluigi de Piccoli Figallo



sabato 5 gennaio 2008

L'ITALIA DOVRA' SUBIRE QUESTI INSULTI ?

Non conosco la situazione dei Paesi dell'ex patto di varsavia ma quello che vi racconto l'ho toccato con mano.
Avreste dovuto vedere come erano conciati in Albania dopo 45 anni di comunismo becero.
Erano arretrati di almeno 40 anni, in compenso tuttta l'Albania era costellata di migliaia di bunker piccoli e grandi ma le case esternamente non erano intonacate perchè il cemento serviva per i bunker.
Tutti i campi e prati erano pieni fitto fitto di paletti di cemento con la punta di ferro a forma di freccia per contrastare eventuali lanci di paracadutisti, rendendo difficile anche il lavoro dei contadini.
La popolazione, tutti magrissimi con la carnagione lattea, era afflitta da malattie da parassiti che da noi ormai debellate, tenie, scabbia e insetti vari erano all'ordine del giorno, tanto che ai miei ragazzi avevo dato ordine di farsi la doccia con il Mom tutte le sere a scopo preventivo.
Negli ospedali operavano ancora usando l'etere come anestetico, non conoscevano il protossido d'azoto e le sale operatorie erano un qualcosa di indescrivibile, francamente non ci avrei fatto operae nemmeno il mio cane.
Tavoli di sala operatoria verniciati di biacca, spesso scrostata, unico sistema per un po di pulizia l'acqiua bollente e le vetuste pentolacce a vapore per sterilizzare.
Nel 1990 non conoscevano i materiali mono uso e per le iniezioni usavano le vecchie siringhe di vetro con gli aghi con la punta rifatta con la pietra pomice.
La prima volta che misi in distribuzione le sirighe di plastica monouso le lavarono per riutilizzarle.
Ma i danni maggiori li ho visti in Cambogia e pensare che non c'è popolo più mite del popolo Cambogiano.
Hanno un senso dell'ospitalità che non ha pari in tutto il resto del mondo eppure il comunismo ha trasformato una parte di loro in carnefici e gli altri in vittime.
Non c'è piccolo o grande villaggio che non abbia il mucchio di teschi della carneficina che c'è stata.
Ma i danni maggiori il comunismo li ha fatti in Africa, fomentando tutte le rivoluzioni che hanno costretto i Paesi Europei ad abbandonare il continente quando ancora gli abitanti non erano in grado di camminare da soli.
I risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Gioacchino

giovedì 3 gennaio 2008

IN ATTESA DI UNA.....


FOLGORE !

QUALCUNO COMMENTI

L’affare Dreyfus, eterno nel mito, durò in realtà poco più di dodici anni, dal 15 ottobre del 1894 al 21 luglio del 1906. Il capitano Alfred Dreyfus, accusato di alto tradimento, fu arrestato il 15 ottobre del 1894, fu processato dalla Corte marziale a partire dal 19 ottobre, fu condannato il 22 alla deportazione perpetua e alla perdita del grado. Il 13 aprile fu confinato sull'Isola del Diavolo, il 13 gennaio del 1898 Émile Zola scrisse sull'Aurore il celebre «J'accuse» e venne processato e condannato per diffamazione, il 7 agosto 1899 la Corte marziale di Rennes lo giudicò di nuovo colpevole, ma gli concesse le circostanze attenuanti e lo condannò a dieci anni di reclusione. Il 12 luglio del 1906, la Corte d’Appello annullò definitivamente il verdetto di Rennes, il 13 il Parlamento approvò la reintegrazione di Dreyfus nel grado di capitano, il 21 nel cortile dell'École militaire Dreyfus ricevette la croce di cavaliere della Legion d'onore.

L'affare Contrada dura già da più di quindici anni e non accenna a finire. Bruno Contrada è stato arrestato, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, la notte di Natale del 1992 e si è consegnato al carcere militare di Santa Maria Capua Vetere, appena ha saputo della condanna definitiva, nel mese di maggio di quest'anno e ne uscirà, se non vi morirà prima, nel 2014. Niente di ciò che si parla, la concessione della grazia, il differimento della pena e gli arresti domiciliari, la revisione del processo, è veramente all'ordine del giorno. Molto difficilmente il capo della Stato potrà resistere al ricatto delle vedove dell'antimafia e concedergli la grazia, che peraltro Contrada non ha chiesto, non chiede e non chiederà, per ragioni umanitarie. Le vedove di Paolo Borsellino, dopo tre processi con relativi appelli e relative Cassazioni che sono stati incapaci di trovare e condannare gli esecutori della strage di via D'Amelio, non trovano di meglio che sfogarsi contro il poliziotto che a Palermo ha combattuto la mafia almeno come e quanto l'hanno fatto Borsellino e Falcone, ed è stato condannato soltanto per le calunnie dei mafiosi che ha combattuto.
Il tribunale di sorveglianza di Napoli, che dovrebbe decidere per il differimento della pena e per gli arresti domiciliari, ha già fatto morire in carcere più di uno sventurato finito nelle sue grinfie: l'ultimo caso è di tre anni fa, un tale Francesco Racco, un commerciante ambulante calabrese di 58 anni, che era rinchiuso nel carcere di Secondigliano per espiare la pena di dieci anni di reclusione inflittagli per il reato di associazione mafiosa. Portatore di una gravissima patologia, con il pericolo imminente di esito letale, questo Racco era stato tradotto dalla Casa circondariale di Locri in Calabria nel carcere di Secondigliano per sottoporsi tre volte alla settimana a sedute di dialisi nel centro clinico, ma era finito invece segregato in una lurida cella nella divisione dei detenuti comuni. Il suo avvocato aveva richiesto ripetutamente, fornendo inequivocabili perizie cliniche per certificare il pericoloso aggravarsi dello stato di salute, il differimento delle pena e gli arresti domiciliari o almeno gli arresti ospedalieri. Ma il Tribunale di sorveglianza di Napoli aveva respinto tutte le istanze sostenendo che in quella larva d'uomo «sussiste il pericolo concreto della commissione di delitti». L'ultima istanza era stata presentata il 14 aprile del 2004 ed era stata respinta dal Tribunale il 9 giugno: trentaquattro giorni dopo, il pericoloso malvivente veniva tirato fuori dalla cella e trasportato d'urgenza all'ospedale Cardarelli, dove giungeva cadavere.

Sullo sfondo di queste tragedie c'è anche la farsa. Il presidente di questo Tribunale di sorveglianza di Napoli è la stessa Angelica Di Giovanni che voleva trasferire Lino Jannuzzi, condannato per diffamazione su querela dei magistrati che avevano processato e condannato Enzo Tortora, dagli arresti domiciliari direttamente al carcere, con la motivazione che altrimenti il giornalista avrebbe continuato a scrivere, cioè a delinquere, come lo sventurato ambulante calabrese. Jannuzzi si salvò dal carcere solo in virtù della grazia concessagli dal presidente della Repubblica Ciampi, ma la Di Giovanni è finita sotto provvedimento disciplinare a causa dei suoi commenti sulla vicenda e viene difesa per l'occasione dall'ex procuratore di Palermo Giancarlo Caselli: vale e dire che il prossimo 10 gennaio, quando il Tribunale di sorveglianza dovrà decidere sul caso Contrada, la decisione dovrà essere presa da un magistrato che è assistito dal magistrato che ha processato Contrada.
Quanto alla revisione del processo, questa dipende dalla Corte di Cassazione, quella stessa che prima ha annullato l'assoluzione di Contrada e poi ne ha ratificato la condanna (ma, dopo sette mesi, non ne ha ancora rese pubbliche le motivazioni). Per tacere che le maggiori resistenze a un processo che sveli gli autori e le trame del complotto e restituisca la libertà e l'onore a Bruno Contrada viene sempre da quel ministero dell'Interno, dove ancora si annidano quei centri di potere che sono stati all'origine dell'affare. Sotto tutti gli aspetti, l'affare Contrada sta messo peggio dell'affare Dreyfus, come è vero che i professionisti dell'antimafia sono persino peggio degli antisemiti e degli antidreyfusardi di un secolo fa.



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martedì 1 gennaio 2008

LA VENEZIA GIULIA E' ITALIANA

In considerazione della "caduta della frontiera" fra Italia e Slovenia, con la voluta e consapevole dimenticanza del massacro e la cacciata degli Italiani dalla Dalmazia, l'Istria e quasi tutta la Venezia-Giulio, può essere utile portare qualche considerazione sull'italianità del territorio giuliano.
A) Alcuni hanno preteso negare l’italianità della Venezia Giulia, compresa fra l’Isonzo e lo spartiacque alpino, considerando come, nel 1918, tale regione avesse una maggioranza di lingua slovena ed una minoranza italiana.
La questione proposta è interessante, ma, per la sua considerazione, richiede un approccio duplice. Da una parte, si deve naturalmente considerare la storia, la quale, sebbene non sia certo una scienza esatta, pure può pervenire a risultati di ragionevole certezza e sostanziale obiettività. Dall’altra, all’esame propriamente storico si deve aggiungere, inevitabilmente, visto il quesito posto, un altro di natura politica, il quale per sua natura non può che essere soggettivo.
B) La storia dell’italianità della Venezia Giulia si può dire avere origine con l’insediamento dei Veneti, una delle numerose stirpe che poi confluirono nel crogiuolo di Roma, attorno al 2000-1500 a.C. Volando a grandi tappe, la sua conquista da parte dei Romani avviene nel II secolo a.C. I Romani fondarono numerose città tra cui Tergeste (Trieste), Tarsatica (Fiume), Pietas Julia (Pola), ed altre ancora. Nel 27 a.C. l’Italia fu divisa in undici regioni e la Venezia Giulia venne a far parte della “Decima Regio – Venetia et Histria”, fino al fiume Arsa. La Dalmazia invece divenne provincia senatoriale. Tale distinzione, che comportava non solo la divisione amministrativa, ma altresì la concessione della cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell’Italia continentale, attesta in modo indubbio come anche la Venetia-Histria fosse latinizzata, stante il fatto che i Romani erano soliti concedere la cittadinanza solo a coloro che avessero assorbito la cultura latina, il mos maiorum e si sentissero membri di Roma. Trattare anche solo per sommi capi un simile argomento è qui davvero impossibile, e d’altronde del tutto superfluo, poiché sfonderebbe, come si suol dire, una porta aperta. Perciò è preferibile tralasciare di parlare della latinizzazione dell’Italia (certo, fenomeno complesso e che non preclude la sopravvivenza delle culture anteriori a quella romana), di Cicerone incola Urbi, di Catullo, Virgilio, Tacito probabili discendenti diretti od indiretti dei Galli cisalpini, della patavinitas di Livio, del discorso di Claudio sulla concessione della cittadinanza ai Galli provenzali, dell’editto di Caracalla, dell “cosmopolismo universale romano” di cui parlava Ernesto Sestan, degli studi d’uno storico del calibro di Santo Mazzarino sull’assimilazione delle diversissime e molteplici popolazioni dell’impero alla romanità, i problemi posti da due altri giganti della storiografia come Rostovzev e Toynbee, della sentenza di Rutilio Namaziano riferita a Roma: orbis totius fecit urbs. Resta un punto fermo, ovvero che, già sotto Virgilio, si può parlare d’una Italia che si sente “romana” e “latina”, fermo restando le diversità regionali, tanto che a tutti i suoi abitatori è riconosciuta la condizione di cives Romani. I confini dell’Italia augustea coincidono in pratica con quelli geografici della penisola continentale, comprendendo quindi anche la Venetia-Histria.
Si noti inoltre come la regione illirica conobbe nei secoli seguenti ad Ottaviano una profonda romanizzazione, non diversamente da altre regioni dell’impero, tanto da essere culla d’origine della dinastia detta degli imperatori appunto illirici, nonché da risultare contesa, al momento della separazione della pars Occidentis dalla pars Orientis di Roma, fra le corti di Ravenna e Costantinopoli, venendo rivendicata dalla prima proprio per la sua profonda latinizzazione, ciò che la differenziava dalle terre governate dalla seconda, le quali, pur eredi anch’esse della civiltà dell’Urbe, anzitutto sotto l’aspetto giuridico e statale, pure si presentavano con ben maggior forza che non quelle occidentali continuatrici della grecità e dell’ellenismo.
Insomma, la Venetia-Histria romana, ovvero la Venezia-Giulia italiana, era sotto il dominio politico di Roma sin dal II a.C., e risultava ormai latinizzata sotto Augusto. Inoltre, al momento del declino delle sorti del grande impero, anche l’Illiria antistante ad oriente l’Italia risultava profondamente romanizzata.
C) In seguito al tracollo dell’impero romano d’Occidente, anche la Venezia-Giulia, come le altre regioni italiane, si trova coinvolta nelle complesse vicende del periodo, cadendo prima sotto il dominio ostrogoto, poi ritornando a Roma, seppure la Roma d’Oriente, poi passando sotto il dominio longobardo, quindi franco. Tuttavia, simili invasioni non modificano, nel complesso, il sempre prevalente substrato italico e latino della penisola, né quello della Venezia-Giulia.[1]
La prima comparsa di slavi nelle terre orientali d’Italia data alla fine del secolo VI, inizio del VII, in sostanza quando per la prima volta questo popolo compare nella zona danubiana e balcanica. Tuttavia, le terre al di qua dello spartiacque alpino orientale conservano ancora una maggioranza italica. D’altronde, cessato il dominio franco, la zona della Venezia-Giulia si costituisce in dominio autonomo (948), dapprima sotto la sovranità del vescovo di Trieste, italiano e presule d’una città italiana, poi, dal secolo XII, in comune autonomo triestino, che esercita sovranità anche sull’entroterra. Il fatto stesso che la diocesi triestina rientri nel novero di quelle d’Italia è molto significativo, in quanto la chiesa cattolica, ovvero la chiesa latina, è importantissimo veicolo di conservazione e trasmissione della romanità e latinità per tutto il Medioevo, tanto che, fatto ben noto agli storici del Medioevo, la competizione fra Europa occidentale e “Bisanzio”, ovvero impero romano detto d’Oriente, s’esercita anche nello sforzo d’estendere la propria influenza culturale per il tramite delle istituzioni ecclesiastiche in territori contesi, ciò che ha fatto parlare, per esempio, ad Ostrokorski di “Commonwealth bizantino delle nazioni”. In altri termini, dalla caduta di Roma sino al secolo XIV, come si vedrà fra poco, la Venezia-Giulia è a maggioranza italiana come popolazione, ed è altresì culturalmente italiana, mentre politicamente condivide le sorti dell’Italia settentrionale, non certo della Pannonia.
D) Questo stato di cose si modifica soltanto in epoca relativamente recente. Le grandi epidemie di peste di metà Trecento sterminano la popolazione dell’Istria e della Venezia giuliana, il che favorisce nelle campagne l’immissione di Slavi che fuggivano all’interno della penisola balcanica di fronte alla minaccia turca. Per la prima volta, la presenza slava diviene davvero significativa ed anzi, in alcune regioni, maggioritaria. Insomma, la slavizzazione di questa regione incomincia realmente soltanto dopo il 1348-1349. Inoltre, nel 1382 il comune di Trieste si sottomette agli Asburgo.
Le città rimangono però popolate soprattutto da italiani, prevalenti anche nell’Istria costiera (dominio veneziano) e presenti anche nell’entroterra. Inoltre, l’economia e la cultura della regione sono anzitutto italiane.

E) Quanto detto sopra risulta decisamente semplicistico e grossolano, ma, suppongo, nelle sue grandi linee corrispondente al vero. Ciò premesso, si può ora cercare di rispondere alla domanda sulla italianità della Venezia Giulia nel 1918, tralasciando il lungo contenzioso con l’Austria, i decreti anti-italiani Hohenhole, le deportazioni e violenze avvenute contro civili italiani durante la Grande Guerra ecc.. Se s’intende per appartenenza all’Italia la prevalenza numerica di popolazione di lingua e cultura italiane, la risposta deve essere negativa, ma si noti come la superiorità quantitativa degli slavi era, nel 1918, di stretta misura. Se invece si pone il quesito in una prospettiva storica più ampia, risalta come il popolamento slavo inizi solo nel VII secolo, per divenire poi maggioritario (ma solo nelle zone rurali) attorno al secolo XIV, laddove la presenza dei Veneti e dei loro discendenti risulta ininterrotta dal II millennio avanti Cristo, mentre la romanità è presente dal II secolo a.C. In altri termini, il popolamento slavo della regione risulta, rispetto a quello italico e romano, ovvero poi propriamente italiano, assai più recente. Inoltre, anche se a partire dalla grande epidemia del 1348-1349 i territori giuliani sono divenuti in prevalenza sloveni, si deve ribadire come le città sono rimaste, per lo più, sempre a maggioranza italiana, cosicché la Venezia-Giulia, dal secolo XIV sino al 1918, è stata regione retta politicamente da Vienna, popolata soprattutto da slavi, ma economicamente e culturalmente anzitutto italiana. Ad esempio, le popolazioni del contado, slovene, conoscevano l’italiano come seconda lingua, mentre tale bilinguismo, in generale, non si ritrovava nelle zone urbane, di solito italiane. L’intellettualità di questa regione si è nel complesso sentita italiana ovvero si è mossa nell’alveo della cultura italiana: basti ricordare il celebre esempio di Italo Svevo, pseudonimo di Ettore Schmitt, e del più grande germanista italiano, decisamente patriota, Ladislao Mittner.
Inoltre, considerando il fatto che in tutta l’area non esisteva una linea di demarcazione precisa fra italiani e sloveni, largamente mescolati fra loro già prima del 1918 (con minoranze slovene in Italia, e minoranze italiane in piena Slovenia e Croazia, al di là della Alpi), mentre si dava una lunga storia comune della Venezia-Giulia, che dalla fine della presenza romano-orientale sino alla conquista asburgica fu indipendente e retta dal governo del vescovo di Trieste, sarebbe stato irragionevole volerla spezzare in due.
A voler tirar le somme, si può dire che:
1) la Venezia-Giulia appartiene geograficamente all’Italia
2) i Veneti, ovvero i loro discendenti, vivono nella zona dal II millennio a.C.
3) era regione romanizzata già sotto Augusto, e rimase tale in modo quasi omogeneo almeno sino al VII secolo d.C.
4) dal secolo IX sino al XIII Trieste e l’entroterra sono autonomi, posti sotto la sovranità del vescovo triestino, italiano e di città italiana ab imo sino ad oggi.
5) la popolazione del contado inizia a divenire maggioritaria nelle campagne solo dopo il 1348-1349, ma le zone urbane rimangono a prevalenza italiana. E’ però quasi impossibile trovare parti della regione che non vedano vivere assieme slavi ed italiani, mentre la superiorità numerica slovena è di scarsa misura.
6) l’economia e la cultura della regione sono sempre state dominate dagli italiani
Come si può evincere, eccezion fatto per la superiorità numerica slava, d’altronde non estesa all’intera regione e complessivamente di scarso rilievo, tutte gli altri metri di giudizio qui adoperati testimoniano a favore dell’italianità della Venezia-Giulia nel 1918, prima del massacro e della cacciata degli italiani dalla Dalmazia e dalla Venezia-Giulia stessa, in cui vivevano si può dire da oltre 2000 anni.[2]
Il sottoscritto ha intenzionalmente evitato di trattare dei contrasti politici e militari fra italiani e slavi a partire dal 1918 e proseguiti sino alle foibe ed al tradimento del PCI, che favorì in ogni modo la conquista titina, sia perché sono ben conosciuti, sia perché, in ogni caso, non inficiano (a parer mio) i diritti storici dell’Italia su quelle terre. Mi limiterò ad osservare come la politica fascista verso i cittadini italiani d’etnia slava non ha mai ricercato la loro cacciata, ed ancor meno il loro sterminio. Inoltre, chi scrive non ha voluto considerare l'italianità della Dalmazia, su cui, magari, si potrà tornare in seguito.
Riassumendo ciò che si è scritto in precedenza, credo si possa concludere con ragionevole certezza sull'italianità della quasi totalmente perduta regione della Venezia-Giulia.
[1] Anche qui, è superfluo voler fornire una bibliografia. Se si vuole avere conferma di ciò, basti consultare S. Gasparri, Prima delle nazioni. Popoli, etnie e regni fra Antichità e Medioevo, Roma 1997, e bibliografia annessa.
[2] Quando bisognò fissare le frontiere fra Jugoslavia ed Austria, gli abitanti della Carinzia slovena, in prevalenza slavi, votarono a favore dell’unione con Vienna. Il principio di non spezzare l’unità storica d’una regione, mutatis mutandis, avrebbe dovuto essere applicato al caso della Venezia Giulia, su cui l’Italia aveva ben altri diritti storici che l’Austria sulle perdute terre carinziane.

AUGURIO RUBATO DAL BLOG DI GUZZANTI

battistad scrive:

Un augurio che condivido in pieno. Auguro a tutti voi un 2008 in cui almeno le capacità del singolo siano apprezzate, che nell’avversario politico si veda solamente un’avversario contro cui combattere, non un nemico da abbattere.
Auguro la rinascita del vero Spirito Italiano, che da Leonardo Da Vinci in poi ci ha fatto conoscere nel mondo come Italiani.
Auguri a tutti da Herat

lunedì 31 dicembre 2007

QUESTO L'UOMO CHE CI.....S-GOVERNA


In visita da Karzai in Afghanistan  e  sulla neve insieme alla moglie


domenica 30 dicembre 2007

LA SACRA FAMIGLIA

sabato 29 dicembre 2007

IL GARIBALDI MILITARE: LA "PANTERA"

1) Giuseppe Garibaldi è stato oggetto d’una mole imponente di studi ma, sorprendentemente, uno degli aspetti meno studiati della sua figura è dato dalle caratteristiche della sua arte bellica. Eppure, Garibaldi si presenta sotto questo aspetto quale un personaggio quasi unico, o comunque rarissimo, in quanto è stato valente comandante di terra e di mare al tempo stesso, anche se certo la sua fama si lega soprattutto alla sua abilità nella guerrilla sulla terraferma.
Nel corso della sua lunghissima carriera militare, durata in pratica quarant’anni, egli affrontò e vinse eserciti brasiliani, argentini, austriaci, francesi, napoletani, prussiani, quasi sempre alla guida di volontari male armati ed equipaggiati, e solitamente inferiore numericamente al nemico. Fra tutte le innumerevoli guerre a cui partecipò, si può ricordare l’episodio, solitamente trascurato, della sua partecipazione alla guerra tra Francia e Prussia. La vittoria di Digione contro un’armata prussiana nel 1871, ottenuta da un’accolita di volontari internazionali sotto la guida di Garibaldi, fu l’unico successo “francese” nella guerra franco-prussiana del 1870-1871, in cui tutte le altre battaglie si risolsero in pesanti od anche catastrofiche sconfitte per la Francia. Il successo in questione è tanto più significativo in quanto ormai Garibaldi era fortemente invecchiato ed assai malato, ed aveva dinanzi a sé quello che era, senz’altro, il miglior esercito del mondo: pure, gli inflisse l’unica sconfitta dell’intera guerra, e conquistò all’avversario l’unica bandiera da esso perduta nel conflitto.
L’eroe nizzardo si può considerare legittimamente uno dei maggiori Bandenführer (questo appellativo gli era stato attribuito nell’Accademia militare austriaca, in cui si studiavano le sue tattiche) della storia, accanto a personaggi come von Lettow-Forbeck (il generale tedesco che, completamente isolato da ogni rinforzo ed aiuto della madrapatria, nella prima guerra mondiale riuscì a resistere per cinque anni in Tanzania a forze nemiche dieci volte superiori alle sue, arrendondosi soltanto al termine del conflitto) od il celebre generale vietnamita Giap. Come accade per i comandanti militari “convenzionali”, anche i Bandenführer si differenziano fra loro per le proprie specifiche attitudini.
2) La formazione militare di Garibaldi Garibaldi aveva avuto le sue primissime esperienze di guerra sul mare, nel corso di violenti arrembaggi (il suo primo combattimento pare sia stato contro dei pirati nel Mediterraneo orientale, in cui egli navigava come marinaio), ciò che probabilmente ha influito sulla sua predilezione per lo scontro corpo a corpo. Però, il suo autentico apprendistato marziale si svolse nell’America del Sud. L’ambiente naturale del Brasile meridionale e dell’Uruguay, estremamente vario e sovente ostile, favorì lo sviluppo in Garibaldi d’uno straordinario senso tattico.[1] Egli apprese a “leggere” un campo di battaglia con rara abilità, comprendendo i punti forti del terreno, le vie di facilitazione, le possibilità di manovra, gli ordini tattici da adoperare. Ad esempio, nella sua prima campagna in Italia Garibaldi trovò l’occasione per mettere a frutto le esperienze vissute nell’America del Sud. Su terreni che non aveva mai percorso, come le Alpi, poi l’Appennino centrale, si muove con sorprendente disinvoltura, mentre in battaglia sa cogliere l’attimo propizio con grande rapidità, dando prova, anche quando sembra guidato solo dall’aggressività, di grande senso tattico.
3) L’impiego della tattica risolutiva La distinzione tradizionale fra tattiche, a prescindere da tutte le ulteriori, moltissime differenziazioni, distingueva fra l’azione distruttiva, lenta e studiata, condotta tramite l’impiego del fuoco a distanza, e quella risolutiva, breve ed intensa, sviluppata con l’attacco all’arma bianca: Garibaldi preferì sempre questa seconda tattica. Un celebre detto del generale russo Suvarov sentenziava "La palla è cieca, la baionetta sa quello che vuole!" Le armi da fuoco, sino al 1860 circa ed oltre, erano ancora, di solito, piuttosto imprecise e con un raggio d’azione ridotto. Inoltre, un reparto schierato in modo consono alla tattica distruttiva, ovvero in linea od in ordine sparso, poteva non essere adatto a reggere ad un attacco alla baionetta portato con decisione, soprattutto se esso avveniva di sopresa e con uno schieramento asimmetrico all’avversario, ovvero con azione condotta su di un lato (“battaglia d’ala” od “ordine obliquo”) oppure direttamente di fianco, aggirando la linea.
Non si deve neppure trascurare la componente psicologica, assai importante. A una carica condotta in maniera intrepida si aveva come reazione in linea di massima la fuga dell'avversario che si sottraeva al combattimento. Su questo, anche alla luce dell'esiguo numero di feriti da baionette, sono concordi la maggior parte degli studiosi di cose militari. Il generale medico Larrey dell'esercito napoleonico aveva avuto modo d’osservare statisticamente come la maggioranza dei feriti fossero dovuti al fuoco, anziché alle armi bianche, mentre il grande storico italiano Piero Pieri aveva avuto modo di considerare come, sino alla guerra di secessione americane e a quella franco-prussiana, con il grande perfezionamento dei fucili e la nascita delle mitragliatrici, la carica alla baionetta avesse conservato un’indubbia efficacia già solo dal punto di vista morale. Dal canto suo, l'ottocentesco teorico francese Ardant du Picq aveva sentenziato “Ogni nazione europea proclama «Nessuno ha il coraggio di affrontare una nostra carica alla baionetta.» E tutti quanti hanno ragione.”
Si deve notare come la tattica risolutiva risultasse particolarmente efficace se operata di sorpresa e condotta da soldati magari poco addestrati, ma ben motivati e quindi coraggiosi. Egli aveva a disposizione volontari, soldati determinati e fortemente caratterizzati dai loro ideali e pronti a morire, però scarsamente provvisti di disciplina e soprattutto d’addestramento, quindi incapaci di manovre troppo elaborate. Come già era accaduto per gli eserciti rivoluzionari francesi, composti da una massa di reclute entusiaste contrapposte a professionisti, la scelta più semplice e naturale era quella di sfruttare l’ardore delle truppe per caricare alla baionetta, evitando il complesso manovrare del fuoco di fila. L’abilità marziale di Garibaldi sul campo di battaglia consisteva in gran parte sia nel suo carisma, che gli consentiva di spingere con energia e risolutezza i suoi soldati in cariche impetuose, sia nella grande capacità tattica e manovriera, la quale gli permetteva d’adottare gli schieramenti maggiormente adatti al tipo di terreno e di cogliere di sorpresa l’avversario sui fianchi.
4) La capacità di manovra di Garibaldi Garibaldi è noto però soprattutto per le sue straordinarie abilità di manovra, che gli consentirono, praticamente sempre, di sfuggire all’avversario qualora egli non intendesse dare battaglia. Anzitutto, egli nelle marce dava propria della sua solita, eccezionale abilità tattica, che consentiva di far procedere le truppe su terreni che altri comandanti non avrebbero mai prescelto per il cammino, e di farlo oltretutto a notevole velocità. Inoltre, Garibaldi, per meglio sfuggire al nemico, prediligeva gli spostamenti notturni. Ancora, egli era solito irradiare tutto attorno al grosso un nugolo di cavalleggeri, in modo sia da tenersi informato sui movimenti del nemico, sia occultare in tal modo i propri. Infine, ultimo ma non ultimo, il generale liguro nelle sue marce faceva spesso e volentieri ricorso a vere e proprie finte, ulteriormente tese ad ingannare e confondere i suoi nemici, recandosi dapprima in una direzione, per poi invertire bruscamente la destinazione finale.
Alcune sue campagne sono celebri proprio per la straordinaria capacità manovriera dimostrata. Si possono qui ricordare la campagna di Lombardia nel 1848, quando, con 1500 uomini, riuscì a destreggiarsi fra 6 brigate austriache (20.000 uomini circa), guidate da D’Aspre, senz’altro il migliore dei generali di Radetzky. La cosa è tanto più notevole, se si considera che la campagna si svolse interamente nel Varesotto, quindi in un teatro operativo assai ristretto per dimensioni, e che non vide nessuna sconfitta per i garibaldini, ma anzi conobbe due insuccessi per gli austriaci, battuti a Luino ed a Morazzone.
Il capolavoro strategico di Garibaldi è però, forse, la ritirata da Roma nel 1849, quando, con 4700 uomini circa, riuscì a sfuggire a cinque eserciti (francese, spagnolo, napoletano, austriaco, toscano), forti di complessivi 86.000, che cercavano di stringerlo e distruggerlo, riuscendo infine a giungere col grosso sino a S. Marino, e con un contingente più piccolo a prendere il mare. E’ degno di nota come nell’intero ciclo operativo nessuno dei suoi nemici riuscì mai a costringerlo a battaglia, anzi di solito fosse totalmente disorientato riguardo alla posizione e direzione di marcia delle truppe garibaldine. Si può portare un esempio di questo. Uscendo da Roma, che aveva ormai capitolato, l’eroe si trovò la strada sbarrata dagli eserciti napoletano e spagnolo, mentre era incalzato da una divisione di quello francese, ma, con una sola e semplice manovra, riuscì a spedire a vuoto tutte le armate nemiche. Gli spagnoli si diressero a sud-ovest, i napoletani a sud-est, i francesi a nord-est. Nel varco così creatosi, Garibaldi potè far proseguire i suoi reparti. Anche quando, poi, gli avversari erano certi d’averlo infine circondato, Garibaldi riuscì sempre, forte della sua abilità tattica e del buon uso dei suoi stratagemmi, a trovare una via di scampo.
Altro ottimo esempio della inafferrabilità degli eserciti guidati dall’eroe nizzardo è naturalmente la campagna del 1859, quanto, con una sola brigata, quella dei “Cacciatori delle Alpi”, costituita da volontari male armati ed equipaggiati, vincolò su di sé ben 7 brigate austriache, ottenendo tre netti successi (Varese, San Fermo, Bormio), respingendo il nemico a Treponti e subendo infine uno scacco parziale sullo Stelvio, dovuto in verità all’asperrima posizione più che all’abilità del nemico. Anche in questo ciclo operativo il nostro riuscì ad evitare sempre che il nemico gli imponesse battaglia, che egli diede solo quando e come volle, con la sola eccezioni del combattimento di Treponti, che però fu innescato dalla decisione del suo luogotenente Türr, in assenza del comandante in capo.
Il caso più celebre di “finta” compiuta da Garibaldi, tesa a beffare il nemico, è però durante la campagna di Sicilia del 1860, quando, dopo aver spinto il suo esercito a sud, verso Corleone, invertì la direzione di marcia entrando la notte stessa a Palermo, mentre diversi contingenti borbonici, completamente sconcertati, proseguirono nel loro cammino, giungendo sino a Corleone ed oltre, cosicché, quando gli giunse notizia dell’entrata del nizzardo nella capitale siciliana e dell’insurrezione cittadina, erano ormai giunti, nella loro caccia ad un fantasma, quasi in vista della costa meridionale siciliana.
5) Garibaldi, la “pantera” . Luciano Manara, il combattente più rappresentativo delle “cinque giornate” di Milano, che poi, alla testa d’un reparto di volontari lombardi, combattè e morì in difesa della repubblica romana nel 1849, aveva, dopo un’iniziale diffidenza verso quello che gli appariva un avventuriero stravagante a capo d’un gruppo di banditi, scoperto le doti nascoste, umane e militari, dell’eroe nizzardo, divenendone un grande estimatore. Fra l’altro, egli diede del Garibaldi militare un giudizio quanto mai felice: “è una pantera”. Questa definizione può essere assunta, cum grano salis, quale ottima sintesi delle caratteristiche garibaldine del fare la guerra. Il grande felino è un animale veloce, agile, che predilige muoversi di notte scivolando silenzioso avvolto dal suo scuro mantello, e che attacca preferibilmente di sorpresa ed ai fianchi od alle spalle. E’ astuto e paziente, poiché sa aspettare il momento propizio, eppure inequivocabilmente feroce ed aggressivo quando infine s’avventa sulla preda.
Simile descrizioni, mutatis mutandis, s’attaglia in larga misura a Garibaldi. Egli riesce quasi sempre a far sì che i suoi movimenti sfuggano all’avversario e sa spostare un esercito a grande velocità nelle marce, anche se terreni piuttosto difficili. Compatibilmente alle esigenze belliche, non è precipitoso nello scegliere di dar battaglia, poiché, se può, preferisce fare ricorso alla sorpresa ed all’aggiramento. Tuttavia, i suoi attacchi, sviluppati con grande flessibilità tattica, sono rapidissimi e condotti con grande determinazione.
Il caratteristico stile di Garibaldi consisteva nel tenere, se possibile, le sue truppe in continuo movimento, in modo da sfuggire il nemico ed assieme di poter rimanere in attesa di poter cogliere il momento propizio. Quando poi si giungeva alla battaglia, possibilmente essa era data piombando sul fianco dell’avversario, od attirandolo dapprima in una direzione, con un attacco frontale, poi aggirandolo, ed in ogni caso con attacchi molto rapidi e risoluti, all’arma bianca. Nel caso bisognasse difendersi, il nizzardo opponeva di solito una difesa elastica, tenendo dei gruppi sparsi che contendevano il terreno al nemico, stancandolo e trattenendolo, per poi contrattaccare all’improvviso e con grande violenza su di un fianco.
6) Virtù e difetti del Garibaldi generale Questo grande e singolare personaggio è stato indubbiamente anche un grande comandante militare, come attesta la lunga serie di successi contro gli eserciti più svariati, sempre compiuti essendo a capo di reparti improvvisati. Oltre ai fattori e componenti sopra descritti, bisogna aggiungere fra le qualità dell'eroe nizzardo certo la sua personalità autoritaria ed assieme equilibrata, capace inoltre di grande fascino e carisma: ma si tratta d'un fatto ben noto.
Pure, certamente la sua prassi bellica aveva dei limiti. Garibaldi mancava di quel che si dice “grande strategia”.
Nel pensiero garibaldino la guerra è una serie di episodi distinti nel tempo e nello spazio, il che concedecertamente grande libertà di azione alla strategia del nizzardo, mentre l’onere del controllo del territorio resta all’avversario, il quale era così vincolato ad adoperare le sue forze in maniera dispersiva. Si riproduce in tal modo il contesto strategico caratteristico della guerriglia, capace d’imporre la propria iniziativa alle forze convenzionale nell’area territoriale in cui queste ultime dovrebbero garantire la sicurezza. Questa strategia, con la quale Garibaldi faceva guerra terrestre ragionando come un marinaio od un guerrigliero, esprimeva però nel suo disintereresse al controllo del territorio la almeno apparente incapacità d’esprimere una comprensione globale d’un intero teatro operativo, in cui si muovano diversi eserciti in una sorta di complicata partita a scacchi. Questo era un punto di forza dal punto di vista della guerrilla, ma un limite gravissimo alla guida d’un esercito convenzionale di grande dimensioni. Inoltre, l’ “eroe dei Due Mondi” era un pessimo organizzatore, tanto che un simile incarico era da egli sempre delegato ad altri: eppure, la logistica militare è importantissima.
I due limiti delle capacità militari garibaldine erano di fatto espressione d’una medesima forma mentis psicologica ed intellettiva, poiché egli mancava di quel che si dice una “mente orchestrale”. I principi ispiratori dell’arte garibaldina della guerra erano semplici e lineari, antitetici alla complessità architettonica della “grande strategia” e dell’organizzazione d’un grande esercito. Pertanto, se si dovesse paragonare Garibaldi ad altri generali, egli sarebbe certo dissimile da Napoleone o von Moltke, massimo stratega il primo, buon stratega e grande organizzatore il secondo.
Spesso ci si domanda che cosa sarebbe diventato un celebre comandante militare, se fosse vissuto in un’altra epoca: ad esempio, lo studioso napoleonico David Chandler ipotizza che il grande Còrso sarebbe stato simile, nel Novecento, a Mac Arthur.
Il nizzardo, con le sue doti tattiche, la sua grande capacità manovriera, la rapidità di decisione, la ricerca della sorpresa e la notevole aggressività, l’abitudine a guidare personalmente le truppe in prima linea, assomiglia piuttosto, in modo assai notevole, da una parte ad altri celebri Bandenführe, dall’altra ai comandanti di carri della seconda guerra mondiale, come Rommel e Guderian. Anche se è una domanda vana, è suggestivo chiedersi che cosa avrebbe saputo fare alla testa di una colonna di mezzi corazzati un uomo dalle doti tattiche, l’abilità manovriera ed il coraggio di Garibaldi.
[1] La distinzione tradizionale è fra “strategia”, che concerne gli spostamenti e le manovre compiute dall’esercito (ad esempio, aggiramento, attacco frontale, ordine obliquo, battaglia d’ala ecc.), e tattica, che concerne le disposizioni ovvero le formazioni adottate dall’esercito stesso (ad esempio, in linea, in colonna, a quadrato, in ordine sparso ecc.)

DA UN GIORNALISTA ESULE DELLA PATRIA

Il giorno più lungo dei processi a Bruno Contrada, che sono durati 15 anni, fu il 13 luglio 1995. Il più famoso poliziotto di Palermo era stato arrestato tre anni prima, alla vigilia di Natale del '92, e per tre anni era rimasto sepolto vivo in un carcere militare riaperto appositamente per lui e solo per lui. Il processo era finalmente iniziato e Contrada era ricomparso dopo tre anni dinanzi alle telecamere nell’aula del tribunale e sembrava il suo stesso fantasma. Fiaccato crudelmente nel fisico, la bocca cascante, imbiancati i capelli che lasciava cadere ai due lati del viso, infiacchita dalla magrezza la mascella che era stata forte e quadrata, lo sbirro, il rambo, il finto giovanotto così attento a coltivare il physique du role, appariva trasformato in un vecchio, in uno spettro.
Quel giorno il pm si è alzato a sorpresa e ha chiesto al tribunale di introdurre a testimoniare un nuovo «pentito», spuntato improvvisamente non si sa come e non si sa da dove, e dopo che ad accusare Contrada ne erano già sfilati sei o sette. È stato un attimo e Contrada è crollato. Aveva fatto per alzarsi, come per protestare, e subito si è accasciato sulla sedia, pallido e sudato, le labbra nere e serrate, le membra scosse da un tremito nervoso. Il presidente ha gridato: «L’udienza è sospesa». Il pm è rimasto immobile e interdetto. Un carabiniere è accorso a sorreggere Contrada prima che scivolasse sul pavimento e cercava di rianimarlo bocca a bocca. Accorsero gli altri, lo sollevarono di peso, lo stesero sulla barella dell’ambulanza, corsero all’ospedale, lo scaricarono al reparto di rianimazione, lo infilarono in un letto e gli praticarono le cure di emergenza per tentare di rianimarlo. Appena ha riaperto gli occhi, Contrada ha gridato: «Vogliono annientarmi». Ha chiesto che lo lasciassero morire, ha pianto, ha tentato di impadronirsi della pistola del carabiniere di guardia, ha strappato dalle mani dell’infermiere la siringa e ha tentato di infilarsela nella gola...

VELENI DI PALERMO
È stato a questo punto che una donna piccola e minuta che entrava e usciva, agitata e tremante, dalla cameretta della rianimazione, ha urlato. C’erano le telecamere accese e l’urlo si è sentito in diretta nei telegiornali della sera: «Caino, sia maledetto Caino... ». La signora Adriana, insegnante di lettere e latino in pensione e moglie di Bruno Contrada, ha spiegato con chi ce l’aveva: «Caino è un collega di mio marito. È lui che ha voluto che Bruno finisse in galera. È qualcuno che a Roma ha capito che, mentre Bruno lottava qui a Palermo giorno dopo giorno contro la mafia, rischiando la vita, la Sicilia poteva essere usata come trampolino di lancio per fare carriera. Bastava usare la Sicilia e l’antimafia come sgabello e salirci sopra... ma doveva eliminare Bruno Contrada che era più avanti nei ruoli, e questo Caino l’ha fatto perché era in grado di sfornare contro Bruno un “pentito” al giorno e ancora lo fa».
Sono passati 12 anni da quel giorno (15 da quando Contrada è stato arrestato) e sono stati celebrati tanti processi: quello di primo grado, conclusosi con la condanna a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa e quello d’appello, che invece lo ha assolto con formula piena; la Cassazione che ha cassato l’assoluzione e lo ha rinviato a processo e il secondo processo d’appello che lo ha ri-condannato a 10 anni; la Cassazione che questa seconda volta ha approvato, e sono sfilati tanti «pentiti» ma, tra un appello e l’altro, tanti altri se ne sono aggiunti a quello sfornato a sorpresa quel giorno di luglio di 12 anni fa. Sono state riempite migliaia, centinaia di migliaia di pagine di verbali, ma niente più ha spiegato meglio origini e ragioni di questo processo-fatwa a un uomo che ha servito lo Stato per cinquant’anni lottando contro la mafia e rischiando ogni giorno la pelle, come quell’urlo di donna al capezzale del marito che cercava di uccidersi: «Caino, maledetto Caino... ».

PENTITI VERI E PENTITI FALSI
Lo stesso Contrada lo ha ribadito, dieci anni dopo, nell’ultima intervista rilasciata prima dell’ultima sentenza: «È stata la Dia, la direzione antimafia che nasceva in quel tempo come corpo di polizia alle dirette dipendenze delle procure, che non gradiva che io mi fossi impegnato a creare una branca del Sisde, il servizio segreto civile, dedicata specificamente a combattere la mafia. È la Dia che si è specializzata nella gestione dei cosiddetti “pentiti” e che ha sfornato i “falsi pentiti” che sono serviti ad accusarmi». Perché i processi a Contrada sono basati esclusivamente sulle accuse dei «pentiti», e spesso si tratta di mafiosi e assassini a cui è stato proprio Contrada a dare la caccia, a trascinarli dinanzi al giudice e a farli condannare, e che si sono vendicati, più o meno sollecitati e incoraggiati, ri-guadagnando la libertà e con lo stipendio dello Stato.
E c’è la testimonianza dell’ex capo della polizia Vincenzo Parisi, che così ha deposto al processo: «Bruno Contrada è un investigatore straordinario. Il suo è un curriculum brillantissimo e ha dimostrato una conoscenza straordinariamente approfondita del fenomeno mafiosa, di cui è una memoria storica eccezionale, per questo ha ricevuto 33 elogi dall’amministrazione e dalla magistratura». Ed è proprio il capo della polizia, forse il più bravo e il più famoso, che accusa: «Bisogna far luce su eventuali interessi ed eventuali corvi che hanno ispirato ai pentiti le dichiarazioni contro Contrada. È quanto meno strano che soltanto dieci anni dopo vengono rivelati fatti di cui questi “pentiti” sarebbero stati a conoscenza da tanto tempo, a meno che non li abbiano appresi dopo e da chi ha voluto ispirarli. Perché questi “pentiti” parlano solo ora? Chi li manovra? Io vedo un pericolo per la democrazia».
CAMPAGNA DENIGRATORIA
E così depone il prefetto Emanuele De Francesco, che è stato il primo Alto commissario antimafia e poi direttore del Sisde: «C’è stato uno specioso malanimo contro Contrada, quando è stato il mio capo di Gabinetto, un malanimo agitato da certe lobby e certe cordate del ministero dell’Interno». E un altro prefetto, Angelo Finocchiaro, pure lui direttore del Sisde: «Contro Contrada e il Sisde ci sono stati attacchi ripetuti e proditori ed è stata organizzata una campagna denigratoria». E così hanno deposto altri capi della polizia, altri prefetti, altri ufficiali dei carabinieri, almeno tre dozzine di servitori dello Stato e uomini delle istituzioni. E l’ex presidente della Repubblica Cossiga ha addirittura chiesto la soppressione della Dia, accusandola di aver adottato «i metodi propri di un servizio segreto di polizia politica, sul modello della Gestapo nazista, dell’Ovra fascista e del Kgb sovietico».

ACCUSE SENZA PROVE
Come è stato possibile ai giudici non credere ai più autorevoli rappresentanti delle istituzioni della Repubblica e credere invece alle accuse senza prove né riscontri dei cosiddetti «pentiti», mafiosi, ladri, estortori e assassini? E molti di questi sono stati poi incriminati per calunnia, uno è stato espulso dal programma di protezione perché colto in flagrante mendacio e in riciclaggio di denaro sporco e traffico di stupefacenti, un altro ancora ha ritrattato tutte le accuse al processo d’appello e ha implorato i giudici di restituire l’onore a Contrada: di costui gli avvocati hanno scoperto, sempre nel processo d’appello, che era stato nascosto il verbale di un primo interrogatorio, in cui dichiarava di non sapere niente di Contrada. Alla contestazione il pm ha replicato che non aveva esibito quel verbale appunto perché di Contrada non si diceva niente: perché il pm avrebbe dovuto esibire qualcosa a difesa dell’imputato? Niente ancora a confronto del fatto che a presiedere la Corte d’appello che, la seconda volta, ha condannato Contrada è stato chiamato proprio il giudice che tre anni prima, quale componente del Tribunale della libertà, si era rifiutato di concedergli la libertà dalla carcerazione preventiva, dopo già due anni trascorsi in isolamento nel carcere militare: chi meglio di lui, che si era espresso così favorevolmente all’imputato, era più adatto a giudicarlo e a condannarlo?
Il fatto è che Bruno Contrada non è stato soltanto vittima delle faide interne ai corpi dello Stato, ma è stato il sacrificio propiziatorio al teorema del «terzo livello» e della connivenza delle istituzioni e del potere politico con la mafia. Inizialmente il processo che hanno tentato di fare a Contrada e che ancora echeggia in certe dichiarazioni delle vedove dell’antimafia che si oppongono alla concessione della grazia, doveva essere il processo per la strage di via D’Amelio: Contrada doveva essere l’agente dei servizi segreti «deviati» che per conto del potere politico (leggi Andreotti, ma indagheranno pure su Dell’Utri e Berlusconi come «mandanti delle stragi») avrebbe fatto assassinare dalla mafia il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta, dopo aver tentato di assassinare Giovanni Falcone con il tritolo sugli scogli dell’Addaura. L’hanno scritto e fatto scrivere in centinaia di articoli e in decine di libri, l’hanno messo persino in un film: Contrada che si aggira sul luogo della strage pochi secondi dopo l’esplosione del tritolo. Non sono riusciti nell’intento, non foss’altro perché Contrada in quegli istanti era in barca con dieci testimoni molte miglia al largo di Palermo e hanno ripiegato sullo scivoloso «concorso esterno», buono per tutti gli usi e facile a sostenersi con la volonterosa collaborazione dei soliti «pentiti». Ora temono la revisione del processo, che può smascherare i «pentiti» e scoprire gli autori della trama. E temono anche la grazia: meglio che Contrada muoia in carcere e al più presto.


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CRONACA SU DI UNA MORTE CIVILE

Santa Maria Capua Vetere - "La mia dignità di uomo e di servitore dello Stato vale più della mia libertà e non permetto a nessuno di distruggerla a costo della mia stessa vita". Sono le parole di Bruno Contrada, riportate dal generale di brigata Giancarlo Tirri, marito della sorella Anna Contrada, che è stato oggi davanti al carcere militare di Santa Maria Capua Vetere non potendo incontrare il congiunto poiché la famiglia aveva esaurito i colloqui mensili stabiliti in base ai regolamenti del penitenziario militare. Tirri ha detto: "Questo altissimo senso di dignità e la ferma volontà di difendere il proprio onore dalle accuse infami che gli sono state rivolte stanno consentendo a mio cognato di rimanere ancora in vita, nonostante le gravissime condizioni di salute in cui versa, inesorabilmente aggravate dalla stato di detenzione".

"Bruno Contrada - ha aggiunto - da quando è in carcere, oltre alle preoccupanti patologie da cui era già affetto, ha subito per ben due volte una lesione ischemica nel territorio dell’arteria cerebrale posteriore che ha provocato altresì una ipertensione della guaina del nervo ottico di sinistra. Ciò gli impedisce di potersi dedicare alla lettura, l’unico sollievo che poteva servirgli a lenire l’enorme sofferenza interiore, con evidenti ripercussioni anche sul suo morale letteralmente a pezzi".



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giovedì 27 dicembre 2007

COSI' SI DA' LA MORTE CIVILE

La mia opinione è netta. Io penso solo che Bruno Contrada, a 76 anni, arrestato il 24 dicembre 1992, malato, debba uscire dal carcere militare di Santa Maria Capua Vetere. È un uomo spezzato. Da un'accusa, il "concorso esterno in associazione mafiosa", che considero un aggeggio da regimi inquisitori. Non spetta a me dire se avesse ragione la Corte d'appello di Palermo, che il 4 maggio 2001 lo aveva assolto cancellando la condanna a 10 anni di reclusione, di cui 3 allora già scontati. Se avesse ragione il Procuratore generale della Cassazione, che alla Suprema corte nel 2002 chiese (...) la conferma dell'assoluzione. Se avesse ragione invece la Cassazione, che al procuratore generale non diede retta e dispose la ripetizione dell'Appel lo. Se avesse ragione l'Appello-bis, che nel 2006 ribaltò l'assoluzione, e infine la Cassazione che nel maggio scorso confermò in maniera definitiva la condanna a 10 anni. Io sono assolutamente convinto che, dopo 15 anni di strazio pubblico e tormento dell'anima dietro le sbarre, a Bruno Contrada vada restituito non il suo onore - ché potrebbe tornare solo se vi fosse ripetizione del processo, e non mi pare proprio che tiri aria - ma almeno il diritto di avviarsi all'ultima fase della sua vita in condizioni meno ripugnantemente avvilenti del carcere militare. Il Capo dello Stato, ieri, non mi è piaciuto affatto, con la nota pilatesca mediante la quale si è lavato le mani della vicenda sostenendo che un uscita d'ur genza per motivi di salute dal penitenziario è materia di esclusiva pertinenza del giudice di sorveglianza. Sappiamo tutti, dopo 15 anni, in che cosa consista la vicenda giudiziaria Contrada. È la tesi secondo la quale un alto funzionario della Polizia di Stato prima e del Sisde poi, dopo decenni di incarichi delicati con assoluta unanimità di giudizio sulla sua indole integerrima, nella stessa Palermo in cui aveva servito benissimo lo Stato contro la mafia, sia divenuto invece una rotella di quel collegamento tra la cupola mafiosa corleonese e quel "terzo livello" politico-affaristico nella cui ricerca si è consumata l'intera parabola dell'antimafia militante. Con tanto di sconfitte cocenti, nei casi processuali che hanno spaccato la vita pubblica in due, riguardando Giulio Andreotti - "il" politico per definizione, nella Prima Repubblica - e Corrado Carnevale - "il" pre sidente di Cassazione per definizione, attento alla forma procedurale e al rispetto delle norme più e prima che a quei criteri "sostanziali" da sempre invocati da chi confonde il diritto con l'ideologia. L'ETERNO CASELLISMO Il Capo dello Stato sa come noi, che la ventina di pentiti coi quali l'accusa ha messo Contrada alla sbarra - da Buscetta a Riccobono, da Mannoia a Pennino, da Mutolo a Pirrone, da Spatola a Marchese - riferirono negli anni classiche circostanze de relato, apprese o riferite in incontri dei quali nessuna reale controprova è stato possibile acquisire, tranne fondare comunque la base accusatoria sulla quale radicare una fattispecie tanto suggestivamente gassosa come il "concorso esterno". E il concorso esterno era figlio di quell'impalpabile certezza che aveva preso a spirare con gli anni nella ali più ideologizzate dell'antimafia militante. Quella che considerava perdente e rinunciataria l'estrema prudenza di Giovanni Falcone a imbarcarsi sul treno dei "concorsi esterni politici". E che chiedeva invece conferme dalla bocca dei pentiti, della subdola alleanza mai ufficialmente stretta ma pur osser- vata tra "pezzi" di Stato e capicosca mafiosi. I procedimenti contro Contrada, Andreotti e Carnevale sono i prodotti di quella strategia. E suoi esiti sono giudizialmente falliti - due assoluzioni su tre - e storicamente controversi, visto che all'ala "caselliana" resta comunque la facoltà di ripetere ogni giorno che, per esempio, la sentenza su Andreotti non li priva della facoltà di dire che fino a un certo anno almeno non si esclude che il senatore a vita abbia potuto tenere con la mafia atteggiamenti compromissori. Ma mentre per Andreotti e Carnevale la pagina è chiusa, Bruno Contrada è rimasto nel carcere militare. A nulla gli sono valse testimonianze a favore di capi della Polizia come Parisi, e di prefetti speciali antimafia come De Francesco. I parenti dei caduti di mafia - che restano eroi dello Stato e di noi tutti ai processi testimoniarono che i loro mariti, padri e fratelli, nell'intimo delle inquietudini confessate ai congiunti, avevano loro detto o fatto capire che "non si fidavano" di Contrada. E dunque, a distanza di anni e malgrado la vita spezzata ora e ormai per sempre di Contrada, oggi sembra che un qualsiasi provvedimento che lo restituisca a un letto non di contenzione sia una specie di affronto diretto alle vittime della mafia, anzi ai loro familiari, e a coloro tra essi che della testimonianza militante hanno fatto bandiera di vita. E, talora, bandiera di lotta politica. APPELLO AL COLLE Non spetta a me neanche dare giudizi su questo, sul fatto cioè se la lotta alla mafia e per la legalità sia davvero un programma da declinare facendolo coincidere con una bandiera di partito, invece di considerarlo base comune di uno spirito repubblicano e istituzionale che da noi continua a mancare - convinto com'è ciascuno di incarnare il Bene nella lotta eterna contro il Male. Dare giudizi sulle opinioni espresse da vedove, sorelle e fratelli di commissari e giudizi uccisi dal fuoco mafioso mi ripugna, è un po' come mancare di rispetto ai caduti. Dico solo però che, proprio in ragione del fatto che una vicenda come quella di Contrada attraversa come un fil di spada tutte le contraddizioni e le tinteggiature ideologiche di una lunga fase di lotta alla mafia, e proprio perché le tensioni politiche e civili su questi temi sono ben lungi dall'esser ricomposte in uno spirito repubblicano comune e in un ordinamento giudiziario meno "creativo" del nostro, ecco perché un Capo dello Stato deve avvertire che c'è spazio per un proprio intervento. Chi altri se non lui - meglio di un ministro che incarna la politica al governo protempore - può pronunciare parole e assumere iniziative che al contempo tengano conto della vita spezzata di Contrada dopo 15 anni, e che non sembrino quell'offesa ai caduti che in nessun caso a nessuno dovrebbe essere lecito mettere in campo, se Contrada uscisse? Contrada libero e spezzato, dopo 15 anni, non può essere offesa a nessuno. Se non a chi confonde giustizia e lotta continua.