lunedì 28 giugno 2010

Charpentier: Te Deum / Martin Gester



dedicato alla mia Patria e ai miei fratelli in essa.

venerdì 25 giugno 2010

Un Giglio nei cieli di Herat (click)



NOLA - Si può pensare alla festa anche a migliaia di chilometri ad est della penisola. Tra deserti, coltivazioni d’oppio e talebani. Herat, Afghanistan: un nolano in missione di pace racconta il difficile incontro tra un paese in guerra ed una città in festa. Un incontro che avviene però solo nel suo cuore, perché in questi giorni, mentre si avvicina la data della ballata, Enzo Spampanato è ancora ad Herat a svolgere la propria missione. Spampanato fa parte del task group dell’aeronautica militare italiana, i Black Cats. I “gatti neri” sono i piloti degli aerei Amx, chiamati a portare a termine numerose missioni operative sulla porzione di territorio sotto competenza italiana. Il personale navigante e specialista proviene dai Gruppi di volo dell’Aeronautica Militare che hanno in dotazione il velivolo AM-X: il 132° e 103° Gruppo del 51° Stormo di Istrana (Treviso) ed il 13° e 101° Gruppo del 32° Stormo di Amendola (Foggia). Tra loro il nolano Enzo Spampanato, impegnato coi colleghi in una pericolosa missione di pace, ma con un pensiero sempre fisso per Nola e per l’appuntamento del 27 giugno. “Mentre gli aerei si involano- racconta Spampanato- i miei pensieri vanno a Nola, penso alla festa che è iniziata e impazza per la città, sento le musiche, le voci dei miei amici e i ricordi ritornano alla mente; lo sparo dei fuochi d’artificio all’alzata della borda, la prima alzata del giglio spogliato per assestarlo, la vestizione, il comitato, la ballata dei gigli in piazza, girata delle carceri, vico Piciocchi”. Mentre a terra la guerriglia non dà pace alle forze di pace, mentre le mine anti-uomo funestano di perdite i convogli di “portatori” di pace, e la democrazia invocata sembra fare ancora a pugni con la capillare presenza talebana, sui cieli di Herat, nei sogni di Enzo, svettano obelischi in cartapesta.”Rivivo tutto ciò con immensa emozione- dice il pilota nolano- fino a quando il rumore assordante degli aerei che rientrano mi riporta alla realtà e mi rendo conto che è solo un sogno, un meraviglioso sogno”. Per Spampanato è durissima lasciare a casa la famiglia, i figli, le abitudini, ma quelle sono nostalgie quotidiane ed inattaccabili. Ora vuole raccontarci un punto di vista particolare, quello del nolano che vive la sua festa da un altro paese, un po’ da un altro mondo: “Sono qui a 4.200 Km di distanza e per noi nolani stare lontani per la festa è durissimo; ma i volti tristi dei bambini e le fatiche degli uomini Afghani, che incontro ogni giorno, mi danno la forza e l’orgoglio di essere presente, con il mio contributo, alla ricostruzione della pace in questa terra martoriata”. Alla festa ci pensa, e ne augura una “felicissima a tutti i miei concittadini, ai quali do appuntamento per quella del 2011”. “W Nola, W la Festa dei Gigli e W San Paolino” conclude Enzo. Al quale verrebbe da rispondere: W tutti voi lì ad Herat. Nolani e non.
di Bianca Bianco 25/06/2010
Anno III Numero 175

giovedì 10 giugno 2010

10 giugno 1940



Era un caldo pomeriggio quasi agostano, come oggi e io ero stata vestita col solito ed unico vestitino da mezza stagione di vellutino rosso a quadrature nere, irregolari; il sole mi bruciava e m'ingombravano anche le trecce pendenti sulle spalle. Ero stata affidata ad una donna del vicinato, sicura, onesta, ma lei e i suoi tanti figlioli erano solo conoscenti e diversi da me per vita e abitudini; erano felici, loro, della passeggiata inasperata sulle Mura cittadine, fra il verde, liberi di scorrazzare e gridare a gran voce; io no, non riuscivo ad essere spensierata, pensavo alla Piazza Grande dall'altra parte della città dove una folla immensa era stata chiamata per...l'adunata.
Sentivo dentro una strana ansia, come se qualcunio stesse per portarmi via la famiglia o qualcosa si inframettesse per separarmene, a un tratto mi parve che il tempo si fermasse e un senso d'angoscia mi fece sgorgare dagli occhi lacrime roventi quanto silenziose. Stavo "buona", seduta da una parte, e nessuno mi prestava attenzione pur non perdendomi d'occhio. Poi il vocio e il chiasso si smorzò, alzai gli occhi e sentii la voce di quel ciclista che diceva: tornate a casa, è scoppiata la guerra.

martedì 8 giugno 2010

L'italiano: il latino moderno

La lingua italiana può ben dirsi latino moderno, poiché i rapporti che la legano all’idioma dei Romani sono ben più numerosi e forti della semplice derivazione da quest’ultimo della maggior parte dei lemmi italiani deriva da quelli della lingua latina, che pure è già di per sé sufficiente a qualificare l’italiano quale neo-latino o romanzo.
Le regole grammaticali della lingua italiana furono fissate molto presto, già nel Rinascimento, e furono degli umanisti a farlo. Costoro modellarono consapevolmente la sintassi italiana su quella della lingua latina, che avevano assunto a paradigma esemplare. Figura centrale fu quella di Pietro Bembo, buon scrittore in italiano ma grande latinista.
Si possono portare molti esempi delle conseguenze di tale scelta. La struttura della frase è molto più breve in inglese che in italiano, lingua in cui sono frequenti periodi di notevole complessità sintattica raggiunti attraverso la coordinazione e la subordinazione. Tale impianto deriva direttamente dalla lingua latina e per la precisione dalla concinnitas, assunta quale modello dagli umanisti rinascimentali e ben differente dal fraseggiare prevalentemente mono-proposizionale di altri idiomi.
Non si può neppure sostenere l’idea di una radicale diversità sintattica fra latino ed italiano dovuta all’assenza dei casi in quest’ultimo. In realtà, il latino era, come tutte le altre lingue analoghe, diversificato al suo interno in determinate varianti: il latino letterario, il latino quotidiano, il latino giuridico, il latino volgare (sermo vulgaris), il rustico (sermo rusticus), il militare (sermo castrensis) ecc. È ciò che avviene anche nell’italiano contemporaneo, od in altre lingue, con una differenziazione di linguaggi a seconda dell’ambiente sociale, dell’educazione, del contesto. Il latino incomparabilmente meglio conosciuto è, per ovvie ragioni, quello letterario, che ha lasciato come testimonianza di sé una grande letteratura folta di nomi illustri, mentre gli altri sono pochissimo noti, tramite le poche attestazioni presenti in testi letterari, nonché epigrafi di varia provenienza.
Tuttavia, è assodato come nel latino rustico ed in parte in quello quotidiano i casi fossero adoperati con molta flessibilità, od addirittura tralasciati. Il latino orale frequentemente ometteva le desinenze finali ed attribuiva il valore grammaticale ai vocaboli su base posizionale. Un discorso analogo si può compiere per l’uso dell’articolo, assente nel latino letterario, ma presente di fatto in quello quotidiano o rustico (unus quale articolo indeterminativo è impiegato addirittura nelle Metamorfosi del raffinatissimo poeta Ovidio).
L’italiano nella sua costruzione ha attinto da tutte le varie forme di latino esistenti, seppure con diversa intensità. Alcuni suoi lemmi o date strutture sintattiche derivano dal latino letterario, altre invece dal latino quotidiano, rustico, volgare, giuridico, militare ecc. Ad esempio, l’aggettivo “equino” discende dal letterario equus, mentre il sostantivo “cavallo” deriva da caballus, del sermo rusticus, e “palafreno” da palafrenus, del sermo castrensis.
La grammatica italiana è quindi molto simile a quella latina, sia per il tramite della sua rielaborazione teorica e letteraria modellata sull’esempio dei classici antichi, sia attraverso la sua derivazione dalle varie forme di sermones antichi diversi da quello illustris.
Un altro aspetto dell’italiano derivante dal latino è il suo vocalismo, nonché la ricerca dell’eufonia: questo è anzi di derivazione letteraria. Oggigiorno esiste la prassi di leggere mentalmente, la cosiddetta lettura silenziosa o mentale, mentre, almeno sino al secolo XIV incluso, l’abitudine era quella di leggere ad alta voce. Questo comportava la ricerca da parte degli scrittori, in poesia ed in prosa, di specifici effetti vocali. Il brano non doveva soltanto rispondere a criteri di bellezza estetica quali oggigiorno si è abituati a valutare in un testo scritto, ma essere letteralmente musicale. Infatti, sia nel mondo antico, sia in quello medievale e rinascimentale, le pubbliche letture di poeti erano, spesso, accompagnate dal suono soffuso di strumenti musicali.
È nota la musicalità sonora attribuita alla lingua italiana, la quale ha le sue radici nella sua natura precipuamente letteraria. I poeti o scrittori italiani, almeno sino ad una certa epoca (XVII secolo) s’ispiravano anche in questo ai modelli della latinità, anzitutto Virgilio e Cicerone, e pertanto selezionavano i lemmi, li modificavano o li combinavano, al fine d’ottenere un linguaggio gradevole all’udito ovvero musicale. Può essere utile per valutare l’importanza di tale operazione riportare un semplice esempio: il grande Monteverdi, fra i padri della lirica, trasse ispirazione nella formazione di questo “nuovo” genere canoro dai testi di Torquato Tasso e dalla loro peculiare cadenza ed espressività. Gli esempi riguardanti il rapporto fra poesia e musica italiane nei secoli passati, specie nel periodo compreso fra il Petrarca ed il Metastasio, potrebbero facilmente moltiplicarsi ad libitum, tanto che il petrarchismo letterario è stato spesso studiato in riferimento ai suoi contenuti musicali.
Ancora, il latino costituisce accanto all’italiano la seconda lingua nazionale d’Italia. Si scritto e parlato ininterrottamente in latino sino almeno al secolo XVIII e la letteratura in questa lingua prodotta sul suolo peninsulare nel Medioevo e nell’età moderna è d’immense proporzioni. In questo modo, il latino ha rappresentato per secoli una bussola indispensabile anche per l’impiego dell’italiano stesso, specie al di fuori della Toscana. Ancora nel 1824 Giacomo Leopardi poteva giustificare sue scelte linguistiche, non contemplate nel Vocabolario italiano dell’Accademia della Crusca, ricorrendo al vocabolario latino del Forcellini.
Si può quindi sostenere che l’italiano sia a tutti gli effetti latino moderno. Esso deriva dalla lingua latina degli antichi Romani, da cui riprende la maggior parte dei propri vocaboli, il proprio impianto grammaticale e sintattico, il vocalismo. Inoltre, sino al secolo XVIII almeno in Italia si è scritto e parlato ininterrottamente in latino e questa lingua ha servito da modello paradigmatico per quella italiana.