
Ha ragione Francy quando mi dice “che vita!!!………….da scrivere….!!!”
E vero, fino ad ora la vita mi ha dato tanto, da vedere e da raccontare. Sono stato fortunato.
Pierluigi scrive della Libya: la Libya vive, come nazione, perché ci furono gli italiani.
Breve resoconto. Mia madre, si chiama Ferrandes, di cognome, quindi lascio immaginare a voi quale ne sia l’origine familiare, nacque a Tunisi, poi seguendo l’attività del padre, costruttore, si trasferì a Tripoli, Libya, dove conobbe mio padre. Era una bellissima ragazza e mio padre era un tizio dal grandissimo fascino. Mio padre, da anni, aveva una attività che lo portava in mezzo mondo, e la Libya era la famosa quarta sponda del ventennio, dove si facevano affari, quindi mio padre era anche lì. Poi purtroppo morì che io avevo giusto 11 mesi di vita.
Dopo la guerra mia madre decise di tornare in Libya, dove lei e i fratelli avevano un sacco di roba, fra terre, case ed altro.
Fu così che a 12 anni di età feci il mio primo volo, su un Douglas DC6, ed atterrai a Tripoli. Ma ero già abituato a viaggiare, sono sempre stato un vagabondo cittadino del mondo. E cominciai a conoscere un paese che, fino ad allora, avevo comunque conosciuto attraverso le parole dei mie familiari. E da loro avevo saputo cosa i coloni italiani avevano saputo fare a Tripoli e in Libya, soprattutto coloni veneti che avevano letteralmente costruito interi villaggi e colonizzato terre altrimenti desertiche.
A quel primo viaggio ne seguirono molti altri. L’ultimo lo feci poco prima che Gheddafi prendesse il potere e cacciasse gli italiani, che odiava, forse perché la sua educazione occidentale gli venne per l’interessamento di un colono italiano e buon amico di mia madre che lo aiutò anche per gli studi. Perciò io conobbi il beduino Gheddafi, ignorante come un cammello.
Quando andavo a Tripoli abitavo in una delle case di mia madre, Sciarra Karachi, all’angolo con Sciarra Zhambon. Era situata vicina alla cattedrale, non lontana dal Palazzo Reale. Scendendo, verso nord, il viale principale si arrivava alla Piazza dove c’era l’ufficio postale, una bella piazza rotonda con la Cattedrale, e proseguendo ancora si arrivava al porto, guardato dal castello che ne era all’ingresso. Da li si girava a destra, verso est, e si passava davanti all’Hotel Huaddan, ci passai un Capodanno, dove c’era il casinò. Proseguendo su quella strada si arrivava alla costiera che portava alla Wheelus Field Air Force Base, una base aerea americana gigantesca, dove trascorrevo buona parte del mio tempo grazie alle amicizie del secondo marito di mia madre, che era un loro fornitore. Più oltre ancora, sempre sulla costiera, si arrivava a Leptis Magna, una antica città portuale romana, vero gioiello le cui rovine erano perfettamente conservate dal clima libico. Fra quelle rovine passavo giornate intere, sia a visitarle che a fare il bagno in mare, e a prendere terribili strinate di sole, grazie alla mia pelle tipica da nordico di origine teutonica. Invece andando ad ovest, verso la Tunisia, andai a visitare Sabratha, altra città romanica che all’epoca archeologi italiani stavano riportando al suo splendore.
A Tripoli ero un frequentatore dei due mercati arabi, Suk El Mushir e Suk El Turk, dove mi piaceva andare ad acquistare tutti i prodotti tipici dell’artigianato arabo, per anni ho portato le tipiche ciabatte arabe, con la punta lunga rialzata, e a seguire le trattative dei mercanti, vere sceneggiate dove il tempo era l’ultima preoccupazione, ma occorrevano tanti caffè, tanto thè dolcissimo e fiumi di chiacchiere solo per concludere una vendita da poche piastre. Li imparai un po’ di arabo, di cui mi rimangono solo delle parolacce. E lì imparai a conoscere il carattere arabo, infido, vile e insincero, ma soprattutto nemico di quella cosa chiamata lavoro.
Ero un frequentatore del Beach Club, molto importante perché ci si incontravano moltissimi uomini d’affari americani e inglesi, con cui il mio secondo padre aveva rapporti di lavoro. Io ci andavo per la spiaggia, per il tennis e per le feste, quasi ogni sera. Poi i miei erano abituati a mangiarci quasi ogni giorno, pranzo e cena. Anni dopo ci conobbi una ragazza, Gloria Farjhon, una ebrea stupenda, con la quale iniziai ad esplorare i segreti del sesso e mi sarei sposato se…………, ci sono sempre tanti, troppi “se” nella vita.
E negli anni andai anche nel deserto, nei campi petroliferi, a fare viaggi avventurosi, a scoprire le bellezze nascoste della Libya, le popolazioni nomadi, alla ricerca di luoghi di battaglie dove i soldati italiani si erano coperti di gloria dimenticata, a cercare aerei da guerra italiani caduti nella sabbia del deserto, a scoprire cosa sono le vipere cornute, gli scorpioni bianchi, a trovare quelle concrezioni delicatissime di roccia rosata che si conoscono come “rose del deserto”. Nel 1957 con due amici americani facemmo una vera pazzia, caricammo un gippone GMC con tutto il possibile per stare via mesi e partimmo per fare il giro dell’Africa. Fu un avventura incredibile, non più possibile in questa Africa ormai snaturata e feroce. Erano gli anni in cui ci sonoscemmo, Francy
E in Libya vidi e ebbi modo di valutare il lavoro dei coloni italiani, che avevano trasformato la fascia nord del paese in una sequenza di campi coltivati, fattorie, vigneti, culture di agrumi, di arachidi, di grano………….di tutto, perché il deserto, se viene bonificato, è un terreno vergine dove è possibile fare crescere ogni cosa, come diceva uno di questi coloni, ci pianti un dito, cresce un uomo. Il villaggio di Bianchi, all’interno, fatto e costruito da quella gente taciturna a dura che sono i veneti. Andarci pareva d’essere in provincia di Vicenza, o Treviso, tutto lindo, pulito, ordinato, e i libici che stavano benissimo, tutti con soldi e casa privata, altrochè le ziribbe dove erano abituati a vivere, piene di pulci e pidocchi.
E vero, fino ad ora la vita mi ha dato tanto, da vedere e da raccontare. Sono stato fortunato.
Pierluigi scrive della Libya: la Libya vive, come nazione, perché ci furono gli italiani.
Breve resoconto. Mia madre, si chiama Ferrandes, di cognome, quindi lascio immaginare a voi quale ne sia l’origine familiare, nacque a Tunisi, poi seguendo l’attività del padre, costruttore, si trasferì a Tripoli, Libya, dove conobbe mio padre. Era una bellissima ragazza e mio padre era un tizio dal grandissimo fascino. Mio padre, da anni, aveva una attività che lo portava in mezzo mondo, e la Libya era la famosa quarta sponda del ventennio, dove si facevano affari, quindi mio padre era anche lì. Poi purtroppo morì che io avevo giusto 11 mesi di vita.
Dopo la guerra mia madre decise di tornare in Libya, dove lei e i fratelli avevano un sacco di roba, fra terre, case ed altro.
Fu così che a 12 anni di età feci il mio primo volo, su un Douglas DC6, ed atterrai a Tripoli. Ma ero già abituato a viaggiare, sono sempre stato un vagabondo cittadino del mondo. E cominciai a conoscere un paese che, fino ad allora, avevo comunque conosciuto attraverso le parole dei mie familiari. E da loro avevo saputo cosa i coloni italiani avevano saputo fare a Tripoli e in Libya, soprattutto coloni veneti che avevano letteralmente costruito interi villaggi e colonizzato terre altrimenti desertiche.
A quel primo viaggio ne seguirono molti altri. L’ultimo lo feci poco prima che Gheddafi prendesse il potere e cacciasse gli italiani, che odiava, forse perché la sua educazione occidentale gli venne per l’interessamento di un colono italiano e buon amico di mia madre che lo aiutò anche per gli studi. Perciò io conobbi il beduino Gheddafi, ignorante come un cammello.
Quando andavo a Tripoli abitavo in una delle case di mia madre, Sciarra Karachi, all’angolo con Sciarra Zhambon. Era situata vicina alla cattedrale, non lontana dal Palazzo Reale. Scendendo, verso nord, il viale principale si arrivava alla Piazza dove c’era l’ufficio postale, una bella piazza rotonda con la Cattedrale, e proseguendo ancora si arrivava al porto, guardato dal castello che ne era all’ingresso. Da li si girava a destra, verso est, e si passava davanti all’Hotel Huaddan, ci passai un Capodanno, dove c’era il casinò. Proseguendo su quella strada si arrivava alla costiera che portava alla Wheelus Field Air Force Base, una base aerea americana gigantesca, dove trascorrevo buona parte del mio tempo grazie alle amicizie del secondo marito di mia madre, che era un loro fornitore. Più oltre ancora, sempre sulla costiera, si arrivava a Leptis Magna, una antica città portuale romana, vero gioiello le cui rovine erano perfettamente conservate dal clima libico. Fra quelle rovine passavo giornate intere, sia a visitarle che a fare il bagno in mare, e a prendere terribili strinate di sole, grazie alla mia pelle tipica da nordico di origine teutonica. Invece andando ad ovest, verso la Tunisia, andai a visitare Sabratha, altra città romanica che all’epoca archeologi italiani stavano riportando al suo splendore.
A Tripoli ero un frequentatore dei due mercati arabi, Suk El Mushir e Suk El Turk, dove mi piaceva andare ad acquistare tutti i prodotti tipici dell’artigianato arabo, per anni ho portato le tipiche ciabatte arabe, con la punta lunga rialzata, e a seguire le trattative dei mercanti, vere sceneggiate dove il tempo era l’ultima preoccupazione, ma occorrevano tanti caffè, tanto thè dolcissimo e fiumi di chiacchiere solo per concludere una vendita da poche piastre. Li imparai un po’ di arabo, di cui mi rimangono solo delle parolacce. E lì imparai a conoscere il carattere arabo, infido, vile e insincero, ma soprattutto nemico di quella cosa chiamata lavoro.
Ero un frequentatore del Beach Club, molto importante perché ci si incontravano moltissimi uomini d’affari americani e inglesi, con cui il mio secondo padre aveva rapporti di lavoro. Io ci andavo per la spiaggia, per il tennis e per le feste, quasi ogni sera. Poi i miei erano abituati a mangiarci quasi ogni giorno, pranzo e cena. Anni dopo ci conobbi una ragazza, Gloria Farjhon, una ebrea stupenda, con la quale iniziai ad esplorare i segreti del sesso e mi sarei sposato se…………, ci sono sempre tanti, troppi “se” nella vita.
E negli anni andai anche nel deserto, nei campi petroliferi, a fare viaggi avventurosi, a scoprire le bellezze nascoste della Libya, le popolazioni nomadi, alla ricerca di luoghi di battaglie dove i soldati italiani si erano coperti di gloria dimenticata, a cercare aerei da guerra italiani caduti nella sabbia del deserto, a scoprire cosa sono le vipere cornute, gli scorpioni bianchi, a trovare quelle concrezioni delicatissime di roccia rosata che si conoscono come “rose del deserto”. Nel 1957 con due amici americani facemmo una vera pazzia, caricammo un gippone GMC con tutto il possibile per stare via mesi e partimmo per fare il giro dell’Africa. Fu un avventura incredibile, non più possibile in questa Africa ormai snaturata e feroce. Erano gli anni in cui ci sonoscemmo, Francy
E in Libya vidi e ebbi modo di valutare il lavoro dei coloni italiani, che avevano trasformato la fascia nord del paese in una sequenza di campi coltivati, fattorie, vigneti, culture di agrumi, di arachidi, di grano………….di tutto, perché il deserto, se viene bonificato, è un terreno vergine dove è possibile fare crescere ogni cosa, come diceva uno di questi coloni, ci pianti un dito, cresce un uomo. Il villaggio di Bianchi, all’interno, fatto e costruito da quella gente taciturna a dura che sono i veneti. Andarci pareva d’essere in provincia di Vicenza, o Treviso, tutto lindo, pulito, ordinato, e i libici che stavano benissimo, tutti con soldi e casa privata, altrochè le ziribbe dove erano abituati a vivere, piene di pulci e pidocchi.
Questo lo seppero fare gli italiani, e nessun altro.
Tripoli allora era una città molto bella, piena di verde e di giardini. Oggi la sabbia è tornata dove c’erano i fiori, oggi è una città giusto degna di un beduino come Gheddafi.
I miei possedevano della terra andando verso quello che si chiamava Castel Benito, dove c’era l’aeroporto. Campi, culture e, negli ultimi anni, un villaggio di ville per i petrolieri. I miei avevano vari dipendenti, molti di loro vennero in Italia a studiare grazie ai soldi di mia madre e di suo fratello. Ricorderò sempre Massahud, un buon amico che mi insegnò a catturare gli scorpioni e a metterli in un baratolo con olio di palma, per fare l'antidoto al veleno. Lo mandarono a Milano e si laureò in medicina. Morì per mano dei lanzichenecchi di Gheddafi che lo imputarono d’essere stato un servo degli italiani.
Poi un brutto giorno arrivò Gheddafi, espropriò tutto ciò che gli italiani avevano fatto e costruito dagli inizi del 1900, incluso i soldi dei risparmi in banca, li cacciò e molti di loro in Italia morirono di crepacuore, mentre altri, che servivano a Gheddafi per consolidare il suo potere e l’immagine all’estero, furono risarciti fino all’ultimo centesimo. Ne conosco alcuni, e le loro amicizie con i gobbo maledetto della politica italiana, che all’epoca avrebbe potuto salvare le proprietà di tutti gli italiani semplicemente mandando una cannoniera davanti al porto di Tripoli, ma non lo fece perché ne ebbe le tasche colmate di denaro e regali del rais libico.
E la popolazione che sotto gli italiani stava bene? Sono tornati ad essere dei beduini, poveracci come prima dell’arrivo degli italiani, assoggettati alla nuova classe dominatrice, altri beduini che intascano la maggior parte dei proventi del petrolio, vedi figli e parentame di Gheddafi, oppure finanziano e supportano il terrorismo islamico.
Oggi si fa tanto un parlare del Grande Fiume che dovrebbe portare l’acqua dal deserto alla costa. Io non voglio dire nulla, anche perché sono uno degli italiani con il divieto permanente di tornare in Libya, ma le cose le conosco. Lì di fiume c’è soprattutto l'immensa quantità di denaro che è stata investita nella realizzazione di una opera non ancora finita (e lo sarà mai?), e che dovrebbe essere un vanto perché realizzata dai soli libici. Ripeto, non dico nulla, ma chi ne ha le possibilità indaghi dove è finita la maggior quantità di quel denaro…………
E un qualsiasi libico che arriva in Italia, fosse anche l’ultimo del fellah, viene accolto da gente come Prodi come fosse un principe munifico che viene a portare doni preziosi, facendo ciò che vuole. Ho una antica esperienza degli imprenditori libici, mussulmani devotissimi, usciti dalla Zelmira o da Fini, ubriachi come bestie, rimpinzati di tortellini, zampone e fagioloni che si accosciavano sotto alla Ghirlandina di Modena per lasciarvi i loro ricordi organici, come normalmente fanno sulla sabbia del deserto.
Tratto dai ricordi di Albert.
Tripoli allora era una città molto bella, piena di verde e di giardini. Oggi la sabbia è tornata dove c’erano i fiori, oggi è una città giusto degna di un beduino come Gheddafi.
I miei possedevano della terra andando verso quello che si chiamava Castel Benito, dove c’era l’aeroporto. Campi, culture e, negli ultimi anni, un villaggio di ville per i petrolieri. I miei avevano vari dipendenti, molti di loro vennero in Italia a studiare grazie ai soldi di mia madre e di suo fratello. Ricorderò sempre Massahud, un buon amico che mi insegnò a catturare gli scorpioni e a metterli in un baratolo con olio di palma, per fare l'antidoto al veleno. Lo mandarono a Milano e si laureò in medicina. Morì per mano dei lanzichenecchi di Gheddafi che lo imputarono d’essere stato un servo degli italiani.
Poi un brutto giorno arrivò Gheddafi, espropriò tutto ciò che gli italiani avevano fatto e costruito dagli inizi del 1900, incluso i soldi dei risparmi in banca, li cacciò e molti di loro in Italia morirono di crepacuore, mentre altri, che servivano a Gheddafi per consolidare il suo potere e l’immagine all’estero, furono risarciti fino all’ultimo centesimo. Ne conosco alcuni, e le loro amicizie con i gobbo maledetto della politica italiana, che all’epoca avrebbe potuto salvare le proprietà di tutti gli italiani semplicemente mandando una cannoniera davanti al porto di Tripoli, ma non lo fece perché ne ebbe le tasche colmate di denaro e regali del rais libico.
E la popolazione che sotto gli italiani stava bene? Sono tornati ad essere dei beduini, poveracci come prima dell’arrivo degli italiani, assoggettati alla nuova classe dominatrice, altri beduini che intascano la maggior parte dei proventi del petrolio, vedi figli e parentame di Gheddafi, oppure finanziano e supportano il terrorismo islamico.
Oggi si fa tanto un parlare del Grande Fiume che dovrebbe portare l’acqua dal deserto alla costa. Io non voglio dire nulla, anche perché sono uno degli italiani con il divieto permanente di tornare in Libya, ma le cose le conosco. Lì di fiume c’è soprattutto l'immensa quantità di denaro che è stata investita nella realizzazione di una opera non ancora finita (e lo sarà mai?), e che dovrebbe essere un vanto perché realizzata dai soli libici. Ripeto, non dico nulla, ma chi ne ha le possibilità indaghi dove è finita la maggior quantità di quel denaro…………
E un qualsiasi libico che arriva in Italia, fosse anche l’ultimo del fellah, viene accolto da gente come Prodi come fosse un principe munifico che viene a portare doni preziosi, facendo ciò che vuole. Ho una antica esperienza degli imprenditori libici, mussulmani devotissimi, usciti dalla Zelmira o da Fini, ubriachi come bestie, rimpinzati di tortellini, zampone e fagioloni che si accosciavano sotto alla Ghirlandina di Modena per lasciarvi i loro ricordi organici, come normalmente fanno sulla sabbia del deserto.
Tratto dai ricordi di Albert.
Ambra e Francy, un giorno o l’altro li scriverò e vi invierò le prime due copie.
2 commenti:
Se ti dico che sono tutta un brivido, dopo aver letto d'un fiato i tuoi ricordi, capisci che cosa provo ?
E un nodo mi stringe la gola come al tempo in cui vidi tornare i miei connazionali cacciati dal beduino.
Quanti Italiani di oggi sono in grado di capire ?
Grazie, Albert, anche di questo dolore rinnovato, perché è una scarica di adrenalina utile per riacquistare la voglia di raddrizzare la schiena e lottare, lottare, lottare.
Ti abbraccio Ambra
Pierluigi
a proposito del cimitero di Tripoli, quello di cui parli, ci erano sepolti i miei nonni materni.
Quando mia madre fu obbligata a rientrare in Italia, andò dalle autorità libiche per l'autorizzazione a traslare le loro ossa nel nostro cimitero di Scandiano.
Le venne risposto che ciò che giaceva sotto la terra libica era libico e non poteva essere portato via. Vale a dire che le ossa dei miei nonni erano materie prime, quindi ricchezza della nazione.
Infatti si è visto. Basamento per una discarica.
Se qualcuno vuole la mia opinione sugli arabi me la chieda, ma consiglio che si prenda una scatola di Alka Seltzer per digerirla. Non accetto lezioni di solidarietà con i popoli arabi da parte dei sinistri in genere.
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