lunedì 30 novembre 2009

Breve profilo di Joze Pirjevec, alias Giuseppe Pierazzi

Il signor Joze Pirjevec proviene da una famiglia di esuli, parte di quei 50.000 Sloveni e Croati che trovarono rifugio in Italia nel 1945, scappando ai propri connazionali ed ottenendo cittadinanza italiana. Tito massacrò nel 1945, al termine del conflitto e poco più tardi, centinaia e centinaia di migliaia di suoi compatrioti slavi. I fuggiaschi in Italia scamparono in tal modo a certa morte da parte dei titini.
Joze Pirjevec crebbe vivendo quasi sempre in Italia, frequentando le scuole italiane ed abitando a Trieste, nel quartiere di S. Giovanni. Sebbene all’anagrafe fosse registrato con nome e cognome sloveni, egli sino al 1973 firmò le sue opere storiche con la forma italianizzata di Giuseppe Pierazzi. Nel 1984 scrisse sul quotidiano di Trieste, “Il Piccolo” un articolo il cui titolo recitava: “Le foibe sono una realtà che brucia sulla coscienza di noi sloveni”.
Dopo la dissoluzione sanguinosa della Jugoslavia, stato nato con la violenza e nella violenza fra le sue varie etnie, e crollato con la violenza e nella violenza fra le sue varie etnie, Pirjevec ha chiesto ed ottenuto la cittadinanza slovena, cumulandola a quella italiana.
Si è candidato più di una volta nelle liste del locale partito ex comunista sloveno (malgrado il nome, il LDS è un partito di post-comunisti, come, mutatis mutandis, il PD italiano), erede ideologico dei “titini” a cui i suoi genitori ed egli stesso sfuggirono solo con la fuga in Italia.
Alcune osservazioni sulla sua attività accademica:

1) Un suo lavoro, scritto e pubblicato unicamente in lingua slovena, s'intitola "Trst je nas" ("Trst je naš!" Boj Slovencev za morje (1848-1954), riprendendo il motto dei titini che invasero l'Istria e Trieste, e presenta la storia della volontà annessionistica slovena verso Trieste, durata per oltre un secolo, dal 1848 al 1954.

2) Un altro suo libro (Vojna in mir na Primorskem), anch'esso scritto e pubblicato unicamente in sloveno, invece adopera la categoria di "Primorskem", ovvero di "Litorale sloveno", per indicare la Venezia Giulia. Il termine ed il concetto di "litorale sloveno" sono storicamente del tutto falsi, poiché gli Sloveni prima del 1945 non abitavano, e non avevano mai abitato, nelle aree costiere, tranne la piccola minoranza di Trieste. In particolare, l'Istria era a maggioranza italiana da sempre, e gli Sloveni risultavano circa il 10% della sua popolazione, e presenti unicamente nell'area più interna e settentrionale. La nozione di "Primorskem" è una creazione dell'ideologia nazionalista slovena per giustificare la propria occupazione di territori, come Capodistria in cui Pirjevec insegna, da sempre, letteralmente da sempre italiani.

3) La sua ultima opera accusa continuamente gli Italiani di “nazionalismo”, “razzismo” verso gli Slavi, e persino di una sorta di revanscismo d’ispirazione fascista, e sulle foibe e l’esodo appoggia le tesi storiografiche della vecchia sinistra comunista e filo-jugoslava.

4) Recentemente, Pirjevec ha commentato le parole del presidente croato Stjepan Mesić, Mesic nel gennaio del 2009 ha affermato che sloveni, oggi, guarderebbero il mare da venti chilometri di distanza se non ci fossero stati i partigiani croati, che negli ultimi giorni della seconda guerra mondiale avevano lanciato vittoriose offensive verso Trieste, "liberando" così l’Istria e il cosiddetto "Litorale". Questa affermazione è stata definita “scandalosa” e “vergognosa” da numerosi esponenti politici di Lubiana.
Pirjevec è intervenuto nella disputa, scrivendo che “La liberazione dell’Istria e del Litorale sloveno è una questione molto complessa che non può venire ridotta all’episodio conclusivo tra l’aprile e il giugno del 1945, anche se il presidente Mesić ha ragione quando mette in rilievo il grande ruolo dei combattenti croati”. Inoltre, ha aggiunto: "Mi rattristano le attuali dichiarazioni di Mesić, perché parlando di alcune tensioni con la Croazia ci spingono a far baruffa su temi marginali. Le baruffe non sono necessarie né alla Slovenia, né alla Croazia, ma rendono felici una terza parte, sapete a chi mi riferisco.”
Pirjevec ha comunque espresso il suo apprezzamento per la figura di Mesic, poiché ha saputo criticare il presidente italiano Napolitano quando ha parlato di "pulizia etnica" in riferimento all'operato degli Slavi in Venezia Giulia.
Insomma, Pirjevec parla di "liberazione" (?) dell'Istria, territorio a maggioranza italiana sino al 1945 e del "cosiddetto "Litorale sloveno" (anch'esso territorio a maggioranza italiana sino al 1945), rivendica il ruolo storico positivo dei combattenti titini del IX corpus (i massacratori delle foibe ed i responsabili dell'esodo) ed invita i politici croati e sloveni a non disputare sugli eventi del 1945, poiché l'Italia potrebbe trarne vantaggio.
E' lecito dire che un simile intervento e tali parole manifestano le preoccupazioni ideologiche e politiche di Pirjevec nel suo occuparsi di storia?

5) Ha avuto dall'associazione slovena "Tigr" un'onorificenza per i propri lavori storici. Il "Tigr" fu un'organizzazione di nazionalisti slavi operante in Venezia Giulia negli anni '20 del XX secolo e responsabile di diversi atti di terrorismo. Quella attuale esistente ne riprende il nome: alcuni suoi membri erano presenti a Corgnale quando torme di Sloveni armati ed inferociti impedirono una manifestazione italiana di commemorazione delle foibe.


Il sottoscritto ha reperito queste informazioni tramite varie interposte persone, e sarà lieto di correggerle od ampliarle qualora si renda opportuno o possibile.
Si lascia ogni commento sulla vicenda umana ed intellettuale di Pirjevec alias Pierazzi al lettore. Chi scrive ha solo una domanda da porre: uno storico può conservare la sua imparzialità ed obiettività, requisiti imprescindibili per la propria attività professionale, anche quando si è candidato in un partito, ed ha ammonito uomini pubblici d'evitare certe diatribe storiografiche per ragioni appunto d'opportunità politica?

domenica 29 novembre 2009

LETTERA AL'ON.DENIS VERDINI

Egr. On. Denis Verdini

e p.c. ai parlamentari del PDL.

Sono un simpatizzante del PDL, almeno per ora.

Vorrei farLe presente che ho sempre votato nell’area di cdx anche prima della costituzione del nuovo partito, oggi ho delle forti perplessità a continuare a votare il partito di cui Lei è il coordinatore, data la presenza dell’on. Fini ormai orientato verso una sinistra obsoleta e logora che lui chiama farefuturo.

Non passa giorno che lui ed i suoi seguaci, intralcino il lavoro, già di per sé difficile, di questo governo, con dichiarazioni degne di Di Pietro.

Inoltre quella presentazione al 22/23 dicembre della legge sulla cittadinanza breve, in combutta con il PD , è al di fuori di ogni logica e soprattutto contraria al mandato che noi elettori Vi abbiamo conferito.

Sarà mia cura controllare quali deputati del PDL abbiano votato per questa legge, al fine di non votarli mai più.

Oltre a questo ho riscontrato, la mancata difesa di SB, dalla magistratura rossa, da parte del presidente della camera ed anche una certa “tiepidezza” da parte del resto del partito.

La lettera che le sto scrivendo, pur essendo a titolo personale, è condivisa da moltissime mie conoscenze sia reali che di web.

Posso quindi dire, che alle prossime regionali, se troviamo in lista candidati finiani, non esiteremo a votare per altro partito che dia garanzie sull’immigrazione, sulla sicurezza e che contrasti lo strapotere di questa Europa che si sta profilando orwelliana. Un’ Europa che svilisce tutte le nostre tradizioni, che annienta la nostra cultura, che porterà alla fine della Civiltà occidentale. Cerchiamo almeno di salvare l’Italia, non tanto per noi quanto per i nostri figli.

Distinti saluti

P.S

Se avesse del tempo Le consiglio di leggere questi post, con i relativi commenti sono una minima parte di quello che gira sul web di questo tenore. Non sottovaluti la “base” del CDX, non è trinariciuta.

http://sauraplesio.blogspot.com/2009/11/per-fare-futuro-il-piu-grave-dei.html

http://orpheus.ilcannocchiale.it/2009/11/26/io_non_ci_sto.html

http://laltrasponda.blogspot.com/2009/11/nono-e-meglio-non-fare-futuro.html

http://mangoditreviso.blogspot.com/2009/11/fare-o-durare.html

http://blacknights1.blogspot.com/2009/11/orgogliosamente-stronzo.html

http://gio88-giova.blogspot.com/2009/11/nuova-perla-dei-finioti.html

http://sarcastycon.wordpress.com/2009/11/27/fareschifo/

giovedì 26 novembre 2009

Sulle foibe e l'esodo uno sconcertante libro negazionista e filo-titino

Giuseppe Parlato, rettore dell’università S. Pio V, ha commentato su “Libero” (http://www.iltricolore.org/modules.php?name=News&file=article&sid=1097) un libro scritto dallo “storico” sloveno Pirjevec e dedicato al tema delle foibe e dell’esodo degli Italiani dalle terre orientali perdute:
“Pensavamo che la questione delle foibe, dell’esodo e di tutto quello che era successo tra il 1943 e il 1947 nella Venezia Giulia, nell’Istria, a Fiume e in Dalmazia fosse avviata su una buona strada: la storia prevale sulla politica; il metodo degli studi, rigoroso e serio, prescinde dalle passioni e dalle ideologie; si riconosce la necessità di fare entrare quelle vicende nell’ambito di una memoria pubblica. Lo pensiamo ancora, anche se il volume scritto e curato per Einaudi dallo storico sloveno Joze Pirjevec fa davvero pensare il contrario, spostando indietro nel tempo il clima, l’approccio, le interpretazioni del fenomeno.
Foibe. Una storia d’Italia (pp. XVIII-376, euro 32) è un volume che si muove su un’unica tesi di fondo: le foibe sono un’operazione politica che ha consentito all’Italia, dopo la caduta del Muro di Berlino e dopo la crisi politica di Tangentopoli, di recuperare destra e sinistra in nome del vecchio nazionalismo che aveva gli stessi connotati di quello fascista.” Le critiche del rettore Parlato al lavoro di Pirjevec sono molte e ben argomentate, e di per sé sufficienti a respingerne la validità.
Avendo avuto modo di consultare lo scritto in questione, mi permetto da parte mia di aggiungere alcune considerazioni. Questo “storico” sloveno pretende di ricostruire il passato operando dei drastici tagli nella propria analisi, per cui egli omette tutti gli accadimenti storici che infrangerebbero la sua tesi. Tale sua arbitraria selezione del materiale, consistente nell’espungere i dati contrari alla sua ricostruzione, risulta sistematica nel corso della trattazione, che parte sin dall’Ottocento.

1) Egli così non parla dell’alleanza fra governo austriaco e nazionalisti slavi nella persecuzione anti-italiana del periodo 1868-1918, che condusse alla scomparsa dell’italianità della Dalmazia, regione che era stata italiana sin dai tempi dell’antica Roma e slavizzata a forza in circa mezzo secolo, e rischiò di fare lo stesso in Venezia Giulia. Il Pirjevec non parla delle violenze anti-italiane degli Slavi durante il dominio austriaco, della chiusura di scuole, giornali, centri culturali, delle espulsioni di massa di Italiani, dei cognomi italiani slavizzati, dell’immigrazione massiccia di Slavi dalle zone rurali del Balcani promossa dal regime asburgico per sommergere gli Italiani, dei favori concessi a Sloveni e Croati dall’amministrazione asburgica nelle attività lavorative e nelle assunzioni ecc. La verità è che il governo austriaco si prefisse, secondo il verbale del Consiglio della Corona asburgica riunitosi nel 1868, di “germanizzare e slavizzare il Tirolo, il Litorale [ovvero la Venezia Giulia] e la Dalmazia, con la massima energia e senza riguardo alcuno”: ciò avvenne in stretta alleanza con gli Slavi del sud, che da sempre odiavano ed invidiavano gli Italiani per il loro ben maggiore livello culturale, economico e sociale. Anziché ricordare tutto ciò, il Pirjevec si sofferma unicamente sul nazionalismo italiano dell’800, che però non perseguitò in alcun modo gli Slavi, né avrebbe potuto farlo, essendo questi ultimi sotto l’amministrazione dell’impero asburgico, nettamente filo-slavo ed anti-italiano.
In questo modo, questo “storico” sloveno giunge ad un vero capovolgimento della realtà storica, facendo dei perseguitati (gli Italiani) dei persecutori, e dei persecutori (gli Slavi) dei perseguitati. La slavizzazione forzata della Dalmazia, le cui città erano, da sempre, interamente italiane è completamente dimenticata.

2) Similmente, nel proseguimento della sua analisi il Pirjevec non parla del terrorismo slavo in Venezia Giulia posteriore al primo conflitto mondiale, che fu guidato, organizzato, finanziato dal governo di Belgrado. In termini contemporanei, la Jugoslavia nel 1918-1020 agì da vero e proprio “stato canaglia”, promuovendo il terrorismo nella vicina regione della Venezia Giulia, e muovendo una guerra non dichiarata all’Italia. Gli scontri che vi furono in questa regione fra Italiani e Slavi negli anni ’20 furono provocati dal terrorismo slavo, promosso da Belgrado. Anche qui il nostro “storico” tace sulle origini dei contrasti, e sulle attività terroristiche slave, limitandosi a parlare delle reazioni italiane.

3) Allo stesso modo, il Pirjevec ricorda l’occupazione italiana di parte della Jugoslavia nella seconda guerra mondiale, senza però dire che era stata la Jugoslavia stessa a dichiarare guerra all’Italia, sottoscrivendo un’alleanza politica e militare con il Regno Unito, in cambio della promessa di ottenere la Venezia Giulia, inclusa Trieste. Ancora, il Pirjevec non ricorda che l’occupazione italiana, lungi dall’essere oppressiva, all’inizio fu accolta positivamente dalle popolazioni slave, e che si giunse a violenti scontri armati in seguito all’inizio dell’azione di guerriglia dei comunisti locali, insorti dopo l’inizio della guerra fra Germania ed URSS. Le origini della guerra italo-jugoslava, e le crudeltà e violenze della guerriglia anti-italiana, sono quindi passate sotto silenzio da questo “storico”, in modo da poter presentare le foibe quale una “resa dei conti” con “fascisti”, una sorta di vendetta per l’operato italiano nei Balcani.

4) Infine, l’opera del Pirjevec giunge, dopo tale preparazione, all’argomento prefisso: le foibe e l’esodo di 350.000 Italiani dalla Venezia Giulia. Questo “storico” nega che tutto ciò abbia avuto connotazioni di pulizia etnica, e sostiene che le stragi colpirono quasi esclusivamente fascisti e furono vendette. In quanto ai 350.000 Italiani che fuggirono dalle terre avite e dai propri beni, egli dichiara che erano “indottrinati dal nazionalismo e dal fascismo a sentirsi razza eletta” e pertanto incapaci d’accettare di essere governati da slavi e comunisti. E’ facile osservare che soltanto una piccola parte delle vittime delle foibe erano fascisti, e che la grande maggioranza non aveva mai avuto a che fare con la politica, ed ancor meno si era resa responsabile di violenze. Similmente, non ha senso alcuno, ed uno storico dovrebbe capirlo, sostenere che l’intera popolazione italiana dell’Istria fosse compattamente fascista, e pretendere di spiegare in tal modo la loro rapidissima fuga di massa dalle terre in cui vivevano da sempre, dalle loro attività e dalle loro proprietà.

Il discorso di Pirjevec è reso ancora più insostenibile dal fatto che esistono incontestabili documentazioni e testimonianze sulla natura pianificata ed organizzata della pulizia etnica compiuta dagli Slavi, e che fu predisposta da Tito stesso sulla base di un piano preciso. Già negli anni ’30 un Serbo, Cubrilovic, redasse un manuale, detto appunto “manuale Cubrilovic”, in cui veniva spiegato nel dettaglio come condurre un’operazione di pulizia etnica. Cubrilovic divenne poi uno stretto collaboratore di Tito, ed ebbe modo di applicare le sue teorie nelle diverse stragi e cacciate di popolazione che il regime comunista compì: a danno di Italiani in Venezia Giulia, di Tedeschi in Carinzia, di Ungheresi nel “triangolo magiaro”, di Bulgari in Dobrugia. Inoltre, M. Gilas, che fu per molti anni il braccio destro di Tito, confessò anni più tardi di essere stato inviato in Venezia Giulia con l’incarico di cacciare gli Italiani. Soprattutto, le violenze, le persecuzioni, le angherie contro gli abitanti dell’Istria e della Dalmazia che avevano la sola colpa di essere Italiani sono ben attestate, e furono esse la causa dell’esodo di massa.
Oltre agli errori storici, numerosi e gravi, dell’opera di Pirjevic, e tali da togliere ogni valore alle ipotesi di fondo, si deve ancora aggiungere che il testo è stato scritto con intenti chiaramente politici, ed è accompagnato da commenti, osservazioni ed interpretazioni inequivocabilmente ideologici.
Commenta ancora il Parlato: “la lettura ci fa ripiombare in piena «guerra fredda»: da un lato ci sono «le simpatie del proletariato per la causa della Jugoslavia» e dall’altro «le forze borghesi triestine». Gli antifascisti del Cln che contestano Tito sono preda di «una barriera psicologica (che) impediva agli antifascisti “borghesi” di collaborare con gli “slavi” per costituire un fronte unico contro i nazisti». Anche l’esodo che vide la fuga disperata lasciando i propri beni ha per protagonisti, secondo l’autore, italiani «indottrinati dal nazionalismo e dal fascismo a sentirsi razza eletta». […] Un particolare rivelativo è costituito dalla ricostruzione dell’eccidio di Porzûs. Pirjevec ricorre al vecchio armamentario togliattiano per gettare discredito sulla brigata Osoppo: era filofascista, anzi, filonazista, era responsabile di «maneggi», doppi e tripli giochi. Alla fine, l’eliminazione dei partigiani anticomunisti (che avvenne, come l’autore ricorda con eleganza, «a rate») viene definita un episodio «marginale» avvenuto all’insaputa del IX corpus jugoslavo. L’autore evidentemente dimentica che dal novembre 1944 all’eccidio (febbraio 1945) si realizza da parte titina una vera e propria persecuzione e snazionalizzazione contro gli italiani, con la connivenza delle formazioni del Pci, come testimoniano molti documenti inglesi: per cui Porzûs non è affatto un episodio marginale, ma è la conclusione di un percorso mirato all’eliminazione dell’unica formazione che non voleva accettare l’annessione del Friuli alla Jugoslavia.”
Si ha quindi nell’opera di Pirjevic una visione manichea ed ideologica delle vicende storiche, con una contrapposizione fra gli Slavi, considerati quali comunisti ovvero "democratici" e proposti in maniera positiva, e gli Italiani, giudicati tutti come fascisti e valutati del tutto negativamente. E’ degno di nota che questo “storico” sloveno è stato candidato, in Slovenia, nelle liste del locale partito ex comunista. Non a caso egli nel suo scritto appare un estimatore dichiarato di Claudia Cernigoi, una dilettante in ricerca storica che è stata definita da Raoul Pupo, contemporaneista docente all'università di Trieste e fra i maggiori esperti della storia triestina, quale una vera e propria "negazionista" in materia di foibe ed esodo. Anche Claudia Cernigoi, come i membri del suo gruppo politico-culturale di cui è membra, è d'idee personali decisamente di sinistra, ed improntate alla mitologia resistenziale. La stessa casa editrice che pubblica il volume in questione, la Einaudi, è notoriamente schierata a sinistra.
In fondo, lo studio di Pirjevic non presenta alcuna originalità sostanziale nelle tesi presentate, che non fanno altro che riprendere e riformulare, in termini nuovi e con argomenti nuovi, quanto già sostenuto nei decenni passati dalla pubblicistica jugoslava e da quella marxista italiana: una negazione e giustificazione della pulizia etnica ai danni degli Italiani. Questo "storico" giunge ad ipotizzare la presenza di un quanto mai improbabile "nazionalismo" di marca fascista nell'Italia degli anni Novanta del '900, coinvolgente persino la sinistra (!), quale causa della maggiore attenzione verso le foibe e l'esodo rispetto al silenzio durato per cinquant'anni. Il frequente richiamo nel testo di Pirjevic ai concetti di "resistenza" e di "antifascismo", concepito quest'ultimo quale affine a "comunismo", i cui principi sarebbero minacciati dal "nazionalismo" fascista supposto pervadere la società italiana contemporanea e che aavrebbe trovato espressione nella "giornata della memoria" del 10 febbraio, fornisce una chiave di lettura all'opera di questo studioso sloveno: emblematica, fra le molte, la contestazione indirizzata a Giampaolo Pansa ed ai suoi libri sulle stragi partigiane. In questo modo, con le critiche e le polemiche rivolte alla politica italiana stessa, inclusi persino ex comunisti come il presidente Napolitano, egli dimostra inequivocabilmente il suo intento, di polemista e propagandista anziché di studioso.
Si può serenamente concludere affermando che lo studio di Joze Pirjevec sulle foibe e l'esodo sia più un'opera di polemica politica che di ricerca storica.

martedì 24 novembre 2009

MEMENTO

25 novembre 2009

Ci vuole la buona volontà. Come per ogni cosa, non bastano le parole. “La buona volontà – non si stancava di ripetere Immanuel Kant – non è tale per ciò che essa ottiene, e neppure per la sua capacità di raggiungere i fini che si propone, ma solo per il volere, cioè in se stessa”. Non avremmo saputo dire meglio. E nulla come la buona volontà può sorreggere il dialogo in un momento così difficile, dove la voglia di scontro sembra poter travolgere tutto e tutti. Altri ci insultino, se credono che ciò sia giusto, ci deridano e perseverino nella propaganda. Noi metteremo buona volontà nel prestare orecchio a Spatuzza, ci faremo in quattro per ascoltare le opinioni di Ingroia, cercheremo di dare fiducia perfino al signor Schulz, pur di venirci incontro. Anzi a proposito di Europa, tolgano pure i crocefissi, se vogliono, tanto noi vedremo quello spazio vuoto come il simbolo concreto che è risorto.

di Andrea Marcenaro

lunedì 16 novembre 2009

sabato 14 novembre 2009

Funerale di Venezia...

La Signora che difende la sua Città con tanto vigore è la zia del nostro Giuseppe Mirisciotti, GIUMI per noi.

Venice stages funeral to mourn population loss - 14 Nov 09

GUIDO BOTTERI per VENESSIA




(Entra un venessiano alto e robusto, un vero marcantonio, insomma e parla)

Amici, Venessiani, compatrioti, prestatemi orecchio; io vengo a seppellire Venessia, non a lodarla. Il mare che circonda gli uomini sopravvive loro; ma a volte c'è l'acqua alta; e così sia di Venessia. Il nobile Cacciari v'ha forse detto che Venessia era ambiziosa ?: se così era, fu un ben grave difetto: e gravemente Venessia ne ha pagato il fio. Qui, col permesso di Cacciari e degli altri - ché Cacciari è filosofo e uomo d'onore; così sono tutti, tutti filosofi e uomini d'onore quelli che hanno ucciso questa città - io vengo a parlare al funerale di Venessia. Ella fu città amica, allegra e aperta verso di me: ma Cacciari dice che fu ambiziosa; e Cacciari è filosofo e uomo d'onore. Molti turisti han visitato Venessia, il prezzo dei vaporetti e delle gondole ha riempito il pubblico tesoro: sembrò questo atto ambizioso, a Venessia ? Quando i poveri hanno pianto, per non aver visto piazza San Marco, Venessia ha lacrimato, perché pioveva, quel giorno: l'ambizione dovrebbe essere fatta di più rude stoffa; eppure Cacciari dice ch'ella fu ambiziosa; e Cacciari è filosofo e uomo d'onore. Tutti vedeste come al Carnevale la gente era allegra: fu questo atto di ambizione? Eppure Cacciari dice ch'ella fu ambiziosa; e, invero, Cacciari è filosofo e uomo d'onore. Non parlo, no, per smentire ciò che Cacciari disse, ma qui io sono per dire ciò che io so. Tutti la amaste una volta, né senza ragione: qual ragione vi trattiene dunque dal piangerla ? O senno, tu sei fuggito tra gli animali bruti e gli uomini hanno perduto la ragione. Scusatemi; il mio cuore giace là nella bara con Venessia e debbo tacere sinché non ritorni a me.
(pausa di dolore)
Pur ieri la laguna di Venessia avrebbe potuto accogliere il mondo intero: ora ella giace là, e non v'è alcuno, per quanto basso, che le renda onore. O signori, se io fossi disposto ad eccitarvi il cuore e la mente alla ribellione ed al furore, farei un torto a Cacciari e un torto a Mognato, i quali, lo sapete tutti, sono uomini d'onore: e non voglio far loro torto: preferisco piuttosto far torto alla defunta, far torto a me stesso e a voi, che far torto a sì onorata gente. Ma qui è una pergamena col sigillo di Venessia - l'ho trovata nelle sue calli...è il suo testamento: che i popolani odano soltanto questo testamento, che, perdonatemi, io non intendo di leggere, e andrebbero a baciar le ferite della morta Venessia, ed immergerebbero i loro lini nel sacro sangue di lei; anzi, chiederebbero un pezzetto di un campiello per ricordo e, morendo, ne farebbero menzione nel loro testamento, lasciandolo, ricco legato, alla prole.

Cittadini: Vogliamo udire il testamento: leggetelo, leggetelo.

Pazienza, gentili amici, non debbo leggerlo; non è bene che voi sappiate quanto Venessia vi amò. Non siete di legno, non siete di pietra, ma uomini, e essendo uomini, e udendo il testamento di Venessia, esso v'infiammerebbe, vi farebbe impazzire: è bene non sappiate che siete i suoi eredi; ché, se lo sapeste oh, che ne seguirebbe!

Cittadini: Il testamento! Il testamento!

Se avete lacrime, preparatevi a spargerle adesso.
Tutti conoscete questo palazzo: io ricordo l'ultima volta che uno di noi, un venessiano che amava Venessia, l'abitò: era una serata estiva, e quel giorno mi vennero i nervi: l'indifferenza della giunta per la sua sorte come un pugnale l'ha trapassato: ed egli se ne andato, via, lontano da ciò che amava, forse per sempre.
E in quest'altra casa, abitava una vera famigliola venessiana, che pagava l'affitto; e quando andò fuori per lasciar i luoghi amati della propria gioventù, guardate come il figlio di un vicino li seguì, quasi si precipitasse fuori di casa per assicurarsi se fosse o no quella persona che conosceva assai bene che così infelicemente se ne andava; per colpa di Cacciari che, come sapete, era ed è il sindaco di Venessia, e non difende i suoi cittadini: ed essi son andati via in tanti, e tanti, e tanti ancora, e colpita, ferita, tradita la città che fu grandissima e serenissima, è morta, perché le si spezzò il suo gran cuore. E come il sangue che esce da un corpo pugnalato, così i cittadini di Venessia, pugnalata dalla sua giunta, son sgorgati dal suo corpo, costretti ad andar via, loro che eran l'autentico sangue vitale di quella città. Così è caduta Venessia. Oh, qual caduta fu quella, miei compatrioti!

Allora io e voi e tutti noi cademmo, mentre il sanguinoso tradimento trionfava sopra di noi. Oh, ora voi piangete; e, m'accorgo, voi sentite il morso della pietà: queste son generose gocce. Anime gentili, come? piangete quando non vedete ferita che l'immagine di Venessia ? Guardate qui, eccola lei stessa, straziata come vedete, dai traditori. Percorrete le sue calli, i suoi canali, guardatevi intorno a piazza San Marco, in cerca di quelli che furono i suoi cittadini veri e prediletti, e che ora non ci sono più !

Ecco il testamento, e col sigillo di Venessia: ad ogni cittadino venessiano, veramente venessiano, ella dà, ad ognuno individualmente, una casa.
Inoltre, ella vi ha lasciato tutti i suoi paesaggi, le sue private calli e gli orti nuovamente piantati, al di qua di Canal Grande, e anche al di là; ella li ha lasciati a voi ed ai vostri eredi per sempre: pubblici luoghi di piacere, per passeggiare e per divertirvi. Questo era Venessia! Quando ne verrà un'altra simile, una più bella ?

giovedì 12 novembre 2009

NASSIRIYA E...


Una preghiera dal profondo del cuore.

mercoledì 4 novembre 2009

IERI OGGI DOMANI



SIATE BENEDETTI !

lunedì 2 novembre 2009

La “questione morale” in Italia

di Roberto de Mattei

Il “caso Marrazzo”, dopo il “caso Boffo” e le vicende legate al nome del presidente Berlusconi, ha riproposto con forza all’attenzione dell’opinione pubblica la gravità della “questione morale” in Italia.

Per i mass-media la rilevanza dello scandalo Marrazzo non deriva dal fatto che l’ex presidente della Regione Lazio fosse un frequentatore abituale di transessuali, ma dall’estorsione di cui egli è stato vittima, e forse complice. Nella vita privata infatti, secondo i mezzi di comunicazione, ognuno è libero di comportarsi a proprio piacere.

Con ciò l’Italia si avvia a celebrare degnamente i 150 anni della propria unificazione (marzo 2011). La classe politica risorgimentale predicò infatti il principio “libera Chiesa in libero Stato”, che sancisce la separazione della sfera religiosa da quella politica; negò, di conseguenza, l’esistenza della morale religiosa come fondamento del nuovo Stato unitario, anche se affermò la necessità di una morale “laica” a cui avrebbe dovuto ispirarsi la vita pubblica. Il romanzo Cuore di Edmondo de Amicis è lo specchio di questa concezione ottocentesca, che cercava di conservare il trinomio Dio, Patria e Famiglia, dissociandolo dalla Chiesa cattolica, che ne costituisce la fonte naturale.

I regimi politici cambiarono: all’Italia liberale succedette quella fascista e a questa l’Italia repubblicana e resistenziale; ma i regimi e le ideologie di volta in volta dominanti non riuscirono a sradicare i buoni sentimenti e principi degli italiani. Poi, a partire dagli anni Sessanta del Novecento, accaddero tante cose nella vita politica e religiosa del nostro Paese: l’apertura a sinistra, il Concilio Vaticano II, il Sessantotto. Da allora l’Italia ha vissuto una Rivoluzione nei costumi e nella mentalità più devastante di una guerra mondiale.

La guerra del 1915-1918 fece in Italia 600.000 morti; quella del 1940-1945 ne provocò 450.000. Quante sono le vittime dell’aborto, della droga, della Rivoluzione sessuale, della depressione conseguente alla crisi della famiglia e alla perdita dei valori tradizionali? Si contano a milioni e sono vittime non solo fisiche, ma morali. Ciò che esse hanno perduto non è solo il corpo, ma l’anima, la ragione, la speranza di vivere con dignità e la fiducia in una vita futura felice, oltre la morte. La crisi è spirituale e non è solo italiana, ma europea e mondiale. Non è in frantumi soltanto la morale della Chiesa, ma anche quella laica, fondata sul diritto naturale.

Il caso Marrazzo è esemplare. Nessun commentatore ha osato pronunciare un giudizio sul comportamento dell’ex presidente della Regione dal punto di vista della morale, religiosa o laica che sia. Si parte dal presupposto che la vita privata degli uomini politici sia una sfera intoccabile, del tutto scissa da quella pubblica. L’azione pubblica è certamente più importante di quella privata. Per questo, lo abbiamo scritto, è preferibile un uomo politico immorale, ma contrario alla legalizzazione dell’immoralità, ad un altro uomo politico virtuoso nella vita privata, ma favorevole ad istituzionalizzare l’immoralità nelle leggi e nel costume.

Tuttavia, i cittadini hanno il diritto ad essere rappresentati da uomini totalmente integri e a conoscere e valutare la vita privata dei loro rappresentanti, per potere fare comunque le proprie scelte, alla luce dei principi morali in cui credono. E anche la trasgressione morale conosce diversi livelli di gravità. Oggi però si è perso il metro di giudizio e, ancora prima, si è smarrita l’idea stessa del Bene e del Male, del vizio e della virtù, del lecito e dell’illecito. L’unica cosa importante è non infrangere la legge. Purché non vi sia reato tutto è permesso. E’ la legge positiva, frutto della volontà mutevole degli uomini, a stabilire le leggi della convivenza civile. Non esistono, e guai ad evocarle, regole immutabili, principi assoluti, valori non negoziabili. L’unico peccato, nella società permissiva, è il moralismo, ovvero l’atteggiamento di chi ritiene che la morale non cambia, perché stabile e permanente è la natura dell’uomo.

Oggi il continuo divenire e trasformarsi della morale è incarnato dalla figura del transessuale. Si tratta di una negazione dell’immutabilità della natura e delle sue leggi vissuta, ostentata, imposta, se è vero che il ministro delle Pari Opportunità Mara Carfagna vorrebbe includere esplicitamente nel reato di omofobia la categoria transessuale, criminalizzandone la critica.

Con transessuale, si badi, non si intende chi, con un intervento chirurgico ha voluto definire un’incerta identità sessuale e conduce poi una vita coerente e regolata, ma chi sceglie una condizione sessualmente ambivalente per mercificare il proprio corpo. Quale giustificazione può darsi per chi fruisce di questo mercato? E se questa giustificazione esiste, magari riconducendola alla libertà di autodeterminazione, come negare analoga giustificazione a chi volesse consumare un atto sessuale con un fratello o una sorella, con un animale o con un cadavere? Nella perversione umana non c’è fine ed il marchese de Sade ha già teorizzato tutte le possibilità.

I mezzi di comunicazione ignorano le leggi morali e spesso le combattono. I cattolici però, di fronte agli scandali, non possono restare in silenzio, come oggi sembra accadere. Non si tratta di accusare l’ex presidente Marrazzo, ma di stigmatizzare la natura del peccato che lo ha portato alla sua uscita di scena. Ci vorrebbe la voce di un profeta dell’Antico Testamento, di un san Francesco di Assisi o di una santa Caterina da Siena per gridare ai quattro venti che se il transessuale è un fratello per il quale, come per ogni altro uomo, Gesù Cristo ha versato il suo sangue, la filosofia e la pratica transessuale sono un abominio, frutto del coerente processo di degradazione della società contemporanea.

Una società che rinnega la natura umana e si abbandona alle tendenze sregolate è condannata ad essere spazzata dalla storia, come tante volte è accaduto. E’ per evitare l’annientamento delle nazioni europee, di cui parla il messaggio di Fatima, che occorre risvegliarsi, ricomponendo la frattura tra politica e morale che costituisce il peccato di origine dell’Italia risorgimentale.

Sono queste le parole che ci attendiamo dai nostri Pastori, ai quali ci rivolgiamo sperando contro ogni speranza. (Roberto de Mattei)

domenica 1 novembre 2009

CE LA FAREMO A LIBERARCI DELLA MAFIA (click)

Mafia, in arresto 8 boss al giorno

Lucia Esposito
Pubblicato il giorno: 01/11/09

Preso. Meno uno. Un altro nome e un’altra faccia (...)

(...) da depennare dalla lista dei trenta latitanti più pericolosi. L’ultimo irreperibile consegnato alla giustizia è Salvatore Russo, ricercato da quindici anni. L’hanno ammanettato gli uomini della squadra mobile di Napoli guidata da Vittorio Pisani (che ha osato criticare la scorta a Roberto Saviano scatenando ire funeste e sinistre) al ritorno da una battuta di caccia a Somma Vesuviana, poco lontano dalla sua abitazione in provincia di Napoli

Ma questi sono tempi durissimi per i criminali in fuga perché la controffensiva dello Stato alla malavita non è mai stata più agguerrita. E vincente. «Ogni giorno sono stati arrestati otto mafiosi dall’inizio del governo Berlusconi», il ministro dell’Interno Roberto Maroni il dieci ottobre scorso, al termine del consiglio dei ministri, ha quantificato il risultato di questa che è diventata una caccia senza tregua ai criminali che credevano di poter continuare a vivere come degli invisibili: 270 latitanti presi, di cui tredici erano nell’elenco dei “trenta più pericolosi” e trentacinque in quello dei “cento più pericolosi”.

E così, paradossalmente, il governo di Silvio Berlusconi, accusato di essere uno dei referenti politici della mafia dopo la stagione delle stragi, continua a strappare da latitanze, anche ventennali, malavitosi che credevano di averla ormai fatta franca. Proprio venerdì scorso i giudici d’appello del processo contro Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa hanno deciso di sospendere la requisitoria del procuratore generale Nino Gatto per acquisire la deposizione del pentito Giuseppe Spatuzza che, appunto, accusa Berlusconi di contatti con ambienti mafiosi. Ed ecco il controsenso: il Cavaliere sarebbe stato la sponda politica della malavita organizzata e tuttavia, da presidente del Consiglio, ha ingaggiato una guerra senza precedenti per smantellare quelle stesse organizzazioni criminali a cui avrebbe assicurato copertura istituzionale. Salvatore Russo è solo l’ultimo nome sparito dalla lista degli infami. Prima di lui c’era stato il rocambolesco arresto di Giuseppe Setola, il boss dei boss dei casalesi inizialmente sfuggito alla cattura come un topo attraverso le fogne e poi incastrato sui tetti di un casolare del casertano da dove cercava di scappare come un gatto. E prima ancora Giovanni Strangio e suo cognato Francesco Romeo, i presunti killer della strage di Ferragosto a Duisberg, si erano dovuti rassegnare a una vita dietro le sbarre. I due se ne stavano tranquilli nell’appartamento di un condominio di Amsterdam quando i poliziotti della squadra mobile di Reggio Calabria e gli agenti dello Sco interruppero il loro tran tran quotidiano di latitanti.

Il killer della ’ndrangheta Pietro Criaco che si lavava le mani con il sangue delle sue vittime, aveva festeggiato il Natale con moglie e figli in un caseggiato del suo paese, Africo Nuovo, in provincia di Reggio Calabria. Era ancora in pigiama e ha affidato la sua libertà a un ultimo disperato tentativo, la fuga sui tetti della mansarda rustica dov’era nascosto insieme alla moglie Nadia. È entrato in carcere il ventinove dicembre del 2008, era ricercato dal 1997. Giuseppe Bastone, elemento di spicco del clan camorristico degli scissionisti, è stato scovato dentro un tunnel sotto il condominio “Lotto G” di via Labriola a Scampia, alla periferia di Napoli. Il re del narcotraffico internazionale, il boss Salvatore Miceli, si era trasferito in Venezuela, a Caracas. Prima di lui, sono stati presi i camorristi Filippo Abate e Giosuè Fioretto e il superlatitante Patrizio Bosti. E poi Umberto Onda, Gianfranco Antonioli, Raffaele Bidognetti figlio del boss “Cicciott’ e mezzanotte”, Paolo Schiavone, cugino del boss Francesco «Sandokan», Enrichetta Avallone moglie del capoclan latitante Antonio Iovine. Nomi e facce depennate da quell’elenco lunghissimo, mentre la lista degli introvabili si fa sempre più corta perché in un anno e mezzo 270 ex primule rosse sono state portate ad appassire in carcere.

sabato 31 ottobre 2009

VI RICORDATE QUELLA TAL ROSANUNA...

Ecco le prove del pacco da cui è uscita...
:-)
Ciao
Guido

mercoledì 28 ottobre 2009

D E N U N C I A.

Non tutti potranno partecipare alla manifestazione di protesta ma tu puoi inviare questo video ai tuoi contatti e mostrare alla gente cosa sta accadendo.

L'unione fa la forza
Divisi cadiamo

EDL: London counter-protest October 31st promo

Non tutti potranno partecipare alla manifestazione di protesta ma tu puoi inviare questo video ai tuoi contatti e mostrare alla gente cosa sta accadendo.

L'unione fa la forza
Divisi cadiamo

domenica 25 ottobre 2009

Storia del Cristianesimo

Il mistero di Gesù è nell'interrogativo "Voi chi dite che io sia?"

di Roberto Paglialonga
25 ottobre 2009


Il pericolo è patente. Nel marasma mass-mediatico che ha coinvolto e coinvolge – la buriana si è solo acquietata, ma è pronta a riesplodere – alcune delle istituzioni della Chiesa cattolica, dal “caso Boffo”, ai presunti contrasti tra segreteria di Stato vaticana e Cei, alle beghe politico-religiose (più politiche, per la verità) su Ru486 e testamento biologico, solo per citare le più recenti, possono affogare tutti, cattolici e non credenti. I primi rischiano di smarrire il senso del proprio credo e del proprio io, travolti dall’insolito destino di chi, per fede e carità, è costretto invece a una incessante difesa della fortezza dell’anima contro i cannoneggiamenti di quanti vorrebbero imporre una vita “etsi Deus non daretur”. Gli altri, di precipitare nel burrone del conformismo, senza possibilità di discernimento tra menzogna e verità, attirati dalle sirene dell’ateismo in voga e della compulsione materialista e anti-religiosa.

Non mancherà occasione, e qualcuno passerà dalla critica verso le normali logiche di stato e di potere in cui anche la vita politica e istituzionale della grande famiglia della Chiesa si dipana, alla natura stessa del cristianesimo, magari per metterne alla berlina essenza e fedeli. Non capendo che l’istituzione vive nel credo, e il credo permane e fiorisce anche grazie all’istituzione. Il salvagente, dunque, è la consapevolezza della fede, e prima ancora la memoria. Non quella annacquata e bislacca, buona per tutte le stagioni, che va sotto il nome di “memoria collettiva”. Ma quella personale e devota, comunitaria e sacrale: la memoria del passaggio di Cristo, della testimonianza evangelica, della Parola di Dio.

Ecco perché aggrapparsi a Il protagonista della storia. Nascita e natura del cristianesimo, del teologo e biblista spagnolo José Miguel Garcìa, come a una boa in mezzo alla tempesta. E se per i credenti il libro (edito da Rizzoli nella collana dello spirito cristiano fondata da don Luigi Giussani) rappresenta un aiuto a ritrovare la natura delle proprie radici e a capire “perché siamo ancora nella Chiesa” – per citare Benedetto XVI – non di meno è un valido strumento per chi non crede. Perché sgombera il campo dagli equivoci in cui la confusione modernista, propugnata da profeti e ammaliatori che riempiono a tutt’oggi le librerie con saggi dalla dubbia scientificità, ha trascinato anche numerose verità storiche; perché fornisce utili risposte alle domande che da duemila anni riguardano la storia e il suo principale protagonista: chi è Gesù di Nazaret? Cos’è il cristianesimo? Ma soprattutto perché riscopre in ciascuno la piaga dell’interrogativo del Mistero incarnato, che con la sua presenza e la sua voce ha cambiato il volto e il destino dell’umanità. Quell’interrogativo primigenio e ultimativo, tanto fulminante nella sua semplicità quanto lacerante nelle sue conseguenze, perchè rivolto a tutti e ad ognuno: “Voi chi dite che io sia?”.

Con un linguaggio semplice e adatto anche ai neofiti, Garcìa ha costruito un saggio intenso e ponderoso, andando alla ricerca delle fonti storiche della religione cristiana e soffermandosi in particolare su quelle del I secolo dopo Cristo. Senza preconcetti né apriorismi, ha analizzato, smontandole con l’utilizzo della ragione e dei fatti, le posizioni di coloro che si limitano a considerare Gesù un semplice personaggio di belle speranze e il cristianesimo un elenco di propositi etico-morali da prendere à la carte, e riaffermato l’attendibilità dell’annuncio cristiano attraverso la sua pretesa storica, che non può essere invalidata dalle discrepanze presenti nei racconti evangelici, quanto piuttosto confermata dall’origine aramaica dei testi (che risolve, secondo il teologo, le incongruenze causate dagli errori nelle traduzioni greche), e soprattutto dall’autenticità di fonti e testimonianze. Da quelle pagane ed ebraiche, tra cui Tacito, Svetonio, Giuseppe Flavio, a quelle cristiane, Vangeli, Atti degli Apostoli, lettere paoline.

Un percorso affascinante di analisi e scoperta della diffusione del cristianesimo prima in Palestina, poi in Asia Minore, quindi a Roma. Un viaggio nella rivelazione divina, in quel Dio che si fa uomo e presenza sulla terra. Perché la religione cristiana non nasce dal sentimentalismo né dall’invasamento settario di un gruppo di adepti. Ma da Gesù di Nazaret: il fatto concreto e reale da cui sprigiona la fede, l’avvenimento che diventa credo, Carità e Logos che si fondono nell’indissolubile. Rovesciando la pretesa di quanti vorrebbero poter separare l’unità e scindere la storia del figlio di Maria e Giuseppe dalla fede nel Cristo, che si riverbera ogni giorno sulla terra in virtù della resurrezione. Basta riconoscerlo, ed essere capaci di rispondere alla chiamata: “Voi chi dite che io sia?”.

sabato 17 ottobre 2009

UNA PREGHIERA PER LUI.

Palermo, 17 ott. - (Adnkronos) - Arrivera'' questa mattina, alle 9.30, all'aeroporto palermitano 'Falcone-Borsellino', la salma del primo caporal maggiore Rosario Ponziano, 25 anni, paracadutista della Brigata Alpini, morto due giorni fa in Afghanistan in un incidente stradale. Ad accogliere la salma ci sara' il presidente del Senato Renato Schifani e altre autorita' locali. I funerali si svolgeranno lunedi' mattina in cattedrale a Palermo.

venerdì 16 ottobre 2009

E' GIUSTO SAPERE (click)

Nuove guerre
"Faccio il contractor per difendere la giustizia e la libertà"
intervista a Gianpiero Spinelli di
Roberto Santoro
16 Ottobre 2009

Gianpiero Spinelli viene da una famiglia di militari. Il nonno, il padre. Anche lui è stato soldato. Ora fa il contractor, quelli che negli anni Sessanta e Settanta chiamavano volgarmente "mercenari". Ma il mondo è cambiato e oggi servono professionisti della sicurezza da impegnare nelle aree di crisi. L'editore Mursia, che alle spalle ha una lunga tradizione di memorialistica, ha scelto Spinelli per raccontare le "nuove guerre". Abbiamo discusso con lui in una fredda mattina romana.

Spinelli, per quale agenzia lavora?

H3 Group. Sono specializzato nelle scorte e nei programmi di protezione e nell’addestramento.

Qual è la vita quotidiana di un Contractor?

Non esiste un giorno diviso da un altro. L’operazione finisce alle 18.00. Hai due ore di “relax” in cui devi fare la manutenzione del tuo equipaggiamento, visto che dietro non c'è una logistica. Se le armi e la radio non funzionano devi sbrigartela da solo.

E dopo la “pausa”?

Si fanno il Security Making Process e il Force Protection Making Process, la pianificazione delle operazioni del giorno dopo. Abbiamo informazioni sul nostro cliente ma ce le hanno anche i nostri nemici. Dobbiamo anticiparli.

All’interno delle agenzie avete delle unità di analisi, di studi dei rischi?

L’analisi geopolitica è alla base di tutte le nostre procedure.

Chi sono questi analisti?

Quello di Blackwater è Cofer Black, che è stato per lunghi anni responsabile dell’antiterrorismo alla Cia. E’ l’uomo che ha catturato Carlos.

Com’è andata in Iraq?

Sono morte centinaia di persone per l’incapacità di un solo uomo, Paul Bremer. In Iraq i generali di Saddam erano a conoscenza di un sistema di difesa interno di tipo “Stay-behind” – lavorare dietro le linee nemiche, usare depositi nascosti e pieni di esplosivo… e sono stati deposti in massa. Per fortuna è arrivato Negroponte e le cose sono cambiate. Da “bad guys” i sunniti sono diventati “good guys”.

E in Afghanistan?

C’è un progetto nella Valle dell’Helmand: 1.400 Marines insieme all’esercito afghano si occuperanno di stabilizzare la zona. I Contractors dovrebbero difendere le Ong impegnate nei processi di ricostruzione, cercando di trovare “occhi ed orecchie” nelle tribù afgane.

Anche le Ong sono protette dai Contractor?

Proteggiamo clienti, governi, corporations, ma tra i nostri clienti ci sono anche le Ong. E’ insensato usare decine di Marines per scortare un convoglio umanitario.

Vi definiscono "mercenari"

In Iraq ci sono stati migliaia di Contractor morti e feriti. E’ più facile fare la guerra che fare le scorte.

"Gente senza ideologia"

C’era un amico di mio padre, era un ufficiale dell’aereonautica brasiliana. Non sopportava che i cubani volessero prendersi l’Angola. Così mollò tutto e si arruolò come soldato semplice nella Legione Straniera per combattere il comunismo.

Quanto guadagna mediamente un Contractor?

L’amico di mio padre non ci guadagnò nulla. Ora fa il pilota di elicotteri per sopravvivere. Oggi però dei professionisti ben addestrati prendono tre o quattro volte quello che guadagna un militare.

Lei lo fa per soldi?

Ho sempre creduto nella giustizia e nella libertà. Quando sono andato in Iraq ho sentito ragazzi che avevano avuto le famiglie distrutte dal regime di Saddam. Storie di mogli e sorelle rapite da Hudai e che non avevano fatto più ritorno a casa. Se qualcuno porta via mia moglie gliela distruggo la casa. E non lo faccio certo per soldi.

Fabrizio Quattrocchi era un suo amico

L’11 Settembre, quando ho visto gli aerei che si conficcavano nelle Torri, mi sono detto “Non posso più stare a guardare. Ognuno deve fare la sua parte”. Sono del Sud, vengo dal Mezzogiorno. Se da noi ognuno avesse fatto la sua parte, avesse denunciato, ora non avremmo il problema delle mafie. L’11 Settembre mi sono sentito attaccato in casa mia. Me ne potevo fregare. In fondo vivo a Sammichele di Bari, mica a New York. Un paese agricolo dove a nessuno verrà mai in mente di far esplodere una bomba. Mi sono sentito attaccato moralmente, quel giorno. Poi è venuto tutto il resto.

giovedì 15 ottobre 2009

NON SONO ACCETTABILI LE ACCUSE DEL TIMES (click)


Presunte mazzette
Afghanistan, gli Italiani aiutano i civili e il Times li accusa di pagare i Taliban
di Carlotta Ricci

Afghanistan, 4 agosto 2008: i francesi assumono la responsabilità dell’area di Surobi, circa 50 chilometri a est di Kabul. Il 4° reggimento Alpini paracadutisti e i Paracadutisti del 185° RRAO (Reggimento Ricognizione Acquisizione Obiettivi), che compongono la cosiddetta Task Force Surobi, lasciano l’area. Passano giusto una decina di giorni e i militari francesi cadono vittime di un’imboscata nella valle di Uzbeen. Il bilancio è durissimo: 10 morti e 21 feriti. Un massacro particolarmente efferato: le cronache riportano di decapitazioni, addirittura quando i francesi sono ancora vivi, e scempi di cadaveri per mano degli stessi talebani che hanno sferrato il pesante attacco.

Passa ancora qualche giorno e i francesi incolpano gli italiani: gli alpini e i paracadutisti, che fino a poco tempo prima avevano presidiato la zona, si erano, secondo i vertici francesi, asserragliati dentro le Fob, le basi operative avanzate, dopo la morte del primo maresciallo Giovanni Pezzulo, avvenuta a febbraio 2008. Gli italiani avrebbero quindi abdicato alla missione di controllo della delicatissima area, “infestata” non solo da gruppi talebani, ma soprattutto dalle milizie dello spietato Gulbuddin Hekmatyar, signore della guerra locale, ex mujaheddin e storico alleato dei talebani.

Oggi, un’altra accusa agli italiani: secondo il quotidiano britannico Times, gli 007 italiani avrebbero pagato mazzette ai talebani in cambio di sicurezza e tranquillità. Non avvertiti del meccanismo in atto da mesi, i francesi, una volta spezzato il “circolo vizioso”, sarebbero stati “puniti” dai talebani della zona. Palazzo Chigi risponde con un comunicato ufficiale, smentendo i pagamenti e ricordando anzi che gli italiani, nel periodo di permanenza nel distretto di Surobi, hanno subito numerosi attacchi. E rilancia promettendo querela. Ora, sarà pure umanamente comprensibile che si vada alla ricerca di un capro espiatorio per una strage così efferata. Tutto ha un limite, però. Tante, infatti, le cose che non sono state dette. E tante quelle travisate.

Il cosiddetto “distretto di Surobi” comprende quattro valli: Maypar, Tezeen, Jegdalek e Uzbeen. Quest’ultima è sempre stata la più “delicata”. A dicembre 2007 i militari turchi lasciano l’area e gli italiani assumono la responsabilità della zona e delle Fob presenti lì. E subito iniziano ad applicare quella che è, ed è sempre stata, la loro strategia: cercare l’appoggio della popolazione. Cominciano con l’individuazione dei malek, i capivillaggio, gli unici, per questioni rigidamente gerarchiche, titolati a trattare con lo “straniero”.

I rapporti più saldi si stabiliscono con il malek della valle di Jegdalek. È un vecchio mujaheddin: i turchi gli hanno promesso che i militari italiani, pieni di soldi, avrebbero esaudito ogni suo desiderio. Il malek, quindi, si presenta con un sorta di “lista della spesa”: chiede scuole, ponti, strade, pozzi, infrastrutture. Gli italiani, che come modus operandi non prendono mai un impegno nei confronti della popolazione se non sono sicuri di poterlo mantenere, decidono di dire la verità: non hanno tutti quei soldi a disposizione, ma faranno il possibile. Il malek, vecchio mujaheddin, resta impressionato dalla sincerità degli italiani e da lì inizia un proficuo rapporto di stima e fiducia reciproca. Che, pare, duri ancora oggi, anche a distanza di un anno dalla partenza degli italiani.

Anche nella valli di Maypar e Tezeen i militari riescono, dopo un lungo e certosino lavoro di graduale “avvicinamento” a stabilire rapporti di salda collaborazione. Solo la valle di Uzbeen resta un po’ più “ostica”. Ma non inaccessibile. Gli italiani, quindi, iniziano a spingersi fin nei villaggi più remoti dell’area. In alcuni di questi gli abitanti non hanno mai visto un militare della coalizione Isaf e capita che li scambino per russi. Il territorio è aspro e inospitale e, quando la neve rende impossibile il passaggio dei mezzi, si percorrono chilometri per portare, a dorso di mulo, aiuti umanitari alle famiglie più povere, assistenza sanitaria e veterinaria.

A volte sono gli stessi malek che si fanno portavoce delle esigenze più urgenti: casi di malattia o di famiglie particolarmente povere a cui dare la precedenza assoluta nella distribuzione degli aiuti.
E comunque, la cellula Cimic (la Cooperazione civile e militare, quella che si occupa della ricostruzione e sviluppo) lavora. Bilancio: nei mesi di permanenza gli italiani costruiscono una biblioteca, una clinica, il locale distretto di polizia, un ponte pedonale sospeso di 70 metri , tre ponti pedonali e trenta pozzi d’acqua potabile, tre scuole, due cliniche veterinarie, una stazione di polizia, un ponte pedonale e ventisei pozzi d’acqua potabile.

In cambio la popolazione segnala, sempre più spesso, depositi illegali di armi (ne vengono smantellati più di cento in quei mesi) e fornisce indicazioni preziose sulla preparazione di imboscate e attacchi Ied, gli ordigni artigianali improvvisati posti al bordo delle strade. Mesi che, tuttavia, non sono proprio “tranquilli” per i militari italiani. Numerosi, infatti, gli scontri a fuoco in cui sono coinvolti. E in uno di questi, il 13 febbraio 2008, viene ucciso il primo maresciallo Giovanni Pezzulo, della cellula Cimic.

A inizio agosto, dunque, gli italiani lasciano il distretto di Surobi ai francesi, che vengono accuratamente avvertiti dei “warning”, le indicazioni di rischio, durante il normale periodo di affiancamento che il comandante che sta per assumere la responsabilità fa con quello che la sta per lasciare. Vengono anche avvertiti del fatto la valle di Uzbeen è delicata e che, all’interno della valle, non c’è copertura radio. Almeno con gli apparati usati comunemente.

I francesi si insediano e la situazione cambia. Gli afghani del posto, che finora hanno avuto un ottimo rapporto di collaborazione con i militari Isaf, sperano di mantenerlo. Ma quando si presentano alla base per chiedere che vengano mantenute le abitudini prese con gli italiani (assistenza sanitaria e veterinaria, donazioni di aiuti) si vedono sbattere le porte in faccia. I francesi, che si sono presentati con assetti pesanti e iniziano a fare rastrellamenti, non hanno intenzione, evidentemente, di mantenere i rapporti “di buon vicinato” con gli abitanti del posto.

Infine, prendono un po’ sottogamba le indicazioni che gli sono state date dagli italiani: si avventurano con le loro radio, senza copertura aerea e con poche munizioni, nella valle di Uzbeen. Entrano attraverso l’unica via d’accesso alla valle, stretta e circondata di montagne, quindi particolarmente adatta alle imboscate, e lì la tragedia. Non riescono a comunicare via radio e chiedere rinforzi, non possono richiedere la copertura aerea e terminano le munizioni. I talebani che li hanno attaccati sono liberissimi di farne scempio.

Insomma, i soldi che gli italiani hanno speso nell’area sono stati sicuramente quelli investiti dal Cimic per la ricostruzione di infrastrutture. Se fossero bastate delle mazzette ai capi talebani per garantire la pacificazione, perché spingersi fin laggiù subendo attacchi e perdite di vite umane? E comunque, ogni volta (ed è capitato molto spesso soprattutto negli ultimi tempi) che gli italiani intervengono per tirare fuori dalle grane militari di altri contingenti, evitano di fare troppa pubblicità per non “sminuire” i “colleghi”. Pare che il politically correct sia rimasto appannaggio di pochi ultimamente.