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venerdì 11 dicembre 2009

Sosteniamo l'opera aderendo al Comitato (clik)

LA SINISTRA CI VUOL PORTARE ALLA ROVINA. (click)




Assurdo: la Regione manifesterà contro il Ponte

di: Giovanni ALVARO
giovedì 10 dicembre 2009

Rimane solo da ridere
Siamo giunti alle comiche finali: la sinistra è proprio nel pallone, in totale confusione mentale. Non c’è altro modo per dipingere la scelta della Giunta Regionale dalla Calabria (Governatore Loiero) di aderire alla manifestazione No Ponte che si terrà nei prossimi giorni, poco prima della posa della prima pietra da parte del premier Silvio Berlusconi che avverrà il 23 dicembre 2009 e che sarà sostenuta da una forte presenza popolare.

Se è legittimo e normale assumere una determinata posizione in riferimento ad un problema, ad un’opera o a un provvedimento di qualunque natura, non lo è per la Regione Calabria in riferimento al Ponte sullo Stretto se prima non scioglie il nodo della sua partecipazione societaria nella Società ‘Stretto di Messina’ vendendo le proprie quote azionarie.

Si dà il caso, infatti, che la Regione Calabria detiene il 2,6% delle quote azionarie della Società, che ha nominato propri rappresentanti in quella Società, e che la ragione sociale della stessa è la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina. Le comiche di cui parlavamo all’inizio stanno proprio in questa assurda situazione: essere finanziatori della Società che persegue l’obiettivo di realizzazione dell’attraversamento stabile dello Stretto e contemporaneamente boicottarlo, non in modo sotterraneo, ma addirittura palese, infischiandosene che le quote azionarie siano state acquisite con il denaro dei propri concittadini. Che la filosofia del partito di lotta e di governo, e il tradizionale’ benaltrismo’, vengano usati dai gruppuscoli è legittimo, non è accettabile che a cavalcare queste filosofie sia la Regione che con quest’atto sfiora il codice penale: uso del denaro pubblico per opere che non intende realizzare.



No al Ponte con tanto di firma rossa
La vicenda, in definitiva, presenta risvolti che dimostrano la vacuità di una classe dirigente senza reali capacità politiche se non quelle di assecondare le spinte di gruppuscoli verdi, rossi o arcobaleno che siano, che sanno dire solo NO; e non sanno guardare al di là del proprio naso. Non riescono a trarre profitto dall’ultimo flop realizzato con la manifestazione dello scorso 1 dicembre che ha registrato una partecipazione di circa 300 vocianti manifestanti. Pensano che sia possibile nascondere, anche a se stessi, la cruda realtà che vede un’opinione pubblica lontana mille miglia dal loro atteggiamento di rifiuto.

Pensano che basti portare in piazza, il prossimo 19 dicembre, alcune migliaia di partecipanti per capovolgere la situazione, facendo finta di non capire che le truppe cammellate che vengono spostate ad ogni manifestazione, con decine di autobus, servono a fare scena ma non servono a far cambiare idea alle popolazioni locali e alla maggioranza degli italiani che hanno le tasche piene delle menzogne sparse senza ritegno, dei delfini la cui rotta sarebbe ‘disturbata’ dall’ombra del Ponte, delle catastrofi predette da tecnici in cerca di autore, dei professoroni universitari convinti che il ‘verbo’ stia solo a sinistra e rinunciano alla loro autonomia intellettuale.

Ignorano, e crediamo realmente, che il Ponte non è un giocattolo, che esso non serve per attirare milioni di turisti (e questo tra l’altro non guasta a territori che hanno vocazione turistica), ma è parte integrante di un percorso (il corridoio 1 Berlino-Palermo) che deve captare il grosso
ponte subito logo.jpg
Sosteniamo l'opera aderendo al Comitato
del traffico commerciale che transita nel Mediterraneo e che è pari al 30% del traffico mondiale. Manca loro la capacità di capire che quell’Alta Velocità che oggi si ferma a Salerno sarà necessariamente allungata per tutto il corridoio che arriva a Palermo. L’uso del corridoio farà risparmiare alle merci 5 o 6 giorni di navigazione tra Nord Europa e Medio ed Estremo Oriente. E Calabria e Sicilia dovranno attrezzare e sviluppare i propri porti che diventeranno vere e proprie cerniere tra Italia e Paesi rivieraschi.

Se non si ha idea di cosa sarà il Ponte si continui pure con i NO-Day. Noi invece siamo per i SI-Day: si allo sviluppo, si alle infrastrutture, si all’aggancio del Sud al treno europeo, si al turismo, ma soprattutto SI a nuove classi dirigenti delle quali il Mezzogiorno ha estremo bisogno.

Giovanni Alvaro - Comitato 'Ponte Subito'

domenica 29 novembre 2009

LETTERA AL'ON.DENIS VERDINI

Egr. On. Denis Verdini

e p.c. ai parlamentari del PDL.

Sono un simpatizzante del PDL, almeno per ora.

Vorrei farLe presente che ho sempre votato nell’area di cdx anche prima della costituzione del nuovo partito, oggi ho delle forti perplessità a continuare a votare il partito di cui Lei è il coordinatore, data la presenza dell’on. Fini ormai orientato verso una sinistra obsoleta e logora che lui chiama farefuturo.

Non passa giorno che lui ed i suoi seguaci, intralcino il lavoro, già di per sé difficile, di questo governo, con dichiarazioni degne di Di Pietro.

Inoltre quella presentazione al 22/23 dicembre della legge sulla cittadinanza breve, in combutta con il PD , è al di fuori di ogni logica e soprattutto contraria al mandato che noi elettori Vi abbiamo conferito.

Sarà mia cura controllare quali deputati del PDL abbiano votato per questa legge, al fine di non votarli mai più.

Oltre a questo ho riscontrato, la mancata difesa di SB, dalla magistratura rossa, da parte del presidente della camera ed anche una certa “tiepidezza” da parte del resto del partito.

La lettera che le sto scrivendo, pur essendo a titolo personale, è condivisa da moltissime mie conoscenze sia reali che di web.

Posso quindi dire, che alle prossime regionali, se troviamo in lista candidati finiani, non esiteremo a votare per altro partito che dia garanzie sull’immigrazione, sulla sicurezza e che contrasti lo strapotere di questa Europa che si sta profilando orwelliana. Un’ Europa che svilisce tutte le nostre tradizioni, che annienta la nostra cultura, che porterà alla fine della Civiltà occidentale. Cerchiamo almeno di salvare l’Italia, non tanto per noi quanto per i nostri figli.

Distinti saluti

P.S

Se avesse del tempo Le consiglio di leggere questi post, con i relativi commenti sono una minima parte di quello che gira sul web di questo tenore. Non sottovaluti la “base” del CDX, non è trinariciuta.

http://sauraplesio.blogspot.com/2009/11/per-fare-futuro-il-piu-grave-dei.html

http://orpheus.ilcannocchiale.it/2009/11/26/io_non_ci_sto.html

http://laltrasponda.blogspot.com/2009/11/nono-e-meglio-non-fare-futuro.html

http://mangoditreviso.blogspot.com/2009/11/fare-o-durare.html

http://blacknights1.blogspot.com/2009/11/orgogliosamente-stronzo.html

http://gio88-giova.blogspot.com/2009/11/nuova-perla-dei-finioti.html

http://sarcastycon.wordpress.com/2009/11/27/fareschifo/

martedì 24 novembre 2009

MEMENTO

25 novembre 2009

Ci vuole la buona volontà. Come per ogni cosa, non bastano le parole. “La buona volontà – non si stancava di ripetere Immanuel Kant – non è tale per ciò che essa ottiene, e neppure per la sua capacità di raggiungere i fini che si propone, ma solo per il volere, cioè in se stessa”. Non avremmo saputo dire meglio. E nulla come la buona volontà può sorreggere il dialogo in un momento così difficile, dove la voglia di scontro sembra poter travolgere tutto e tutti. Altri ci insultino, se credono che ciò sia giusto, ci deridano e perseverino nella propaganda. Noi metteremo buona volontà nel prestare orecchio a Spatuzza, ci faremo in quattro per ascoltare le opinioni di Ingroia, cercheremo di dare fiducia perfino al signor Schulz, pur di venirci incontro. Anzi a proposito di Europa, tolgano pure i crocefissi, se vogliono, tanto noi vedremo quello spazio vuoto come il simbolo concreto che è risorto.

di Andrea Marcenaro

giovedì 10 settembre 2009

Diario afghano/ 2 (click)

Ecco come gli italiani hanno rimesso in sicurezza Bala Morghab

di 10 Settembre 2009

Bala Morghab, 180 chilometri a nordest di Herat, al confine con il Turkmenistan, all’interno della provincia di Badghis, una delle cinque che compongono l’area sotto responsabilità italiana. Fino a tre mesi fa era uno dei punti più caldi di tutto l’Afghanistan. Oggi la situazione è completamente cambiata. La valle è una lingua di terra verde incastonata tra catene montuose e deserto. In mezzo scorre il fiume, fonte di vita e fertilità. Tanti piccoli villaggi sparsi nella valle e, al centro, da un lato il villaggio di Morghab. Dall’altro, la Fob Camp Todd, la base operativa avanzata che ospita militari afghani, italiani, spagnoli e americani.

Una zona a lungo contesa tra insurgents e militari afghani che, con il supporto delle truppe Isaf, in questa valle hanno combattuto, attaccato e subito attacchi e perdite. Il fine era quello di riconquistare il controllo della valle, punto strategico perché di frontiera, ma soprattutto perché da qui passa una tratto della Ring Road, l’anello di asfalto che circonda tutto l’Afghanistan collegando tra loro le città principali. Per garantire la sicurezza all’interno di tutto il Paese, il primo obiettivo deve essere quello della libertà di circolazione e del controllo delle principali vie di comunicazione.

E poi, a pochi chilometri, sempre nella stessa provincia, c’è Gormach, tradizionale roccaforte talebana. Infine, la Nato sta cercando di espandersi verso nordest anche per ricongiungere Herat a Mazar-i-Sharif, area a responsabilità tedesca. Gli insurgents della zona, invece, proprio non ne volevano sapere: troppo importante mantenere il controllo di quel tratto della Highway 1, la Ring Road, appunto, per continuare a svolgere indisturbati i traffici illeciti con il Turkmenistan. Fino a tre mesi fa, la valle è stata teatro di scontri durissimi.

29 maggio: i militari afghani escono alle 5 del mattino dalla Fob per occupare delle postazioni a circa due chilometri. Vengono attaccati, provano a rispondere al fuoco, ma sono costretti a chiamare in soccorso i Paracadutisti del 183° reggimento “Nembo”, pronti a intervenire su richiesta dei militari afghani. I combattimenti proseguono per ore.

All’interno della base l’atmosfera è frenetica. Si sentono chiaramente le raffiche di armi leggere e i colpi di mortaio sparati là dove si sta combattendo. Convogli di blindati Lince continuano a entrare e uscire dalla Fob: quelli che escono trasportano militari pronti ai combattimenti. Da quelli che rientrano scendono ragazzi dal volto trasfigurato, sfiancati dalla fatica, gli occhi rossi e gonfi per la polvere. Sporchi, sudati e con le scariche di adrenalina che ancora non accennano a fermarsi.

Mentre un caposquadra sta dando indicazioni ai suoi prima di uscire, da lontano si vede una nuvola di polvere che si avvicina. Sono sei ragazzi che corrono disperatamente verso l’infermeria: trasportano uno dei loro compagni rimasto ferito in battaglia. Alla fine, anche grazie all’impiego dei mortai, su obiettivi segnalati dai ragazzi del 185° “Acquisitori obiettivi”, la minaccia, come si dice in gergo, “è neutralizzata”. Ingenti le perdite: uccisi 25 miliziani insurgents e 3 militari afghani. Tre parà italiani restano feriti. Una giornata qualunque tra quelle che si vivevano qui, a Bala Morghab, almeno fino a tre mesi fa.

25 agosto, la situazione è completamente cambiata. Non è necessario correre per scendere dall’elicottero e raggiungere, nel più breve tempo possibile, l’ingresso della base. All’interno l’atmosfera è più tranquilla. Nessun segno di concitazione, nessuno sparo o raffica in sottofondo. Un convoglio di Lince è pronto per uscire: oggi i militari italiani faranno una donazione di materiale scolastico al piccolo istituto del villaggio di Morghab.

Prima di uscire non si accertano neppure che i passeggeri abbiano allacciato tutte le cinque cinture di sicurezza, né che siano stati attivati i “mine lock”, una speciale sicura di cui è dotato il Lince, che impedisce la possibilità di aprire il portello dall’esterno. Ed eventualmente gettare una bomba all’interno dell’abitacolo. “Sembra di stare in un altro posto - commenta il conducente del Lince che era qui anche in quella giornata di combattimenti, tre mesi fa - la tregua regge, ora possiamo anche uscire e andare fino al villaggio. Chissà, però quanto durerà”.

Tregua: è stata questa la chiave di volta. In vista delle elezioni, ai primi di agosto, il governo centrale, rappresentato da un emissario del presidente Karzai, è riuscito a mediare, tramite i capivillaggio, un “cessate il fuoco” con gli insurgents della zona. Gli accordi erano questi: i militari dell’Ana, l’Afghan National Army, avrebbero lasciato le postazioni ritirandosi e gli insurgents avrebbero retrocesso fin dietro le montagne. Ma, soprattutto, avrebbero smesso di sparare.

Ciò che non si dice, non si racconta e, forse, non si sa, è che la tregua è stata preparata da una chirurgica operazione di rastrellamento condotta dai militari afghani supportati dai paracadutisti italiani. Un’accelerata nelle operazioni di riconquista del controllo del territorio: gli insorti sono stati circondati e chiusi all’interno di un’area ben delimitata, da cui non hanno avuto possibilità di fuga.

Un’operazione scattata nei primi giorni di luglio, proprio mentre al sud, gli americani, con roboanti comunicati stampa in cui snocciolavano cifre e numeri dell’operazione, sferravano l’attacco nella valle di Helmand. Secondo le previsioni il rastrellamento sarebbe dovuto durare circa tre settimane. Ma è stato interrotto dall’inizio della mediazione per giungere alla tregua.

Ora, all’interno della valle di Bala Morghab, è rimasto solo il piccolo villaggio a essere definito “area problematica”. Una piccola zona non sotto pieno controllo che ospita ancora un nucleo di insurgents. Ecco perché, all’interno della base, dove sono custoditi i Lince danneggiati dai combattimenti passati, ci si chiede quando e chi metterà fine alla tregua. Ecco perché comunque non si può abbassare la guardia e bisogna sempre essere pronti a entrare in azione.

Quello stesso 25 agosto, nel pomeriggio, arriva una richiesta d’aiuto da Mur-e-Chack, località al confine con il Turkmenistan: un check point della polizia afghana di frontiera è stato attaccato da un gruppo di insurgents che ora, dopo aver ucciso due poliziotti e averne rapito altri, stanno saccheggiando il piccolo villaggio vicino. Immediatamente dalla Fob Todd parte un plotone di Paracadutisti a bordo di un Chinook. Insieme, si alzano in volo due Mangusta armati. Torna, per un pomeriggio, l’atmosfera concitata e l’ambientazione da film di guerra. Nessuno, però, parla di fine della tregua.

“Tutto questo non ha niente a che vedere con gli accordi ancora in vigore. Quel territorio - spiega il gen. Rosario Castellano, Comandante dell’area regionale ovest - è fuori dall’area interessata dal cessate il fuoco”. Il comandante era presente oggi qui a Bala Morghab per assistere alla cerimonia di consegna di aiuti umanitari. E da qui, invece, si è trovato a dirigere e coordinare le operazioni di soccorso alla polizia di frontiera afghana, lassù a venti chilometri, al confine con il Turkmenistan.


venerdì 4 settembre 2009

FINI E LA CITTADINANZA AGLI IMMIGRATI (CLICK)

(AGI) - Perugia, 3 set. - Per il Presidente della Camera, occorre portare avanti la discussione sulla nuova legge sulla cittadinanza "senza emotivita' o accenti propagandistici e senza pensare al clima elettorale per le amministrative. I recenti dati dell'Istat - ha proseguito Fini - ci dicono che la popolazione degli immigrati in Italia oscilla intorno ai 3 milioni e 900 mila persone, pari al 6,5 per cento del totale dei residenti. E si tratta di una percentuale destinata sicuramente a crescere nei prossimi anni. Pensare che gli stranieri non tendano a mettere radici sarebbe illusorio o, pensarlo, significa non conoscere la nostra stessa storia nazionale. L'integrazione e' qualcosa di piu' che avere un lavoro, pagare le tasse, non prendere multe, salutare educatamente quando si entra al bar". Fini e' quindi tornato a sottolineare l'importanza del "profilo della naturalizzazione dei giovani immigrati" ribadendo l'esempio della squadra giovanile italiana di cricket che si e' aggiudicata il titolo europeo. "Sono quasi tutti figli di pakistani - ha detto Fini - e quelli parlano in dialetto. Come certi calciatori, come Balotelli che parla bresciano stretto". Fini ha quindi fatto l'esempio della Germania dove "i figli stranieri nati in tale terra diventano cittadini tedeschi secondo lo 'ius soli' e mantengono la doppia nazionalita' fino all'eta' di 24 anni, quando devono optare tra la cittadinanza tedesca e quella del paese d'origine".

sabato 11 luglio 2009

Afghanistan, una lunga estate calda (click)


La grande operazione dei marines in Helmand ha messo in fuga i talebani verso le zone italiane, dove pare si stia preparando un'analoga massiccia offensiva in vista delle elezioni di Agosto

Dal nostro inviato
Enrico Piovesana

Finora, più che i talebani, è il caldo torrido a mietere vittime tra la fila dei quattromila marines impegnati dal 2 luglio nell'operazione Khanjar, nel profondo sud dell'Afghanistan.

Gli uomini del generale Larry Nicholson - uno di quei 'duri' dagli occhi di ghiaccio che sembra uscito da un film di guerra hollywoodiano - marciano da giorni sotto un sole che ha già fatto collassare decine di soldati. Marciano risalendo il corso del fiume Helmand, che a sud di Lashkargah serpeggia attraverso il Dasht-e-Margo, il Deserto della Morte, rendendo possibile la coltivazione di papaveri da oppio e la vita in miseri villaggi di argilla addossati lungo le sponde del fiume. I giovani marines, sudando l'anima sotto gli elmetti, entrano in questi villaggi e li occupano, uno dopo l'altro, senza incontrare nessuna resistenza.

Gli scontri a fuoco finora sono stati sporadici: si parla di 27 guerriglieri uccisi in una settimana. I talebani si sono volatilizzati. Mischiatisi tra i civili, secondo il generale Nicholson, in attesa di sferrare un contrattacco a sorpresa quando i suo uomini saranno sfiancati dal caldo e dalla tensione. Fuggiti a nord, invece, secondo il generale Zahir Azami, portavoce della Difesa afgana, che accusa i marines di aver solamente spostato il problema 'talebani' da un'altra parte.

"Dall'inizio dell'operazione Khanjar - ha dichiarato alla stampa il generale Azami* - i combattenti talebani si sono spostati nel nord della provincia di Helmand, precisamente nella zona di Baghran che è controllata dalle truppe Nato tedesche, e nei distretti orientali della vicina provincia di Farah, che sono invece sotto il controllo delle truppe Nato italiane. Questo spostamento ha suscitato lamentele da parte dei comandanti tedeschi e italiani".

Si preannuncia un'estate molto calda per i paracadutisti italiani della brigata 'Folgore', che già da maggio combattono nel deserto di Farah per contrastare la crescente presenza dei talebani nei distretti di Bala Baluk, Pust-e-Rod e Delaram, e che nelle prossime settimane saranno presumibilmente coinvolti anche in una grande offensiva pre-elettorale, sullo stile di quella dei marines in Helmand, alle porte di Herat.

"Le truppe afgane e internazionali si stanno preparando in vista di un'offensiva contro le roccaforti talebane alla periferia della città di Herat", ha dichiarato lunedì alla stampa locale il comandante provinciale della polizia, generale Esmatullah Alizai, senza specificare le zone interessate. Le aree sotto controllo talebano più vicine a Herat sono i distretti di Guzara (alla periferia sud della città), Rabat-i-Sangi (50 chilometri a nord) e Khushk Kohna (70 a nord-est).

PeaceReporter ha chiesto conferme ai portavoce del contingente italiano a Herat e Kabul, rispettivamente maggior Magagnino e capitano Lipari, i quali hanno detto di non saperne nulla, aggiungendo (Lipari) che "anche se fosse vero, nessuna informazione sull'operazione verrebbe divulgata prima del suo inizio". Il giorno successivo Peacereporter ha raggiunto telefonicamente il comandante della polizia di Herat, generale Alizai, per approfondire la questione, ma l'ufficiale non ha voluto parlare.

martedì 7 luglio 2009

G8 2009 - L'Aquila (click)

Zona rossa già off limits: saldati anche i tombini e deviate le linee dei bus

di Emanuela Fontana
nostro inviato a L’Aquila

Arrivate le bandiere e pronto il caffè, allora si può iniziare. L'essenziale: l'anima di questo G8 preparato in due mesi, il vertice dei letti di legno e dei menu d'Abruzzo, chiuso nelle mura solide della scuola della Finanza più grande d'Italia, Coppito, L'Aquila. Una riunione che parte domani mattina dal dolore, dalla furia dell'ambiente, dall'impreparazione degli uomini e dove una sala sarà tutta dedicata ai video dei vigili del fuoco al lavoro sulle macerie, un «11 settembre» della natura per spiegare ai grandi della Terra cosa è stata la morte, e il coraggio, in questo luogo. A Coppito arriveranno oggi camerieri, restauratori, traduttori e nessuno ti dà retta: i ritmi sono intensissimi, si stanno verniciando le ultime sale, si stanno contando le sedie, predisponendo i microfoni.
Sono arrivate le bandiere dei Paesi ospitati, gli oleandri per la piazza d'Armi della caserma. Il caffè, firmato L'Aquila: Michele Morelli e Stefano Biasini pensavano di aver perso tutto nella notte del 6 aprile, lavoravano in piazza del Duomo, bar distrutto, e ora si troveranno a passare la tazzina a Barack Obama. Caffè e cappuccino. Così è la vita in questa città che trema ancora, dove il G8 e la vita in comunità sembrano aver sviluppato i talenti, affinato la sensibilità, l'arte, la poesia. Il bancone sul quale la coppia del caffè Morelli-Biasini servirà i leader mondiali diventerà una tavolozza di autografi. Ogni capo di Stato, da Obama, a Sarkozy, da Angela Merkel a Berlusconi, potrà scrivere la propria dedica sul banco della torrefazione. Dopo il G8 partirà l'asta e il ricavato confluirà nei fondi di solidarietà alle popolazioni terremotate d'Abruzzo. Anche i mobili delle suite dei leader saranno messi all'asta, mentre i 1500 alloggi saranno destinati in futuro ai terremotati. Oltre al vino, il Montepulciano, e alle carni, questa terra entrerà anche nella lista dei dolci per le cene: a Coppito è arrivato il Panducale, preparato secondo la ricetta tramandata da più di settecento anni.
In piazza d'Armi è stato montato un palco per le fotografie ai Grandi ma la foto di rito degli Otto non verrà scattata in quel punto, si sta valutando un'altra sala. Pronti gli alloggi, ma non bisogna immaginare souvenir e regalini che ricoprono le trapunte: pareti color crema, copriletto bianchi, come le tende, stanze di lavoro accanto alle camere da letto per i capi di Stato, televisioni satellitari e collegamenti Internet e un nome di città italiana per ogni palazzina (saranno otto) che ospiterà i presidenti con i 25 componenti delle loro delegazioni.
Adesso bisogna solo aspettare. Aspettare anche i movimenti della terra, perché anche ieri il terremoto è tornato: per sei volte, tra le 4 del mattino e le 15.40 del pomeriggio da 2.1 a 3 gradi di magnitudo. Tutto è pronto comunque e Coppito per il piano di evacuazione in caso di sisma superiore ai 4 gradi della scala Richter.
Ieri sono proseguite le operazioni di isolamento dell'area della caserma, zona rossa già da due giorni. Sono stati saldati tutti i tombini. In un raggio di più di sei chilometri i controlli sono diventati più stretti, ieri anche attorno ad alcuni palazzi sensibili, come l'Hotel Amiternum: qui dovrebbero alloggiare parte dei servizi di sicurezza degli Stati Uniti. Entrare è proibito senza un pass e tutte le fermate delle autolinee pubbliche sono state spostate. Nelle tendopoli ai visitatori possono intrattenersi solo dieci minuti. Ma sembra che gli aquilani siano i primi a non volere cortei troppo arrabbiati, violenti. Alla fiaccolata nel terzo mese dal terremoto organizzata nella notte tra domenica e lunedì, una sfilata notturna per le vie del centro aperta dai genitori dei ragazzi morti nella Casa dello studente, gli organizzatori del comitato 3.32 hanno precisato: «Noi vogliamo giustizia, vogliamo essere interpellati come comitati dalla Protezione civile. Prendiamo le distanze dai manifestanti». Alla partenza circolava però già un volantino preparatorio dei No-G8 dal titolo: «Yes, we camp», una presa in giro al «Yes we can» di Obama, per rivendicare come propria la condizione di accampati degli aquilani.
Misure di sicurezza anche a Onna, il paese più distrutto dal terremoto, dove si lavora intensamente per concludere le prime quattro casette di legno costruite dalla Provincia di Trento con fondi della Croce Rossa (in totale saranno 91) da mostrare domani a Angela Merkel. Una era pronta già ieri: è composta da una sala, due stanze, bagno e soprattutto una perfetta piastra antisismica. Onna è stata «adottata» per la ricostruzione dai tedeschi. Alle adozioni a distanza sarà dedicata un'intera sala della Scuola di Coppito, con le schede dei monumenti che le delegazioni possono prendere in cura. Ma molti aquilani, nelle tendopoli, propongono: «Questi Grandi ci adottino anche i quartieri... non solo i monumenti».





sabato 4 luglio 2009

LA BATTAGLIA INCIVILE (click)

Mario Giordano ha risposto giorni fa, su queste pagine, a due lettori che segnalavano d’essere stati insolentiti perché avevano in mano Il Giornale; Giampaolo Pansa sul Riformista ha preso spunto dalla risposta di Giordano per un commento titolato «Niente fischi al Presidente del Consiglio»; adesso intervengo a mia volta rifacendomi sia a Giordano sia a Pansa. Sembrerebbe, questo in cui ci esercitiamo, un giuoco di matrioske, ciascuna delle quali ne racchiude un’altra, se non fosse invece un dibattito molto serio e preoccupato sul tasso di aggressività e di intolleranza del Paese. Un Paese - questa la riflessione malinconica di Mario Giordano - nel quale il centrodestra, essendo maggioranza elettorale, è ed è sempre stato minoranza culturale.
Non è una situazione inedita. I moderati, sia che trovassero cittadinanza politica nella Dc e nei suoi alleati, sia che la trovino ora in Berlusconi, hanno sempre soverchiato la sinistra: ma non il clamore, le declamazioni, le rivendicazioni d’un primato democratico che dalla sinistra stessa venivano. Il termine “maggioranza silenziosa” - cui i maestrini rossi riuscirono a dare una connotazione fascistoide - fu l’espressione di questo paradosso. E l’obiettivo di Montanelli, quando fondò Il Giornale, consistette proprio nel dare voce ai senza voce.
Gli insulti a chi osi leggere Il Giornale, le scomposte contestazioni di gruppuscoli schiamazzanti a Berlusconi o al ministro Gelmini attestano un ritorno agli anni che furono prima d’odio forsennato, e poi divennero di piombo? Abbiamo gli emuli di chi bollava Montanelli come fascista? Io credo o spero di no perché la componente violenta - fino allo spargimento di sangue - degli antagonisti al sistema o al regime - come piace dire - è molto minore, e non gode come negli anni Settanta di diffuse simpatie salottiere. Nelle fabbriche dove furoreggiava l’impunità arrogante dei brigatisti rossi la sinistra non domina più, si ha al contrario una simpatia crescente verso il centrodestra.
La battaglia più propriamente politica la sinistra l’ha perduta senza rimedio. Le restano le armi d’una battaglia d’invettive che pretende d’essere culturale, ed è soltanto incivile. Nella versione del terzo millennio la polemica contro Berlusconi non si alimenta di argomenti, ma di pregiudizi discriminatori e, diciamolo pure, razzisti. Si vuol far credere che il berlusconismo e i berlusconiani siano espressione d’una subumanità arretrata, che le loro menti siano negate alle alte speculazioni filosofiche che caratterizzano un Di Pietro o un Casarini, che solo capitalisti dalla nuca grassa e damazze ingioiellate partecipino alle riunioni del Popolo della libertà. Ci sono, in quelle riunioni, anche tanti operai, ma questo è un particolare sul quale i salottieri glissano volentieri.
Lo snobismo di sinistra è ripetitivo. Ne sa qualcosa Giampaolo Pansa che dalla sinistra proviene. Finché le truci storie del dopo Liberazione furono raccontate da Giorgio Pisanò nessuno se ne diede per inteso. Lo sporco fascista non meritava d’essere ascoltato. Ci volle un uomo dalle credenziali di sinistra, come appunto Pansa, per infondere importanza al sangue dei vinti. Pansa esorta a non sottovalutare i segnali di pericolo che i fatterelli o fattacci recenti accendono. Ha ragione. Ma proprio per i motivi che ho via via accennato, mi chiedo se la manovra della sinistra non sia stata agevolata da ritardi, negligenze e assenze d’una intellighenzia di centrodestra che si sente appagata dal consenso maggioritario di Berlusconi nel Paese, e sembra rassegnata a rimanere minoranza nella cultura e nella scuola. Questa è una non strategia. Restando inteso che ai facinorosi e ai teppisti - magari muniti di cattedra - che impediscono di tenere pubbliche e civili discussioni bisogna opporre la forza della ragione e, quando possibile, la forza della legge.

domenica 28 giugno 2009

OLTRE I GIORNALI SPUNTA LA REALTÀ (click)

di Maria Giovanna Maglie

C’è un abisso tra il mondo reale e quello descritto da alcuni giornali italiani e da alcuni giornali stranieri. L’Italia, la sua immagine, quella del governo e del premier, non corrispondono in alcun modo al quadro catastrofico dipinto e sceneggiato da questi giornali. Non solo non risponde a verità l’osservazione espressa con certezza granitica secondo la quale saremmo divenuti lo zimbello del mondo, le avventure e le debolezze private di Silvio Berlusconi ci avrebbero tolto ogni credibilità internazionale; è vero piuttosto l’esatto opposto, come fra meno di due settimane i lavori di un G8 straordinario all’Aquila dimostreranno e confermeranno.
Naturalmente ognuno è libero di pensare che vicende private la cui rilevanza resta sempre, dopo tanti giorni, da dimostrare, costituiscano ragione di discredito politico. La Repubblica, l’Unità, il Times di Londra sono intitolati a rovistare nella spazzatura di fotografie sospettamente rubate da residenze private di proprietà privata o di testimonianze al di sotto di ogni sospetto che sbucano provvidenziali. Ai primi, ai giornali italiani, si può suggerire di imparare un po’ di educazione civica, quella che non c’entra niente con la censura, ma che c’entra col rispetto del proprio Paese, delle istituzioni democraticamente elette, insomma a cominciare a tenere nel debito conto quel che gli italiani votano invece di ergersi a tutori del pupo sprovveduto. Si potrebbe suggerire loro la parola, aborrita, patriottismo. Al secondo, un tempo compassato quotidiano che separava debitamente i fatti dalle opinioni, oggi scatenato emulo dell’Independent in antiberlusconismo, si può suggerire di indagare piuttosto che sulla pagliuzza nell’occhio altrui su quel bel trave che si ritrova in casa, fatto di crisi gravissima di partiti e corruzione senza pudore.
Ma non sarebbe un peccato mortale se a sostegno di queste teorie non venissero quotidianamente addotti gossip che pretendono di essere di altissimo livello europeo, indiscrezioni raccontate come può permettersi di fare chi conosce le segrete cose, rivelazioni clamorose che rivelano delle gigantesche balle, frutto al massimo di un desiderio che si confonde con la realtà. Mi è capitato di leggere che dietro la patetica iniziativa di alcune ricercatrici universitarie che hanno chiesto alle first lady del prossimo G8 dell’Aquila di non venire in Italia in segno di protesta per il disprezzo che Silvio Berlusconi mostra verso le donne, ci fosse qualche riscontro con una qualche realtà. A leggere la Repubblica ce n’erano moltissimi. Nel corso di un dibattito radiofonico mi sono sentita dire da una di queste ricercatrici che l’esigenza di una simile iniziativa era venuta all’intero mondo accademico e intellettuale europeo e internazionale. Bene, le signore ci saranno tutte, tutti i capi di Stato e di governo risiederanno all’Aquila nella scuola della Guardia di finanza, gli arredi saranno poi usati per le case dei cittadini colpiti dal terremoto. Avrete letto che addirittura Angela Merkel si stava preparando a disertare il vertice, sempre per la stessa dolorosa e giustificata ragione. Bene, il Cancelliere tedesco insieme al presidente francese non solo, e come è naturale, sarà presente al vertice, ma visiterà con Silvio Berlusconi i luoghi colpiti dal terremoto. Pensate come si sentiranno sollevati gli abruzzesi che, invece dell’abbandono e della solitudine alla quale chi viene colpito da una disgrazia naturale è stato abituato nel nostro Paese, vedranno i potenti della terra per alcuni giorni a contatto con la loro realtà quotidiana di sopravvivenza.
Avrete anche forse letto come qualche ben informato giornalista di politica estera sapesse che l’ambasciatore americano in Italia non veniva nominato, non già per le normali trafile burocratiche che sempre accompagnano queste scelte, non già perché il personaggio che il presidente degli Stati Uniti sceglie deve passare al vaglio, all’esame, alle interrogazioni e al voto del Senato americano, e dunque deve essere al di sopra di ogni sospetto, ma perché Barack Obama intendeva così dimostrare il fastidio per Berlusconi, insomma snobbava il nostro Paese per colpa del nostro impresentabile premier. Ebbene al momento giusto, cioè alla vigilia del G8, due giorni fa, il nuovo ambasciatore è stato nominato, si chiama David Thorne, parla perfettamente l’italiano perché ha vissuto in Italia, conosce la nostra realtà, è un esperto di Borsa e fondatore di una società di investimenti di alto livello, ha conoscenze e ampia esperienza diplomatica e politica, insomma è stato scelto un rappresentante di serie A. A questo punto come sempre la domanda è: e adesso pover’uomo? Già, adesso che cosa i fantasiosi cronisti giudiziari trasformati in analisti politici dei suddetti giornali inventeranno a sostegno di una teoria campata per aria? La verità è scomoda e sconcertante, a inventare vicende che non esistono, debolezze che non rispondono a realtà, si finisce col perdere lucidità e senso dell’informazione oltre che, naturalmente, un minimo di amor di patria.


domenica 21 giugno 2009

Ancora una voce sull'Afghanista (click)

900 pugliesi e lucani in
Afghanistan per difendere la pace

di GAETANO CAMPIONE

È una guerra che non c’è. Perché se ne parla sempre poco, solo quando ci sono i nostri morti o i nostri feriti. È una guerra lontana, invisibile, necessaria - paradossalmente - per mantenere la pace. Dove non possiamo attaccare, ma solo difenderci. E lì, in Afghanistan, in località difficili da trovare anche sulle cartine geografiche, dai nomi insignificanti come Bala Murghab, Farah, Herat, c’è un consistente pezzo di Puglia e di Basilicata. Per gli amanti delle statistiche, rappresentano più del 30 per cento dei 3mila italiani impegnati in questo teatro oper at ivo. Quasi 900 uomini, volti e storie diversi che raccontano l’umanità delle nostre genti. Una miscela di doti militari e buon senso, perché le guerre di oggi si vincono se si riesce a conquistare non il territorio, ma il cuore del nemico. Ecco, allora, la costruzione di scuole, ponti, ospedali. Che purtroppo, da sola, non basta. Per difendere e mantenere la pace, nella polveriera afgana, ora bisogna combattere, fare la guerra. Insieme al mandolino del capitano Corelli, dobbiamo impugnare il fucile mitragliatore. Le forze armate del Terzo millennio sono cambiate. Basta leggere le risposte dei militari alle interviste.

Ci sono professionalità, consapevolezza di quanto si sta facendo, sacrificio. Nessuno nasconde le difficoltà di una missione carica di incognite e di rischi. I cittadini con le stellette sono diventati gli ambasciatori di un Belpaese diverso da quello rappresentato a casa, sganciato dall’immagine del paese reale, forte della dignità internazionale conquistata missione dopo missione. Tra i pugliesi e i lucani di Kabul e Herat prevalgono le motivazioni della scelta di vita. Si indossa la divisa non per il riscatto sociale o il tornaconto economico (naturalmente, c’è anche questo aspetto). La motivazione umanitaria collegata alla vita militare è un collante indistruttibile.

Intanto, è iniziata la campagna elettorale per le presidenziali che il 20 agosto daranno all’Afghanistan il secondo presidente eletto a suffragio universale della sua storia. L’avvenimento politico equivale alla benzina gettata sul fuoco. I talebani vogliono dimostrare che il paese non è sotto il controllo di Hamid Karzai, che la sicurezza è un miraggio, nonostante gli sforzi della comunità internazionale: sotto le bandiere della Nato e degli Stati Uniti ci sono 90mila soldati, 21mila dei quali americani. Ed altri 400 militari italiani si aggiungeranno al contingente di 2.800 uomini già schierati sul territorio. Gli analisti prevedono l’in - tensificarsi delle azioni dei talebani, i cui attacchi sono aumentati del 40 per cento solo nell’ultima settimana. Le cattive notizie, dunque, sono in agguato. Dal punto di vista politico, Karzai, il rpesidente uscente, resta il favorito, nonostante il tasso di fiducia nei suoi confronti sia passato dall’83 per cento del 2005 al 52 per cento di oggi. Karzai, però, è impegnato a tessere una ragnatela di alleanze, alcune senza scrupoli, finalizzate alla rielezione. A cominciare dal vicepresidente designato, Mohammad Qasim Fahim, ex signore della guerra tagiko. Poi, è arrivato il sostegno dell’uzbeko Abdul Rashid Dostam e quello dell’az ero Haji Mohammed Mohaqiq. L’Afghanistan, infatti, è un mosaico di etnie, con le quali bisogna fare accordi o scontri. Tra i tanti avversari, quelli più credibili sono l’ex ministro dell’economia Ashraf Ghani (che ha aperto la campagna elettorale invitando tutti gli afghani ad incontrarlo nella sua abitazione di Kabul) e l’ex ministro degli esteri Abdullah Abdullah (che ha invece riunito i suoi sostenitori in un albergo della capitale). Ma tra i 41 volti sui manifesti è pur sempre quello di Karzai il più odiato dai talebani, che hanno cercato di ucciderlo già quattro volte.

In questo pentolone si muovono i nostri militari pugliesi e lucani impegnati - come ha ricordato il generale Rosario Castellano, comandante del contingente - ad evitare la destabilizzazione del paese. All’inizio di luglio, nella zona di Herat, a responsabilità italiana, arriveranno altri 900 militari, tra italiani, spagnoli e sloveni, per rafforzare il contingente internazionale. Cosa cambierà? L’impegno sul territorio da controllare. Quindi le pattuglie, i rischi. Come in ogni conflitto. L’importante è non dimenticarsi di questo spicchio di Puglia e Basilicata impegnato a fare la guerra per mantenere la pace.

venerdì 19 giugno 2009

In Afghanistan gli italiani combattono e l'Espresso fa disinformazione (click)

19 Giugno 2009

In Afghanistan la situazione si surriscalda. Finalmente anche in Italia iniziano a giungere notizie di ciò che sta accadendo realmente in quel Paese: i “nostri” non sono lì a distribuire caramelle, ma intraprendono veri e propri combattimenti, riportando spesso danni e feriti. Non sempre, però, queste informazioni sono riportate correttamente. Poco zelo nella verifica delle notizie o malevolo tentativo di manipolarle a scopo politico?

Da qualche giorno un filmato imperversa in rete. Dal sito del quotidiano spagnolo El Mundo.it ha fatto il giro del mondo. È firmato da Mónica Berbé, giornalista spagnola freelance che da anni si occupa di Afghanistan. Titolo: Así es la guerra en Badghis. Contiene le immagini esclusive di combattimenti condotti a Bala Morghab, 200 chilometri a nordest di Herat, provincia di Badghis, la zona “calda” da cui, ultimamente, giungono notizie di duri scontri condotti dall’esercito afgano che, appoggiato dalle truppe Isaf, cerca di strappare porzioni di territorio agli insorgenti.

In Italia il filmato ha suscitato, ovviamente, scalpore. È stato ripreso da tutti i più importanti quotidiani sui rispettivi siti internet. Qualcuno, però, lo ha spiegato accompagnandolo con informazioni a dir poco “inesatte”.

“Ecco cosa significa l’intesa di Silvio Berlusconi con Barack Obama: ecco cosa significa un maggiore impegno in combattimento delle nostre truppe insieme con i marines in Afghanistan. Questo video di El Mundo mostra una delle battaglie in corso a Bala Murghab nelle ultime ore”, si legge, sul sito di “L’Espresso.it”, nel testo che accompagna le immagini girate da Mónica Berbé. Il testo dell’Espresso.it è datato 17 giugno. Barack Obama e Silvio Berlusconi si sono incontrati il 15 giugno. Gli scontri mostrati nel video non sono delle “ultime ore”, bensì del 10 giugno. Ben prima, dunque, dell’incontro tra Obama e Berlusconi.

“Io ero lì quel giorno - afferma il Magg. Marco Amoriello, portavoce del RC-West, il Comando Regionale Ovest, la zona dell’Afghanistan sotto responsabilità italiana - e ho incontrato la giornalista Mónica Berbé. Non era al nostro seguito, bensì al seguito dei militari americani”.

Questa la ricostruzione dei fatti: il 10 giugno scorso, nella valle di Bala Morghab, l’esercito afgano, con il supporto dei militari italiani e americani, conduce una delicata operazione, che dura circa sei ore. Si tratta, come sempre, di riconquistare al controllo dell’esercito regolare afgano alcune porzioni di territorio. Mentre due elicotteri italiani A129 Mangusta "fissano" i nemici sul terreno (tradotto vuol dire che, sparando, li tengono "impegnati"), da terra si effettua un’operazione "a tenaglia", circondando le forze insorgenti e neutralizzandole. Bilancio: 90 insorgenti uccisi. Tra questi anche due importanti capi talebani. Due elicotteri italiani rimangono danneggiati.

La complessità delle operazioni che stavano per avere luogo aveva spinto il Comandante dell’Rc-West, Gen. Rosario Castellano, a recarsi sul posto. Durante gli scontri, il generale e gli uomini della sua scorta seguono l’evolversi degli eventi da un fortino che si trova su un’altura a circa 5 chilometri dal luogo della battaglia e a circa 2 dalla base avanzata italiana di Bala Morghab, la FOB “Todd”. Il fortino è regolarmente presidiato dalle forze di sicurezza afgane e dai militari americani. È al seguito questi ultimi che si trova la giornalista spagnola.

Improvvisamente, come si vede dal filmato di El Mundo, alcuni colpi raggiungono il fortino, ma “non erano i colpi della battaglia che si stava svolgendo nella valle, a 5 chilometri di distanza - prosegue il maggiore Amoriello nel suo racconto - bensì proiettili “volanti”. A un certo punto arrivavano colpi da ogni direzione”. La scorta del gen. Castellano mette in salvo il Comandante, che si allontana dal fortino a bordo di un blindato Lince. Niente immagini di combattimenti condotti dai militari italiani, quindi, ma l’operazione di messa in salvo del comandante da parte degli uomini della sua scorta. Vale a dire il compito per il quale sono addestrati.

Gli italiani, quindi, rientrano in base. Restano gli americani e gli afgani a rispondere al fuoco. E la giornalista spagnola a documentare. Con l’aggiunta, tuttavia, di qualche particolare ad hoc. “Gli uomini che sparavano in direzione del fortino erano vicini - puntualizza Amoriello - ma non così vicini da poter essere raggiunti dal lancio di una bomba a mano”, come invece si vede fare a un militare americano.

Intanto, in Italia, iniziano a uscire agenzie stampa che parlano di danneggiamenti a due elicotteri italiani. Lo Stato Maggiore della Difesa dirama un comunicato per raccontare l’operazione appena conclusa. Non menziona il gen. Castellano e quanto è accaduto nel fortino. Non è stata quella la vera battaglia: i veri scontri sono quelli che si sono svolti a 5 chilometri da lì.

È normale che immagini del genere scuotano l’opinione pubblica italiana. Fino a poco tempo fa, le uniche notizie che arrivavano dall’Afghanistan riguardavano costruzione di scuole, strade e ponti. E la distribuzione di aiuti umanitari. Il tutto faceva parte di una strategia tutta e solo politica che aveva l’obiettivo di non scombinare equilibri parlamenti già precari.

Finalmente anche l’Italia sta scoprendo cosa succede e cosa stanno facendo veramente i nostri militari in Afghanistan. Sacrosanto discutere se sia giusto o meno starci. Nessuna motivazione, però, può giustificare uno scorretto uso di queste informazioni. Meno che mai a scopi politici.

Gli antidemocratici muovono un'altra volta i carri armati in toga (click)


Non ci cascate più, che siate elettori del centrodestra o del centrosinistra, anzi se siete di centrosinistra, non fatevi mortificare nella vostra libera scelta politica da questi patetici tentativi di golpe riciclato. Riflettete che l'opposizione al governo non solo commette l'errore tremendo di non riconoscere il voto della maggioranza dei cittadini, fa di peggio, pur di attaccare, colpire, ammazzare il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, se ne infischia della situazione del Paese. Non sono democratici, tutto qui. Di voi, della crisi economica, della necessità di un governo autorevole che governi l'emergenza, che è poi un’emergenza mondiale, delle richieste che anche ieri ha autorevolmente e giustificatamente avanzato il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, non gli importa. Questo film l'ho già visto, correva l'anno 1993, il pentapartito aveva il cinquantatré virgola due per cento, lavoravo alla Rai, ero la prima corrispondente donna, a New York dopo otto mesi di fatiche, rischi, super lavoro, tra Bagdad, Amman, Gerusalemme. Ero popolare e apprezzata, lavoravo duro. Da un giorno all'altro diventai ladra, imbrogliona, ambasciatrice di Bettino Craxi e perciò stesso non credibile e criminale; certi servi, come l'allora direttore del tg2, Alberto La Volpe, si liberarono di frustrazioni ataviche, un delizioso killer come Pierluigi Celli, lo dico perché lui per primo lo ha scritto, dichiarato, ammesso, mi fecero fuori con tali argomenti infami e tali accuse pretestuose, eppure rimbalzanti su qualunque quotidiano moltiplicate per cento anche rispetto alla bugia iniziale, che cedetti e me ne andai. Peggio per me, me l'avevano mandato per tempo a dire di fare il Giuda e salvarmi la pelle. Quando sei mesi dopo finì con un'archiviazione, gli stessi giornali che mi avevano concesso l'onore ripetuto della prima pagina, scelsero un trafiletto a fine giornale. Avevano allora deciso di scoprire che i partiti si finanziavano illecitamente, in realtà il finanziamento illecito alla politica era sempre esistito. Il Partito comunista, poi ribattezzato, i soldi li prendeva dall'Unione Sovietica, oltre che dalle tangenti nostrane della Coop, ma questo alle Procure di rosso togate (che errore fu lasciare ai comunisti reclutati i concorsi in magistratura per un paio di decenni) non sembrò rilevante. Gli Stati Uniti ambivano ai mercati dell'Est post comunista, c'era anche un oscuro magistrato che aveva frequentato molto, e molto si era accreditato, o provato a farlo, tale Antonio Di Pietro. Cito questo modesto ricordo personale solo per spiegare che di complotti e complottini siamo in molti a ricordare la storia, non perché mi voglia ergere a protagonista, ho sempre pensato che mi fosse caduta addosso solo una tegola del tetto della prima Repubblica, niente di più, ho sempre coltivato per qualche minuto al giorno il perseguimento della vendetta, ho sempre tenuto nel mio cuore l'apprezzamento, e il dolore per la fine di Bettino Craxi. Massimo D'Alema è uno dei suoi assassini. Forse con lui hanno ammazzato anche se stessi, le loro possibilità di farsi socialdemocratici, riformisti, blairisti prima di Tony Blair, ma non lo hanno mai capito. Tanto è vero che ci riprovarono nel 1994, dopo che il Cav ci aveva salvato, e da allora non hanno mai smesso, oggi stanno sparando a raffica, uno sparo per ogni voto perso. Non importa che Silvio Berlusconi abbia il partito più grande della storia d'Italia. Non contano le regole democratiche, pensateci bene. Oggi ripartono da Bari, anzi dall'intera Puglia. Leggete la storia con tutti i suoi dettagli che vi racconta Gianmarco Chiocci, controllate e paragonate i nomi dei magistrati, a partire proprio da Michele Emiliano, sindaco di Bari e segretario regionale del Pd, dalle sue indagini sulla missione Arcobaleno, una roba scottante per Massimo D'Alema. Finì in niente, lui però diventò sindaco. Io non so se il presidente del Consiglio inviti nelle sue dimore o barche, tutte guadagnate con le sue attività imprenditoriali, troppe ragazze, forse ha questo debole, condiviso con molti maschi italiani. Il mio giudizio morale non riveste valore politico. Voglio però sapere se questa debolezza ha qualcosa a che vedere con il governo del Paese. Se, come me, credete che non debba essere così, fatelo capire al senza macchia, o no, Massimo D'Alema.

martedì 16 giugno 2009

Afghanistan: come sarà rimodulata presenza Italia (click)

Roma, 16 giu (Velino) - Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha accolto con favore la proposta presentata dal premier Silvio Berlusconi di rimodulare la presenza militare italiana in Afghanistan. La decisione è piaciuta a Obama in quanto risponde alle richieste degli Usa e dei comandanti della missione Isaf. Innanzitutto - almeno per il periodo delle elezioni ma non è escluso un prolungamento a tempo indeterminato -, ci sarà il rafforzamento del nostro contingente a Herat. Ai militari di stanza nella regione occidentale se ne aggiungeranno circa altri 500. Quattrocento verranno dall’Esercito, 40 dall’Aeronautica e 114 dal Corpo di reazione rapida della Nato di Solbiate Olona (Nrdc). A loro, si aggiungeranno un centinaio di carabinieri, impegnati nella missione di addestramento delle forze di sicurezza locali. Sul fronte dei mezzi, invece, arriveranno due aerei da trasporto C-27 J “Spartan” e tre elicotteri AB-212 per l’evacuazione medica e con compiti di ricerca e soccorso in zona operativa (Csar). Infine, l’Italia invierà altri due aerei Tornado ma, come ha confermato il ministro della Difesa, Ignazio La Russa nei giorni scorsi “solo con compiti di ricognizione e intelligence”. Non è comunque escluso che nel prossimo futuro possano essere inviati nella regione occidentale nuovi assetti.

In particolare il Comando operativo di vertice interforze (Coi), la struttura militare che sovrintende a tutte le missioni all’estero, pensa di inviare i veicoli blindati medi (Vbm) “Freccia”. Berlusconi non ne ha discusso con Obama perché i mezzi sono in fase di produzione alla Iveco Fiat-Oto Melara, e non c’è certezza che possano essere consegnati entro i tempi previsti per l’invio dei rinforzi. Comunque, in previsione di un loro prossimo impiego, tra i 400 militari dell’Esercito, l’ipotesi più accreditata è che venga schierata a Herat una compagnia rinforzata della brigata Pinerolo, che avrà in dotazione i “Freccia”. Si tratta di un’unità netcentric prevista dal programma Forza Nec (Network enabled capabilities), un progetto congiunto Difesa-Industria nato per sviluppare un sistema integrato di comunicazioni e di acquisizione delle informazioni, basato sulle nuove tecnologie informatiche. In pratica si tratta di collegare, in maniera diretta e immediata, ogni singolo soldato e mezzo con il centro decisionale. La brigata Pinerolo è stata scelta per la sperimentazione, tanto che al suo interno ha un’unità speciale “digitalizzata”: il 31esimo reggimento Carri di Altamura con in dotazione i Vbm.

Inoltre, la Pinerolo, porterà con sé il nuovo fucile d’assalto Beretta Arx-160, presentato recentemente e sviluppato come elemento del sistema “Soldato del futuro”. I primi 1.600 esemplari dell’arma saranno destinati ad equipaggiare la brigata e l’Afghanistan sarà un ottimo campo per testare i fucili, i “Freccia” e l’unità stessa, studiata proprio per interfacciarsi al meglio e implementare il dialogo e lo scambio di informazioni in tempo reale con gli alleati. Infine, Berlusconi ha annunciato a Obama che è allo studio l’eliminazione definitiva dei caveat legati alla possibilità che le nostre truppe entrino in azione su richiesta degli alleati. A oggi c’è un vincolo di sei ore di preavviso (durante il precedente esecutivo era di 76 ore) e il Cavaliere starebbe pensando di annullarlo, rendendo i militari disponibili da subito, come richiesto più volte dai comandanti statunitensi della missione Isaf. Di fatto non ci saranno cambiamenti sostanziali per le nostre truppe in quanto non cambieranno i loro compiti, l’area d’intervento e le regole d’ingaggio; senza contare che le sei ore sono di media il tempo fisiologico necessario ai militari per prepararsi a intervenire dopo aver ricevuto una richiesta. Si tratta però di un gesto simbolico. Annullare qualsiasi limite significa dare negli Stati Uniti (che comandano la missione Isaf) massima fiducia. Sia operativa sia politica.

Oltre all’invio di più militari e mezzi e all’eliminazione dei caveat, l’Italia pensa anche a rimodulare geograficamente la sua presenza nella regione occidentale dell’Afghanistan. L’idea, ipotizzata da La Russa recentemente, è quella di trasferire la gestione dell’area meridionale della provincia di Farah ai militari Usa. In particolare da Delaram (dove il passaggio di consegne è già avvenuto) a Bala Boluk, Bakwa, Khak-e-Safid e Gulistan. Il contingente italiano, invece, dovrebbe rinforzare la sua presenza a Shindand - l’area di confine tra Farah ed Herat - e nella provincia di Badghis. L’area è sempre stata considerata “difficile” nella regione Ovest dell’Afghanistan in quanto si estende per 20.951 chilometri quadrati (è grande quasi come la Lombardia) e vi abitano più di 400 mila abitanti. Inoltre, fino all’anno scorso quando la provincia passò dalla responsabilità spagnola a quella italiana, era considerata l’unica provincia occidentale non sotto controllo Nato, e Madrid vi aveva schierato “appena” 300 soldati della brigata Rey Alfonso XIII.

Il territorio, peraltro, è morfologicamente “difficile”, poiché montuoso e difficilmente percorribile via terra. Nella zona, inoltre, si è creata un’ingente sacca di guerriglieri stabili, a cui periodicamente se ne aggiungono altri che transitano verso sud o nord attraverso passi montuosi noti solo a loro. In particolare, l’ultima ondata di miliziani arriva dalla vicina Ghowr, area nella quale durante l’inverno sia Isaf – la missione Nato in Afghanistan -, sia Enduring Freedom – l’operazione antiterrorismo a guida Usa -, vi hanno spinto gli “insurgents”, obbligandoli a raggiungerla a seguito del forte pressing esercitato nel sud e nel centro sud. A ciò si aggiungono anche i miliziani provenienti dal nord (Faryab), che grazie all’innalzamento delle temperature hanno visto i passi di montagna riaprirsi. In cambio della rimodulazione e di queste nuove aperture, però, Berlusconi ha chiesto a Obama la partecipazione completa per le nostre truppe al circuito delle informazioni d’intelligence “Four eyes”, co-gestito da Usa e Gran Bretagna, ma al quale hanno pieno accesso anche Canada e Olanda. Finora, invece, i dati del sistema a cui l’Italia accedeva erano limitati - con il minimo storico durante il governo di Romano Prodi - esclusivamente a discrezione dei vertici militari della forza Nato. Peraltro il fatto che l’Italia si appresti ad assumere in Afghanistan un ruolo più importante è confermato anche dal fatto che si terrà a Roma (il 22 e il 23 giugno presso il Nato Defence college) la conferenza degli addetti stampa di Isaf.
(fbu) 16 giu 2009 15:16

venerdì 5 giugno 2009

IO VOTERO' BERLUSCONI . E VOTERO' PERCHE' RITENGO L'ASTENSIONE UN ERRATO MODO DI AIUTARE IL CAMMINO DEMOCRATICO DEL PAESE.

Pubblico le parole inviatemi da Luca Bagatin pur dissentendone, perché sono opinioni civilmente espresse ed in un paese libero le opinioni devono liberamente circolare.

Cari amici lettori,
le ho attese per cinque anni, con grande speranza, proprio perché credo all'Europa.
Ad un'Europa libera, democratica, laica, civile, americana nel senso più ampio del termine.
All'Europa dei Popoli, sognata da Ernesto Rossi, Altiero Spinelli, da quelli del Manifesto di Ventotene.
Le ho attese sempre con grande speranza, queste Europee, votando sempre e comunque con convinzione - quando era ancora possibile votare - per forze laiche e liberali.
Quando non vi erano antidemocratici sbarramenti.
Oggi, queste elezioni europee, non mi entusiasmano nemmeno
un po'. Mi disgustano e non vorrei dedicar loro più di questa sommessa mail.
Una mail che vuole più che altro trasmettere il messaggio del prof. Massimo Teodori: storico, studioso e politico italiano.
Il prof. Teodori la pensa esattamente come me e nessuno meglio di lui avrebbe potuto esprimere un pensiero così alto.
Alto, al di là ed al di sopra di queste elezioni non democratiche, che vorrebbero convincerci di votare.
Un caro saluto.

Luca Bagatin
www.lucabagatin.ilcannocchiale.it

Messaggio del prof. Massimo Teodori, inviato a mezzo Facebook

Non posso votare Berlusconi perché è mille miglia lontano dai miei valori ideali e politici, dalla mia cultura e dal mio senso del diritto e dello Stato.
Non posso votare il Partito democratico che non mi dà alcun affidamento per un sano riformismo laico e liberale.
Non posso votare Casini perché la sua rincorsa clericale non è neppure degna della tradizione della balena bianca.
Non possono votare Di Pietro perché detesto il giustizialismo, il populismo e la demagogia.
Non posso votare la Lega perché non ho nulla a che fare con il localismo e l’etnofobia.
Non posso votare le destre che mi sono congenialmente estranee.
Non posso votare “Sinistra e libertà” e i Comunisti perché avverso le tendenze che hanno impedito la nascita di una sinistra riformatrice in Italia.
Non posso votare i pannelliani perché il culto della personalità e il vittimismo sono la caricatura del radicalismo laico e liberale.
E non mi posso neppure turare il naso, come aveva detto Salvemini nel 1953 ancor prima di Montanelli, perché ho un gran raffreddore, e resterei soffocato.
Quindi mi asterrò. Conosco il disvalore dell’astensione. Ma la mia non è un’indicazione politica: è solo la fedeltà alla mia coscienza.

Massimo Teodori
www.massimoteodori.it

sabato 30 maggio 2009

Quelle sfide senza fine che il Cavaliere gioca sempre a Napoli (click)

di Maria Giovanna Maglie

Vedi Napoli e poi muori, dice la frase, tanto nota da essere scontata, da prestarsi a interpretazioni ambigue e pregne di facile antimeridionalismo. È perché è così bella che può rappresentare l'ultimo desiderio di una vita, o più realisticamente è perché chi la tocca, chi tenti e magari riesca con successo a scuoterla, cambiarla, a sfidare il Mostro che vi spadroneggia, rischia la pelle? Tra le molte moleste voci che in queste settimane hanno preso il posto della bella battaglia politica, quello degli argomenti, delle proposte, figuriamoci degli ideali, ne circola una secondo la quale l’inchiesta che ruota attorno all'inceneritore di Acerra punterebbe ai vertici del governo, nientemeno. Se rispondesse al vero, confermerebbe definitivamente quel che il premier sospetta e che ha denunciato, ovvero che a dar man forte alle scarse ragioni di un'opposizione che si unisce solo dietro alle ragioni squisitamente private di Veronica Lario, ci sia ancora una volta qualche Procura amica. Come accadde negli anni orribili di Tangentopoli, a dare una mano quando in altro pulito modo di andare al governo proprio non gli riusciva, e come accadde nei tentativi che seguirono a partire da quello storico, e che oggi torna in mente a chi come me a pensar male si è dovuta abituare, nel 1994, quando, Silvio Berlusconi premier alla testa di una provvidenzialmente neonata Forza Italia, un avviso di garanzia arrivò a imbarazzare lui e i suoi ospiti a Napoli all'apertura di una riunione del G8. Ci pensò il Corriere della Sera a far da messo rivelando l'iniziativa platealmente, oggi la palma la vorrebbe un altro quotidiano militante e scalpitante, La Repubblica, con i suoi giornalisti trasformati in agenti della buon costume, cito da Dagospia, con l'editore che si sente il capo della polizia. Vanno in giro per Napoli e provincia, a caccia di soubrettes, aspiranti veline, parenti lontani della ragazza Noemi, fidanzati, pregiudicati e no, fotografie anche da sistemare, personaggi della commedia napoletana pronti a tutto in cambio di qualcosa. E ve li ricordate i cittadini che protestavano indignati contro le discariche, che cercavano di impedire che si facesse qualcosa?
Sullo sfondo il ventre della grande città e della sua sterminata provincia, quella che la vedi e poi muori. «Affari sporchi a Napoli» si intitolava un duro articolo che un anno fa il Wall Street Journal dedicò alla crisi della città: «Montagne di rifiuti stanno bruciando nelle strade di Napoli e stanno portando alla luce la realtà dell'Italia meridionale. La combinazione di uno Stato debole e del potente crimine organizzato rende alcune aree del Paese ingovernabili». Gabriel Kahn, corrispondente del WSJ, sosteneva con più di qualche fondato argomento che «a Napoli questa combinazione ha creato una miscela tossica che ha paralizzato la città, creato seri rischi alla salute e rivelato l'incapacità del governo ad affrontare anche i problemi fondamentali della vita urbana». L'articolo riconosceva «disperate ma inutili misure prese dalle autorità» perché «la Camorra mantiene uno stretto controllo sul business dei rifiuti e, con il peggiorare della situazione, i profitti e il potere della camorra sta crescendo».
Oggi non si potrebbe più scrivere la stessa cosa. Nella lotta alla criminalità come nel caso dei rifiuti, lo Stato ha funzionato, ha combattuto il mostro, che si nutre anche di inerzia, ha pulito e messo ordine nelle sabbie mobili della criminalità. Qualche nome: Franco Letizia uno dei cento latitanti più pericolosi d'Italia catturato, cento arresti nel clan Amato-Pagano, preso in Spagna il boss Raffaele Amato, leader degli «scissionisti», padrone dello spaccio a Scampia, latitanti eccellenti come Mazzarella, Setola, D'Albenzio, Diana, Bidognetti jun. L'offensiva dello Stato ha decimato casalesi e camorra metropolitana. Però c'è il ventre molle di Napoli. I carabinieri che hanno arrestato i cugini Salvatore e Luigi Prinno, del clan Sarno, all'ingresso in Villa Cupido, locale dove si celebrava un matrimonio, assieme a un centinaio di pregiudicati hanno trovato attori e cantanti locali: Ciro Petrone, di 22 anni, divenuto famoso grazie al successo del film Gomorra, anche Rosario Miraggio, cantante neomelodico, Luigi Attrice, interprete del film Attenti a noi due, di Mariano Laurenti e che ha lavorato anche con Ninì Grassia. C'era poi Maria Teresa Pintus, volto noto della fiction La Squadra.
Nelle stesse ore a pochi chilometri di distanza carabinieri e Guardia di finanza, con l'operazione «Giudizio finale», attaccano il clan Belforte, sequestrano beni per cinquanta milioni di euro. L'attività del clan è presto illustrata. Dal '98 al 2004 ha provveduto allo smaltimento illecito di tonnellate di rifiuti. Una società collegata al clan avrebbe ottenuto commesse da una società pubblica, la Recam: tra gli indagati c'è anche un ex funzionario di quest'ultima. L'organizzazione aveva imposto il pizzo ad alcune società del settore dei rifiuti durante l'ultima crisi, prima che la città e la regione venissero ripulite e restituite ai cittadini. A dispetto di quelli che ci facevano solo affari, e che oggi, pur decimati, progettano vendette.
Mi aspetto che a Napoli, come in altre tante regioni d'Italia, ci sia una grande reazione popolare a significare che il Mostro e i suoi interessi, droga, rifiuti, prostituzione, omicidi, sottosviluppo, ricatto, sono stati colpiti a morte, e che chi lo ha sfidato ha avuto ragione. Mi aspetto che l'antimeridionalismo della sinistra sia svergognato. Il giudizio del popolo si chiama voto

domenica 24 maggio 2009

6 / 7 giugno 2009 - Elezioni (clik)

QUESTO IL QUADRO DEPRIMENTE DEL MOMENTO.

L’OPPOSIZIONE CIPRIA E VELENI
di Maria Giovanna Maglie
Nell’accanimento con il quale una sinistra sparpagliata di leader senza seguito, direttori di giornali livorosi, magistrati faziosi, intellettuali poco occupati, vignettisti che non trovano la satira, conduce la campagna di odio e calunnie contro il presidente del Consiglio, c’è sicuramente tutta l’eredità storica di una formazione politica composita che un tempo fu anche forza, ma che anche allora sceglieva, in questo profondamente unita, il metodo leninista dell’attacco personale e della distruzione della persona invece della battaglia politica a viso aperto, della definizione di un’agenda alternativa credibile di governo. La storia della seconda Repubblica cominciò così, un golpe giudiziario mediatico che prese il posto della vittoria dell’alternanza, e quando ai vecchi avversari, agli statisti illuminati che furono eliminati, distrutti dalla vergogna di Tangentopoli, si sostituì provvidenzialmente l’iniziativa politica di Silvio Berlusconi e la gloriosa macchina da guerra della sinistra fu sconfitta, allora cominciò l’attacco personale costante, continuo, sordo. Sono passati quindici anni, hanno anche vinto elezioni, hanno governato, l’ultima volta per meno di due anni e con pessima figura, eppure il metodo non cambia. Anzi, più i sondaggi li puniscono, più la prospettiva del giudizio popolare nel voto del 6 e 7 giugno si fa rischiosa, insomma più sono disperati, più in basso cadono nel delirio accusatorio, tentando di far vedere anche agli italiani, i quali in maggioranza secca li rifiutano, che ripongono fiducia in un mostro, anzi il Mostro, sognando, anzi vaneggiando, che votino non per loro ma contro di lui. Ultima venne la cipria, un segreto tremendo che evidentemente il premier voleva nascondere, e che una gloriosa fotografa ha scoperto, rivelando così che all’uomo piace presentarsi in pubblico con il viso opaco, a posto, invece che sanamente unto e lucido, di fronte alle telecamere.
Fuor di battuta, perché c’è poco da scherzare, l’elenco delle polemiche pretestuose e dei falsi scandali ha preso interamente il posto dell’azione politica dell’opposizione italiana. È sconcertante, anche se il declino non stupisce chi li osserva da decenni, incapaci di rifondarsi e di riformarsi, inetti alla scelta più semplice e naturale che a suo tempo avrebbero dovuto compiere: diventare autenticamente socialdemocratici. Oggi gli tocca correre dietro ad Antonio Di Pietro, vedremo con quali risultati.
Oggi gli tocca fingere, ancora una volta come se gli italiani fossero un branco di fessi, che è materia da impeachment, da dimissioni, sostenere, come ha fatto il premier nel discorso agli imprenditori, che il nostro Parlamento necessita di riforma urgente, perché è pletorico, seicentotrenta deputati e trecentoquindici senatori per un Paese di sessanta milioni di abitanti, perché le due Camere si occupano delle stesse cose, perché tra gli eletti ci sono persone che non si vedono mai, e quelle che ci sono spesso votano leggi che non conoscono, gravate da centinaia di emendamenti, per le quali decide il capogruppo. Non c’è forza politica che negli ultimi anni non abbia sollevato le stesse argomentazioni, non c’è fondazione o pensatoio che non sudi la riforma del Parlamento, e la necessità, sull’esempio del resto d’Europa e del mondo democratico, di attribuire maggiori e più veloci poteri all’esecutivo e al suo capo, che è eletto e non designato, ma se lo dice Berlusconi allora è golpe.
L’elenco può tediare, ma è utile farlo per ricostruire la pochezza, la risibilità, delle ragioni «contro» di cui si nutre l’opposizione. È cominciata con il terremoto in Abruzzo, una disgrazia terribile nella quale l’immagine e la funzione del governo, la rapidità di risposta e assistenza, la presenza solidale e non formale, l’urgenza delle decisioni intraprese per la ricostruzione, l’impegno assunto con date precise per le nuove case, sono state sotto gli occhi di tutti. L’impatto positivo è stato tale da convincere in un primo momento il partito Democratico a un atteggiamento responsabile, ma è durata poco, il tempo di un Anno Zero, e di un Santoro incensato dopo gli attacchi pretestuosi e ingenerosi rivolti ai volontari e alla protezione Civile. All’Aquila si terrà il G8, perché la popolazione colpita dal terremoto non viene dimenticata, anzi è all’attenzione dei Grandi del mondo, ma all’Aquila si stanno dirigendo anche gli estremisti e i terroristi, i no global che hanno appena minacciato a Torino la riunione internazionale sull’Università, distruggendo e attaccando la polizia, e che sono stati difesi a spada tratta dagli esponenti dell’opposizione.
Il livore si è concentrato anche sulle vicende private e personali della vita del premier. È diventato argomento politico per un tempo e una intensità estenuanti la separazione dalla moglie, e poco conta che la signora abbia inappropriatamente scelto di esternare le sue amarezze e le sue decisioni, invece che al coniuge, ai familiari e all’avvocato, come di solito fanno le coppie, alle agenzie di stampa e ai giornali. Loro ci si sono gettati sopra, uno sciacallo non sarebbe stato capace di fare di meglio. Il livore ha gonfiato e gonfia ancora oggi di significati sospetti anche la partecipazione a una festa di compleanno. La ragazza Noemi è stata massacrata, un mostro sbattuto in prima pagina e chi se ne frega dell’onore perduto, ingannata, adulata con interviste finte buone, manipolata. Le proprietà della sua famiglia sono state rese pubbliche. Accompagnata dalla madre ha partecipato alla festa del Milan, insieme ad alcune migliaia di altre persone, e le due sono finite sedute, ben lontane dal premier, vicino a un Fedele Confalonieri ignaro? Signori, l’indignazione monta, e si presentano interrogazioni, interpellanze parlamentari urgenti, laddove si dimostra quanto utile sia l’attività dell’istituzione medesima.
In articulo mortis un giudice ampiamente screditato e manifestamente fazioso ignora le dichiarazioni dell’imputato, l’inglese Mills, ed emette una sentenza che dovrebbe far ripiombare nel vortice giudiziario Berlusconi.
Queste sono le carte con le quali i partiti di opposizione si presentano alle prossime elezioni, europee e amministrative. Tanti auguri.

mercoledì 20 maggio 2009

lunedì 18 maggio 2009

COSI' LA SINISTRA OGGI (click)

L’ANNOZERO DEI VIOLENTI

di Mario Giordano

Addio sinistra, resta l’estremismo. Lo stiamo raccontando da mesi, ma in queste ore lo si è visto raffigurato pubblicamente, a Torino, dal corteo Cgil al Salone del Libro, come in una duplice e drammatica installazione di arte politica contemporanea: la crisi irreversibile del Pd lascia il posto alle forze brute della caciara, agli agitatori di rissa, ai propalatori di violenza verbale e, in alcuni casi, anche fisica. La si potrebbe chiamare tendenza Santoro. La piazza che si trasforma in ghigliottina, l’onda emotiva di un odio che diventa sempre più settario e perciò sempre più cupo, l’uso delle parole come armi di scontro e non di confronto: ecco quello che sta fiorendo sulle macerie della sinistra.
È significativo che tutto ciò parta da Torino. Torino è la culla dei fermenti della sinistra, davanti ai cancelli della Fiat è passata la storia sociale di questo Paese. Ora a Torino sono successe, contemporaneamente, due cose importanti: da una parte i violenti del sindacato hanno impedito a un delegato Fiom (si badi bene: Fiom, cioè l’ala più radicale della Cgil) di parlare; dall’altra parte il Salone del Libro si è trasformato in una specie di Di Pietro pride, la manifestazione dell’orgoglio Tonino, con Travaglio superstar a insolentire chiunque, dal presidente della Repubblica in giù, e la corte delle tricoteuses girotondine ad applaudire.
Che nesso c’è fra i due avvenimenti? Semplice: entrambi sono determinati dalla inarrestabile crisi della sinistra democratica. Essa, infatti, negli ultimi tempi ha perso definitivamente il controllo della piazza e della cultura, del sindacato e del pensiero, del mondo operaio e del mondo intellettuale. E così lascia spazio alle frange estreme, agli urlatori di professione, ai presunti immacolati, alla casta dei robespierre che non hanno alcun progetto politico, se non la distruzione dell'avversario.
Prendiamo le fabbriche. Lo smottamento della sinistra è evidente. Gli operai non trovano più un riferimento in quel sistema di potere che ha arricchito nel corso degli anni solo il sindacato (con metodi spesso discutibili, di cui oggi vi diamo un’altra ampia dimostrazione). Non è un caso se, come rivela l’Ocse, gli italiani oggi guadagnano il 17 per cento in meno rispetto ai loro colleghi degli altri Paesi, mentre le casse confederali continuano ad essere rigogliose. Risultato? I sondaggi confermano: la maggioranza delle tute blu sceglie il centrodestra. E gli altri? È evidente che molti non si sentono più rappresentanti da nessuno. Ed ecco il rischio di lasciare via libera ai cani sciolti, agli irriducibili della violenza, ai cobas dello sfasciotutto che si sentono in «guerra» contro l’«involuzione autoritaria dello Stato capitalista» (parole loro).
E il mondo della cultura? La situazione non è molto diversa. Fino a qualche tempo fa gli intellettuali si schieravano in massa con il Pd. Non c’era salotto chic che non esibisse il fiore all’occhiello della propria adesione alla sinistra. Non c’era scrittore che non si facesse timbrare il passe-partout dell’Intelligentia dagli eredi del Bottegone. Adesso, invece, è tutta una corsa verso gli afrori di Tonino. Che c’azzecca Di Pietro con la cultura? Niente. Eppure la passione per il trattorista di Montenero ha travolto le menti più snob, da Magris a Pressburger, e persino il Salone del Libro, seppur in versione un po’ vanity fair, si è trasformato nella passerella del dipietrismo, quasi a sancire questo strano matrimonio fra i cultori della Divina Commedia e quelli del diabolico commediante.
Voi capite la singolare circostanza. La sinistra sparisce insieme dalle stanze della cultura e da quelle del lavoro, dalle manifestazioni librarie e da quelle operaie. E l’effetto è devastante. Tutti s’interrogano in queste settimane sull’esito del voto. Ma il vero problema è l’esito del vuoto. Il nulla democratico lascia infatti campo aperto al santorismo, alle piazze incontrollate, ai fomentatori di risse verbali e non. Le frange estreme non hanno più punti di riferimento (e di contenimento) e per questo si scatenano nella violenza dei toni o dei Tonini dipietreschi. E questo è il pericolo cui stiamo andando incontro. E per questo verrebbe voglia di chiamare il Wwf per salvare quel che resta del progetto originario del Pd. Ma come si fa? Ci vorrebbe una sinistra seria, democratica, forte e intelligente. Invece, c’è solo Franceschini.

venerdì 27 febbraio 2009

UN ESERCITO PER L'EUROPA ?

Ho chiesto a Gioacchino, che mi ha fatto avere queste notizie :

Per anni nella NATO è esistita la AMF (l) Allied Command Europe Mobile Force Land. Era il Comando di una Divisione formata da Reparti di tutti i Paesi della Nato
Forza Mobile Terrestre del Comando Alleato in Europa), fu costituita ad Heidelberg in Germania nel 1960 e per oltre 40 anni è stata il simbolo della solidarietà delle nazioni appartenenti alla Nato e della ferma intenzione di difenderne i confini reagendo con immediatezza a qualunque minaccia di aggressione.
I reparti Italiano che ne facevano parte erano:
- il 3° Reggimento Alpini di guarnigione a Pinerolo
- la 40^ batteria del 1° reggimento Artiglieria da Montagna con 6 obici da 105/14 - Fossano
- il Reparto di Sanità Aviotrasportabile della Brigata Alpina Taurinense di guarnigione a TORINO
- Un Aliquota Logistica del Battaglione Logistico della Brigata Alpina Taurinense di Guarnigione a Rivoli
"impiego rapido" in termini di grandi unità significava "non meno di un mese". AMF(L) invece era in grado di rischierare in 72 ore il Comando, il battaglione di supporto, una compagnia per ogni battaglione di fanteria e l'unità di rigognizione. Il rimanente della forza (in totale 12 battaglioni di fanteria, 8 batterie di artiglieria, una compagnia mortai e varie unità di supporto tattico e logistico) era rischierabile in 7 giorni. E' evidente quindi che AMF(L) era proprio l'unità che meglio si adeguava alla nuova dottrina. Tra l'altro, le continue esercitazioni svolte in comune tra i reparti delle 17 nazioni che la componevano (ne sanno qualcosa gli alpini del gruppo tattico Susa e del RSA che ne facevano parte) l'avevano fatta diventare effettivamente omogenea e coesa.Attualmente, secondo quanto previsto dalla dottrina, la Nato dispone del Corpo d'armata di reazione rapida (ARRC) . Il Comando di Solbiate Olona ,che è operante dalla fine dell'anno 2002 , promette di essere in grado di rispondere alle esigenze della nuova dottrina (impiego rapido e flessibile di forze multinazionali).
Quindi come vedi qualcosa di Internazionale esiste.

A seguire :

Tratto da un articolo uscito in occasione della Cerimonia di chiusura della AMF. Ho dovuto ricorre agli Amici perchè in Strategia Globale non sono preparato.

Di fronte alla esigenza impiegare la forza con immediatezza ed efficacia in ambito internazionale gli Stati Uniti rifiutano l'idea di affidarsi a forze multinazionali il cui impiego debba dipendere dalla decisione di troppi Governi e la cui efficacia militare debba essere condizionata dalla presenza di troppe nazionalità e troppe lingue nei comandi. Il Regno Unito è la sola nazione che abbia uomini "spendibili" e che parlano la stessa lingua (quasi) degli americani. Del resto, lo ha dimostrato la campagna in Afghanistan: i primi a intervenire al fianco degli americani sono stati i britannici. Inoltre, la politica estera del Presidente Bush è chiara: gli Stati Uniti sono la sola potenza mondiale e intervengono nelle crisi mondiali; per quanto riguarda le crisi regionali ci pensino le potenze regionali (Russia, Cina, Europa). Con l'URSS defunta, la Russia nella Nato e le altre nazioni europee che fanno la fila per entrarvi anche le aree di esercitazione di AMF(L) hanno perso significato strategico e, per quanto riguarda il Presidente degli Usa, se ci dovesse essere un'altra crisi in Europa se la vedano pure gli europei. Probabilmente, senza gli attentati dell'11 settembre, AMF(L) avrebbe continuato a vivere indisturbata per un po' di tempo ancora. La guerra contro il terrorismo e la politica estera di Bush (non la strategia della Nato) ne hanno decretato la morte