ANTOLOGIA DEL PENSIERO DI GIOVANNI FALCONE! IL PRIMO A CHIEDERE LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE
pubblicata da Tato Tripodo il giorno martedì 15 febbraio 2011 alle ore 20.53
In questi brani c'è tutto il riformismo di Giovanni Falcone grande uomo di giustizia preso ad esempio insieme al giudice borsellino come un modello da seguire!
Bene dott. Palamara e con lei tutto il pool di Milano vi consiglio di leggere questa breve antologia dei pensieri di Giovanni Falcone:
1) Il CSM è diventato anzichè organo di autogoverno e di garante della magistratura, una struttura da cui il magistrato si deve guardare... con le correnti interne diventate cinghia di trasmissione della lotta politica. ( La Repubblica 20 maggio 1990)
2) Quanti altri danni deve produrre questa politicizzazione della giustizia? ( La Stampa 6 settembre del 1991).
3) IO dico che bisogna stare attenti a non confondere la politica con la giustizia penale. In questo modo l'Italia pretesa culla del diritto, rischia di diventarne la tomba. ( La Stampa 6 settembre del 1991).
4) Non si può investire della cultura del sospetto tutto e tutti. La cultura del sospetto non è l'anticamera della verità. La cultura del sospetto è l'anticamera del khomeinismo. ( citato in Mario Patrono, " il cono d'ombra" MIlano 1996).
5) Mi sento di condividere l'analisi secondo cui , in mancanza di controlli istituzionali sull'attività del PM, saranno sempre più grandi i pericoli che influenze informali e collegamenti occulti con centri occulti di potere possano influenzare l'esercizio di tale attività...Mi sembra giunto il momento di razionalizzare e coordinare l'attività dei PM finora reso praticamente irresponsabile da una visione feticistica della obbligatorietà dell'azione penale e della mancanza di tali controlli su tale attività. ( convegno di Senigallia 15 Marzo 1990).
6)Il PM non deve avere nessun tipo di parentela col giudice e non essere, come invece oggi è, una specia di paragiudice.... Chi come me , richiede che siano invece giudice e PM due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico della indipendenza della magistratura; un nostalgico della discrezionalità dell'azione penale desideroso di porre il PM sotto il controllo dell'Esecutivo. ( la Repubblica 3 ottobre 1991)
martedì 15 febbraio 2011
lunedì 14 febbraio 2011
AFGHANISTAN: INAUGURATA CON GLI ALPINI SCUOLA FEMMINILE NEL GULISTAN (click)
La vita dei nostri Soldati è stata sacrificata anche per queszto.
martedì 18 gennaio 2011
domenica 2 gennaio 2011
Hai visto nonno? Anch’io adesso sono diventato un alpino Proprio come te
Voglio ringraziare a nome mio, ma soprattutto a nome di tutti noi militari in missione, chi ci vuole ascoltare e non ci degna del suo pensiero solo in tristi occasioni come quando il tricolore avvolge quattro alpini morti facendo il loro dovere.
Corrono giorni in cui identità e valori sembrano superati, soffocati da una realtà che ci nega il tempo per pensare a cosa siamo, da dove veniamo, a cosa apparteniamo...
Questi popoli di terre sventurate, dove spadroneggia la corruzione, dove a comandare non sono solo i governanti ma anche ancora i capi clan, questi popoli hanno saputo conservare le loro radici dopo che i migliori eserciti, le più grosse armate hanno marciato sulle loro case: invano. L'essenza del popolo afghano è viva, le loro tradizioni si ripetono immutate, possiamo ritenerle sbagliate, arcaiche, ma da migliaia di anni sono rimaste immutate. Gente che nasce, vive e muore per amore delle proprie radici, della propria terra e di essa si nutre. Allora riesci a capire che questo strano popolo dalle usanze a volte anche stravaganti ha qualcosa da insegnare anche a noi.
Come ogni giorno partiamo per una pattuglia. Avvicinandoci ai nostri mezzi Lince, prima di uscire, sguardi bassi, qualche gesto di rito scaramantico, segni della croce... Nel mezzo blindo, all'interno, non una parola. Solo la radio che ci aggiorna su possibili insurgents avvistati, su possibili zone per imboscate, nient'altro nell'aria... Consapevoli che il suolo afghano è cosparso di ordigni artigianali pronti ad esplodere al passaggio delle sei tonnellate del nostro Lince.
Siamo il primo mezzo della colonna, ogni metro potrebbe essere l'ultimo, ma non ci pensi. La testa è troppo impegnata a scorgere nel terreno qualcosa di anomalo, finalmente siamo alle porte del villaggio...
Veniamo accolti dai bambini che da dieci diventano venti, trenta, siamo circondati, si portano una mano alla bocca ormai sappiamo cosa vogliono: hanno fame...
Li guardi: sono scalzi, con addosso qualche straccio che a occhio ha già vestito più di qualche fratello o sorella... Dei loro padri e delle loro madri neanche l'ombra, il villaggio, il nostro villaggio, è un via vai di bambini che hanno tutta l'aria di non essere li per giocare...
Non sono li a caso, hanno quattro, cinque anni, i più grandi massimo dieci e con loro un mucchio di sterpaglie. Poi guardi bene, sotto le sterpaglie c'è un asinello, stracarico, porta con sé il raccolto, stanno lavorando... e i fratelli maggiori , si intenda non più che quattordicenni, con un gregge che lascia sbigottiti anche i nostri alpini sardi, gente che di capre e pecore ne sa qualcosa...
Dietro le finestre delle capanne di fango e fieno un adulto ci guarda, dalla barba gli daresti sessanta settanta anni poi scopri che ne ha massimo trenta... Delle donne neanche l'ombra, quelle poche che tardano a rientrare al nostro arrivo al villaggio indossano il burqa integrale: ci saranno quaranta gradi all'ombra...
Quel poco che abbiamo con noi lo lasciamo qui. Ognuno prima di uscire per una pattuglia sa che deve riempire bene le proprie tasche e il mezzo con acqua e viveri: non serviranno certo a noi... Che dicano poi che noi alpini siamo cambiati...
Mi ricordo quando mio nonno mi parlava della guerra: “brutta cosa bocia, beato ti che non te la vedarè mai...” Ed eccomi qua, valle del Gulistan, Afghanistan centrale, in testa quello strano copricapo con la penna che per noi alpini è sacro. Se potessi ascoltarmi, ti direi “visto ,nonno, che te te si sbaià...”
Caporal Maggiore - Valle del Gulistan, novembre 2010
Corrono giorni in cui identità e valori sembrano superati, soffocati da una realtà che ci nega il tempo per pensare a cosa siamo, da dove veniamo, a cosa apparteniamo...
Questi popoli di terre sventurate, dove spadroneggia la corruzione, dove a comandare non sono solo i governanti ma anche ancora i capi clan, questi popoli hanno saputo conservare le loro radici dopo che i migliori eserciti, le più grosse armate hanno marciato sulle loro case: invano. L'essenza del popolo afghano è viva, le loro tradizioni si ripetono immutate, possiamo ritenerle sbagliate, arcaiche, ma da migliaia di anni sono rimaste immutate. Gente che nasce, vive e muore per amore delle proprie radici, della propria terra e di essa si nutre. Allora riesci a capire che questo strano popolo dalle usanze a volte anche stravaganti ha qualcosa da insegnare anche a noi.
Come ogni giorno partiamo per una pattuglia. Avvicinandoci ai nostri mezzi Lince, prima di uscire, sguardi bassi, qualche gesto di rito scaramantico, segni della croce... Nel mezzo blindo, all'interno, non una parola. Solo la radio che ci aggiorna su possibili insurgents avvistati, su possibili zone per imboscate, nient'altro nell'aria... Consapevoli che il suolo afghano è cosparso di ordigni artigianali pronti ad esplodere al passaggio delle sei tonnellate del nostro Lince.
Siamo il primo mezzo della colonna, ogni metro potrebbe essere l'ultimo, ma non ci pensi. La testa è troppo impegnata a scorgere nel terreno qualcosa di anomalo, finalmente siamo alle porte del villaggio...
Veniamo accolti dai bambini che da dieci diventano venti, trenta, siamo circondati, si portano una mano alla bocca ormai sappiamo cosa vogliono: hanno fame...
Li guardi: sono scalzi, con addosso qualche straccio che a occhio ha già vestito più di qualche fratello o sorella... Dei loro padri e delle loro madri neanche l'ombra, il villaggio, il nostro villaggio, è un via vai di bambini che hanno tutta l'aria di non essere li per giocare...
Non sono li a caso, hanno quattro, cinque anni, i più grandi massimo dieci e con loro un mucchio di sterpaglie. Poi guardi bene, sotto le sterpaglie c'è un asinello, stracarico, porta con sé il raccolto, stanno lavorando... e i fratelli maggiori , si intenda non più che quattordicenni, con un gregge che lascia sbigottiti anche i nostri alpini sardi, gente che di capre e pecore ne sa qualcosa...
Dietro le finestre delle capanne di fango e fieno un adulto ci guarda, dalla barba gli daresti sessanta settanta anni poi scopri che ne ha massimo trenta... Delle donne neanche l'ombra, quelle poche che tardano a rientrare al nostro arrivo al villaggio indossano il burqa integrale: ci saranno quaranta gradi all'ombra...
Quel poco che abbiamo con noi lo lasciamo qui. Ognuno prima di uscire per una pattuglia sa che deve riempire bene le proprie tasche e il mezzo con acqua e viveri: non serviranno certo a noi... Che dicano poi che noi alpini siamo cambiati...
Mi ricordo quando mio nonno mi parlava della guerra: “brutta cosa bocia, beato ti che non te la vedarè mai...” Ed eccomi qua, valle del Gulistan, Afghanistan centrale, in testa quello strano copricapo con la penna che per noi alpini è sacro. Se potessi ascoltarmi, ti direi “visto ,nonno, che te te si sbaià...”
Caporal Maggiore - Valle del Gulistan, novembre 2010
sabato 1 gennaio 2011
Caporal Maggiiore Matteo Miotto - Alpino
venerdì 17 settembre 2010
lunedì 13 settembre 2010
Genocidio in Dalmazia, genocidio asburgico
Il cosiddetto impero austriaco (austro-ungarico dopo il 1866) si è reso responsabile nei confronti della nazione italiana di una gran quantità di persecuzioni, abusi e violenze.
È noto come esso abbia contribuito in modo decisivo a perpetuare a lungo lo stato di divisione dell’Italia, il possesso coloniale d’ampi suoi territori sotto dominio straniero, la condizione di sfruttamento economico, repressione culturale, oppressione politica e discriminazione etnica dei suoi sudditi italiani. È invece meno conosciuto come esso abbia progettato e portato a compimento dopo il 1866 un autentico genocidio (nell'accezione di snazionalizzazione forzata) a danno degli Italiani residenti nei propri possedimenti.
Una valutazione obiettiva e veritiera della natura dell’impero asburgico, fondato sul principio dell’egemonia dell’elemento etnico austriaco, può essere introdotta ricordando la verbalizzazione della decisione imperiale espressa nel Consiglio dei ministri il 12 novembre 1866, tenutosi sotto le presidenza dell’Imperatore Francesco Giuseppe. Il verbale della riunione recita testualmente:
“Sua maestà ha espresso il preciso ordine che si agisca in modo deciso contro l’influenza degli elementi italiani ancora presenti in alcune regioni della Corona e, occupando opportunamente i posti degli impiegati pubblici, giudiziari, dei maestri come pure con l’influenza della stampa, si operi nel Tirolo del Sud, in Dalmazia e sul Litorale per la germanizzazione e la slavizzazione di detti territori a seconda delle circostanze, con energia e senza riguardo alcuno” [cfr. Luciano Monzali, "Italiani di Dalmazia", Firenze 2004, p. 69; Angelo Filipuzzi (a cura di), “La campagna del 1866 nei documenti militari austriaci: operazioni terrestri”, Padova 1966, pp. 396].
La citazione della decisione imperiale di Francesco Giuseppe di compiere una pulizia etnica contro gli Italiani in Trentino-Alto Adige, Venezia Giulia, Dalmazia, si può reperire in Die Protokolle des Österreichischen Ministerrates 1848/1867. V Abteilung: Die Ministerien Rainer und Mensdorff. VI Abteilung: Das Ministerium Belcredi, Wien, Österreichischer Bundesverlag für Unterricht, Wissenschaft und Kunst 1971; la citazione compare alla Sezione VI, vol. 2, seduta del 12 novembre 1866, p. 297.
La citazione in tedesco compare in un paragrafo intitolato "Misure contro l’elemento italiano in alcuni territori della Corona", ossia "Maßregeln gegen das italienische Element in einigen Kronländern": “Se. Majestät sprach den bestimmten Befehl aus, daß auf die entschiedenste Art dem Einflusse des in einigen Kronländern noch vorhandenen italienischen Elementes entgegengetreten und durch geeignete Besetzung der Stellen von politischen, Gerichtsbeamten, Lehrern sowie durch den Einfluß der Presse in Südtirol, Dalmatien und dem Küstenlande auf die Germanisierung oder Slawisierung der betreffenden Landesteile je nach Umständen mit aller Energie und ohne alle Rücksicht hingearbeitet werde. Se. Majestät legt es allen Zentralstellen als strenge Pflicht auf, in diesem Sinne planmäßig vorzugehen” Tale brano si chiude con il richiamo a tutti gli uffici centrali del dovere rigoroso di procedere a quanto ordinato, secondo la volontà dell'imperatore.
La decisione governativa, presa al più livello dall’imperatore Francesco Giuseppe e dal suo consiglio, di procedere alla germanizzazione e slavizzazione delle regioni a popolamento italiano, Trentino, Venezia Giulia e Dalmazia, “con energia e senza riguardo alcuna”, attesta in maniera inequivocabile la natura discriminatoria ed oppressiva dell’impero asburgico nei confronti della minoranza italiana: si ricordi comunque come questo sia solo un esempio fra i molti della politica anti-italiana dell’Austria.
Tale atto di governo, preso direttamente dall’imperatore stesso, esprimeva la chiara volontà di condurre un genocidio anti-italiano (non nel senso di sterminio fisico, quanto di cancellazione dell'identità nazionale e culturale, che avrebbe portato appunto alla "morte di un popolo"), il quale fu poi effettivamente realizzato in Dalmazia (i censimenti austriaci segnalano in pochi la diminuzione del gruppo etnico italiano da quasi il 20% a poco più del 2%) ed intrapreso in Venezia Giulia e Trentino: soltanto la guerra e la vittoria italiana poterono impedire che anche in queste due ultime regione la presenza italiana fosse cancellata, come era avvenuto in quella dàlmata.
Questo progetto, elaborato consapevolmente dalle più alte autorità dell’impero asburgico e per manifesta volontà di Francesco Giuseppe stesso, fu poi sviluppato contro gli Italiani con una pluralità di modi. Le posteriori misure contro gli Italiani si susseguirono dal 1866 sino al 1918 e furono diverse a seconda dei luoghi, dei tempi e delle autorità (civili o militari, centrali o locali) che le promossero. Esse però seguirono tutte il solco tracciato da una sostanziale ostilità del ceto dirigente austriaco verso gli Italiani:
1) espulsioni di massa (oltre 35.000 espulsi dalla sola Venezia Giulia nei soli primi anni del Novecento)
2) deportazione in campi di concentramento (oltre 100.000 deportati durante la prima guerra mondiale)
3) impiego di squadracce di nazionalisti Slavi nell’esercizio massivo della violenza contro gli Italiani (con innumerevoli di atti di violenza, attentati, aggressioni, omicidi ecc. Queste azioni incontrarono spesso la sostanziale tolleranza delle autorità o comunque non furono represse con efficacia)
4) repressione poliziesca
5) immigrazione di Slavi e Tedeschi nei territori italiani favorita dalle autorità imperiali, per favorire la progressiva "sommersione" degli autoctoni Italiani.
6) germanizzazione e slavizzazione scolastica e culturale (chiusura delle scuole italiane, cancellazione della toponomastica ed onomastiche italiane, proibizione della cultura italiana in ogni sua forma: fu molto grave in particolare la questione scolastica in Dalmazia)
7) privazione o limitazione dei diritti politici (le elezioni in Dalmazia videro pesantissimi brogli a favore dei nazionalisti slavi; comuni retti da Italiani furono sciolti dalle autorità austriache ecc.)
8) limitazione dei diritti civili (scioglimento d'associazioni politiche, culturali, sindacali, persone arrestate o condannate per futili motivi ecc.)
Esiste al riguardo un abbondante materiale, sia nelle fonti dell'epoca, sia nella storiografia.
sabato 11 settembre 2010
martedì 7 settembre 2010
Sorpresa, l’Italia sta vincendo in Afghanistan (click)
sabato 4 settembre 2010
giovedì 19 agosto 2010
Sonata al chiaro di luna per Fracesco Cossiga
Che dici, Dago, possiamo dedicarla a Cossiga questa tua musica, vero ?
martedì 10 agosto 2010
Silvia Guberti, il tenente con il velo che parla con le donne afghane (click)
sabato 7 agosto 2010
CRISTIANI (click)

Quests l'ANSA:
(ANSA-AFP) - KABUL, 7 AGO - Uccisi in Afghanistan 8 medici stranieri, cinque uomini di nazionalita' Usa e tre donne: un'americana, una tedesca e una britannica. I taleban hanno rivendicato il massacro, annunciando di aver ucciso missionari cristiani. Dopo un rimbalzare di notizie, la conferma e' giunta da Dirk Frans, direttore esecutivo di International Assistance Mission,la Ong cristiana per la quale lavoravano i medici morti.
Uccisi anche due interpreti afgani.
venerdì 30 luglio 2010
ALTRI EROI PER CUI PREGARE. (click)


L'esplosione Il primo maresciallo Mauro Gigli, del 32° reggimento Genio Guastatori di Torino, e il caporal maggiore capo Pier Davide De Cillis, del 21° reggimento Genio Guastatori di Caserta, hanno perso la vita mercoledì quando un ordigno è esploso dopo che ne avevano appena neutralizzato un altro, la cui presenza in un villaggio a pochi chilometri da Herat era stata segnalata dalla polizia afghana. Nell’esplosione sono rimasti feriti anche un poliziotto afghano e un capitano italiano, Federica Luciani, le cui condizioni non destano preoccupazione e che ha chiesto espressamente di non fare rientro in Italia.
domenica 11 luglio 2010
ACQUE TORBIDE
Nelle acque intorbidate dal temporale il pescatore esperto getta l'amo e sa che forse farà buona pesca.
Oggi, nel torrente della politica, i temporali si susseguono a ritmo serrato, le acque vanno sempre più intorbidandosi e da ogni dove si assiepano sulle rive italiche pescatori vogliosi di prede, chi più esperto, chi proprio un dilettante, ma tutti ugualmente assatanati.
Avviene così che, in quella selva di ami, i pesci decidano di far digiuno e ai pescatori non resti che cucinarsi le esche.
Riusciranno a non morir di fame e a sopravvivere ?
Tornate chiare le acque, ci sarà forse un pescatore che deciderà di raccogliere i pesci con la rete, allora imprigionati, a morire asfissiati saranno proprio loro.
Così è l'alternarsi dei regimi.
domenica 4 luglio 2010
venerdì 2 luglio 2010
lunedì 28 giugno 2010
venerdì 25 giugno 2010
Un Giglio nei cieli di Herat (click)

NOLA - Si può pensare alla festa anche a migliaia di chilometri ad est della penisola. Tra deserti, coltivazioni d’oppio e talebani. Herat, Afghanistan: un nolano in missione di pace racconta il difficile incontro tra un paese in guerra ed una città in festa. Un incontro che avviene però solo nel suo cuore, perché in questi giorni, mentre si avvicina la data della ballata, Enzo Spampanato è ancora ad Herat a svolgere la propria missione. Spampanato fa parte del task group dell’aeronautica militare italiana, i Black Cats. I “gatti neri” sono i piloti degli aerei Amx, chiamati a portare a termine numerose missioni operative sulla porzione di territorio sotto competenza italiana. Il personale navigante e specialista proviene dai Gruppi di volo dell’Aeronautica Militare che hanno in dotazione il velivolo AM-X: il 132° e 103° Gruppo del 51° Stormo di Istrana (Treviso) ed il 13° e 101° Gruppo del 32° Stormo di Amendola (Foggia). Tra loro il nolano Enzo Spampanato, impegnato coi colleghi in una pericolosa missione di pace, ma con un pensiero sempre fisso per Nola e per l’appuntamento del 27 giugno. “Mentre gli aerei si involano- racconta Spampanato- i miei pensieri vanno a Nola, penso alla festa che è iniziata e impazza per la città, sento le musiche, le voci dei miei amici e i ricordi ritornano alla mente; lo sparo dei fuochi d’artificio all’alzata della borda, la prima alzata del giglio spogliato per assestarlo, la vestizione, il comitato, la ballata dei gigli in piazza, girata delle carceri, vico Piciocchi”. Mentre a terra la guerriglia non dà pace alle forze di pace, mentre le mine anti-uomo funestano di perdite i convogli di “portatori” di pace, e la democrazia invocata sembra fare ancora a pugni con la capillare presenza talebana, sui cieli di Herat, nei sogni di Enzo, svettano obelischi in cartapesta.”Rivivo tutto ciò con immensa emozione- dice il pilota nolano- fino a quando il rumore assordante degli aerei che rientrano mi riporta alla realtà e mi rendo conto che è solo un sogno, un meraviglioso sogno”. Per Spampanato è durissima lasciare a casa la famiglia, i figli, le abitudini, ma quelle sono nostalgie quotidiane ed inattaccabili. Ora vuole raccontarci un punto di vista particolare, quello del nolano che vive la sua festa da un altro paese, un po’ da un altro mondo: “Sono qui a 4.200 Km di distanza e per noi nolani stare lontani per la festa è durissimo; ma i volti tristi dei bambini e le fatiche degli uomini Afghani, che incontro ogni giorno, mi danno la forza e l’orgoglio di essere presente, con il mio contributo, alla ricostruzione della pace in questa terra martoriata”. Alla festa ci pensa, e ne augura una “felicissima a tutti i miei concittadini, ai quali do appuntamento per quella del 2011”. “W Nola, W la Festa dei Gigli e W San Paolino” conclude Enzo. Al quale verrebbe da rispondere: W tutti voi lì ad Herat. Nolani e non.
di Bianca Bianco 25/06/2010
Anno III Numero 175
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