giovedì 31 gennaio 2008
LA LITURGIA IN USO NELLA VENEZIA GIULIA. ALCUNE CONSIDERAZIONI
Al momento della conversione degli Slavi, inizialmente i pontefici Adriano II (morto 872) e Giovanni VIII (morto 880) avevo consentito la celebrazione nella lingua slava, con la scrittura glagolitica, ma poi la concessione fu revocata (concilio di Spalato, 925), rimanendo permesse come lingue universali sole le tre suddette.
La missione evangelizzatrice latina-cattolica nell’area slava della Dalmazia e della Croazia dovette competere non solo coi missionari ortodossi, ma anche con la sopravvivenza, dopo l’adesione dei Croati all’ecumene cattolica facente capo a Roma, con la sopravvivenza dei rito slavo. (M. Lacko, I Concili di Spalato e la liturgia slava, in A. Matanić (a cura di), Vita religiosa, morale e sociale ed i concili di Split (Spalato) dei sec. X-XI. Atti del Symposium internazionale di storia ecclesiastica (Split, 26-30 settembre 1978), Padova 1982, pp. 443-482). Il concilio di Spalato (925) rafforzò il processo di latinizzazione dell’area, cercando di limitare il più possibile l’uso dello slavo nella liturgia, poiché esso costituiva di fatto un’eredità legata alla tradizione ortodossa. Si venne così a costituire col tempo un confine, segnato in primo luogo dalla circolazione dei libri liturgici in alfabeto latino e in alfabeto cirillico, che emarginarono progressivamente il glagolitico e l’impiego delle lingue slave nel culto cattolico.
Pure, nel caso dell’area croata, che parzialmente interessò anche la Venezia Giulia, è sopravvisse per secoli il fenomeno detto del glagolitismo, il quale però comprese solo in misura assai limitata i territori giulio-veneti, pare soltanto le zone rurali più interne, come i contadi di Pinguente, Rozzo, Aibona, Barbana ed alcune isole. Per valutare l’atteggiamento della Chiesa di Roma nei suoi confronti, si può ricordare ciò che accadde nel secolo XIX, dinanzi alla richiesta dei nazionalisti croati di reintrodurre il glagolitismo (poiché era di fatto scomparso) in area giulio-veneta. Vi si si opposero, sia pure con motivazioni diverse, la Curia romana, gli studiosi di storia ecclesiastica e le stesse popolazioni. La Curia pontificia, e per essa Leone XIII e Pio X, richiamarono i sostenitori del glagolitico ai principi del rito in lingua latina e li diffidarono dalla reintroduzione di tale rito. Gli storici, e basti ricordare il sacerdote Giovanni Pesante, lo storico rovignese Bernardo Benussi, lo studioso osserino Francesco Salata e illussignano prof. Melchiade Budinich, dimostrarono l'esiguità del fenomeno glagolitico e la sua eccezionalità, che era stata appunto tollerata accanto e subordinatamente all’impiego del latino. Dal canto suo, il Righetti non segnala neppure la presenza del culto glagolitico in terra giulio-veneta, limitandolo alla Croazia ed alla Dalmazia: beninteso, esso è effettivamente esistito, ma in percentuali pare di comprendere davvero di scarso rilievo, almeno sino al XX secolo, avendo riguardato solo alcune aree di popolamento croato, ed in alcuni periodi.
Basti dire che il più antico documento «vetero-slavo» dell'Istria, il «Razvod Istarski». compilato da due preti glagolitici è del pieno secolo XVI, mentre l’arrivo di genti slave oltre il monte Nevoso avviene attorno al VI secolo d.C. Tutti gli altri scritti di simile natura sono di modestissimo valore, annotazioni o poco più, a margine di messali, qualche iscrizione e graffito in poche chiese di campagna, testamenti nuncupativi (e abusivi) e registri parrocchiali solo per periodi brevissimi e in località isolate e d'una fascia ben delimitata. Pare che solo Lussingrande si sia avuto un uso duraturo della liturgia glagolitica, da solo 1560 al 1674.
La “riscoperta” (poiché già nel secolo XVIII appariva di fatto estinta) della liturgia glagolita in Venezia Giulia, data alla fine dell’Ottocento ed al principio del Novecento, col sorgere del nazionalismo moderno.
Inoltre, la distinzione basilare nello studio della liturgia non è nella lingua d’uso, bensì nel ritus d’uso, ovvero nelle forme, testi, successioni, cadenze calendariali ecc. che lo costituiscono. In ambito cattolico, diversamente da quello ortodosso, un ritus slavo non è MAI esistito. Il Righetti, “Manuale di storia liturgica”, autentica summa dello studio liturgico, elenca i seguenti ritus ovvero “tipi liturgici”, nelle “liturgie occidentali”: rito gallicano; rito mozarabico; rito celtico; rito africano; rito ambrosiano; rito d’Aquileia; rito beneventano; rito romano. Questa distinzione si ritrova anche nell’articolo “Liturgie” dell’ottimo “Dictionnaire de theologie catholique”, strumento di lavoro usato ed abusato dagli storici. Beninteso, sono esistite già in passato forme di culto celebrate in lingua slava, ma esse non hanno mai costituito un “tipo liturgico” proprio, rientrando unicamente nel “rito d’Aquileia” o nel “rito romano” (che a partire dal secolo XI si è progressivamente esteso, sino quasi a soppiantare gli altri), sebbene recitate in una lingua slava anziché in una di quelle cosiddette “universali”.
La celebrazione d’un tipo liturgico anziché un altro ha quasi sempre valore territoriale (anche se sono ammesse talora eccezioni: mi pare ad esempio che sia, oggigiorno, il caso di ciò che rimane del rito mozarabico, che eccezionalmente può essere praticato anche fuori dall’area geografica originaria, nel caso che si possa dimostrare d’essere provenienti o discendenti da siffatta regione), esattamente come il diritto romano (a cui, anche in questo, la Chiesa di Roma s’ispira), e risulta legato al culto celebrato dal vescovo nella diocesi d’afferenza ovvero dal patriarca (Toledo, Milano, Aquileia ecc.).
Nel caso della Venezia Giulia, questa regione è rientrata, sin da Roma antica, nell’area del patriarcato d’Aquileia, che giunse a comprendere al momento della evangelizzazione degli Slavi occidentali un’area amplissima (Come realtà ecclesiale, il Patriarcato di Aquileia è stato la più grande diocesi e metropolita ecclesiale di tutto il medioevo europeo. Fino al 811 la sua giurisdizione ecclesiastica arrivava fino al fiume Danubio a nord, al lago Balaton a est e a ovest arrivava fino a Como. A sud ha avuto la giurisdizione ecclesiale dell'Istria fino al 1751, anno della sua estinzione). Pertanto, il tipo liturgico giulio-veneto è stato dapprima quello aquileiese (formatosi integralmente nel periodo tardo-antico e del tutto esente da influenze slave), poi il rito romano.Pertanto, dal punto di vista liturgico, la Venezia Giulia è sempre rientrata nell’ambito del culto cattolico, nel rito dapprima d’Aquileia, poi di Roma. In quanto alla lingua, solo in alcuni periodi e luoghi è stata quella slava, mentre l’impiego del latino è sempre rimasto praticato in modo ininterrotto, soprattutto permanendo d’uso costante nelle sedi episcopali e nei monasteri.
mercoledì 30 gennaio 2008
ECCO QUA UN BENVENUTO BEN PIU' SIGNIFICATIVO DEL MIO
Nobile ed illustre signor Adalberto,
La ringrazio della Sua adesione e presenza su questo sito e Le porgo il mio più sincero benvenuto.
Colgo l'occasione solo per qui comunicarLe, evitando di sovraccaricare il Forum1 del Legno di messaggi privati, come al più tardi entro domenica dovrei poter riprendere la discussione interrotta, inserendo un nuovo pezzo sulla storia religiosa giulio-veneta.
Ho certo intenzione di rispondere ai quesiti che Lei di volta in volta solleva, ma all'interno d'un discorso complessivo e progressivo, che, seppur con estrema lentezza, sto cercando di svolgere.
Ho consultato (frettolosamente) i siti da Lei consigliati, ma al momento non mi pronuncio, se non altro perché gli argomenti trattati sono quasi sempre molto posteriori cronologicamente al periodo che per ora mi propongo d'esaminare.
Un poco per volta, se Lei avrà la pazienza d'aspettare l'eterno ritardatario, cercherò di rispondere a tutti gli interessanti quesiti e problemi che Lei instancabilmente propone.
Arrivederci a presto (spero!), con i miei più cortesi saluti
Marco
30 gennaio 2008 16.03
lunedì 28 gennaio 2008
domenica 27 gennaio 2008
venerdì 25 gennaio 2008
ERNESTO SESTAN E LA VENEZIA GIULIA. UNA RECENSIONE
Anzitutto, Sestan è stato uno storico di prim’ordine (su questo autore, cfr. G. Cherubini, Ernesto Sestan, "Archivio Storico Italiano", CXLIII, 1985, pp. 521-563), un medievista e modernista di spicco nell’intellettualità italiana ed europea, per molti anni docente dell'Università degli studi di Firenze, direttore della Deputazione di storia patria per la Toscana, segretario della Reale Accademia d’Italia, direttore della “Rivista storica italiana” di Roma, responsabile di corsi tenuti a Pisa alla Normale ecc. Gli studi sulla storia giulio-veneta sono piuttosto numerosi, ma assai spesso, per non dire solitamente, preparati da studiosi estranei all’ambito accademico: giornalisti, storici autodidatti ecc. Ciò non significa naturalmente escludere a priori il loro valore, ma semplicemente porre una pur approssimativa gerarchia fra l’autorevolezza che si può riconoscere ad uno storico della statura di Sestan ed altri, magari bravi e bene informati, però magari privi dell’esperienza e delle conoscenze per la produzione d’opere d’un dato livello. Un esempio di questo è Attilio Tamaro, il quale, pur storiografo non mediocre, (soprattutto con la Storia di Trieste, 2 voll. Alberto Stock editore, Roma 1924), presenta tuttavia dei limiti piuttosto evidenti, a cominciare da una certa partigianeria e da una difficoltà di sintesi e strutturazione dell’abbondante materiale raccolto.
Inoltre, lo scritto in questione di Sestan costituisce per molti aspetti un punto di riferimento obbligato per tante ricerche che si sono sostenute in seguito, insomma costituisce un piccolo “classico” nella letteratura scientifica sulla Venezia Giulia, come riconosce Anna Maria Vinci, docente di contemporaneistica all’università di Trieste. Guido Crainz, nel suo Il dolore e l'esilio. L'Istria e le memorie divise d'Europa (Donzelli 2005), parte nella sua indagine sulle “memoria divise” d’Italiani e Slavi della Venezia Giulia da un passo di Sestan (nella regione giulio-veneta "nazionalismi feroci ed esasperati in una lotta senza quartiere in cui gli uni finivano col pareggiare, anche moralmente, gli altri", per poi concludere che "I termini del conflitto trascendevano, nei loro motivi più profondi, il modesto ambito della vita regionale e si ispiravano alle correnti di idee e di passioni che fanno così feroce l'Europa contemporanea"), con cui in pratica questi suggella il suo scritto sulla storia giulio-veneta. In tal modo, Crainz può idealmente intraprende il proprio percorso là dove Sestan lo aveva interrotto, a partire dagli scontri ed i massacri culminati nell’esilio degli Italiani. Anche gli storici che pure si sono poi mostrati per certi aspetti critici verso alcune posizioni sestaniane, come Angelo Ara [da poco mancato, professore di storia moderna all’università di Pavia, amico e collaboratore di Claudio Magris, professore di letteratura tedesca all’università di Trieste, col quale ha condiviso un orientamento culturale rivolto all’analisi della “Mitteleuropa” e sostenitore del carattere specificamente plurale e “di frontiera” della Venezia Giulia e di Trieste, che può essere compreso solo ponendolo all’interno di quella sorta di agorà che è stata la Mitteleuropa] pure non hanno mancato di confrontarsi col suo pensiero (ad esempio, fra i molti scritti di Ara, cfr. A. Ara, Ernesto Sestan tra Veneti e Slavi, R.S. I., XCVIII, 1986, pp. 757-93). In altri termini, sia per chi si pone come suo erede e continuatore, sia per chi cerca strade diverse, il raffronto con lo studio di Sestan è opportuno.
Ancora, non si deve neppure trascurare la storia personale di tale storico. Questi era figlio d’un impiegato delle poste trentino, quindi un pubblico funzionario asburgico, trasferitosi poi in Istria. Nato in Trentino, Ernesto Sestan, nato in Trentino, crebbe nella terra istriana, ad Albona. La sua formazione culturale fu senza dubbio italiana, ma altresì con un’impronta mitteleuropea, tanto che egli parlava della sua preparazione intellettuale come “italo-austriaca”. Il titolo stesso della sua autobiografia è decisamente indicativo, prendendo il nome di Memorie di un uomo senza qualità [Memorie di un uomo senza qualità, Firenze 1997, di cui qui sono utili specialmente le pp. 142 sgg.], con chiaro riferimento al celebre romanzo di Musil, (fra l’altro) ritratto immortale dell’impero asburgico al suo tramonto. Sestan partecipò alla Grande Guerra, ma nell’esercito imperial-regio, anzi iniziò studi di storia (ancora giovanissimo, al momento provvisto soltanto del diploma liceale) proprio nel fatidico autunno del 1918, fine di un’epoca ed apertura di un’altra. Nonostante i sintomi disgregatori dell’Austria imperiale fossero ormai tangibili, pure egli ritornò alla sua unità nell’ottobre del 1918, dopo una breve licenza trascorsa a Trento, partecipando dalla parte dei vinti alla battaglia di Vittorio Veneto, che segnò la fine della dinastia asburgica e del suo plurisecolare impero. Eppure, Sestan si considerava italiano, tanto da esultare della vittoria dell’Italia e della prossima riunificazione di Trento e Trieste alla madrepatria. Questo però non gli impedirà di sostenere, anni più tardi, ormai maturo ed affermato storico, partecipando ad un convegno sulla figura del celebre irredentista Cesare Battisti, che il primo conflitto mondiale è stato sia l’ultima guerra del Risorgimento ovvero l’ultima guerra d’indipendenza, ma anche un’espressione del nazionalismo imperialista, estraneo agli autentici ideali risorgimentali [E. Sestan, Cesare Battisti tra socialismo e interventismo, in: Atti del Convegno di Studi su Cesare Battisti. Trento–Firenze 1979, p. 53]. Durante il secondo conflitto mondiale, Sestan fu un partigiano, ma cercò d’opporsi all’espansionismo slavo e marxista alle frontiere orientali d’Italia. La Premessa che egli pone all’opera qui analizzata, Venezia Giulia, ricorda come egli, originario d’Albona, ove riposano le salme dei suoi genitori, non intenda avanzare alcuna rivendicazione, ma soltanto ricordare una regione ormai perduta di cui egli era membro, cosicché dedica lo scritto «alle ceneri dei miei vecchi, là nel cimitero di Albona, queste brevi pagine di una storia che continua».. La vicenda umana di questo grande storico favorisce la sua comprensione della storia giulio-veneta, ma al tempo stesso lo preserva da spirito di parte e faziosità, anzi pare quasi compendiare nella sua personale biografia larga parte della vicenda degli Italiani giulio-veneti nel Novecento, dal dominio asburgico all’unione con l’Italia, all’esilio.
B] La struttura dell’opera di Sestan sulla Venezia Giulia è la seguente, coi riferimenti ai numeri di pagina sulla base dell’edizione originale:
Avvvertenza (pp. 7-8)
Premessa (pp. 9-11)
- La romanizzazione (pp. 11-17)
- Il trapasso dalla romanità alla italianità (pp. 17-30)
- L’infiltrazione germanica (pp. 30-37)
- L’espansione e la importazione slava (pp. 38-49)
- L’opera di Venezia (pp. 49-71)
- Ripresa germanizzante asburgica (pp. 72-82)
- L’ascesa degli Slavi (pp. 82-95)
- La difesa degli Italiani (pp.95-103)
- L’unione all’Italia e la politica del Fascismo verso gli Slavi (pp. 104-124)
Nota bibliografica (pp. 125-136)
Dopo la Premessa, in cui spiega le ragioni umane che lo hanno condotto alla stesura di quest’opera, con la già ricordata dedica ai suoi genitori sepolti ad Albona, segue l’Introduzione, nella quale egli precisa finalità e limiti della sua ricerca, rivolta essenzialmente alla storia politica e culturale della Venezia Giulia, secondo la prospettiva storiografica prediletta da Sestan, che pure non trascura, in questa ed in altre opere, dati economici e sociali.
Entrando poi nell’argomento, nel capitolo I egli spiega accuratamente come la regione in questione, parte della romana Venetia-Histria, fosse interamente romanizzata già ai tempi di Augusto, anzi la romanità si estendeva in epoca imperiale ben oltre il confine geografico del Monte Nevoso, con la latinizzazione dell’antistante Illiria. Ernesto Sestan quindi può concludere “che la romanità dell'Istria, per la profondità delle sue radici, per la durata nel tempo non è punto diversa ne di qualità deteriore rispetto alla romanità delle altre terre dell'Italia settentrionale,” interamente latinizzate (Ibidem, p. 17).
Il capitolo II descrive il passaggio, graduale e continuo, dalla “romanità” alla “italianità”, o, se si preferisce, dai “Romani” ai “romanici”. La conscientia sui nazionale dei giulio-veneti nel Tardo Antico s’innesta su quella d’epoca della Roma imperiale, e la prosegue. (Ibidem, pp. 28-29).
Il capitolo III, in cui parla delle presenze germaniche in Venezia Giulia, ne rileva implicitamente il ruolo minoritario sotto gli aspetti demografico e culturale, anche se assai rilevante sotto quello politico.
Il capitolo IV passa a parlare dell’arrivo degli Slavi, a partire dai loro primi, timidi ingressi in terra giulio-veneta alla fine del VI secolo d.C, principalmente con semplici incursioni militari, oltretutto respinte. Sestan annota la lentezza della colonizzazione slava ed il carattere non lineare del suo processo. Gli Slavi giunti in Friuli ed in Istria nel VI-VII secolo vengono poi in gran parte riassorbiti all’interno della popolazione latina, tanto che le fonti non segnalano la loro presenza dal IX al XI secolo in terra friulana, e dal IX al XII in quella istriana. Anche a voler rifiutare i semplici dati documentari e letterari, resta il fatto che la popolazione slava nell’area giulio-veneta in questi secoli dovesse essere decisamente ridotta. (Ibidem, pp. 40-41). In altre parole, è possibile argomentare a favore della massiccia prevalenza di latini in Venezia Giulia sino al Duecento, anzi al Trecento. Soltanto le grandi epidemie del 1348-1349, che spopolarono interi territori giulio-veneti, determinarono la comparsa di considerevoli popolazioni slave, anteriormente affatto minoratarie (Ibidem, pp. 38-49). Sestan inoltre rileva la netta subalternità politica, economica e sociale degli Slavi rispetto agli Italiani (Ibidem, p. 39 sgg.). La presenza degli Slavi in Istria si sarebbe poi assestata nei secoli successivi, con l’importazione del feudalesimo da parte della nobiltà tedesca: la componente slava avrebbe fatto da base produttiva per il nuovo modello politico e sociale. Il feudalesimo germanico trecentesco, posteriore alla sudditanza di Trieste a Vienna, sarebbe stato matrice e base materiale per l’innesto di numerosi mutamenti nella regione, tra cui il cambiamento della composizione etnica.
Il capitolo V, dedicato a Venezia, mostra come l’operato della Serenissima abbia comportato un paradosso. Da una parte, essa, come le autorità politiche asburgiche, favorì l’immigrazione slava, per via di ragioni legate alla produzione agricola ed al commercio. Tuttavia, l’espansione veneziana comportò anche una maggiore sottomissione dell’elemento slavo a quello italiano, sia politicamente, sia economicamente. Non si può parlare, secondo Sestan, di vero “colonialismo” veneziano nell’area giulio-veneta, pure la regione si trova ad orbitare a lungo attorno a quello che, dal secolo XIV sino agli inizi del XVI, è il principale centro commerciale europeo, e forse il secondo per importanza finanziaria. Inoltre, Venezia non manca di diffondere anche nell’Istria e nella Dalmazia la sua cultura, che è quella italiana.
Il breve capitolo VI si sofferma sulla germanizzazione dei possedimenti asburgici, che però rimane un fenomeno di scarsa rilevanza quantitativa, legato soprattutto alla presenza politica e militare degli austriaci nella regione, la quale però non modifica in modo sostanziale la società locale, né nella sua demografia, né nell’economia e nella cultura.
I capitoli VII, VIII, IX costituiscono di fatto un trittico, e meritano d’essere esaminati congiuntamente. Essi infatti trattano di come da una situazione etnica piuttosto ben definita (potere politico e militare tedesco, economico, sociale e culturale italiano, netta subalternità degli Slavi, definiti da Sestan quale un elemento, sino ai principi del ‘700, quasi interamente “passivo”; Ibidem, p. 82), si venga a produrre uno stato di latente ostilità reciproca, dovuta in parte alla politica asburgica, in parte alla nascita del patriottismo d’ispirazione democratica e romantica, ciò che oggigiorno è considerato il patriottismo.
Un primo, importantissimo cambiamento nella situazione degli Slavi nella regione si ebbe, come racconta Sestan nel suo Venezia-Giulia, a partire proprio dal XVIII secolo, con la legge che aboliva la schiavitù nei territori austriaci, approvata al principio del ’700, seguita poi nel 1848 dall’abolizione di tutti i diritti di corvée ed i rapporti di servitù (ancora in vigore in Venezia Giulia, come in altre terre mitteleuropee), sostituiti con normali rapporti economici regolati dal denaro. Queste misure diedero l’avvio ad un processo di indebolimento del latifondo e della proprietà pubblica, favorendo la diffusione della piccola proprietà. Da un censimento istriano del 1880, risulta che il 95% della popolazione producente beni agricoli era composta di piccoli proprietari. Si tratta di un dato estremamente significativo: le misure messe in atto dall’amministrazione austriaca ebbero l’effetto di mettere gli Slavi, da un punto di vista economico e sociale, sullo stesso piano dei contadini italiani. Essi cessarono di essere dei “servi della gleba”, legati ai vincoli feudali, e divennero soggetti attivi della vita economica della regione, destinatari di diritti economici cui avrebbero legittimamente voluto affiancare una serie di diritti politici. Nello stesso periodo, forti spinte culturali nazionalistiche avevano incominciato ad irradiare dalle capitali europee, rese più forti dalla spinta germanizzatrice impressa dall’Austria alla propria politica, formalmente, fin dalla fine del Settecento.Dalla metà dell’800 l’amministrazione austriaca si rese anche protagonista di una serie di grandi opere urbanistiche e infrastrutturali, per le quali accorsero in Istria abitanti da parte di altre regioni, molti dei quali di origine slava. I lavoratori erano concentrati in cantieri le cui dimensioni erano del tutto inedite per la regione. Secondo Sestan, per gli Slavi istriani sottoposti all’amministrazione austriaca, l’esperienza dei cantieri fu la prima vera esperienza di massa dai tempi della colonizzazione ed ebbe effetti sconvolgenti per gli equilibri della regione. Per fare un parallelo efficace, si potrebbe dire che l’esperienza storica dei cantieri austro-istriani ebbe, per gli Slavi della regione, conseguenze culturali e politiche paragonabili a quelle determinate dall’esperienza della fabbrica per la classe operaia inglese ed europea nell’800. Essa rappresentò l’occasione per il confronto, per il risveglio delle coscienze e per la diffusione di idee di riscossa e indipendenza nazionali. Essa rese più veloce la diffusione del nazionalismo slavo, che andava costituendosi, non senza conflitti, attorno al nucleo forte dell’identità serbo-croata. Nonostante i fenomeni di aggregazione di massa e la crescita della coscienza nazionale, i diritti politici e le rivendicazioni linguistiche e culturali segnavano il passo: nella Dieta istriana del 1861 vennero eletti solo tre Slavi nella Dieta Provinciale Istriana tutti e tre sacerdoti. Gli Slavi avevano diritto di voto come tutti gli altri, ed erano ormai maggioranza in molte parti del territorio. Ma il diritto di voto era sancito secondo un discrimine censitario e l’insuccesso elettorale dei candidati slavi testimonia in modo molto chiaro della loro povertà. Il fatto che i pochi eletti fossero ecclesiastici, secondo Sestan è indice del difficile ruolo sociale degli Slavi e del fatto che la carriera ecclesiastica rappresentasse uno dei rari mezzi di promozione sociale della parte di popolazione più povera della regione. In tutte le diete provinciali gli Slavi avanzarono richieste per l’utilizzo della lingua slava nei documenti ufficiali, che furono respinte. Il governo viennese agì con sottigliezza, assieme decapitando e reprimendo i movimenti nazionalistici italiano e slavo, dall’altra aizzando le reciproche ostilità, specialmente col favorire gli Sloveni ed i Croati a danno degli Italiani, ben più pericolosi per il diverso livello economico e culturale. Secondo la ricostruzione di Sestan, la vittoria italiana nel primo conflitto mondiale determinò la quasi istantanea (e volontaria) scomparsa di Magiari e Tedeschi dai territori che fino a poco tempo prima erano stati competenza austriaca, spiegabile col fatto che si trattava principalmente di funzionari e militari dell’imperial-regio governo. Il dominio italiano divenne effettivo anche in zone interne dell’Istria e del Friuli, nei confronti di popolazioni che, da generazioni, erano ignare di risiedere su terre che fossero oggetto di diverse rivendicazioni politiche e territoriali. Scriveva Ernesto Sestan: “Per tutta questa popolazione slava, certamente, in quei primi giorni di novembre 1918, nei quali le truppe italiane vittoriose presero possesso del paese…le ragioni di sorpresa, di turbamento, di confusione, ma anche di fiduciosa attesa erano molte. I più sorpresi dovettero essere quegli sloveni dei distretti della Carniola, di Idria, di Bisterza che da secoli vivevano la loro vita politica, se mai, in contrasto con i tedeschi; che, probabilmente, mai prima di allora avevano saputo di essere oggetto di rivendicazione da parte degli italiani e che tuttavia si vedevano improvvisamente incorporati nelle aspirazioni italiane, amministrati da autorità italiane”. Il Trattato di Rapallo del 12 dicembre del 1920 chiude un regime di armistizio, come osserva il Sestan, durato nella Venezia Giulia “un tempo indicibilmente lungo…cioè per oltre due anni”, e lo chiude includendo nel Regno d’Italia qualcosa come quattrocentomila slavi. Il fascismo in Istria ed in Friuli ebbe caratteristiche particolarmente dure:in primo luogo per ragioni “tradizionali” legate alle zone di confine, che divennero zone di attrito all’inizio del ’900, nel momento in cui la polemica nazionalistica prese a farsi più accesa. Nasce nella Venezia Giulia il cosiddetto “fascismo di frontiera”, al quale Mussolini riconosce, a torto od a ragione, il merito della progenitura di tutto il movimento fascista nazionale, tanto che nell’impresa fiumana di Gabriele D’Annunzio può trarre ispirazione per alcuni dei suoi temi cardinali: il nazionalismo e l’imperialismo, l’arditismo, l’idea della vittoria mutilata, ecc. Era normale che un movimento come quello fascista, fortemente nazionalista, avesse in queste regioni un carattere più aggressivo;inoltre, dopo la smobilitazione, molti reduci del primo conflitto rimasero nelle zone che li avevano visti impegnati nei combattimenti di frontiera. Particolarmente aggressivi, alcuni di loro furono tra i fondatori del fascismo italiano. A partire dagli anni ’20 questi gruppi di ex combattenti si resero protagonisti di numerosi scontri con i socialisti, accusati di essere traditori della causa italiana in quanto internazionalisti, e con gli Slavi che si erano organizzati per portare avanti rivendicazioni politiche ed autonomistiche. Il conflitto raramente si mantenne nei limiti della legalità ed i contrasti furono molto duri. Alle elezioni del 1921 non venne eletto nessun parlamentare slavo, ma i voti degli slavi è probabile che convergessero sui candidati comunisti e internazionalisti, che ottennero un buon successo.Pochi mesi dopo si tenne un censimento che, per l’Istria, attestava una maggioranza schiacciante di italiani. Sulla validità di questo censimento si discute fra storici, ma non è il caso qui di meglio precisare. È certametne possibile che il risultato fosse il frutto di una serie di brogli e della complicazione dei quesiti, tutti in lingua italiana, rivolti a “gonfiare” la presenza italiana nella regione. Tale censimento rappresentò la «fragilissima base giuridica» sulla quale si procedette alla «italianizzazione degli Slavi», a partire dal 1925, destinata ad acuire i contrasti fra le due comunità.
C] L’opera Venezia Giulia dello storico istriano non è affatto una sorta di “masso erratico” nella produzione storiografica sestaniana, ma al contrario si presente Fra le principali opere del Sestan è di notevole interesse, per ciò che qui interessa, Stato e nazione nell’Alto Medioevo. Ricerche sulle origini nazionali in Francia, Italia, Germania, (Edizioni scientifiche italiane, Napoli 1952), in cui egli si sofferma proprio sulle “radici” storiche altomedievali della formazione dell’identità nazionale francese, tedesca ed italiana. Grazie alla preparazione di Sestan, il “caso” giulio-veneto può quindi essere inquadrato, pur nella sua specificità, all’interno d’una prospettiva ben più ampia, italiana ed europea, evitando le storture derivanti da una visione meramente localistica, inevitabilmente limitante ed anche deformante.
Bisogna sottolineare il profondo legame di Sestan con la storiografia e la cultura tedesca, nonché, in particolare, con quella austriaca, che tanto contribuì alla sua formazione di studioso. Lo storico trentino è stato sempre sensibile al problema della nazionalità ed assieme profondamente ostile ad ogni sua affermazione nazionalistica, tanto da potersi dichiarare, profondo conoscitore della civiltà germanica, quale un intellettuale di matrice italo-austriaca, sperimentando il dissidio interiore ma anche i vantaggi d’appartenere a due culture così diverse.
Gli stessi studi sul Risorgimento di Sestan si pongono nella prospettiva suddetta, col paragone fra Risorgimento italiano e unità tedesca (1942) al volume sulla costituente di Francoforte del 1848, e poi ancora proprio l’opera qui considerata sulla Venezia Giulia. La nazione per Sestan nasceva da un processo spontaneo e preesisteva allo Stato. Quest’ultimo poteva farsi interprete dell’identità nazionale, ma poteva anche affermarsi in opposizione ad essa, procedendo senza tener conto delle differenze fra i popoli per cementare l’artificiosità di alcuni organismi politici. Nella storia recente dell’Italia e dell’Europa, dopo i conflitti mondiali, il recupero delle valenze positive insite nell’idea di nazione era una necessità irrinunciabile per Sestan, che si considerava erede della tradizione risorgimentale del patriottismo democratico.
Si può quindi concludere sulla piena collocazione dello studio sestaniano sul “confine orientale” d’Italia all’interno della sua complessiva produzione storiografica, senza forzature ma anzi in piena integrazione.
Lo studio Venezia Giulia di questo grande storico si segnala non solo per la linearità e semplicità della narrazione, che maschera il profondo lavoro di ricerca e rielaborazione svolto, capace di sintetizzare in breve e in un’opera ben strutturata questioni delicate e complesse, ma anche per il suo equilibrio ed imparzialità.
Pur nel riconoscimento dell’importanza degli Slavi ed anche dei Tedeschi nella storia giulio-veneta, lo scritto sestaniano si può considerare a pieno titolo quale un’attestazione della fondamentale, sebbene non esclusiva, italianità della Venezia Giulia. In particolare, Sestan ha posto in rilievo come, da Roma antica sino al Trecento, la regione sia stata a schiacciante maggioranza latina, mentre, praticamente per l’intera sua storia, abbia visto la preminenza economica, sociale e culturale degli Italiani.E’ indubbio che, come ogni cosa a questo mondo, l’opera sestaniana abbia dei limiti, primo fra tutti la sua età. Però rimane un punto di partenza e di confronto per ogni discussioni sulla storia “etnica” o “nazionale” giulio-veneta, tanto da costituire sull’argomento un autentico classico.
IL GIORNO DELLA MEMORIA
Il proprietario dell'azienda era un livornese col quale eravamo in buona amicizia. A sua volta il Sor Alfredo aveva amici, fra i quali un signore distinto, colto e cortese.
Venni a sapere che questo signore era ebreo una mattina che non dimenticherò mai.
Ero, come al solito, a giocare giù in corte dove ormai ero di casa e vidi arrivare dal fondo della gran loggia d'accesso un uomo, grosso e sciatto, con un cappello grande e spiegazzato, poggiato sulla testa di sghimbescio, un cappotto slacciato e cadente, scarpe trascinate come ciabatte ormai vecchie e slabbrate....rimasi allibita : non poteva, quel fagotto disfatto, essere l'amico ebreo del Sor Alfredo, quello stesso che avevo salutato con allegria appena il mattino prima....invece sì. Guardai incontrarsi i due amici e osservai la metamorfosi : erano diventati come due scarabei, che avevo osservato bellissimi e dai colori sgargianti, schiacciati da un piede maligno e ormai quasi morti su una terra diventata improvvisamente brulla.
Fuggii a rifugiarmi, consapevole di aver visto una cosa terribile, tra le braccia di mia madre che capì e mi svelò una delle più atroci realtà cui avremmo dovuto assiste per quella guerra che avevo ascoltato dichiarare in quel giugno caldissimo del 1940.
giovedì 24 gennaio 2008
RISULTATI DI UNA CRISI DI GOVERNO AGOGNATA
E' NATA A NAPOLI ROSALUNA
IL TAR DEL LAZIO E LA LEGGE 40. CONTRO LA VOLONTA' POPOLARE
E’ superfluo qui ricordare sulla base di quali principi si sia stesa la legge 40 e che cosa essa prescriva. Piuttosto, bisogna porsi le seguenti domande:
1) la legge 40 è stata votata dal Parlamento, organo legislativo, e firmata dal Capo dello Stato, supremo notaio costituzionale e presidente della Corte Costituzionale, chiamati ambedue a vigilare sulla conformità delle leggi proposte alla Costituzione. Con quale diritto la magistratura, che non ha potere legislativo, s’arroga di sospenderla od addirittura pretende di modificarla?
2) come può un semplice Tribunale Amministrativo Regionale rivendicare il diritto di sospendere una legge nazionale?
3) qualora ogni TAR, anzi ogni organo magistraturale, agisse in modo simile, non si avrebbe forse una vera condizione d’anarchia? Ogni singolo magistrato potrebbe decidere quali leggi abrogare, sollecitare o modificare.
4) perché il TAR non ha tenuto conto del fatto che un referendum abrogativo della legge 40 è stato di fatto respinto dalla stragrande maggioranza degli Italiani? La decisione del giudice non va soltanto contro a quella del Parlamento e del Capo dello Stato, ma anche a quella del popolo, direttamente convocato.
5) la legge 194, che legittima l’aborto, è stata, parimenti alla legge 40, votata in Parlamento, approvata dal Presidente della Repubblica e confermata da un referendum. Tuttavia, essa non è applicata correttamente, in quanto le norme che essa prescrive non sono rispettate. A) Ad esempio, essa consente l’aborto soltanto in caso di “grave pericolo per la salute fisica e mentale della donna”, laddove i medici abortisti stessi ammettono che solitamente le ragioni che inducono la madre ad abortire non sono affatto così gravi. Le statistiche stesse sulle condizioni economiche e sociali delle donne che giungono all’aborto lo attestano. I veri e propri aborti terapeutici sono in realtà assai rari, oscillando attorno all’1% od al 2%. In altri termini, la legge 194 è violata nell’applicazione dai suoi stessi sostenitori. B) Ancora, l’aborto è considerato da questa legge medesima come un male, ma soltanto il “male minore” (sic). La legge 194 prevede l’esistenza massiva ed attiva di consultori, atti a valutare le condizioni di salute psicofisica della madre e l’effettiva “esigenza” (sic) dell’aborto stesso. Perché queste norme non sono mai state messe in atto e l’istituzione dei consultori è stata di fatto delegata ad associazioni private? C) Inoltre, i principi ispiratori della legge 194 sono ormai anacronistici, poiché è stato fissato come termine ultimo per consentire l’aborto la data di 3 mesi dal concepimento, oltre il quale il feto era in grado di sopravvivere al di fuori del corpo materno, col sostegno delle incubatrici. Però, oggigiorno, a distanza di quasi trent’anni dall’approvazione della legge 194, la medicina è decisamente progredita e consente al feto di rimanere in vita al di fuori della placenta ben prima dei tre mesi. In altri termini, sulla base dei principi giuridici medesimi della legge 194, essa dovrebbe essere rivista.
Perché ogniqualvolta si sollecita una corretta applicazione della legge 194, o si domanda la sua revisione ovvero aggiornamento, in conformità ai suoi dettami ispiratori, gli abortisti replicano che essa è stata approvata da Parlamento e da un referendum, e non può essere modificata? Così facendo, gli abortisti contraddicono la legge 194 medesima, infrangendone i principi.
Al contrario, la legge 40, emanata da poco, vede già un TAR pronto a sospenderla ed a richiedere il parere della Consulta, in seguito agli esposti di determinate “associazioni”, a quanto pare di marca radicale, femminista ed omosessualista.
Rispondere ai quesiti suddetti equivale ad ammettere come i vari sostenitori della “libertà” intesa alla maniera del radicalismo e progressismo “illuminato” e salottiero rivendichino di fatto libertà solo per sé stessi e per le proprie idee, negandola sempre a quelle opposte. Le leggi devono essere rispettate, solo nella misura in cui è loro consono, così come la “volontà popolare”.
Il tentativo del TAR del Lazio di cancellare la legge 40 o comunque rettificarla o cambiarne l’applicazione può apparire agli occhi di molti come un attacco non solo alla separazione dei poteri dello Stato, all’autorità del Parlamento e del Presidente della Repubblica, ma alla volontà stessa degli Italiani, inequivocabilmente espressa da un referendum.[1]
Al contrario, a prescindere dalle valutazioni sulla liceità dell’aborto, cosa distinta dalla legittimità (l’aequum, il “giusto”, non necessariamente equivale allo ius, il “diritto”), se esiste una legge che andrebbe cambiata, in totale rispetto alle normative vigenti, anzi, in loro attuazione, è proprio “l’intoccabile” legge 194.
Marco Giulio
[1] Esso ha visto la conferma di questa legge stessa, nonostante l’opposizione di quasi tutti i “poteri forti” (dalla finanza all’intellettualità alla “grande stampa”)
mercoledì 23 gennaio 2008
UNA PROPOSTA PER GIO'
Cosa ne dici se uniamo tutti i nostri ricordi, quelli di tanti amici dell'Aero Club di Modena, di Mauro Forghieri, di vecchi meccanici della Ferrari ecc. e scriviamo una storia del vecchio Autodromo ? Un editore? Chiediamo a Guti di pensarci lui.
Libro fotografico e di eventi negli anni, mettendoci dentro anche tutto di Ferrari ed altri marchi.
Ho visto le tue foto quì sul blog. Ma cambi mai tu, oppure hai una pozione magica per restare sempre bella e giovane??
Un abbraccio
Albert
martedì 22 gennaio 2008
LO ACCUSARONO DI NEPOTISMO - PIO XII
lunedì 21 gennaio 2008
PERCHE' NASCONDERE QUESTE PAROLE IN UN COMMENTO ?

ROSSO FERARI
Da Albert per Gio
Amica Giò
Quello che scrivi è ciò che vivevamo nella Modena di allora e all'Autodromo, tutti i giorni, e specialmente quando il Drake era li, ai box, a sovraintendere il lavoro dei suoi uomini.
Ho avuto la fortuna di conoscerlo, di conoscere Mauro Forghieri, di essere considerato nipote, come i suoi nipoti, da parte del vecchio Bazzi, torinese e primo capo motorista in Ferrari, un motorista all'antica, che poggiava la lama del cacciavite su coperchio delle valvole e ti faceva la radiografia precisa di quel motore, d'avere conosciuto tanti piloti di allora, Phil Hill, i fratelli Rodriguez, Scarfiotti, Bandini, Fangio, Lauda, Amon, Shekter e tanti altri, di montare in macchina e girare in pista con Parks, d'avere visto ed essere montato a bordo dell'unica Serenissima di Giovanni Volpi, d'avere sentito i primi vagiti della De Tomaso Bitrave, d'avere provato una Ford Cobra, che allora era la bestia nera dei prototipi Ferrari, d'avere visto, un giorno, entrare dal cancello dei box quel camion che portava una macchina coperta da un telo, e tolto il telo scoprire che sotto c'era una macchina straordinaria e dalle linee futuriste, la prima Miura Lamborghini, e quel mezzogiorno eravamo a tavola con il collaudatore australiano, alto come una pertica e magri come un grissino, ma che mangiava gnocco e tigelle in quantità industriali e beveva Lambrusco che pareva acqua fresca.
Quella era l'epopea dell'automobilismo sportivo ancora da pionieri, con l'amico Luciano Bovina che girava il mondo per conto ai Autosprint, facendo foto a tutti i GP, che mi faceva vedere in anteprima e mi raccontava di vizi e virtù di un mondo che era ancora molto naif, rispetto all'asettico, per la meccanica, mondo della F1 del giorno d'oggi.
Tanto è stato scritto, di quel mondo, ma ancora nessuno ne ha scritto per rendere veramente l'atmosfera di un ambiente che ora pare preistoria, ma li è nata la vera storia dell'automobilismo sportivo in una città, Modena, dove in ogni officina scoprivi dei veri geni dei motori, ed in ogni officina nascevano macchine che poi, la domenica, ti ritrovavi correre sulle piste più improbabili, per il gusto di sentire rombare un motore, e vedere piloti che si sfidavano su qualsiasi cosa che avesse 4 ruote e fosse capace di affrontare una curva "a radec".
Grazie Giò, perchè riporti questo modenese a mangiare un pò di motori e mattane dei bei tempi, mai morti o sopiti
domenica 20 gennaio 2008
LE PAROLE DI UN MUSULMANO - MAGDI ALLAM
quando questa mattina verso la fine del suo discorso all’Angelus domenicale il Papa si è rivolto ai 200 mila fedeli che gremivano Piazza San Pietro e via della Conciliazione a Roma con la medesima espressione che mi è abituale da lunghi anni, “cari amici”, mi si è aperto il cuore e si è consolidato in me il convincimento della profonda sintonia spirituale con l’uomo che io oggi considero l’unico vero faro e l’autentico paladino dei valori assoluti, universali e trascendenti che sostanziano l’essenza della nostra umanità, così come sono convinto che rappresenti l’estremo baluardo di difesa della civiltà occidentale dal cancro del relativismo cognitivo, etico, culturale e religioso, nonché di resistenza dall’aggressione del nichilismo dell’estremismo islamico globalizzato che ha messo solide radici all’interno stesso dell’Occidente.
Ugualmente ho sentito che Benedetto XVI mi era sempre più vicino quando ha usato, sempre nel finale dell’Angelus, un’altra espressione che mi è abituale, “andiamo avanti”, e quando ha indicato nella “verità e libertà” il percorso da intraprendere. Ebbene il quel “cari amici”, “andiamo avanti” e “verità e libertà”, c’è la sintesi di un uomo che a fronte dell’acutezza intellettuale e profondità scientifica che contraddistinguono il suo eccezionale profilo teologico e accademico, è capace di una rara semplicità e disponibilità nel rapporto con l’altro, è animato da una solida volontà di affrontare con fermezza e vincere con determinazione le sfide imposte da un’umanità lacerata al suo interno e in conflitto con se stessa, è sorretto da una incrollabile fede nella verità che è tale sul piano terreno e trascendentale, nella sacralità della vita e nella libertà che s’identifica con la piena dignità della persona.
Che lezione di vita e di fede ci ha dato quando, sfiorando appena nella seconda metà dell’Angelus l’incresciosa vicenda che l’ha indotto, con una decisione fondata e saggia, a rinunciare “mio malgrado” alla visita all’Università La Sapienza, l’accademico di lunga data Joseph Ratzinger si è limitato ad esortare gli studenti: “Da professore vi dico, rispettate le opinioni altrui”. Che un Papa invochi il rispetto, con il sottinteso è che è venuto meno il rispetto nei suoi confronti, significa che in Italia è in crisi il fondamento della civiltà occidentale e il pilastro dei diritti dell’uomo: la libertà d’espressione. E giustamente il Santo Padre ci sollecita a focalizzare l’attenzione proprio sulla violazione del pilastro della civile convivenza, senza cui si precipita inevitabilmente nelle barbarie.
Il discorso del Papa ci chiarisce che chi lo teme, chi vorrebbe tacitarlo e chi gli ha impedito di parlare alla Sapienza, ha in realtà paura non delle supposte posizioni dogmatiche o peggio ancora oscurantiste di Benedetto XVI, bensì del confronto razionale. Questo Papa è immensamente grande perché è in grado di sfidare e di vincere il confronto con i laicisti e i relativisti sul piano prettamente razionale. Ciò che i suoi nemici temono non è la sua solida fede che loro rigettano aprioristicamente, ma la forza della sua argomentazione razionale a cui non dovrebbero sottrarsi. Se lo fanno, e lo fanno, vuol dire che non sono solo poveri di spirito ma sono innanzitutto degli impostori che hanno sostituito l’ideologia al posto della scienza e della ragione.
Il Santo Padre ha vinto alla grande la battaglia impostagli dalla minoranza di docenti accecati dal fanatismo relativista e positivista e di un pugno di studenti inebriati dalla violenza ideologica vetero-comunista, ma la guerra è ancora lunga. La sfida che abbiamo di fronte sarà definitivamente vinta solo quando riusciremo a riscattare la certezza della verità dalla piaga del relativismo; a radicare in noi il sistema dei valori che corrisponde al bene comune affrancandoci dalla deriva etica; a compiere la buona azione che realizza il legittimo interesse della collettività bonificando il Tempio della politica dagli spregiudicati mercanti che l’hanno profanato per perseguire i propri egoistici interessi danneggiando l’insieme della collettività.
GIOVANNA scrive...


ROSSO FERRARI.
Tutti pronti? Allacciate le cinture ed accendete i motori: si parte.
Domenica 16 marzo, in Australia a Melbourne, inizia nuovamente il Campionato di Formula1, che terminerà solamente il 2 novembre, dopo la bellezza di 18 gare in altrettanti circuiti e Paesi diversi.
Dopo un 2007, inquinato e sfalsato da formulopoli, dopo accuse, condanne, cattiverie, sospetti, anomalie e corse tutte contrassegnate dalla legge del più cattivo, si ricomincia da zero.
Alonso torna al suo primo amore: la Renault, capitanata da Briatore. Sarà suo compagno d’avventura il giovanissimo Piquet Jr.(chi non ricorda il simpaticissimo papà Nelson?).
Montezemolo punta tutto su Raikkonen, con Stefano Domenicali, nuovo Direttore Sportivo Ferrari, al posto di Jean Todt che per ben 17 anni ha guidato la squadra.
Alla Mc Laren vedremo se Hamilton è stata solamente una cometa passeggera.
Fisichella entra nella nuova, nuovissima Force India Team, di proprietà del magnate indiano Vijay Mallaya.
Ma tutto questo lo potrete leggere sui giornali sportivi. Vorrei invece fare una constatazione di tipo diverso, essendo nata in un paesino vicino a Maranello ed essendo cresciuta a pane, mortadella e motori.
Come sarebbe la F1, se fosse ancora vivo il Commendatore?
Nessuno ce lo potrà mai dire, ma posso assicurarvi che l’uomo Ferrari era un puro, un semplice, grande e forte, ma allo stesso tempo implacabile verso se stesso e verso il mondo (del resto aveva molte cose da farsi perdonare, sia nella vita privata che nella sua acesa). Per non parlare del suo terribile rapporto con i piloti ed i tecnici (potremmo chiamare a testimoniare Ascari, Bandini, Villenueve, Forghieri, Giberti…tanto per citarne qualcuno!). Chi non parlava italiano (vedi Shumacher), decisamente, non entrava a Maranello e men che meno si poteva sedere alla sua ambitissima tavola al Ristorante Cavallino, quando, a mezzogiorno in punto, ci si poteva deliziare con i tortellini in brodo ed il bollito preparati da Oscar. Non si poteva arrivare in ritardo: il Drake aveva solamente bevuto un caffè alle 7 del mattino per entrare in Azienda, accompagnato dal fido autista Peppino, ad aspettare i meccanici e gli ingegneri. Naturalmente, non sarebbe poi uscito fino alle 7 di sera.
Non ha mai visto un Gran Premio personalmente: ha sempre solo seguito le vicende dei Suoi Piloti attraverso la televisione, chiuso, in completa solitudine, nel Suo immenso ufficio sulla Via Giardini, in quella improponibile e soffocante calura della pianura padana.
Pensate che un uomo simile avrebbe potuto sopportare le maldicenze e i giochetti di questi ultimi anni? Avrebbe mai concesso alla Sua squadra di correre in India, in Cina, in Barehein o in Turchia?
No, la F1 è un prodotto occidentale, o meglio Europeo, nato e cresciuto in Italia ed in Inghilterra: la globalizzazione fa miracoli, ma l’Oriente è lontano e Lui non si sarebbe certo fatto accecare sulla via di Damasco…
Non avrebbe mai accettato, anche se il suo motto era solo uno: VINCERE!
sabato 19 gennaio 2008
FU DAVVERO UN ESILIO GIUSTO ?

Otto anni fa moriva ad Hammamet in Tunisia Bettino Craxi. e colà è sepolto.
La Storia, forse, ci dirà se il suo fu un esilio giusto.
Ma "La storia, quando diventa tale, non è già più verità" diceva Vittorio G. Rossi, un giornalista scrittore di vaglia, ma dimenticato dall'Intellighenthia più becera.
Io ricordo l'una e l'altra queste persone e, in diversa maniera, li tengo nella mente e nel cuore.
AKITA - inu, LA RAZZA DI CANI PIU' FEDELI
Da queste parole di Marco Giulio :.......Colgo l'occasione per ricordare un esemplare d'Akita-Inu, razza giapponese leggendaria per la sua fedeltà, che, dopo la partenza del suo padrone, recatosi al fronte e mai più tornato, attese per tutta la sua restante vita il ritorno dell'amato nella stazione ferroviaria in cui l'aveva visto per l'ultima volta, sino alla propria morte.
Oggigiorno, una statua onora il ricordo di questo cane ad Osaka, proprio nella stazione ferroviaria.
venerdì 18 gennaio 2008
giovedì 17 gennaio 2008
DA "IL TIMONE"

mercoledì 16 gennaio 2008
DA "CORRISPONDENZA ROMANA"
di Roberto de Mattei
Ciò che è accaduto a Roma il 15 gennaio 2008 è l’offesa più grave rivolta a un Papa da oltre un secolo. Ciò che rende più grave l’oltraggio è che questo sia avvenuto a Roma, sede bimillenaria del Papato e città “sacra” alla Cristianità, almeno fino al 18 febbraio 1985, data in cui il nuovo Concordato tra la Santa Sede e il Governo italiano cancellò l’art. I dei Patti Lateranensi che stabiliva che “in considerazione del carattere sacro della Città eterna, sede vescovile del Sommo Pontefice, centro del mondo cattolico e meta di pellegrinaggi, il Governo italiano avrà cura di impedire in Roma tutto ciò che possa essere in contrasto con detto carattere”.
Riassumiamo i fatti. Il Rettore dell’Università “La Sapienza” ha invitato Benedetto XVI a partecipare, il 17 gennaio, alla cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico. L’Università romana è stata fondata da Papa Bonifacio VIII nel 1303 e, per oltre cinque secoli, fino al 20 settembre 1870, è stata l’università della Santa Sede. Oggi è una Università di prestigio mondiale in cui, uno sparuto gruppo di docenti (67 su 4.500) e di studenti (poche centinaia su 135.000) è riuscito a imporre, secondo la più pura tradizione giacobina, l’annullamento della visita papale.
Le complicità della classe politica italiana, immersa nell’indifferenza e nel silenzio fino al 15 gennaio, sono evidenti. Il Presidente del Consiglio Romano Prodi piange lacrime di coccodrillo, esprimendo “tristezza” e “rammarico” per l’accaduto, ma il governo italiano nulla ha fatto per evitare che si giungesse a questa prevedibile conclusione. Tra i leader politici che hanno perso la voce nei giorni precedenti, c’è anche il capo dell’opposizione Silvio Berlusconi, che tardivamente oggi afferma che “la sinistra ha ferito l’Italia”.
Il Papa, che esercita la sua sovranità sulla Città del Vaticano, non è un qualunque capo di Stato, con cui la Repubblica italiana mantiene relazioni diplomatiche, ma è considerato, non solo dai cattolici, la più alta autorità spirituale e morale del mondo intero, e viene invitato nelle più grandi assisi internazionali. L’Università è tradizionalmente luogo di ricerca, foro di discussione, sede di confronto intellettuale, ma nega la parola al Vicario di Cristo che adempie la sua missione. Benedetto XVI viene ricevuto ovunque, ma non può parlare in quella stessa Diocesi di cui è Vescovo e in cui nel 2000, anno del Giubileo, si è potuto impunemente svolgere un oltraggioso “Gay Pride”.
Le ragioni dell’accaduto sono squisitamente ideologiche. Il cosiddetto “postcomunismo” non si è liberato dal marxleninismo, ma solo della dimensione utopica di questo pensiero, continuando a farne propria la carica distruttiva. Il nucleo del marxismo, come di ogni forma di pensiero rivoluzionario, è infatti un evoluzionismo dialettico che si traduce in un radicale relativismo culturale e morale e nell’odio viscerale verso ogni istituzione familiare, politica e religiosa. L’avversione per la Chiesa e per le radici cristiane dell’Occidente è la vera molla propulsiva di chi ha voluto cacciare Benedetto XVI dall’Università di Roma.
L’eco data dai “media” di tutto il mondo alla vicenda dimostra però l’importanza che la Chiesa ancora oggi riveste e il crescente ruolo che essa svolge nello spazio pubblico. Le profezie antireligiose dei marxisti e dei laicisti si dissolvono come neve al sole: il Papa resta protagonista per eccellenza della scena internazionale e proprio per questo resta il bersaglio delle forze anticristiane di ogni tipo.
Rossana Rossanda nell’editoriale del 16 gennaio su “il manifesto”, “quotidiano comunista”, come ancora si legge nella sua testata, esordisce con queste parole: “Due giorni fa Joseph Ratzinger ha celebrato la messa nella cappella Sistina dando le spalle ai fedeli. Liturgia che il Vaticano II aveva sostituito con la celebrazione faccia a faccia perché non fosse un dialogo del sacerdote con dio (n.d.r: il “d” è minuscolo sul quotidiano), e i fedeli dietro, ma una celebrazione in comune. Ora si ritorna indietro. Da quando è papa ha riaperto ai lefebvriani, ha chiuso con il dialogo ecumenico all’interno stesso dell’area cristiana, ha negato nel non casuale lapsus culturale a Ratisbona, qualsiasi spiritualità all’islam, ha messo un alt all’avanzata del sacerdozio femminile, ha ribadito l’obbligo del celibato per i sacerdoti, ha negato i sacramenti ai divorziati che si risposino, ha respinto nelle tenebre gli omosessuali, ha condannato non solo aborto e eutanasia, ma ogni forma di fecondazione assistita, ha interdetto la ricerca sugli embrioni, intervenendo ogni giorno direttamente o tramite i vescovi sulle politiche dello stato italiano. Tra un po’ risaremo al Sillabo”.
Tutti sanno che Benedetto XVI non è un Papa “tradizionalista”, almeno nel senso restrittivo che i mass-media, e in questo caso “il manifesto”, attribuiscono al termine, ma un mite Pastore che, difendendo l’ortodossia dei principi, cerca innanzitutto la strada del dialogo. Quale sarebbe il cruento destino dei cattolici, a Roma e nel mondo intero, se veramente il Papa volesse percorrere fino in fondo la via della Tradizione, facendo del Sillabo del Beato Pio IX e della Pascendi di san Pio X la sua bandiera?

martedì 15 gennaio 2008
DAL LIBRO DEI RICORDI DI ALBERT: LA LIBYA DEGLI ITALIANI

E vero, fino ad ora la vita mi ha dato tanto, da vedere e da raccontare. Sono stato fortunato.
Pierluigi scrive della Libya: la Libya vive, come nazione, perché ci furono gli italiani.
Breve resoconto. Mia madre, si chiama Ferrandes, di cognome, quindi lascio immaginare a voi quale ne sia l’origine familiare, nacque a Tunisi, poi seguendo l’attività del padre, costruttore, si trasferì a Tripoli, Libya, dove conobbe mio padre. Era una bellissima ragazza e mio padre era un tizio dal grandissimo fascino. Mio padre, da anni, aveva una attività che lo portava in mezzo mondo, e la Libya era la famosa quarta sponda del ventennio, dove si facevano affari, quindi mio padre era anche lì. Poi purtroppo morì che io avevo giusto 11 mesi di vita.
Dopo la guerra mia madre decise di tornare in Libya, dove lei e i fratelli avevano un sacco di roba, fra terre, case ed altro.
Fu così che a 12 anni di età feci il mio primo volo, su un Douglas DC6, ed atterrai a Tripoli. Ma ero già abituato a viaggiare, sono sempre stato un vagabondo cittadino del mondo. E cominciai a conoscere un paese che, fino ad allora, avevo comunque conosciuto attraverso le parole dei mie familiari. E da loro avevo saputo cosa i coloni italiani avevano saputo fare a Tripoli e in Libya, soprattutto coloni veneti che avevano letteralmente costruito interi villaggi e colonizzato terre altrimenti desertiche.
A quel primo viaggio ne seguirono molti altri. L’ultimo lo feci poco prima che Gheddafi prendesse il potere e cacciasse gli italiani, che odiava, forse perché la sua educazione occidentale gli venne per l’interessamento di un colono italiano e buon amico di mia madre che lo aiutò anche per gli studi. Perciò io conobbi il beduino Gheddafi, ignorante come un cammello.
Quando andavo a Tripoli abitavo in una delle case di mia madre, Sciarra Karachi, all’angolo con Sciarra Zhambon. Era situata vicina alla cattedrale, non lontana dal Palazzo Reale. Scendendo, verso nord, il viale principale si arrivava alla Piazza dove c’era l’ufficio postale, una bella piazza rotonda con la Cattedrale, e proseguendo ancora si arrivava al porto, guardato dal castello che ne era all’ingresso. Da li si girava a destra, verso est, e si passava davanti all’Hotel Huaddan, ci passai un Capodanno, dove c’era il casinò. Proseguendo su quella strada si arrivava alla costiera che portava alla Wheelus Field Air Force Base, una base aerea americana gigantesca, dove trascorrevo buona parte del mio tempo grazie alle amicizie del secondo marito di mia madre, che era un loro fornitore. Più oltre ancora, sempre sulla costiera, si arrivava a Leptis Magna, una antica città portuale romana, vero gioiello le cui rovine erano perfettamente conservate dal clima libico. Fra quelle rovine passavo giornate intere, sia a visitarle che a fare il bagno in mare, e a prendere terribili strinate di sole, grazie alla mia pelle tipica da nordico di origine teutonica. Invece andando ad ovest, verso la Tunisia, andai a visitare Sabratha, altra città romanica che all’epoca archeologi italiani stavano riportando al suo splendore.
A Tripoli ero un frequentatore dei due mercati arabi, Suk El Mushir e Suk El Turk, dove mi piaceva andare ad acquistare tutti i prodotti tipici dell’artigianato arabo, per anni ho portato le tipiche ciabatte arabe, con la punta lunga rialzata, e a seguire le trattative dei mercanti, vere sceneggiate dove il tempo era l’ultima preoccupazione, ma occorrevano tanti caffè, tanto thè dolcissimo e fiumi di chiacchiere solo per concludere una vendita da poche piastre. Li imparai un po’ di arabo, di cui mi rimangono solo delle parolacce. E lì imparai a conoscere il carattere arabo, infido, vile e insincero, ma soprattutto nemico di quella cosa chiamata lavoro.
Ero un frequentatore del Beach Club, molto importante perché ci si incontravano moltissimi uomini d’affari americani e inglesi, con cui il mio secondo padre aveva rapporti di lavoro. Io ci andavo per la spiaggia, per il tennis e per le feste, quasi ogni sera. Poi i miei erano abituati a mangiarci quasi ogni giorno, pranzo e cena. Anni dopo ci conobbi una ragazza, Gloria Farjhon, una ebrea stupenda, con la quale iniziai ad esplorare i segreti del sesso e mi sarei sposato se…………, ci sono sempre tanti, troppi “se” nella vita.
E negli anni andai anche nel deserto, nei campi petroliferi, a fare viaggi avventurosi, a scoprire le bellezze nascoste della Libya, le popolazioni nomadi, alla ricerca di luoghi di battaglie dove i soldati italiani si erano coperti di gloria dimenticata, a cercare aerei da guerra italiani caduti nella sabbia del deserto, a scoprire cosa sono le vipere cornute, gli scorpioni bianchi, a trovare quelle concrezioni delicatissime di roccia rosata che si conoscono come “rose del deserto”. Nel 1957 con due amici americani facemmo una vera pazzia, caricammo un gippone GMC con tutto il possibile per stare via mesi e partimmo per fare il giro dell’Africa. Fu un avventura incredibile, non più possibile in questa Africa ormai snaturata e feroce. Erano gli anni in cui ci sonoscemmo, Francy
E in Libya vidi e ebbi modo di valutare il lavoro dei coloni italiani, che avevano trasformato la fascia nord del paese in una sequenza di campi coltivati, fattorie, vigneti, culture di agrumi, di arachidi, di grano………….di tutto, perché il deserto, se viene bonificato, è un terreno vergine dove è possibile fare crescere ogni cosa, come diceva uno di questi coloni, ci pianti un dito, cresce un uomo. Il villaggio di Bianchi, all’interno, fatto e costruito da quella gente taciturna a dura che sono i veneti. Andarci pareva d’essere in provincia di Vicenza, o Treviso, tutto lindo, pulito, ordinato, e i libici che stavano benissimo, tutti con soldi e casa privata, altrochè le ziribbe dove erano abituati a vivere, piene di pulci e pidocchi.
Tripoli allora era una città molto bella, piena di verde e di giardini. Oggi la sabbia è tornata dove c’erano i fiori, oggi è una città giusto degna di un beduino come Gheddafi.
I miei possedevano della terra andando verso quello che si chiamava Castel Benito, dove c’era l’aeroporto. Campi, culture e, negli ultimi anni, un villaggio di ville per i petrolieri. I miei avevano vari dipendenti, molti di loro vennero in Italia a studiare grazie ai soldi di mia madre e di suo fratello. Ricorderò sempre Massahud, un buon amico che mi insegnò a catturare gli scorpioni e a metterli in un baratolo con olio di palma, per fare l'antidoto al veleno. Lo mandarono a Milano e si laureò in medicina. Morì per mano dei lanzichenecchi di Gheddafi che lo imputarono d’essere stato un servo degli italiani.
Poi un brutto giorno arrivò Gheddafi, espropriò tutto ciò che gli italiani avevano fatto e costruito dagli inizi del 1900, incluso i soldi dei risparmi in banca, li cacciò e molti di loro in Italia morirono di crepacuore, mentre altri, che servivano a Gheddafi per consolidare il suo potere e l’immagine all’estero, furono risarciti fino all’ultimo centesimo. Ne conosco alcuni, e le loro amicizie con i gobbo maledetto della politica italiana, che all’epoca avrebbe potuto salvare le proprietà di tutti gli italiani semplicemente mandando una cannoniera davanti al porto di Tripoli, ma non lo fece perché ne ebbe le tasche colmate di denaro e regali del rais libico.
E la popolazione che sotto gli italiani stava bene? Sono tornati ad essere dei beduini, poveracci come prima dell’arrivo degli italiani, assoggettati alla nuova classe dominatrice, altri beduini che intascano la maggior parte dei proventi del petrolio, vedi figli e parentame di Gheddafi, oppure finanziano e supportano il terrorismo islamico.
Oggi si fa tanto un parlare del Grande Fiume che dovrebbe portare l’acqua dal deserto alla costa. Io non voglio dire nulla, anche perché sono uno degli italiani con il divieto permanente di tornare in Libya, ma le cose le conosco. Lì di fiume c’è soprattutto l'immensa quantità di denaro che è stata investita nella realizzazione di una opera non ancora finita (e lo sarà mai?), e che dovrebbe essere un vanto perché realizzata dai soli libici. Ripeto, non dico nulla, ma chi ne ha le possibilità indaghi dove è finita la maggior quantità di quel denaro…………
E un qualsiasi libico che arriva in Italia, fosse anche l’ultimo del fellah, viene accolto da gente come Prodi come fosse un principe munifico che viene a portare doni preziosi, facendo ciò che vuole. Ho una antica esperienza degli imprenditori libici, mussulmani devotissimi, usciti dalla Zelmira o da Fini, ubriachi come bestie, rimpinzati di tortellini, zampone e fagioloni che si accosciavano sotto alla Ghirlandina di Modena per lasciarvi i loro ricordi organici, come normalmente fanno sulla sabbia del deserto.
Tratto dai ricordi di Albert.
domenica 13 gennaio 2008
LA LIBIA VIVE COME NAZIONE PERCHE' CI FURONO QUEGLI ITALIANI

Il cimitero libico di cui parlo si trova a soli due chilometri da tripoli, sulla strada dell'aereoporto in località hammangi o sukt lata (tutto volutamente minuscolo trattandosi di nomi libici) e sotto l'immonzia giacciono le spoglie di 8000 nostri connazionali, militari e civili, morti tra il 1924 ed 1970.Esiste un progetto per la risistemazione del cimitero che risale al 1984 e prevedeva una spesa di circa 120 milioni di Lire, progetto ingnorato da tutti i governi che si sono succeduti.A titolo di cronaca pochi chilometri più a sud vi è un ciminitero di guerra inglese con circa 500 tombe che sembra un prato per il golf e su cui sventola la bandiera inglese.Il cmintero è sorvegliato da 10 dipendenti dell'ambasciata inglese di tripoli ed anche nei momenti di tensione nessun libico si è mai sognato di andare colà a strappare un solo filo d'erba, da noi buttano la loro putrida merda ed un presidente del consiglio Italiano va a regalre ad un beduino una statua romana.Robe da pazzi!!!!!!!
Pierluigi
13 gennaio 2008 20.48
sabato 12 gennaio 2008

ho letto il resoconto della tua visita, del 2 gennaio 2008, a Redipuglia.
Quando ci sono andato io, il 12 ottobre scorso, era una bellissima giornata di sole, come per te. Non mi potei fermare all’andata, perché avevo un impegno di lavoro urgente a Trieste, e mi fermai al ritorno. Erano le 13,32. c’ero io ed un gruppo di 4 persone, due donne e due uomini, con la parlata tipica della bergamasca.
Nessun altro. Attribuii la scarsità di visitatori all’ora. La gente, i potenziali visitatori probabilmente erano già con i piedi sotto la tavola.
Così sono salito lungo i 22 gradoni, terrazzamenti, e con l’abitudine dell’uomo di cantiere i miei occhi andavano, oltre che ai nomi dei caduti, anche alla struttura del Sacrario stesso e ovviamente, seguendo il principio che la lingua batte dove il dente duole, notavo immediatamente i guasti che il tempo e l’incuria hanno prodotto. Così si notano con crudele evidenza i lavoro di rappezzo fatti con i piedi, gradini delle scale laterali che basculano, altri sostituiti a quelli rotti e dove il marmista che li ha fatti non si è assolutamente preoccupato di scolpirli con le zigrinature uguali agli originali, lastre laterali scheggiate e riparate usando come stucco banalissimo cemento a presa rapida che spicca come una ferita, pavimentazione delle terrazze che risentono delle infiltrazioni nel terreno di base, che le ha fatte diventare irregolari, scarsissimo lavoro di pulizia, e tanti altri particolari.
Poi sono arrivato in cima, alla chiesetta sotto le tre croci, da cui si gode una vista splendida, ed ho notato l’autostrada, in lontananza, congestionata di traffico rispetto al deserto del Sacrario. Sono entrato nella chiesetta, forse l’unica struttura che risente di una cura e pulizia abbastanza seria, e da lì sono passato nei locali del museo posteriore dove ci sono tante testimonianze lasciate da tutti gli eroi che hanno combattuto e sofferto e che hanno dato la vita per la Patria. E in quel luogo il cuore già stretto prima è diventato minuscolo e gelato, perché è aberrante che la Patria, intesa come istituzioni pubbliche dell’Italia, lasci i suoi eroi in un tale stato di abbandono: pareti che avrebbero bisogno di una buona rinfrescata, pavimenti sporchi e che avrebbero necessità di una buona lavata, teche e bacheche che risentono degli insulti degli anni, umidità che sta divorando documenti che sono stati lasciati dai caduti perché parlassero, alle generazioni future, di cosa è capace di fare un uomo quando decide di difendere il proprio paese e la propria famiglia.
E non ho visto un tricolore italiano ed un militare di guardia che fosse uno, neppure a pagarlo.
Per contrasto mi sono venuti in mente i cimiteri di guerra americani, in Italia e nel mondo, quelli britannici, quelli francesi, anche quelli tedeschi, dove il rispetto per chi li giace è assoluto, dove almeno trovi un libro per lasciare la tua firma, un tuo pensiero, una dedica a chi cadde, allora, anche per garantirci quella libertà che oggi noi cittadini non abbiamo, non così come viene concepita in questo paese dove ora vivo, ma che hanno di fare, disfare e intrallazzare quei politici che oggi impazzano e fanno del paese ciò che vogliono, come fossero nel cortile di casa loro.
Io sono scappato dall’Italia nel giugno del 2006, quando decisi che non volevo vivere in una nazione che stava per essere governata da uno sciagurato come Prodi e dai comunisti, ed oggi avverto una nostalgia sempre crescente per tornare nella mia Patria. Poi vedo spettacoli di quel genere, sento il tuo resoconto di quei due ragazzi che neppure sapevano cose fosse Redipuglia e mi monta una rabbia sorda dentro, vorrei prendere i vari Napoletano, Prodi, le più alte cariche dello stato, come osano definirsi loro, e vorrei portarli qui e sottoporli alla tortura di Sisifo, farli salire obbligandoli ad imparare a memoria il nome di tutti quegli eroi sepolti, ed una volta arrivati in cima, riprecipitarli in basso, all’inizio, cancellando la loro memoria e poi obbligarli a riprendere la salita, finchè abbiano fiato e vita in corpo.
Questo vorrei fare a quei vigliacchi che campano e fanno i gaudenti sulle salme di chi ha dato la vita per costruire questa Patria italiana.
Redipuglia è inserita in una regione dove vive gente dura e volonterosa. Mi basta ricordare il terremoto nel Friuli, dove questa gente laboriosa, il minuto dopo la scossa, che rase al suolo le loro case, aveva già la vanga e il badile in mano per ricominciare a costruire, senza lamentarsi e ringraziando, con sincerità ed umiltà chi era venuto ad aiutarli, e io c’ero e mi sono fatto tantissimi amici.
Poi penso allo schifo dei vari sismi che hanno colpito il centro ed il meridione, dove questo nord laborioso ha profuso capitali immensi per aiutare la ricostruzione, ed ancora oggi c’è gente del Belice che pretende soldi per terminare fantomatiche ricostruzioni, quasi che in Belice ci fosse gente che vive in grotte o in tende aspettando che qualcuno regali loro una villa, eventualmente con piscina a forma di cozza. Dove sono finiti tutti i nostri soldi, i soldi che il nord ha profuso a piene mani e senza neppure averne un grazie??
E più penso a queste vicende, più penso che in Italia ci sia necessità di una nuova Grande Guerra, un 15/18, dove non si combatta più con fucili e cannoni, ma con le armi della giustizia e con i piedi, per prendere a calci in culo Prodi, e tutti i suoi accoliti, per mandarli in mezzo ad un campo, con zappa e vanga a dissodare terreni improduttivi, e farli mangiare e godere solo con il frutto del loro sudore.
Questo mi è venuto in mente quel giorno a Redipuglia, e vorrei suonare la nuova Diana a tutti gli italiani di buona volontà per chiamarli a raccolta e rifondare questo paese, che nonostante tutto è quello che amo e che desidero riavere sotto i piedi.
Albert
venerdì 11 gennaio 2008
UN COMMENTO CHE HA DIRITTO ALLA PRIMA PAGINA
“ANDANDO A TRIESTE”Queste lunghe vacanze Natalizie sono state, per chi come me non scia, un’occasione per visitare alcune città di questo nostro grande museo all’aperto che è l’Italia.Trieste è una città in cui vado sempre volentieri, un poco perché vi sono legato da vincoli familiari, un poco perché Trieste è ancora una città a misura d’uomo, nei suoi caffè si respira quella cultura mitteleuropea che questa disgraziata UE non riuscirà mai a darci, Trieste riesce ad essere internazionale restando se stessa, nelle sue strade, nelle sue piazze riesci a sentirti Italiano ed internazionale allo stesso tempo, cittadino del mondo e Triestino in un sol colpo, ma non è solo di questo che volevo parlare.In autostrada, poco prima di Trieste, vi è l’uscita di REDIPUGLIA, un’uscita che tutti gli italiani dovrebbero prendere quando si trovano da quelle parti. A REDIPUGLIA non vi sono particolari musei archeologici, pinacoteche alla “Brera”, gallerie monumentali; vi è un Sacrario, il nostro Sacrario, quello della nostra Patria, dei nostri sconosciuti eroi che sacrificandosi ci hanno permesso d’essere Italiani.Ambrogio Brambilla, Gennaro Esposito, Carlo Rossi, Giuseppe Bianchi, sono migliaia, alcuni con un nome, 30.000 sconosciuti, sono Italiani che hanno dato la loro vita per noi, per la nostra Patria, vanno onorati, ricordati, sempre..Siamo arrivati ai piedi della grande scalinata a mezzogiorno di un bellissimo due gennaio pieno di sole, non c’era quasi nessuno, un’anziana coppia sostava all’ingresso valutando la possibilità di salire le 22 terrazze sino alle tre Croci che sovrastano la Chiesa.Siamo passati a fianco del sarcofago del Duca d’Aosta ed abbiamo iniziato a salire. Quanti nomi, quante storie di morte, d’eroismo dietro a quelle lapidi tutte uguali, in rigoroso ordine alfabetico. Una lunga salita, faticosa ma più salivamo più ci sentivamo forti, forti di tutti quei nomi che ci ricordavano il sacrificio di tanti eroi, di tanti anonimi fanti morti per l’Italia, la Loro Patria, la nostra Patria. Sulla cima, sotto le tre Croci una Chiesa con sulla porta una scritta “qui si celebrano messe per tutti i caduti di tutte le guerre, perché non vi siano più guerre”.Era bello lassù, si respirava un’aria più pura, più sincera. Due ragazzi, potevano avere 20/23 anni, ci si sono avvicinati e educatamente, quasi sussurrando, ci hanno chiesto “questi sono tutti i morti dell’ultima guerra?”.Abbiamo spiegato loro brevemente cosa significava REDIPUGLIA e gli abbiamo mostrato una lapide, quasi nascosta di fronte all’ingresso della Chiesa che parla di quel Sacrario con date e nomi su chi lo volle e perché, se ne sono andati sconcertati dicendo “a scuola di tutto questo non ce ne ha parlato mai nessuno”.Scendendo abbiamo visto le due are in cui dovrebbe ardere perennemente una fiamma: erano entrambe spente e dalla terra sul fondo si poteva capire che lo erano già da lungo tempo. Con le lacrime agli occhi siamo usciti.
Pierluigi
Redipuglia 2 gennaio 2007
11 gennaio 2008 18.36
SACRARIO DI REDIPUGLIA
Carissima Ambra, questo tuo poster mi fa sentire molto più vecchio dei miei 100 anni.Se solo penso allo spreco che si è fatto, negli ultimi anni, di medaglie d'oro, ad esempio tutte quelle date ai gonfaloni dei vari Comuni italiani, che fra un pò occorre avere forzuti sollevatori di pesi, invece di impiegati comunali, per reggere e portare in processione i vari labari pieni di medaglie alla resistenza, che pare che in Italia nell'ultimo secolo si siano combatture guerre quasi ogni settimana, e che tutti siano eroi.Purtroppo i veri eroi italiani, gli ultimi, si sono immolati nella grande guerra del 15/18. gridando in faccia al nemico i propri ideali e l'amore per la patria. Dopo, e scusami l'amarezza, tutto è stato solo condito di esaltazione politica.Ultimamente sono andato a Redipuglia. non ci passavo da qualche cosa come 25 anni. Mi si è stretto il cuore e mi sono fermato a pensare, con cattiveria estrema, che basterebbe togliere mille euri all'anno a tutti i parassiti della politica italiana per ridare decoro e brillantezza a quel vero Altare della Patria.Oppure sarà perchè sono rimasto contagiato dall'onor patrio che vedo, quì da noi, davanti a quasi tutte le case rurali, nel mezzo di praterie sconfinate dove trovi una casa ogni 50 miglia, ma la bandiera stelle e strisce è immancabile e quando suona l'inno nazionale la gente ha il coraggio di immobilizzarsi sull'attenti, mano destra su cuore, cantandone le parole.Povera Italia mia, ormai solo di vergogna ostello.Albertgiovedì 10 gennaio 2008
INTANTO SI AFFOGA NELLA 'MONNEZZA' E SI MUORE A UFO.
Per ogni dove non si sentono che lamentele, alte grida di scontento, critiche feroci all'Italia degli Italiani, al Governo in carica, che incolpa dei mali in cui ci veniamo a trovare il Governo precedente.
Ma, in prima persona Berlusconi. Una sola persona viene coperta di ludibrio a destra e a manca.
La maggioranza di governo non fa o fa male ? Di chi è la colpa ? Dell'opposizione che non rimedia.
Il capo del Governo, Prodi per la precisione, non sa risolvere i mali contingenti e gravi che ci opprimono ? Non è solo lui il colpevole che "tace e non fa", ma è di Berlusconi che "va in vacanza ad Antigua", quasi non fosse andato per affari (suoi s'intende, ma tali da procurare ricchezza per tutti)
La RAi fa schifo ? Colpa di Berlusconi che ha il "monopolio(?) della Tv".
La sinistra fa orrore ? Ma anche la destra......
Sarebbe ora di smetterla di fare a scaricabarile.
Cosa deve fare l'opposizione se la maggioranza usa un esercito di stampelle che gli vengono in soccorso col voto, voto peloso e carissimo, ma voto che conta 1, 2, 3.....punti per la maggioranza ?
La matematica puoi commentarla, ma la devi comunque accettare per quello che dice.
Benissimo ! Non resta che scendere in piazza. Chi se ne deve assumere l'iniziativa e la responsabilità ?
Quanti sono, di quelli che predicano e "preficano", che scenderebbero in piazza a rischiare la bucchia ?
Mio padre diceva sempre "i discorsi non fan farina".






