Ecco le prove del pacco da cui è uscita...:-)
Ciao
Guido
Non lasciatemi sola ad esaltarla
Non tutti potranno partecipare alla manifestazione di protesta ma tu puoi inviare questo video ai tuoi contatti e mostrare alla gente cosa sta accadendo.
L'unione fa la forza
Divisi cadiamo
Il pericolo è patente. Nel marasma mass-mediatico che ha coinvolto e coinvolge – la buriana si è solo acquietata, ma è pronta a riesplodere – alcune delle istituzioni della Chiesa cattolica, dal “caso Boffo”, ai presunti contrasti tra segreteria di Stato vaticana e Cei, alle beghe politico-religiose (più politiche, per la verità) su Ru486 e testamento biologico, solo per citare le più recenti, possono affogare tutti, cattolici e non credenti. I primi rischiano di smarrire il senso del proprio credo e del proprio io, travolti dall’insolito destino di chi, per fede e carità, è costretto invece a una incessante difesa della fortezza dell’anima contro i cannoneggiamenti di quanti vorrebbero imporre una vita “etsi Deus non daretur”. Gli altri, di precipitare nel burrone del conformismo, senza possibilità di discernimento tra menzogna e verità, attirati dalle sirene dell’ateismo in voga e della compulsione materialista e anti-religiosa.
Non mancherà occasione, e qualcuno passerà dalla critica verso le normali logiche di stato e di potere in cui anche la vita politica e istituzionale della grande famiglia della Chiesa si dipana, alla natura stessa del cristianesimo, magari per metterne alla berlina essenza e fedeli. Non capendo che l’istituzione vive nel credo, e il credo permane e fiorisce anche grazie all’istituzione. Il salvagente, dunque, è la consapevolezza della fede, e prima ancora la memoria. Non quella annacquata e bislacca, buona per tutte le stagioni, che va sotto il nome di “memoria collettiva”. Ma quella personale e devota, comunitaria e sacrale: la memoria del passaggio di Cristo, della testimonianza evangelica, della Parola di Dio.
Ecco perché aggrapparsi a Il protagonista della storia. Nascita e natura del cristianesimo, del teologo e biblista spagnolo José Miguel Garcìa, come a una boa in mezzo alla tempesta. E se per i credenti il libro (edito da Rizzoli nella collana dello spirito cristiano fondata da don Luigi Giussani) rappresenta un aiuto a ritrovare la natura delle proprie radici e a capire “perché siamo ancora nella Chiesa” – per citare Benedetto XVI – non di meno è un valido strumento per chi non crede. Perché sgombera il campo dagli equivoci in cui la confusione modernista, propugnata da profeti e ammaliatori che riempiono a tutt’oggi le librerie con saggi dalla dubbia scientificità, ha trascinato anche numerose verità storiche; perché fornisce utili risposte alle domande che da duemila anni riguardano la storia e il suo principale protagonista: chi è Gesù di Nazaret? Cos’è il cristianesimo? Ma soprattutto perché riscopre in ciascuno la piaga dell’interrogativo del Mistero incarnato, che con la sua presenza e la sua voce ha cambiato il volto e il destino dell’umanità. Quell’interrogativo primigenio e ultimativo, tanto fulminante nella sua semplicità quanto lacerante nelle sue conseguenze, perchè rivolto a tutti e ad ognuno: “Voi chi dite che io sia?”.
Con un linguaggio semplice e adatto anche ai neofiti, Garcìa ha costruito un saggio intenso e ponderoso, andando alla ricerca delle fonti storiche della religione cristiana e soffermandosi in particolare su quelle del I secolo dopo Cristo. Senza preconcetti né apriorismi, ha analizzato, smontandole con l’utilizzo della ragione e dei fatti, le posizioni di coloro che si limitano a considerare Gesù un semplice personaggio di belle speranze e il cristianesimo un elenco di propositi etico-morali da prendere à la carte, e riaffermato l’attendibilità dell’annuncio cristiano attraverso la sua pretesa storica, che non può essere invalidata dalle discrepanze presenti nei racconti evangelici, quanto piuttosto confermata dall’origine aramaica dei testi (che risolve, secondo il teologo, le incongruenze causate dagli errori nelle traduzioni greche), e soprattutto dall’autenticità di fonti e testimonianze. Da quelle pagane ed ebraiche, tra cui Tacito, Svetonio, Giuseppe Flavio, a quelle cristiane, Vangeli, Atti degli Apostoli, lettere paoline.
Un percorso affascinante di analisi e scoperta della diffusione del cristianesimo prima in Palestina, poi in Asia Minore, quindi a Roma. Un viaggio nella rivelazione divina, in quel Dio che si fa uomo e presenza sulla terra. Perché la religione cristiana non nasce dal sentimentalismo né dall’invasamento settario di un gruppo di adepti. Ma da Gesù di Nazaret: il fatto concreto e reale da cui sprigiona la fede, l’avvenimento che diventa credo, Carità e Logos che si fondono nell’indissolubile. Rovesciando la pretesa di quanti vorrebbero poter separare l’unità e scindere la storia del figlio di Maria e Giuseppe dalla fede nel Cristo, che si riverbera ogni giorno sulla terra in virtù della resurrezione. Basta riconoscerlo, ed essere capaci di rispondere alla chiamata: “Voi chi dite che io sia?”.
Palermo, 17 ott. - (Adnkronos) - Arrivera'' questa mattina, alle 9.30, all'aeroporto palermitano 'Falcone-Borsellino', la salma del primo caporal maggiore Rosario Ponziano, 25 anni, paracadutista della Brigata Alpini, morto due giorni fa in Afghanistan in un incidente stradale. Ad accogliere la salma ci sara' il presidente del Senato Renato Schifani e altre autorita' locali. I funerali si svolgeranno lunedi' mattina in cattedrale a Palermo.
Gianpiero Spinelli viene da una famiglia di militari. Il nonno, il padre. Anche lui è stato soldato. Ora fa il contractor, quelli che negli anni Sessanta e Settanta chiamavano volgarmente "mercenari". Ma il mondo è cambiato e oggi servono professionisti della sicurezza da impegnare nelle aree di crisi. L'editore Mursia, che alle spalle ha una lunga tradizione di memorialistica, ha scelto Spinelli per raccontare le "nuove guerre". Abbiamo discusso con lui in una fredda mattina romana.
Spinelli, per quale agenzia lavora?
H3 Group. Sono specializzato nelle scorte e nei programmi di protezione e nell’addestramento.
Qual è la vita quotidiana di un Contractor?
Non esiste un giorno diviso da un altro. L’operazione finisce alle 18.00. Hai due ore di “relax” in cui devi fare la manutenzione del tuo equipaggiamento, visto che dietro non c'è una logistica. Se le armi e la radio non funzionano devi sbrigartela da solo.
E dopo la “pausa”?
Si fanno il Security Making Process e il Force Protection Making Process, la pianificazione delle operazioni del giorno dopo. Abbiamo informazioni sul nostro cliente ma ce le hanno anche i nostri nemici. Dobbiamo anticiparli.
All’interno delle agenzie avete delle unità di analisi, di studi dei rischi?
L’analisi geopolitica è alla base di tutte le nostre procedure.
Chi sono questi analisti?
Quello di Blackwater è Cofer Black, che è stato per lunghi anni responsabile dell’antiterrorismo alla Cia. E’ l’uomo che ha catturato Carlos.
Com’è andata in Iraq?
Sono morte centinaia di persone per l’incapacità di un solo uomo, Paul Bremer. In Iraq i generali di Saddam erano a conoscenza di un sistema di difesa interno di tipo “Stay-behind” – lavorare dietro le linee nemiche, usare depositi nascosti e pieni di esplosivo… e sono stati deposti in massa. Per fortuna è arrivato Negroponte e le cose sono cambiate. Da “bad guys” i sunniti sono diventati “good guys”.
E in Afghanistan?
C’è un progetto nella Valle dell’Helmand: 1.400 Marines insieme all’esercito afghano si occuperanno di stabilizzare la zona. I Contractors dovrebbero difendere le Ong impegnate nei processi di ricostruzione, cercando di trovare “occhi ed orecchie” nelle tribù afgane.
Anche le Ong sono protette dai Contractor?
Proteggiamo clienti, governi, corporations, ma tra i nostri clienti ci sono anche le Ong. E’ insensato usare decine di Marines per scortare un convoglio umanitario.
Vi definiscono "mercenari"
In Iraq ci sono stati migliaia di Contractor morti e feriti. E’ più facile fare la guerra che fare le scorte.
"Gente senza ideologia"
C’era un amico di mio padre, era un ufficiale dell’aereonautica brasiliana. Non sopportava che i cubani volessero prendersi l’Angola. Così mollò tutto e si arruolò come soldato semplice nella Legione Straniera per combattere il comunismo.
Quanto guadagna mediamente un Contractor?
L’amico di mio padre non ci guadagnò nulla. Ora fa il pilota di elicotteri per sopravvivere. Oggi però dei professionisti ben addestrati prendono tre o quattro volte quello che guadagna un militare.
Lei lo fa per soldi?
Ho sempre creduto nella giustizia e nella libertà. Quando sono andato in Iraq ho sentito ragazzi che avevano avuto le famiglie distrutte dal regime di Saddam. Storie di mogli e sorelle rapite da Hudai e che non avevano fatto più ritorno a casa. Se qualcuno porta via mia moglie gliela distruggo la casa. E non lo faccio certo per soldi.
Fabrizio Quattrocchi era un suo amico
L’11 Settembre, quando ho visto gli aerei che si conficcavano nelle Torri, mi sono detto “Non posso più stare a guardare. Ognuno deve fare la sua parte”. Sono del Sud, vengo dal Mezzogiorno. Se da noi ognuno avesse fatto la sua parte, avesse denunciato, ora non avremmo il problema delle mafie. L’11 Settembre mi sono sentito attaccato in casa mia. Me ne potevo fregare. In fondo vivo a Sammichele di Bari, mica a New York. Un paese agricolo dove a nessuno verrà mai in mente di far esplodere una bomba. Mi sono sentito attaccato moralmente, quel giorno. Poi è venuto tutto il resto.

Afghanistan, 4 agosto 2008: i francesi assumono la responsabilità dell’area di Surobi, circa 50 chilometri a est di Kabul. Il 4° reggimento Alpini paracadutisti e i Paracadutisti del 185° RRAO (Reggimento Ricognizione Acquisizione Obiettivi), che compongono la cosiddetta Task Force Surobi, lasciano l’area. Passano giusto una decina di giorni e i militari francesi cadono vittime di un’imboscata nella valle di Uzbeen. Il bilancio è durissimo: 10 morti e 21 feriti. Un massacro particolarmente efferato: le cronache riportano di decapitazioni, addirittura quando i francesi sono ancora vivi, e scempi di cadaveri per mano degli stessi talebani che hanno sferrato il pesante attacco.
Passa ancora qualche giorno e i francesi incolpano gli italiani: gli alpini e i paracadutisti, che fino a poco tempo prima avevano presidiato la zona, si erano, secondo i vertici francesi, asserragliati dentro le Fob, le basi operative avanzate, dopo la morte del primo maresciallo Giovanni Pezzulo, avvenuta a febbraio 2008. Gli italiani avrebbero quindi abdicato alla missione di controllo della delicatissima area, “infestata” non solo da gruppi talebani, ma soprattutto dalle milizie dello spietato Gulbuddin Hekmatyar, signore della guerra locale, ex mujaheddin e storico alleato dei talebani.
Oggi, un’altra accusa agli italiani: secondo il quotidiano britannico Times, gli 007 italiani avrebbero pagato mazzette ai talebani in cambio di sicurezza e tranquillità. Non avvertiti del meccanismo in atto da mesi, i francesi, una volta spezzato il “circolo vizioso”, sarebbero stati “puniti” dai talebani della zona. Palazzo Chigi risponde con un comunicato ufficiale, smentendo i pagamenti e ricordando anzi che gli italiani, nel periodo di permanenza nel distretto di Surobi, hanno subito numerosi attacchi. E rilancia promettendo querela. Ora, sarà pure umanamente comprensibile che si vada alla ricerca di un capro espiatorio per una strage così efferata. Tutto ha un limite, però. Tante, infatti, le cose che non sono state dette. E tante quelle travisate.
Il cosiddetto “distretto di Surobi” comprende quattro valli: Maypar, Tezeen, Jegdalek e Uzbeen. Quest’ultima è sempre stata la più “delicata”. A dicembre 2007 i militari turchi lasciano l’area e gli italiani assumono la responsabilità della zona e delle Fob presenti lì. E subito iniziano ad applicare quella che è, ed è sempre stata, la loro strategia: cercare l’appoggio della popolazione. Cominciano con l’individuazione dei malek, i capivillaggio, gli unici, per questioni rigidamente gerarchiche, titolati a trattare con lo “straniero”.
I rapporti più saldi si stabiliscono con il malek della valle di Jegdalek. È un vecchio mujaheddin: i turchi gli hanno promesso che i militari italiani, pieni di soldi, avrebbero esaudito ogni suo desiderio. Il malek, quindi, si presenta con un sorta di “lista della spesa”: chiede scuole, ponti, strade, pozzi, infrastrutture. Gli italiani, che come modus operandi non prendono mai un impegno nei confronti della popolazione se non sono sicuri di poterlo mantenere, decidono di dire la verità: non hanno tutti quei soldi a disposizione, ma faranno il possibile. Il malek, vecchio mujaheddin, resta impressionato dalla sincerità degli italiani e da lì inizia un proficuo rapporto di stima e fiducia reciproca. Che, pare, duri ancora oggi, anche a distanza di un anno dalla partenza degli italiani.
Anche nella valli di Maypar e Tezeen i militari riescono, dopo un lungo e certosino lavoro di graduale “avvicinamento” a stabilire rapporti di salda collaborazione. Solo la valle di Uzbeen resta un po’ più “ostica”. Ma non inaccessibile. Gli italiani, quindi, iniziano a spingersi fin nei villaggi più remoti dell’area. In alcuni di questi gli abitanti non hanno mai visto un militare della coalizione Isaf e capita che li scambino per russi. Il territorio è aspro e inospitale e, quando la neve rende impossibile il passaggio dei mezzi, si percorrono chilometri per portare, a dorso di mulo, aiuti umanitari alle famiglie più povere, assistenza sanitaria e veterinaria.
A volte sono gli stessi malek che si fanno portavoce delle esigenze più urgenti: casi di malattia o di famiglie particolarmente povere a cui dare la precedenza assoluta nella distribuzione degli aiuti.
E comunque, la cellula Cimic (la Cooperazione civile e militare, quella che si occupa della ricostruzione e sviluppo) lavora. Bilancio: nei mesi di permanenza gli italiani costruiscono una biblioteca, una clinica, il locale distretto di polizia, un ponte pedonale sospeso di 70 metri , tre ponti pedonali e trenta pozzi d’acqua potabile, tre scuole, due cliniche veterinarie, una stazione di polizia, un ponte pedonale e ventisei pozzi d’acqua potabile.
In cambio la popolazione segnala, sempre più spesso, depositi illegali di armi (ne vengono smantellati più di cento in quei mesi) e fornisce indicazioni preziose sulla preparazione di imboscate e attacchi Ied, gli ordigni artigianali improvvisati posti al bordo delle strade. Mesi che, tuttavia, non sono proprio “tranquilli” per i militari italiani. Numerosi, infatti, gli scontri a fuoco in cui sono coinvolti. E in uno di questi, il 13 febbraio 2008, viene ucciso il primo maresciallo Giovanni Pezzulo, della cellula Cimic.
A inizio agosto, dunque, gli italiani lasciano il distretto di Surobi ai francesi, che vengono accuratamente avvertiti dei “warning”, le indicazioni di rischio, durante il normale periodo di affiancamento che il comandante che sta per assumere la responsabilità fa con quello che la sta per lasciare. Vengono anche avvertiti del fatto la valle di Uzbeen è delicata e che, all’interno della valle, non c’è copertura radio. Almeno con gli apparati usati comunemente.
I francesi si insediano e la situazione cambia. Gli afghani del posto, che finora hanno avuto un ottimo rapporto di collaborazione con i militari Isaf, sperano di mantenerlo. Ma quando si presentano alla base per chiedere che vengano mantenute le abitudini prese con gli italiani (assistenza sanitaria e veterinaria, donazioni di aiuti) si vedono sbattere le porte in faccia. I francesi, che si sono presentati con assetti pesanti e iniziano a fare rastrellamenti, non hanno intenzione, evidentemente, di mantenere i rapporti “di buon vicinato” con gli abitanti del posto.
Infine, prendono un po’ sottogamba le indicazioni che gli sono state date dagli italiani: si avventurano con le loro radio, senza copertura aerea e con poche munizioni, nella valle di Uzbeen. Entrano attraverso l’unica via d’accesso alla valle, stretta e circondata di montagne, quindi particolarmente adatta alle imboscate, e lì la tragedia. Non riescono a comunicare via radio e chiedere rinforzi, non possono richiedere la copertura aerea e terminano le munizioni. I talebani che li hanno attaccati sono liberissimi di farne scempio.
Insomma, i soldi che gli italiani hanno speso nell’area sono stati sicuramente quelli investiti dal Cimic per la ricostruzione di infrastrutture. Se fossero bastate delle mazzette ai capi talebani per garantire la pacificazione, perché spingersi fin laggiù subendo attacchi e perdite di vite umane? E comunque, ogni volta (ed è capitato molto spesso soprattutto negli ultimi tempi) che gli italiani intervengono per tirare fuori dalle grane militari di altri contingenti, evitano di fare troppa pubblicità per non “sminuire” i “colleghi”. Pare che il politically correct sia rimasto appannaggio di pochi ultimamente.