venerdì 31 luglio 2009

ANNI DI PIOMBO, INQUIETANTE DOCUMENTAZIONE (click)

Dal blog CIELI LIMPIDI di Gabriele Paradisi (raggiungibile cliccando sul titolo) si apprendono cose davvero inquietanti su Moro, la sua morte, la strage di Bologna e il lodo Moro...
Episodi terribili di quelli che vengono definiti Anni di piombo e su cui ancora non si è fatta sufficiente chiarezza.
Fin quando questa non sarà fatta, ci porteremo sulle spalle un peso che non farà di questa Italia un Paese libero.

Succede oggi a Rubaix, in Francia. Quando in Italia?

28.07.2009

Riportiamo le dichiarazioni di Mohamed Sabaoui, giovane sociologo dell'università cattolica di Lille, d'origine algerina, naturalizzato francese, indicative di Eurabia in arrivo :

La nostra invasione pacifica a livello europeo non è ancora giunta a termine .. Noi intendiamo agire in tutti i paesi simultaneamente. Siccome ci date sempre più spazio , sarebbe stupido da parte nostra non approfittarne. Noi saremo il vostro Cavallo di Troia. I Diritti dell'uomo di cui vi proclamate autori , ora vi tengono in ostaggio. Così, per esempio , se voi doveste parlarmi in questo modo in Algeria , o in Arabia Saudita , come stò facendo ora io con voi , sareste immediatamente arrestati . Voi Francesi non siete capaci di imporre rispetto ai nostri giovani. Perché dovrebbero rispettare un paese che capitola davanti a loro ? Si rispetta solo chi si teme . Quando avremo il potere noi , non vedrete più un solo immigrato dar fuoco a una macchina o svaligiare un negozio........ Gli Arabi sanno che la punizione inesorabile per un ladro è, da noi , il taglio della mano .
E sempre lo stesso Mohamed Sabaoui in un'intervista recente : “”Le leggi della vostra repubblica non sono conformi a quelle del Corano e non devono essere imposte ai musulmani che possono essere governati solo dalla Sharia . Noi quindi dovremo agire per prendere il potere che ci è dovuto. Cominceremo da Roubaix che è attualmente musulmana al 60%. Alle prossime elezioni municipali , mobilizzeremo i nostri effettivi e il prossimo sindaco sarà musulmano. Dopo aver negoziato con lo Stato e la Regione, dichiareremo Roubaix enclave musulmana indipendente e imporremo la Sharia(la legge di Dio) a tutti gli abitanti . La minoranza cristiana avrà lo statuto di Dhimmi . Sarà una categoria a parte che potrà riscattare libertà e diritti col pagamento di una tassa speciale. Inoltre faremo ciò che serve per portarli alla nostra religione . Decine di migliaia di francesi hanno già abbracciato l'Islam di loro volontà , perché mai i cristiani di Roubaix non dovrebbero farlo ? Attualmente all'Università di Lille organizziamo le brigate della fede, incaricate di convertire gli abitanti di Roubaix riluttanti , cristiani o ebrei che siano , per farli entrare nella nostra religione, perché Dio lo vuole ! Noi siamo i più forti perché Dio l'ha voluto . Noi non abbiamo l'obbligo cristiano di portare aiuto all'orfano, al debole , all'handicappato . Noi possiamo e dobbiamo invece schiacciarli se costituiscono un ostacolo , soprattutto se sono infedeli.
Mohamed Sabaoui ripete questi concetti fin dal 1996 quando aveva 25 anni ed era studente .Ora è sociologo ma anche cofondatore del “Comitato per la Difesa dei musulmani di Francia “ quindi rappresenta il famoso Islam delle moschee.
Questi concetti sono stati più volte ripetuti in interviste ,articoli e libri . E non crediate siano il frutto di un pensiero isolato , se l'islam diventasse maggioritario in Europa , di questo passo è previsto nel 2050 se non reagiamo , è l'insieme dei musulmani che adotterà questi concetti e questo pensiero e siate sicuri che il loro modo di agire sarà pari all'odio che gli ispiriamo .
http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=115&sez=120&id=30387

mercoledì 29 luglio 2009

L'Unità d'Italia è una cosa seria. (click)

Celebrazioni per i 150 anni

Serve un'iniziativa all'altezza dell'evento

intervista a Luigi Compagna di

Fabrizia B. Maggi

28 Luglio 2009

Ancora troppi progetti, poche buone intenzioni e niente di concreto per i festeggiamenti del 150° anniversario della nascita del Regno. Da più parti sono emerse critiche all’organizzazione, al sistema dei finanziamenti ma anche alla sostanza della stessa celebrazione. Lo stesso Carlo Azeglio Ciampi, presidente dell’organo istituito per organizzare l’evento, non ha escluso di dimettersi. Abbiamo chiesto allo storico e senatore del Pdl, Luigi Compagna cosa ne pensa della vicenda.

Professor Compagna, venerdì scorso ha presentato un’interrogazione parlamentare al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e al ministro dei Beni culturali Sandro Bondi. Perché lo ha fatto?

Ritengo che le iniziative celebrative del 150° anniversario dell’Unità d’Italia non siano adeguate. Sia in termini storici che in termini simbolici. Non esiste neppure un progetto all’altezza dell’evento. Da più parti ci sono state numerose critiche per l’organizzazione e la sostanza stessa della festa: basti pensare che non si capisce quali risorse verranno utilizzate e da chi saranno finanziate le spese.

Nella sua interrogazione ha proposto di istituire un nuovo organo che sovraintenda la celebrazione.

Molti dei componenti hanno annunciato le loro dimissioni dal “Comitato dei Garanti” e lo stesso presidente Carlo Azeglio Ciampi, in una intervista giornalistica, non ha escluso di dimettersi. Ho chiesto di sciogliere il cosiddetto comitato e di creare al suo posto un comitato nazionale di storici. Un’altra grave mancanza è mancato coinvolgimento dell’Archivio Centrale dello Stato, che è il custode della memoria storica nazionale e che, in seno al Comitato Nazionale presieduto allora dal senatore a vita Leo Valiani, nel 1986 fece un gran lavoro per i festeggiamenti del quarantesimo anniversario della Repubblica, anche grazie al suo futuro direttore professor Aldo Ricci.

E che differenza c’è tra il “Comitato dei Garanti” e quello che lei ha proposto?

In primo luogo, sarebbe formato da storici e specialisti nella materia col compito di sovrintendere alle iniziative per le celebrazioni dell'Unità d'Italia, che operando poi in seno all’Archivio Centrale dello Stato, potrebbe elaborare con la collaborazione di altri istituti dei beni culturali, università ed altri centri di ricerca un programma di manifestazioni culturali tutte di carattere nazionale. Ad esempio, solo se includiamo l’Archivio si potrebbe contare con l’importantissimo apporto degli Uffici Storici dello Stato Maggiore della Difesa, essenziali per la ricostruzione storiografica e di grande valore scientifico.

Lei ha anche criticato che sia stata lasciata alle Regioni troppa autonomia.

Sì, perché non si comprende per quale ragione tali iniziative debbano consistere in “un intervento infrastrutturale per ciascuna regione”, quasi a voler per forza identificare nelle istituzioni regionali il filo conduttore della vicenda dello Stato nazionale. Nessuno critica le iniziative a base regionale ma, come ha fatto bene a sottolineare Ernesto Galli della Loggia, il co-finanziamento va bene solo se c’è chiarezza. La collaborazione con Regioni ed Enti locali deve essere finalizzata al tema dell'identità nazionale nella storia d'Italia, e non viceversa. Nel 2011 insomma si deve festeggiare l’identità della Nazione italiana, e non la sua articolazione regionale.

Visto che una caratteristica del nostro Paese è proprio la diversità culturale e storica, qual è il problema di svolgere le celebrazioni con un'impronta più locale?

Il rischio è, innanzitutto, di finire nel caos istituzionale. Non critico i progetti regionali. Ritengo solo che le iniziative di carattere locale devono avere un’ispirazione nazionale che può essere garantita solo da un coordinamento unico. Poi c’è il problema della mala gestione che esiste nel Mezzogiorno. Affidare alle regioni la memoria storica porterebbe a una lotta tra Nord e Sud che rischia di banalizzare questa celebrazione. Lasciare la gestione dell’evento agli istituti scientifici come l’Archivio Centrale dello Stato, l’Istituto Nazionale del Risorgimento o quello di Storia Moderna e Contemporanea, è una garanzia contro una visione puramente propagandistica e limitata della storia d’Italia.

Che cosa si aspetta quindi che esca dal Consiglio dei Ministri che esaminerà la questione della celebrazione dell’anniversario dell’Unità d’Italia?

C’è bisogno di una ridiscussione critica, senza che diventi un’orgia di retorica, di tutti i motivi all’unità nazionale, anche quelli di contrasto. Spero che si corregga l’impostazione di lasciare tutta l’organizzazione in mano alle istituzioni regionali e di servirsi di queste occasioni celebrative solo per far arrivare più soldi al ministero dei Beni culturali. Da sempre, l’Archivio dello Stato è il custode della memoria storica dell’Italia. Mi auguro che grazie al buon senso del ministro Bondi si possa dare l’impostazione originale dello stesso presidente Ciampi quando era capo dello Stato, quello di mettere al centro il tema delle radici della Nazione Italia.

Ernesto Galli della Loggia ha accusato la classe politica di aver perso il senso dell’identità dell’Italia. E Vittorio Feltri ha scritto che la maggioranza degli italiani considera i 150 anni dell’Unità d’Italia “una iattura da non festeggiare”. Ma le cose stanno davvero così?

Nell’articolo di Galli della Loggia ci sono allusioni più maliziose di quelle che, secondo me, ci siano nella realtà. E’ vero che la politica dei Bassolino, dei Loiero e dei Vendola non fanno che svendere il sentimento unitario della nazione, come è altrettanto vero che Calderoli non è il mio ideale di politico. Ma ho la sensazione che gli italiani si sentano più vicini allo Stato e a queste celebrazioni quando viene amministrato bene il territorio. Quando il premier Berlusconi decise di portare il Consiglio dei Ministri a Napoli per combattere il problema della spazzatura, gli italiani si sono entusiasmati perché hanno avuto la sensazione che Napoli fosse stata restituita allo Stato. Il leghismo nasce da un’insoddisfazione dello Stato. Se rispondiamo al problema regionale dando spazio sempre di più al regionalismo e al federalismo ignorando lo Stato, finiremo col dover dare ragione al barone Metternich quando, più di 150 anni fa, disse che l’Italia non è altro che un’espressione geografica.

Ma il Paese dimentica questo SCIENZIATO (click)

L'intervento Inglesi, vi stanno disinformando.

di Antonino Zichichi

È fuori discussione che l'Inghilterra sia stata la culla della democrazia moderna e chi scrive ha avuto il privilegio di conoscerla agli inizi dei lontani anni cinquanta del secolo scorso, quando a Londra era quasi impossibile trovare un ristorante in cui si potessero mangiare gli spaghetti, per non parlare del «caffè ristretto». Arrivato in Inghilterra venni accolto con una tale carica di simpatia da dimenticare le difficoltà di una lingua che conoscevo da autodidatta. Il capo del gruppo di ricerca nel quale ebbi il privilegio di entrare era una figura mitica della Fisica: il Professore Patrick M.S. Blackett, Grande Ammiraglio della Marina Britannica, Premio Nobel e Lord. Aveva scoperto negli anni trenta, con il nostro Beppo Occhialini (uno dei padri fondatori della fisica italiana del dopoguerra), la produzione nei raggi cosmici di antielettroni ed elettroni prevista dall'equazione di Dirac. Scoperta destinata ad aprire le frontiere della realtà detta virtuale in quanto nessuno strumento riuscirà mai a osservarla, ma che produce effetti misurabili con rigore galileiano. Blackett era amico di Bertrand Russell al quale volle presentarmi per discutere di Galileo Galilei. Nelle sue parole di presentazione c'era tutta la simpatia e la stima per l'Italia. Grazie a Blackett entrai nel cuore della Fisica moderna. La scoperta dell'antimateria nucleare, mi portò a conoscere un altra figura mitica, l'autore della famosa equazione prima citata, Paul Dirac, che ci aprì gli occhi sulla esistenza di antiparticelle, antimateria, antistelle e antigalassie. Insomma oltre al mondo deve esistere un antimondo. Quando Dirac mi invitò a casa sua per festeggiare la scoperta dell'antimateria nucleare, la Signora Dirac (ungherese), sapendo che ero siciliano, preparò come dolce l'equivalente ungherese della «cassata siciliana».
Può una Nazione che vanta un altissimo numero di scienziati, tutti amanti dell'Italia, avere della nostra Patria un'idea tanto negativa come sembra emergere da una parte della stampa inglese? Si potrebbe pensare a un affettuoso interesse per evitare che in Italia si instauri una dittatura. Il governo è però retto da una persona democraticamente eletta. La popolarità di Silvio Berlusconi è sotto gli occhi di tutti. Il motivo è nei risultati che il governo da lui guidato riesce ad ottenere, nonostante le enormi difficoltà in cui è costretto a operare. Difficoltà legate al fatto che i cinquant'anni di guerra fredda - con la celata alleanza tra governo (Dc e alleati) e opposizione (Pci) - hanno prodotto in Italia un sistema in cui chi vince le elezioni ha enormi difficoltà a governare.
Quando si scriverà la Storia di questo angolo d'Europa verrà fuori che senza l'ingresso in politica di Berlusconi ben cinque anni dopo il crollo del Muro di Berlino si sarebbe realizzato un fatto senza precedenti. A reggere le sorti del nostro Paese sarebbero state chiamate quelle stesse forze condannate e perdenti nella storia del mondo i cui ideali hanno portato al Muro di Berlino, che ha due componenti, una politica e una culturale. Quella politica ha dovuto scontrarsi con Berlusconi, quella culturale con nessuno in quanto durante il mezzo secolo di Guerra Fredda il potere culturale in Italia è stato totalmente dominato dalla sinistra. Ecco come mai se sei di sinistra non hai bisogno né di invenzioni né di scoperte per essere classificato tra gli scienziati: la componente culturale del Muro di Berlino è rimasta intatta. Gli attacchi a Berlusconi trovano infatti ancora oggi subito appoggio e condivisione in quella cultura dominante aggrappata al Muro di Berlino.
Non è necessario essere politologi per capire che in Italia non c'è alcuna dittatura. Le elezioni sono libere. Non ci sono persone che vengono picchiate, manganellate, incarcerate per le loro idee. Eppure c'è qualcosa di grave nelle informazioni che vanno dall'Italia all'estero. La saggezza popolare, che nel corso della lunga Guerra Fredda non ha mai dato il potere al Pci esiste ancora e lo dimostrano i risultati elettorali che nel 1994 hanno dato la vittoria a Berlusconi; poi c'è stato il ribaltone e il potere è andato alla sinistra. Nel 2001 ha vinto le elezioni Berlusconi che è rimasto fino al 2006, anno in cui le elezioni le ha vinte Prodi che, per liti interne alla sinistra, fu costretto a lasciare nel 2008; le elezioni hanno riportato Berlusconi al governo.
Non avrei mai pensato che nella culla della democrazia potessero essere diffuse notizie che non hanno alcun legame con la verità. Questa disinformazione reca gravissimi danni all'immagine dell'Italia nel mondo. Quando Berlusconi è stato sconfitto, si è seduto sui banchi dell'opposizione e ha fatto politica. Non ha demonizzato i suoi avversari. È rimasto nel gioco della democrazia: chi vince governa, chi perde torna a casa. E sarà così anche alle prossime elezioni. Chi non accetta la scelta della maggioranza degli italiani, sono quelli rimasti aggrappati al Muro di Berlino. È lì che percepisco un sentimento anti-democratico. È la logica di chi dice: Berlusconi non può governare perché indegno, quasi fosse il simbolo di un male metafisico. Berlusconi il nemico, Berlusconi da odiare, Berlusconi da delegittimare e abbattere con ogni mezzo. Berlusconi, il tiranno.
Chi evoca la dittatura in tempi di democrazia offende i martiri di tutti i totalitarismi: quelli di Hitler e di Pol Pot, di Stalin e della Spagna di Franco, di Tito, del fascismo, del Portogallo di Salazar, i desaparecidos argentini, gli studenti cinesi, i vietnamiti e i coreani del nord, le vittime cilene e di tutte le teocrazie islamiche o non islamiche, i martiri di Cuba e di quei Paesi del Sudamerica, dell'Asia e dell'Africa dove la libertà è morta. Alcuni fra questi erano poeti, commediografi, romanzieri. E hanno narrato e raccontato, con l'ombra della morte alle spalle, la tragica realtà delle dittature. Non avevano giornalisti ad ascoltarli, ma giustizieri. È troppo facile, e terribilmente vile, fare gli antifascisti senza fascismo.
Cari amici invitate i vostri lettori a venire in Italia per constatare se c'è democrazia o dittatura. Negli ultimi quindici anni sono venuti in Italia decine di migliaia di scienziati da tutto il mondo per partecipare alle attività del Centro di Cultura scientifica Ettore Majorana a Erice, che appartiene anche a voi inglesi essendo nato grazie a Blackett e a un grande amico e collega inglese, John S. Bell, autore del famoso Teorema della Disuguaglianza, che porta il suo nome. Invitate i vostri lettori a verificare queste verità; invitateli a visitare in Abruzzo un gioiello della scienza di frontiera: il più grande e potente laboratorio sotterraneo del mondo, dove il sole non sorge né tramonta. Brilla sempre, giorno e notte, di neutrini. Berlusconi è accusato di infischiarsene di scienza e cultura. I fatti dicono che non è così. Berlusconi ha scelto, come suo braccio destro, una persona da tempo impegnata nella cultura moderna, Gianni Letta, che ha al suo attivo il coraggio di avere creato in Italia una pagina scientifica su un quotidiano di cui era il direttore; il successo dell'iniziativa ha portato i giornali di massima diffusione ad aprire le loro porte alla cultura scientifica. Per i Beni Culturali Berlusconi ha scelto Sandro Bondi che ha dato priorità alla grande alleanza tra cultura scientifica e cultura umanistica. Il suo compito è di straordinaria difficoltà dovendo incominciare ad abbattere l'ancora quasi intoccabile Muro di Berlino «culturale». Per l'Università e la Scienza, Berlusconi ha scelto una giovane ragazza che ha avuto il coraggio di partire con una Riforma contro la quale si sono scatenati gli attacchi della cultura aggrappata al Muro di Berlino. Pochi mesi fa un gioiello della fisica mondiale, il Cern di Ginevra, ha corso il rischio di perdere il sostegno di qualche Nazione. Il governo italiano - grazie a Berlusconi e a Frattini - si è subito mosso per evitare l'inizio di una fase negativa nel più grande laboratorio di fisica subnucleare delle alte energie esistente al mondo. Una delle nostre bandiere è la Scienza senza segreti e senza frontiere. Berlusconi ha proposto Erice per gli incontri di pace tra Palestinesi e Israeliani. Dateci una mano anche voi portando ai vostri lettori le nostre notizie.

*Emeritus Professor of Advanced Physics, University of Bologna, Italy

martedì 28 luglio 2009

La "cultura islamica" : utilizzo di oggi.

martedì 28 luglio 2009, 07:00

«Noi, baby-kamikaze contro i soldati italiani»

di Gaia Cesare su Il Giornale

Hanno imparato che anche uccidere i genitori - «se sono dalla parte sbagliata» - può essere un atto di fede ad Allah. Gli hanno insegnato che combattere i nemici dell’islam è un dovere e che il martirio è la ricompensa migliore per un musulmano. Per sedici ore ogni giorno li hanno allenati fisicamente e indottrinati psicologicamente, in modo che potessero affrontare la morte propria e quella del nemico con il fanatismo che si richiede a un vero eroe dell’islam. Ora le truppe pachistane li hanno catturati. Ma di fronte non si sono trovati kamikaze qualunque. In quel campo di addestramento smantellato dalle forze di Islamabad nella valle dello Swat sono stati «allevati» al martirio fra i 1.200 e i 1.500 bambini. Tutti di età compresa fra gli undici e i quindici anni. Rapiti dai talebani e da loro addestrati per andare a morire in Afghanistan.

Niente scuola, addio agli amici e alla famiglia. I guerriglieri islamici li hanno sequestrati e portati a Mingora, la città nella valle dello Swat, al confine con l’Afghanistan, che in base a un accordo col governo pachistano è rimasta in mano agli integralisti, salvo poi subire l’offensiva militare delle forze di Islamabad quando i talebani hanno disatteso i patti. I piccoli protagonisti di una guerra più grande della loro stessa volontà - una volta catturati dai soldati di Islamabad - hanno raccontato a un giornalista del Times i loro giorni da incubo. Abdul Wahab è stato portato via dalla madrassa, la scuola islamica in cui studiava, e trasferito nel campo con la forza. Ha solo 15 anni: «Mi hanno detto che allenarmi per combattere i nemici dell’islam era dovere di ogni buon musulmano». Poi l’ammissione: «Ero terrorizzato quando mi hanno avvertito che sarei stato addestrato per gli attacchi suicidi». A Murad, 13 anni, hanno messo subito in mano una pistola: «Il mio istruttore mi ha detto che il martirio è la ricompensa migliore di Allah». A Kurshid Khan, 14 anni, hanno insegnato «a non esitare anche ad uccidere i genitori se stanno dalla parte sbagliata». Poi hanno istigato l’odio anche contro le forze pachistane, «diventate amiche dei cristiani e degli ebrei».

Il giorno dell’attacco, il baby-kamikaze viene portato in moschea e elogiato per essere stato prescelto da Dio. E le forze pachistane non hanno dubbi: i bimbi di circa dodici anni allenati alla morte per l’islam sono almeno 1.200. Un numero e una circostanza che si sommano alle notizie svelate da un rapporto delle Nazioni Unite, che ricorda come l’80 per cento degli attentati contro le forze americane e occidentali impegnate in Afghanistan coinvolga persone addestrate in campi militari allestiti in Pakistan.

Per alcuni di questi bambini però c’è una speranza. Dopo il blitz dei soldati pachistani, qualcuno è stato restituito alle proprie famiglie. Murad è tornato a Mingora. «Non avevamo idea di dove fosse finito - ha raccontato il padre. Mi ha fatto orrore sapere che mio figlio potesse diventare un kamikaze».

Qualcun altro però non ha trovato la via di ritorno a casa. Molti sono stati venduti ad altri militanti. Impossibile sapere quanti di loro siano ancora vivi.

L'inno nazionale: una libera traduzione del testo

Italiani, fratelli in una stessa Patria!
È giunta la nostra ora, finalmente. L’Italia si è risvegliata da un sonno troppo lungo e ha indossato nuovamente l’elmo che fu di Scipione l’Africano, l’eroe di Zama.
Se riusciremo a vincere?
Ma non vedete che la dea Vittoria ha scelto di offrirsi alla nuova Italia, affinché rinnovi la gloria di quella Roma antica di cui essa stessa fu schiava, per volere divino?
Considerate la nostra condizione: da secoli siamo schiacciati sotto il tallone straniero, da secoli abbiamo perduto dignità e onore. Questo perché non siamo un vero popolo, perché la nostra Patria è smembrata in sette stati, sette confini, sette insegne. Ma se ci raccogliamo attorno a un unico vessillo di libertà, se ci affidiamo tutti alla medesima speranza di libertà, allora capiremo che è scoccata l’ora di divenire una cosa sola, un’anima sola.
Uniamoci nella concordia, amiamoci nella fratellanza: soltanto attraverso l’unione, soltanto grazie all’amore riusciremo a scorgere e a intraprendere il cammino che il Signore ha voluto destinarci.
Giuriamo, allora, di far libera la nostra Patria: se lo faremo, e se Dio ci renderà uniti, nessuno sarà in grado di sconfiggerci!
Guardatevi attorno. Non vedete che ovunque, dalle Alpi alla Sicilia, si rinnova l’antico giuramento di libertà della Lega Lombarda contro il Barbarossa, che rese sacra la giornata di Legnano?
Non vi accorgete che ognuno di noi è degno di figurare, per generosità e coraggio, accanto a Francesco Ferrucci, colui che difese, nel 1530, la libertà di Firenze contro l’esercito imperiale di Carlo V?
Su di lui, ferito e prigioniero, si scagliò la furia omicida di Maramaldo, italiano al soldo straniero.
Ma fece in tempo, Francesco, a scagliargli l’anatema del disprezzo – Tu uccidi un uomo morto – che avrebbe segnato per sempre, col marchio dell’infamia, il nome del suo uccisore.
Non capite che anche nei più giovani figli d’Italia cova l’animo e l’ardimento del figlio del popolo genovese, il Balilla? Quel sasso scagliato dalla mano di fanciullo divenne un macigno e accese la rivolta che travolse gli Austriaci e li scacciò dalla Superba, giusto cento anni fa.
E non sentite che, oggi, ogni campana d’Italia sta battendo gli stessi rintocchi che, sei secoli fa, chiamarono i siciliani ai loro Vespri?
Gli eserciti mercenari d’Austria sono deboli come giunchi piegati dal vento, e la nera aquila bicipite d’Asburgo, una volta fiera e tracotante, è ormai una spennacchiata parodia di se stessa. È riuscita ancora, è vero, insieme con l’alleato russo, a straziare l’Italia e la fiera Polonia, bevendo il sangue che sgorgava dalle crudeli ferite. Ma quel sangue si è tramutato in veleno, dilaniandole il cuore.
È tempo di agire: ovunque ci si serri in armi, ogni cittadino si faccia soldato. E ciascuno sia pronto a morire, perché a chiamarci è stata la nostra Madre Italia!
GOFFREDO MAMELI
Genova, 1847

lunedì 27 luglio 2009





lunedì 27 luglio 2009, 08:31


Aghanistan, Bossi agita il governo Ma La Russa frena: "No al ritiro"

Roma - "La presenza dei nostri militari in Afghanistan è imprescindibile. Lasceremo il Paese solo quando saranno garantite le condizioni di sicurezza". Il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, stronca sul nascere ogni speculazione. Il governo non pensa, né può pensare al ritiro della missione. E le parole di un ministro di peso come Umberto Bossi ("Io li porterei a casa tutti") sono state dettate da uno slancio affettivo, "un sentimento paterno".


La presenza militare in Afghanistan Si affretta a chiudere la vicenda, il ministro della Difesa. Ma le affermazioni del leader della Lega, consegnate ai giornalisti nella notte di sabato, mettono in difficoltà il governo. Sia perché per la prima volta mostrano possibilità di spaccature sulle missioni militari all’estero. Sia perché scoprono il fianco all’opposizione. Con il Partito democratico che invoca sicurezza per i militari e l’Italia dei valori che chiede di "ridiscutere in Parlamento il senso della missione". "Torneremo indietro - assicura La Russa - quando avremo concluso l’obiettivo della missione, che è dare all’Afghanistan la possibilità di gestire autonomamente il territorio".


L'invito di Bossi al rientro Commentando il ferimento, ieri, di alcuni militari, Bossi sosteneva: "La missione costa un sacco di soldi e visti i risultati e i costi bisognerebbe pensarci su". Una questione di rapporto benefici-costi, quella che ha posto il ministro delle Riforme, dunque. Ma dal governo il ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta si affretta a bocciarla e il titolare della Difesa la derubrica a reazione sentimentale: "pensieri da papà". "Le opinioni di Bossi sono rispettabilissime - taglia corto anche il presidente della commissione Esteri del Senato, Lamberto Dini - ma non sono quelle dei partiti di maggioranza e opposizione".


L'impegno italiano Del resto niente sul fronte governativo lascia intravedere una riduzione dell’impegno in Afghanistan. Anzi, di fronte a quella che "è visibilmente un’escalation", il ministro degli Esteri Franco Frattini in un’intervista al Corriere della Sera assicura che i militari italiani saranno messi in condizione di fronteggiare i pericoli: "aumenteremo i Predator e la copertura dei Tornado". Mentre La Russa annuncia un vertice della Difesa tra martedì e mercoledì prossimi a L’Aquila, per fare il punto della situazione. E il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, chiarisce che "nelle prossime ore" otterrà il via libera definitivo a Palazzo Madama la legge che proroga la partecipazione italiana alle missioni. Ma intanto l’opposizione mette in evidenza le divisioni nel governo. Il segretario dell’Udc, Lorenzo Cesa, sottolinea che sulla vita degli italiani "non si può giocare" e non si può avere "la lingua biforcuta". Mentre l’Italia dei valori chiede di "ridiscutere il senso della missione" (missione di pace o partecipazione a una guerra?), dopo il 20 agosto, data delle elezioni afghane.


Quanto al Pd, mentre gli ex alleati della sinistra estrema tornano a invocare il ritiro, i democratici rispondono compatti che non è in discussione la presenza in Afghanistan. "Il primo nostro dovere è proteggere i nostri soldati", sottolinea il segretario Dario Franceschini, il quale chiede al governo di "ridefinire i termini della missione" a livello internazionale, dopo l’escalation. Ma "non si può tornare indietro", dice il presidente del Copasir Francesco Rutelli, che, alludendo a Bossi, invoca il "pieno supporto delle istituzioni" per i militari. Mentre l’ex ministro della Difesa Arturo Parisi intima al governo di attenersi ai termini delle missioni così come approvati dal Parlamento, senza prendere altre decisioni.
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sabato 25 luglio 2009

QUALUNO INTERVENGA (click)

Cattiva Difesa?

Di Lisio: le responsabilità della sua morte non ricadono solo sui talebani

25 Luglio 2009

Il 14 luglio 2009, in Afghanistan un ordigno esplode al lato della strada 517 e il caporalmaggiore Alessandro Di Lisio perde la vita. Ma se il mezzo investito dall’onda d’urto dell’esplosione fosse stato costruito a prova di IED (Improvised Explosive Device), il nostro militare oggi sarebbe ancora vivo.

Il caporalmaggiore, Alessandro Di Lisio.

E’ il 12 ottobre 1492. Le tre caravelle di Cristoforo Colombo, la “Nina”, la “Pinta” e la “Santa Maria”, veleggiano verso le Indie, o presunte tali. Alle due di notte un grido sveglia i marinai della “Pinta”: “Terra, terra!”. Chi grida è il marinaio andaluso Juan Rodriguez Bermejo, detto dagli amici Rodrigo De Triana, abbarbicato sulla coffa della nave. Oggi, in linguaggio militarese, lo chiameremmo il “coffista”. Rodrigo ha intravisto la terra illuminata dalla luna ed ha annunciato agli altri marinai della spedizione che la missione era compiuta. Le Indie erano a portata di mano. Anzi no, si trattava dell’America, ma poco importava.

Oggi a Siviglia, nel quartiere Triana che diede i natali a Rodrigo, un monumento lo raffigura in piedi sulla coffa, la mano destra aggrappata all’albero, la sinistra rivolta verso il nuovo continente, la bocca aperta nel grido rimasto famoso. Sul basamento, una scritta semplice ed eloquente in lingua spagnola: “Tierra, tierra!”

Pochi sanno che il Bermejo, di religione islamica, dovette convertirsi al cristianesimo per potersi imbarcare sulle caravelle del cristianissimo Re di Spagna, altrimenti nessuno lo avrebbero accettato. Un forte incentivo fu rappresentato dall’ingente premio in denaro che Cristoforo Colombo promise a colui che per primo avrebbe avvistato la terra agognata. Ma Rodrigo non ricevette alcun premio. I maligni spiegano il fatto sottolineando che Colombo, in fin dei conti, era genovese. E così, al ritorno dal suo lungo viaggio, a causa della delusione per il mancato pagamento della ricompensa promessa da Colombo, Rodrigo si riconvertì alla religione cui apparteneva suo padre. E la spedizione ritornò in Europa con un cristiano in meno e un musulmano in più.

Nel mezzo millennio successivo, la figura del “coffista” passò gradatamente di moda, fino a scomparire del tutto. L’invenzione della bussola, del sestante, del cannocchiale, la migliorata precisione delle carte nautiche, la radio, il radar, i satelliti, il GPS e tutte le più moderne diavolerie consentirono alla marineria di archiviare la benemerita figura del “coffista”, che oggi sarebbe assurda su qualsiasi nave da guerra o mercantile.

E’ il 14 luglio 2009. In Afghanistan, sulla strada 517, quella che collega Farah, una provincia nell’estremo ovest del Paese, con la Ring Road, il “grandissimo raccordo anulare” di asfalto che circonda tutto l’Afghanistan, un IED (Improvised Explosive Device) posto al lato della strada esplode al passaggio di un convoglio italiano. Il mezzo investito dall’onda d’urto dell’esplosione si ribalta. Per il militare che sporgeva dal mezzo, come Rodrigo sulla “Pinta” ben 517 anni fa, non c’è niente da fare. In quelle condizioni, se non è fatale l’onda d’urto dell’esplosione, lo sono gli effetti del ribaltamento del mezzo.

Il mezzo in questione viene spesso magnificato in quanto portatore di una innovazione avveniristica: un alloggiamento interno dotato di una piastra corazzata a forma di “V” che devia verso i lati gli effetti delle esplosioni. Ebbene, l’innovazione è talmente “avveniristica” che nel 1992, quando siamo andati in Mozambico a sostituire l’esercito zimbabwano che presidiava il corridoio di Beira, ci siamo accorti che gli Zimbabwani (e non, si badi bene, gli Israeliani, gli Americani o i Marziani, bensì gli Zimbabwani dello Zimbabwe) già possedevano da vari anni la stessa tecnologia. Lo strategico corridoio di Beira, a quel tempo, era percorso da pattuglie dell’ex Rhodesia del Sud a bordo di veicoli trasporto truppa dalla forma sagomata a V. Brutti a vedersi e somiglianti a strani animali preistorici (noi peacekeepers del contingente italiano dell’ONU li chiamavamo scherzosamente “blindosauri”), questi blindati erano particolarmente efficaci quando si trattava di attraversare tratti di terreno minato: se la mina scoppiava, l’onda d’urto che partiva da terra veniva deviata verso i lati delle fiancate ma non riusciva a bucare il fondo. E la squadra fucilieri che stava all’interno era salva.

Ma il Mozambico del 1992 (secolo scorso, millennio scorso) è diverso dall’Afghanistan del 2009. Oggi le mine non sono più a basso potenziale e non scoppiano più sotto la pancia dei mezzi quando ci si va a sbattere sopra, oggi gli IED sono ad elevato potenziale, magari a carica cava, e vengono posti ai lati delle strade, vengono perfettamente mimetizzati tanto da assomigliare a rocce qualunque e vengono azionati da lontano, elettricamente o via radio.

Se la tecnologia della corazza a “V” è in ritardo di un ventennio su un decoroso ma modesto esercito dell’Africa Australe, la ralla lo è di mezzo millennio rispetto alla coffa della “Pinta”. La ralla è quell’arnese circolare su cui ruota la mitragliatrice in torretta, azionata dal malcapitato rallista che per manovrarla si deve sporgere dal mezzo.

Questa procedura può essere utile per missioni di ordine pubblico in ambienti urbani e di bassa intensità, ma nulla può contro gli IED afgani provenienti dall’Iraq, dove sono stati testati, sviluppati, resi sempre più micidiali e poi esportati.

Inizialmente in Iraq i mezzi americani che pattugliavano il territorio erano anch’essi armati con una mitragliatrice in torretta protetta da uno scudo corazzato, manovrata da un mitragliere che stava seduto a cavalcioni su una cinghia basculante (come le strisce di plastica incrociate dei salvagente per bambini, su cui si accucciano i neonati alle loro prime esperienze balneari) che gli permetteva di sporgere dal veicolo soltanto dal torace in su. Man mano che la minaccia degli IED aumentava, quella cinghia basculante è stata battezzata “il sedile dell’uomo morto”.

Il passo successivo è stato quello - ovvio ma non per tutti - di adottare un sistema di comando dell’arma dall’interno del mezzo, oggi in vigore su quasi tutti i mezzi militari e non solo. Anche i veicoli in dotazione alle compagnie private di sicurezza come la “Blackwater”, infatti, hanno le mitragliatrici che vengono azionate da un operatore che sta all’interno del mezzo. Che i mitraglieri della Blackwater sparino lungo il percorso contro tutto ciò che si muove, è un’altra storia ma intanto, protetti all’interno del veicolo, potranno morire d’infarto o di vecchiaia, ma non certo per gli effetti di un’esplosione. E nemmeno per il ribaltamento del mezzo.

I rallisti italiani, invece, continuano a sporgere all’esterno del veicolo, novelli Rodrigo De Triana, e sembrano condannati fin dal momento della partenza del convoglio: più bersagli che Bersaglieri.

Riusciremo un bel giorno a superare il 1492? Riusciremo mai a non giocare a calcio come se fossimo in guerra e a non andare in guerra come se fosse una partita di calcio? Riusciremo mai a far sì che la Difesa pretenda e ottenga dall’Industria ciò che serve anziché farsi imporre dall’Industria ciò che quest’ultima preferisce? I soldati che impieghiamo in missioni all’estero hanno diritto al “meglio”, al non plus ultra degli armamenti, degli equipaggiamenti e della sicurezza. Per salvaguardare le loro vite non dobbiamo badare a spese.

E se siamo così miserabili da non poterci permettere le spese, teniamoli a casa. Un Paese che non dà il meglio ad Alessandro Di Lisio, non è degno di Lui.

venerdì 24 luglio 2009

BRUNO CONTRADA è ancora vivo (click originale)

(coipia)
PALERMO, 8 LUGLIO 2009


Caro Avvocato,
tra poco sarà un anno dal giorno (24-7-2008) in cui, aperti l’uno dopo l’altro i sette cancelli frapposti fra la mia cella nel carcere militare e la strada, sono tornato alla mia famiglia, nella mia casa, in detenzione domiciliare.
La ricorrenza mi suscita emozioni, sentimenti e pensieri; tra questi ultimi, ma primo più sentito, quello rivolto alla Sua persona.
Un pensiero che non voglio tenere chiuso in me, per me soltanto, come è per tanti altri, ma a Lei trasmettere in semplici e spontanee parole. Prendo, quindi, un foglio e una penna e Le scrivo una lettera che – La prego - non consideri una formale e doverosa forma di ringraziamento e gratitudine.
Se ciò fosse, incorrerei nel banale, nell’ovvio, nel vieto.
Pertanto, in questa circostanza, metto da parte, anche se in me radicati e vivi i sensi della mia riconoscenza per il perseverante, tenace, infaticabile, ineguagliabile e ammirevole operato professionale da Lei svolto per la mia difesa in varie sedi giudiziarie, sin dal nostro primo incontro in carcere, il 15 dicembre 2008.
Ora mi rivolgo e parlo con l’uomo Giuseppe Lipera e non con l’avvocato Giuseppe Lipera. Perciò mi permetto indirizzare lo scritto al “caro avvocato” e non “all’illustre avvocato”.
Lei, da uomo, ha creduto in un altro uomo, Lei ha avuto fiducia in me ed ha abbracciato e sostenuto con vigore, volontà inflessibile, nobiltà d’animo, la mia “causa” umana, anteponendola e privilegiandola a quella giudiziaria.
Lei si è ripromesso e mi ha promesso di non lasciare nulla di intentato acchè la pietra sepolcrale della cosiddetta giustizia definitiva e inderogabile seppellisse nell’oblio, nel silenzio, nell’oscurità, e nel freddo dell’indifferenza, ogni mia residua, labile ed evanescente speranza.
Lei ha creduto nella mia innocenza prima da uomo e poi da giurista e ciò le ha dato la forza incrollabile, - anche a me trasmessa, nonché ai miei addolorati familiari,- di lottare, di opporsi, di non deflettere, di mai arrendersi per allievare intanto la mia sofferenza fisica e morale. La sofferenza morale (innanzi tutto) e fisica di un vecchio uomo dello Stato, per età e per servizio, rinchiuso ingiustamente e inumanamente tra sbarre e cancelli, in attesa della fine della pena, non soltanto di quella giudiziaria ma anche di quella terrena.
Lei stato il vento che ha gonfiato le vele afflosciate e rimesso in movimento la barca della mia esistenza destinata alla deriva per la quiete dell’indifferenza e della non curanza di uomini ingiusti e ingrati.
Il primo porto è stato la mia casa,nel calore degli affetti familiari, tra le mie cose, con i miei libri, tra i ricordi della mia vita passata e di quelli che mi hanno preceduto.
Sono ormai un uomo vecchio e, per legge di natura, l’ultimo porto cui approdare non è molto lontano… Ma l’ultimo tratto del viaggio è più sereno perché sono nella mia casa, nel mio rifugio e non più ai ceppi, che danno immensa sofferenza ai colpevoli ma sofferenza insopportabile e distruttiva a chi di nessuna colpa si è macchiato.
Il mio attuale stato lo devo a Lei e spero che lei vorrà continuare ad essere ancora il vento che dia slancio alla barca della mia residua esistenza.
Un abbraccio forte, suo
Bruno Contrada.
p.s.
“Res iudicata facit de albo nigrum, originem creat, aequat quadrata rotundis, naturalia sanguinis vincula et falsum in verum mutat”
Lei, illustre avvocato Lipera, ha operato e lottato e ancora lo sta facendo affinchè, siffatto brocardo, non si applichi anche a me...

mercoledì 22 luglio 2009

Afghanistan - Così il destino delle donne (click)

22/07/2009 - 12.15

AFGHANISTAN: PIU' DONNE SCELGONO IL PERCORSO A OSTACOLI DEL DIVORZIO, DIMINUITI I SUICIDI


(IRIS) - ROMA, 22 LUG - Accade grazie alle associazioni di donne. E accade per la loro autodeterminazione. Meno donne Afghane scelgono il suicidio in favore del divorzio, nonostante un percorso legale difficile e complesso per la legge impari in materia. ''Nel 2006 abbiamo avuto 98 casi di donne che si sono auto-immolate, mentre nel 2008 sono scesi a 73'', spiega Suraya Pakzad, a capo di una casa di accoglienza per donne ad Herat. La sua organizzazione aiuta le mogli afgane a liberarsi da da matrimoni difficili dove la violenza fiisica e psichica ad opera dei mariti tende a scoraggiare le donne ad intraprendere il percorso del divorzio.. La legge afghana sul divorzio consente agli uomini di mettere fine al matrimonio senza chiedere il consenso della moglie, mentre le donne devono avere l'ok dei mariti e portare in aula testimoni che sostengano le ragioni della separazione. Spesso, per ottenere il consenso dei mariti, le donne sono costrette a rinunciare all'affidamento dei figli. ''Ma in questo caso molte preferiscono togliersi la vita piuttosto che vedersi togliere i figli'', spiega Pakzad

T.San

Più PREDATOR per i nostri Parà.

mercoledì 22 luglio 2009, 07:00

«Manderemo più Predator Sulla sicurezza non si transige»

di Gian Micalessin su Il Giornale

Farah (Afghanistan). Un anno dopo si ricomincia da Farah. Nell'inferno di sole e polvere il ministro Ignazio La Russa in mimetica e sciarpa tattica è di nuovo davanti ai suoi soldati. Un anno fa fu per sdoganare la missione, per svelare la verità - fino ad allora mai interamente raccontata - di un Afghanistan dove garantire la sicurezza significa anche combattere. Ora quell'anno è un secolo. Ora il ministro fa i conti con il fantasma di Alessandro Di Lisio , il ragazzo della Folgore saltato su una trappola esplosiva sulla ring road, l'anello d'asfalto che collega questa base al resto dell'Afghanistan. I suoi compagni del reggimento guastatori e quelli del 187° Folgore sono tutti qui, una macchia di mimetiche e baschi amaranto in una fornace di sabbia cucinata da un sole a 50 gradi.

Non hanno bisogno d'incoraggiamento. «Hanno ripreso a lavorare quel giorno stesso con la dedizione di sempre, con un impegno che solo chi sta qui può apprezzare», ricorda orgoglioso il generale Rosario Castellano, comandante del settore ovest. Ma il ministro lo ripete da quando è salito sull'aereo: «Sulla sicurezza non si transige». È il leitmotiv del viaggio, l'impegno con la I maiuscola annunciato qui a Farah e - tre ore prima - nella piazza d'armi del comando di Herat. «È un impegno solenne, lo prendo davanti a tutti voi, ci potranno essere ristrettezze di bilancio per qualsiasi settore, ma Parlamento, ministro e governo non defletteranno mai, vi garantiremo il massimo di sicurezza, di mezzi, misure e addestramento». Quella promessa non è solo rispetto per il caporalmaggiore morto. Quel lutto è la punta dell'iceberg, la tragedia arrivata a ricordare che l'Afghanistan è a una svolta cruciale e che da qui alle presidenziali del 20 agosto la situazione potrà soltanto peggiorare.

Le statistiche illustrate al ministro dal generale Castellano nella sala briefing di Herat sono pericolosamente eloquenti. Se nei primi sette mesi del 2008 le trappole esplosive rinvenute dai nostri soldati erano 27, quest'anno sono già 56, se quelle esplose nel 2008 erano 38, nel 2009 sono diventate 54. Per attacchi convenzionali e suicidi l'impennata è la stessa. Come rispondere? Il ministro l'ha spiegato a Herat: «Per innalzare il livello di sicurezza manderemo più Predator, più elicotteri, e se sarà opportuno più copertura aerea pur senza bombardare». In quei tre ingredienti si sintetizza la nuova cura. I Predator, l'aereo telecomandato, il grande fratello capace di vigilare giorno e notte su strade e percorsi si è già rivelato prezioso per individuare le cellule specializzate nell'interramento di trappole esplosive. Gli elicotteri d'assalto Mangusta sono fondamentali grazie all'impiego chirurgico di missili e cannone di bordo per portare soccorso immediato alle unità sotto attacco. Più complessa e tutta da verificare, precisa il ministro, la possibilità di utilizzare i due Tornado non soltanto per semplici ricognizioni, ma anche per il sostegno alle truppe sul terreno. «Si potrebbe non dotarli di bombe utilizzarne solo il resto dell'armamento per evitare il rischio di perdite collaterali e sfruttarne la precisione quasi pari a quella degli elicotteri unita a velocità d'intervento molto elevata».

Le riflessioni sulla sicurezza vanno di pari passo con un impegno che tra qualche mese si concentrerà esclusivamente nelle quattro province occidentali e diventerà probabilmente sempre più intenso e caldo qui a Farah e nella ridotta di Bala Mourghab all'apice nord occidentale del nostro settore. «Il progetto - spiega il ministro - è mettere fine al nostro impegno nella zona di Kabul e trasferire tutte qui le nostre truppe». Il trasloco dalla capitale e dalla valle di Musay garantirà al fronte occidentale un totale di circa 2.700 uomini e un'unità d'intervento e azione fondamentale per utilizzare al meglio il potenziale militare.

lunedì 20 luglio 2009

I muscoli di Hezbollah fanno paura (click)

di Fiamma Nirenstei

L’attacco subito nel sud del Libano dalle truppe dell’Unifil mentre tentavano di verificare in che cosa consistesse il deposito d’armi degli hezbollah saltato per aria qualche giorno prima con morti e feriti, è un pessimo segnale per la pace in Medio Oriente. Quel centinaio di abitanti di Kirbat a Silm che alla fine si sono persino messi a sparare contro le forze internazionali sono il segno della solida presenza degli hezbollah al sud del fiume Litani, dove hanno comprato, costruito, arruolato; è un segnale della determinazione della milizia sciita a proteggere le armi e le loro infrastrutture nonostante la risoluzione dell’Onu che ne stabilisce lo smantellamento.

La chiave dell’aggressività delle ultime azioni degli hezbollah, che hanno taciuto per lungo tempo e che sembravano determinati a conquistare il potere in Libano tramite un percorso di legittimazione democratica, deve essere letta alla luce dei risultati delle ultime elezioni, anche se è lo scontro con Israele la stella polare intorno a cui costruiscono l’azione e il consenso.

Venerdì all’improvviso un gruppo di 15 libanesi, evidentemente espressione degli hezbollah dato che ne portavano le bandiere in corteo, si era introdotto dal Libano dentro il confine israeliano, rompendo ogni regola di rispetto internazionale: l’esercito israeliano ha deciso di non intervenire dato che la gente introdottasi illegalmente non portava armi e aveva con sé alcuni bambini. Né vi è stata reazione militare alla scoperta, nel sud del Libano, di cinquanta razzi puntati verso Israele. Di fronte poi alla grande esplosione di Kirbat, che ha fatto saltare dozzine di katiuscia da 122 millimetri che hanno lasciato numerosi buchi nel tetto, Israele ha sollevato il problema all’Onu ed evidentemente l’Unifil ha agito di conseguenza. Ieri poi il capo degli hezbollah, Hassan Nasrallah, ha citato come motivo di ulteriore contenzioso con Israele la presenza nelle carceri israeliane di un suo adepto, ribadendo che non ci sarà pace finché Israele non lo restituirà. L’allusione è micidiale, se si pensa che la vicenda di Regev e Goldwasser, rapiti per farne merce di scambio con un terrorista infanticida, Samir Kuntar, ha portato alla guerra del 2006. Gli hezbollah insistono, sostenuti in questo dall’esercito libanese che lo dichiara sul suo sito, nell’idea che Israele debba consegnare loro le cosiddette «Shabaa Farms» un terreno sul confine con la Siria e col Libano, che apparterrebbe - sempre che Israele per disinnescare la milizia filo iraniana, non lo consegni, come sembrerebbe, al Libano - al contenzioso con Bashar Assad.

Hezbollah dunque soffia sul fuoco: il fatto è che a più di un mese dalle elezioni in cui Hezbollah ha perso a favore del sunnita moderato Sa’ad Hariri, figlio del primo ministro ucciso Rafik Hariri la formazione del governo è ancora oggetto degli sforzi immani del primo ministro incaricato, che non ignora davvero che Hezbollah ha arsenali di armi moderne fornite dall’Iran tramite la Siria.

Benché la coalizione di Hariri abbia una maggioranza di 71 seggi contro 57, e formare un governo appaia un compito facile, in realtà Hariri junior si è mosso fin dall’inizio nell’intento di formare un governo di unità nazionale, perché sa che altrimenti il Libano rischia la guerra civile. Questo pacificherebbe la Siria e l’Iran e smorzerebbe l’attività bellica interna e esterna degli hezbollah. Ma l’opposizione avendo perso le elezioni vuole recuperare imponendo i suoi termini: chiede infatti un terzo dei ministri, ovvero 10 su 30, e anche il diritto di veto sulle decisioni importanti. Erano accordi già fatti col precedente governo dopo l’accordo di Doha del maggio 2008 e che misero fine a mesi di violenze. La novità è che l’Egitto ha cercato di spingere la Siria a suggerire agli hezbollah di accettare un accordo, anche sulla scia dello choc subito da Mubarak quando ha scoperto una congiura degli hezbollah sul suo territorio. I cristiani e i sunniti di Hariri tendono a escludere il diritto di veto, ma il druso Walid Jumblatt, antico leader, capo del partito socialista, ha fatto una riunione con Nasrallah per cercare un accordo. Gli sciiti, dice, dopo tutto sono il più vasto gruppo etnico libanese. Mentre gli Usa, la Francia, l’Italia, insieme all’Arabia Saudita ed Egitto cercano di favorire una situazione in cui il potere degli hezbollah sia limitato, la Siria, l’Iran, gli hezbollah in primis non danno segno di voler diminuire le loro aspettative.

Questo potrebbe trasformarsi in violenza. Oppure il balenare continuo delle armi del gruppo estremista sciita potrebbe forzare la mano verso il conferimento di larghi poteri a Nasrallah che certo diminuirebbero il valore della vittoria democratica. Se i partiti vittoriosi alle elezioni non potranno resistere alle pressioni degli hezbollah, Iran e Siria avranno vinto una battaglia che certo non aiuterà nessun processo di pace. Insomma, ambedue le prospettive non sono allegre.

sabato 18 luglio 2009

Occhio, qualcosa si muove.

Libano: feriti soldati italiani e francesi

18 Luglio 2009 22:38 ESTERI

BEIRUT - Un gruppo di manifestanti, che protestavano nel sud del Libano contro l'apertura di un'inchiesta sulla recente esplosione di un deposito d'armi, ha ferito leggermente oggi quattordici militari Unifil, tre italiani e 11 francesi. Gli incidenti sono avvenuti nella localita' di Kherbet Selem, non lontano dal quartier generale del contingente italiano. E' il primo avvenimento del genere ad avere coinvolto Caschi blu e popolazione locale dalla fine della guerra del 2006 tra forze israeliane e Hezbollah.

dal CORSERVA

Si barrica in casa e uccide carabiniere: catturato (click)


Tenente Colonnello Valerio Gildoni.

Uno dei tanti Eroi fra le nostre Forze dell'Ordine, nella guerra che tutti i giorni si trovano a combattere fra e per noi.

Una preghiera

venerdì 17 luglio 2009

"In Afghanistan per la pace" (click)

..."Quello della famiglia di Alessandro è un dolore che attraversa il cuore dell’intera nazione e spinge noi credenti a pregare", ma "non ci lasceremo vincere dall’odio e dalla disperazione. Alessandro è stato un instancabile operatore di pace, anelito indistruttibile del suo cuore, speranza insopprimibile nella sua mente". Così monsignor Vincenzo Pelvi, arcivescovo ordinario militare...

Sonata al chiaro di luna

Da Dagoberto ad Alessandro Di Lisio

Un caro ragazzo è morto, un parà della gloriosa Folgore, ma nella tristezza di questa morte, finalmente posso dire che non si sono sentite le solite urla su un ritiro della missione. Ed è un bene, perché le varie dichiarazioni sul ritiro, almeno io la vedo in questo modo, dopo Nassirya e gli altri vari caduti erano stonate, quanto un possibile ritiro della polizia, carabinieri e magistratura subito dopo la strage di capaci e di via D’Amelio. Finalmente un piccolo diamante che segnala la strada verso una democrazia civile.

Oggi sarò presente alle esequie del primo CaporalMaggiore Di Lisio.

In Afghanistan aumentano i rischi, ma la strategia è quella giusta (click)

di Matteo Gualdi
gualdi@ragionpolitica.it
giovedì 16 luglio 2009

La morte del caporal maggiore Di Lisio riporta al centro dell'attenzione il conflitto in Afghanistan, dove, a distanza di otto anni dall'inizio delle operazioni Enduring Freedom ed ISAF, la situazione è ancora fluida. Le forze occidentali ed il governo di Kabul, pur avendo avviato la democratizzazione e la ricostruzione del paese, non hanno ancora il pieno controllo del territorio e, soprattutto, non sono riusciti a conquistare i cuori e le menti di molti cittadini afghani. Un obiettivo per alcuni irrealizzabile, ma che, secondo i vertici militari statunitensi, può invece essere raggiunto aumentando gli uomini sul terreno, allo scopo di ridurre la distanza tra popolazione civile e militari e, di conseguenza, far crescere la fiducia e la sicurezza (è questo l'obiettivo dell'operazione «Colpo di Spada» avviata i primi giorni di luglio). Ma questa strategia implica inevitabilmente un aumento dei rischi per le truppe occidentali, specie per gli uomini impegnati nelle attività quotidiane di pattuglia. Più truppe uguale più bersagli per i Talebani, come sanno bene il generale Petraeus, che dirige il Comando Centrale statunitense (CENTCOM), ed il generale McCrystal, comandante delle truppe alleate in Afghanistan. Un rischio necessario, che bisogna correre, se si vuole provare davvero a vincere questa guerra.

Inoltre l'aumento degli uomini diventa ancora più importante man mano che si avvicinano le elezioni presidenziali e provinciali previste per il 20 agosto (e come sempre l'Italia farà la sua parte, portando a 3.000 il numero totale complessivo dei propri militari). La stabilizzazione del paese, infatti, passa anche attraverso il rafforzamento delle istituzioni democratiche e la dimostrazione alla popolazione che la democrazia funziona ma che ognuno deve fare la propria parte, anche semplicemente scegliendo i propri governanti. Ovviamente, se questo appuntamento è molto importante per l'Occidente, altrettanto lo è per i Talebani, che però operano con l'obiettivo opposto: boicottare le elezioni ed evitare che la gente si rechi ai seggi, per dimostrare la fragilità e la debolezza della democrazia e per evitare di perdere potere, visto che finora le elezioni hanno sempre premiato le forze ostili agli insorgenti, erodendone i consensi. Per questo gli attacchi aumenteranno inevitabilmente, e per questo dobbiamo prepararci ad un possibile aumento delle vittime. Ma non ci sono alternative a questa strategia. L'idea che attraverso gli attacchi aerei si possano ottenere successi duraturi si è scontrata contro la dura realtà delle vittime civili, che hanno alienato agli alleati le simpatie di parte della popolazione.

Ma affinché questa nuova strategia abbia successo non basta l'aumento dei soldati americani, occorre un altro tassello fondamentale: la partecipazione concreta degli afghani. I civili, certo, ma anche e soprattutto le forze armate, la polizia, la giustizia, in una parola lo Stato. Anche su questo versante il nostro paese è impegnato direttamente: basti pensare all'unità dell'Arma dei Carabinieri, la Carabinieri Training Unit Afghanistan (CTU-A), composta al momento da 34 unità e operante nella base USA di Adraskan (provincia di Herat) per l'addestramento dell'Afghan National Civil Order Police (ANCOP), od alla Task Force «Grifo», composta di 13 unità della Guardia di Finanza, che svolge ad Herat attività di addestramento a favore della Polizia di frontiera (Afghan Border Police ABP) nonché di funzionari delle dogane. Nonostante l'eccellente lavoro svolto finora, molto ancora ne deve essere fatto, come sanno bene i vertici militari alleati: non a caso l'aumento degli istruttori dell'Arma è stata una delle richieste che il presidente Berlusconi ha avuto da Obama durante il suo recente viaggio a Washington. Ci sono segnali importanti che inducono a guardare al futuro con speranza, la strategia è quella giusta, ma occorrerà perseguirla con grande determinazione se vogliamo davvero vincere la guerra centrale contro il terrorismo.