lunedì 29 settembre 2008

UNA DONNA AFGHANA CHE COMBATTEVA PER LA LIBERTA' DELLA SUA PATRIA (click)


Malalai Kakar è stata assassinata in un agguato a Kandahar

giovedì 25 settembre 2008

QUEL CHE INSEGNA OGGI LA ROMA PAPALINA….


A proposito delle recenti polemiche sul 20 settembre e sulle multe alle prostitute…
Ieri Paolo Franchi, sul Corriere della sera, metteva in guardia dal tentare qualsiasi “revisionismo storico” sul Risorgimento per non cadere nel “ridicolo” e non mettere in pericolo lo stesso stato nazionale.

In pratica Franchi scomunica il cosiddetto “uso pubblico della storia”.

Gli consiglierei di leggersi qualche libro di Paolo Mieli, storico anticonformista nonché direttore del Corriere della sera su cui lui scrive.

Mieli infatti si spinge da anni, con intelligenza, proprio verso quei “lidi fino a qualche tempo fa inimmaginabili” che paventa Franchi.

L’attuale direttore del Corriere è arrivato a sottoporre ad analisi critica – per usare le parole di Franchi - proprio i “miti fondativi della storia nazionale”. Anche perché è davvero stravagante che chi fa professione di laicità voglia imporre il bigottismo dei miti, che diventano dogmi storiografici intoccabili.

Nel volume intitolato “Storia e politica. Risorgimento, fascismo e comunismo”, Mieli inizia proprio così: “Ma perché la Sinistra italiana (diciamo meglio: parte della Sinistra) si accanisce a tal punto contro il cosiddetto uso pubblico della storia spingendosi a dar la caccia agli untori anche nel proprio campo? Davvero pensa che esista qualcuno che abbia ordito una congiura per mandare all’aria lo Stato democratico e repubblicano, rivisitando criticamente il Risorgimento, il fascismo e il comunismo?”.

Poi dimostra che da 2.500 anni “politica e storia sono sempre andate assieme”, aggiunge che da 2.500 anni “il mestiere dello storico” è sempre stato di “revisionare criticamente” ciò che è stato tramandato. E conclude – Mieli – che i problemi di oggi derivano proprio “da quel che è rimasto in ombra nella discussione su come è nata l’Italia”. Per esempio: “il dibattito storiografico sul Risorgimento fu quasi del tutto sordo alle ragioni dei vinti”.

Infine Mieli, nel volume “Le Storie. La storia” cita un convinto risorgimentale come Alfonso Scirocco che scriveva: “Gli interrogativi sulle scelte operate nel 1861 e confermate nei decenni successivi sono legittimi. Nascono da un’esigenza attuale, quella di trarre dall’indagine intorno alle radici dell’Italia odierna risposte convincenti sulla debolezza del nesso nazione-società-Stato, che sembra non avere avuto fin dall’inizio la saldezza desiderata”.

Anzi, il suddetto direttore del Corriere concludeva uno di questi suoi saggi affermando che “le divisioni sono benefiche” e auspicava che, anche sul Risorgimento, “ci si possa sanamente dividere e contrapporre senza avvertire il pericolo che vada a morire l’intera dialettica democratica”. Esattamente il contrario dell’editoriale di Franchi che si chiudeva proprio evocando il rischio della “morte” (di che?) a causa del “revisionismo storico”.

Un’ultima puntura polemica a Franchi.

Sia l’editorialista, sia altri storici, in questi giorni hanno fatto di tutta l’erba un fascio, accomunando gli sconfitti del 20 settembre 1870 a Porta Pia, agli sconfitti del 1945.

Mi sembra ingiusto e assurdo.

Non tutti i vinti hanno torto. I nazisti erano un esercito occupante che, fra l’altro, in Italia, si macchiò di stragi orrende. Mentre lo Stato Pontificio era uno stato sovrano, più antico e anche più italiano di quello piemontese (nel quali i Savoia parlavano addirittura francese).

Quindi nel 1870 vinsero gli occupanti e gli aggressori. Nel 1945 vinsero i liberatori.

C’è una bella differenza. Non confondiamo storie diverse.

E mi pare giusto che dopo 130 anni il Comune di Roma possa ricordare anche i romani che difesero lo stato pontificio (peraltro Pio IX aveva dato ordine di resa per evitare inutili spargimenti di sangue).

Personalmente non ho nessuna nostalgia del “Papa re”. Non solo perché un certo Ettore Socci combatté a Mentana fra i garibaldini. Ma soprattutto perché ritengo – come disse Paolo VI – che sia stata provvidenziale la fine del potere temporale dei papi, che già Pio IX sentiva come una zavorra equivoca per la missione spirituale e universale della Chiesa (come si vede Dio scrive diritto anche su righe storte).

Questo però non significa tacere sul fatto che:

1) quello stato pontificio era del tutto legittimo (come e più degli altri stati italiani: il Regno delle due Sicilie, quello piemontese e il Granducato di Toscana);

2) il potere temporale dei papi nascendo fu la salvezza dell’Italia: lo ha dimostrato uno storico anticlericale come Edward Gibbon;

3) l’invasione dello stato pontificio da parte dello stato piemontese, con la confisca di una quantità immensa di beni appartenenti alla Chiesa (e la persecuzione dei religiosi, cacciati dai conventi) è una clamorosa ingiustizia e non ha alcun fondamento giuridico e morale;

4) i Patti Lateranensi sono stati solo un parziale risarcimento;

5) la conquista militare piemontese degli altri stati italiani è stato il peggior modo di fare l’unità d’Italia. Perché l’hanno fatta contro gli italiani.

Così ci è stato inflitto uno stato centralista e burocratico, che ha defraudato il Meridione (e non si è più ripreso), che si è fondato sul debito pubblico, e ha dato inizio a una industrializzazione assistita che ha viziato fin dalla nascita la nostra economia.

E’ infine lo “Stato etico” ed elitario del Risorgimento (dove votava una piccolissima minoranza) che ci ha portato all’immane tragedia della Grande Guerra e al fascismo.

Tragedie dovute al fatto che la casta risorgimentale al potere in sostanza tenne fuori dallo Stato gran parte della nazione che era contadina e cattolica.

“L’Italia” ha scritto Ernesto Galli della Loggia “è l’unico Paese d’Europa (e non solo dell’area cattolica) la cui unità nazionale (…) sia avvenuta in aperto, feroce contrasto con la propria Chiesa nazionale”.

Così, cito ancora Mieli, “tra il 1861 e il 1915, il popolo anziché essere una riserva di consenso, costituì un problema per le élites liberali che fecero l’Italia. Con conseguenze drammatiche nella definizione dei modi di fare e di intendere la politica”.

Com’è noto a tutti – eccetto ai faziosi – Pio IX era un convinto patriota italiano e il suo progetto di Italia federale era di gran lunga il più realistico e pacifico. Attraverso il Rosmini tentò di mettere d’accordo i vari stati italiani, fra estate 1847 e autunno 1948, sul modello dello Zollverein tedesco (che poi è la via che è stata praticata dalla comunità europea).

Quel progetto, che era realizzabilissimo, avrebbe risparmiato alla nostra nazione una gran quantità di vite umane e una enorme dissipazione di denaro pubblico. Inoltre ci avrebbe evitato tutti i problemi – a partire dalla questione meridionale – che ci portiamo dietro da due secoli. E avrebbe valorizzato le diverse identità culturali locali, di cui l’Italia è ricca.

Il progetto d’Italia federale di Pio IX fallì per colpa del no del Piemonte che coltivava il suo progetto di espansione dinastica grazie all’appoggio di forze e potenze internazionali che avevano interesse a spazzar via il papato e ad avere un’Italietta succube e sottomessa alla loro politica estera.

Oggi che si torna a parlare di federalismo si può riconoscere una certa lungimiranza a Pio IX ? Anche perché il federalismo di quel momento storico innescava una dinamica unitaria fra i diversi regni italiani, quello di oggi rischia di innescare spinte centrifughe. Perciò, paradossalmente, va realizzato con il sentimento nazionale da cui era animato Pio IX, che può essere il punto di incontro ispirativo sia dei federalisti, sia di chi ha a cuore l’unità nazionale.

Certo l’episodio del 20 settembre scorso, col vicesindaco Cutrufo, può essersi prestato ad equivoci. Ma sarebbe intelligente se proprio dal Comune di Roma venisse la spinta culturale e politica a superare antiche faziosità e a coniugare il federalismo col sentimento nazionale, le identità con l’unità. Questa sarebbe grande politica.

Antonio Socci

(da Libero 23.9.2008)

domenica 21 settembre 2008

Da Herat.



domenica 21 settembre 2008, 09:36

Sulla strada maledetta con i nostri soldati nel mirino dei talebani

Di Fausto Biloslavo

Herat (Afghanistan) - Una pista solitaria, che si snoda come un serpente in mezzo alle montagne di sabbia della desolata provincia afghana di Badghis. Il paesaggio è spettacolare, ma in un attimo può trasformarsi nell’inferno per le colonne italiane che sono costrette ad infilarsi sulla strada maledetta. Come è successo per ben due volte nelle ultime 48 ore.

Venerdì la compagnia Demoni stava rientrando da Bala Murghab, l’avamposto nell’Afghanistan occidentale che in agosto i soldati italiani della brigata Friuli, avevano strappato ai talebani con le unghie e con i denti. Una trappola esplosiva li attendeva al varco lungo la pista maledetta. Uno dei blindati Lince del convoglio ha resistito al botto dell’ordigno piazzato dai talebani. I soldati italiani chiamano questi scatoloni di acciaio e tecnologia «salvavita». E non a caso il primo caporal maggiore Attilio Porcaro, 24 anni, è rimasto solamente contuso, poche escoriazioni e un colpo di frusta. Lo hanno portato via in elicottero. Il mezzo, però, era danneggiato e la colonna ha bivaccato a Mangan, una piccola base in costruzione.

I talebani devono avere calcolato tutto e quando i bersaglieri si sono rimessi in marcia, ieri mattina, li hanno attaccati di nuovo. Prima con un ordigno esplosivo sulla stessa pista maledetta. La bomba, per fortuna, era sul ciglio della strada e la colonna ha proseguito senza subire particolari danni. Subito dopo, però, i tagliagole islamici hanno fatto scattare un’imboscata. «Sono stati esplosi colpi di armi da fuoco e lanciati dei razzi contro i blindati che hanno risposto con le mitragliatrici Browning. In appoggio sono intervenuti anche gli elicotteri Mangusta» spiega da Herat il colonnello Carmelo Abisso. Fortunatamente nessun danno.

Il portavoce del contingente italiano nell’Afghanistan occidentale precisa: «Non è ancora un tiro al piccione, ma i due attacchi sono segnali che ci mettono in guardia». Dal quattro agosto i soldati italiani si sono spinti fino a Bala Murghab, una ridente vallata nel desolato paesaggio delle montagne di sabbia. Rifugio sicuro per i talebani della zona dove non avevano mai visto un soldato della Nato. Bala Murghab è a una quindicina di chilometri dal poroso confine con l’ex repubblica sovietica del Turkmenistan. I talebani usano la vallata come via di traffico per l’oppio diretto verso l’Europa in cambio di armi.

La compagnia Aquile del 66˚ reggimento Trieste ha vissuto a Bala Murghab il battesimo del fuoco tenendo i ruderi di un vecchio cotonificio trasformato in fortino. «Ci tiravano razzi Rpg da tutte le parti. Anche la base era sotto attacco. Non dimenticherò mai le fiammate delle esplosioni all’interno dell’avamposto, dove la mia compagnia rispondeva al fuoco. Mi sono attaccato alla mitragliatrice Browning e ho cominciato a sparare» racconta il primo caporalmaggiore Pasquale Campopiano, 27 anni, di Caserta. Il 5,6 e 7 agosto i talebani hanno cercato di travolgere il fortino, ma gli italiani non hanno mollato e gli attacchi sono proseguiti a fasi alterne.

I bersaglieri colpiti nei giorni scorsi avevano appena ricevuto il cambio al «fortino» dagli alleati spagnoli. Chi scrive aveva percorso prima di loro la pista maledetta con un altro convoglio italiano. I Predator, velivoli pilotati a distanza, precedono la colonna segnalando qualsiasi movimento sospetto. Una macchina con un solo uomo al volante potrebbe essere minata. I kamikaze, però, si sono fatti furbi e a bordo piazzano dei manichini per evitare di dare nell’occhio. Dentro un blindato Lince bisogna allacciarsi le cinture, come piloti di formula uno, proprio per evitare di venir sbalzati per aria da un’esplosione. Chi sta in ralla, la botola sopra il tetto, ha il dito sul grilletto della mitragliatrice Browning. E nelle dieci ore di viaggio fino alla base sicura di Qal i Nau si trasforma in una sfinge di sabbia.

L’incubo peggiore sono le trappole esplosive facili da piazzare su una pista di sabbia. Un americano che viaggiava sulla stessa pista, ma su un gippone basso Humvee, si è ritrovato le due gambe staccate di netto dall’esplosione ed è morto dissanguato. Fra le montagne di sabbia le poche abitazioni sembrano villaggi fantasma e lungo la strada si incrociano solo pastori o nomadi con le mandrie di cammelli. Anche loro un potenziale pericolo: non sai mai se si prestano a fare da vedetta ai talebani.

sabato 20 settembre 2008

DURO & IMPURO by Luca Bagatin



E dunque......Buon XX Settembre a tutti !
Buona festa della Democrazia, delle Libertà, dell'Unità d'Italia e della Liberazione dal dogma e dall'assolutismo temporale vaticano !
Oggi è il giorno della festa della laicità. Una laicità che è sempre sana e positiva proprio in quanto consente a tutti di esprimere in un libero, civile e democratico Stato sovrano la propria opinione.
Il 20 settembre 1870 i Bersaglieri entravano a Porta Pia e restituivano Roma all'Italia, incoronandola capitale del Regno e sconfiggendo il Potere papalino, austroungarico e napoleonico, garantendo e costruendo pian piano uno Stato liberale e moderno coronando così il sogno dei monarchici liberali cavouriani, ma anche quello dei repubblicani mazziniani e garibaldini, dei massoni, degli ebrei (da sempre discriminati dal Potere vaticano), degli anticlericali ovvero di coloro che, lungi dall'essere antireligiosi, si battono da sempre contro i dogmi e gli assolutismi di ogni colore e fede politica o religiosa.
Il fascismo, negli anni '20, abolì la festa del XX Settembre anche proprio per ingraziarsi il favore della Chiesa cattolica.
Oggi le cose non sono cambiate. Lo stesso Bettino Craxi, pur laico, sancì un nuovo Concordato fra Stato italiano e Chiesa cattolica che, se da una parte garantiva una nuova separazione dei poteri, dall'altra concedeva al Vaticano il perverso sistema di finanziamento per mezzo dell'8 per mille in sede di dichiarazione dei redditi e la possibilità di assumere e scegliere insegnanti di religione, purtuttavia mantenuti dallo Stato italiano !
I vari leader politici di oggi, italiani o europei, da Berlusconi a Veltroni passando per Sarkozy e financo per l'ultimo Tony Blair, hanno dimostrato come è assai facile chinarsi di fronte al Vaticano. Del resto quest'ultimo ha dalla sua una potentissima banca che rende conto solo al Papa, ovvero lo IOR (Istituto per le Opere Religiose), nota anche per i suoi traffici sin dai tempi del fascismo e del nazismo passando per lo scandalo del Banco Ambrosiano.
Triste storia davvero, documentata anche dalle ottime opere di approfondimento del grande democratico azionista e liberale Ernesto Rossi da "Il manganello e l'aspersorio" a "Il Sillabo e dopo" sino a "Nuove pagine anticlericali".
Oggi più che mai il nuovo Capo dei cattolici, Sig. Joseph Ratzinger, cerca di entrare nelle sale del potere al fine di imporre i dogmi della sua Chiesa e costringendo, specialmente l'Italia, a rimanere indietro nella ricerca scientifica, la quale sarebbe capace di garantire nuovi scenari per la salute, e nell'ambito dei diritti civili ed individuali. Ciò è gravissimo e non degno dell'Occidente progredito e democratico.
Per questo è importante ricordare e celebrare il XX Settembre, Equinozio d'Autunno, che peraltro rappresenta una festa Pagana e Gnostica le cui tradizioni sono invise al dogma clericale in quanto portatrici di Luce e Verità interiore: figlie delle più Antiche Civilità che popolarono la Terra.
Oggi, come ogni anno, i Massoni del Grande Oriente d'Italia si recheranno a Porta Pia anche per rendere omaggio ai 60 anni della Costituzione Repubblicana con importanti interventi pubblici di Oscar Giannino, Massimo Teodori e molti altri.
I Radicali, invece, quest'anno celebreranno il XX Settembre a Londra, presso l'Istituto Italiano di Cultura, per dare un respiro europeo a questa festività, ricordando il Risorgimento Liberale e Repubblicano d'Europa e l'indimenticabile Sindaco di Roma Ernesto Nathan, mazziniano, radicale, ebreo, massone e d'origine inglese, il quale fu l'unico che riformò radicalmente la città in favore delle classi sociali più deboli, si prodigò per gli asili e la scuola pubblica gratuita per tutti e diede alla politica dell'epoca una forte impronta laica ed anticlericale.
Dunque, come dicevamo, Buon XX Settembre a tutti e che i Lumi di Porta Pia e dell'Equinozio d'Autunno possano illuminare le nostre menti e quelle delle generazioni successive per garantirci un presente ed un futuro civile, liberale e democratico.

Luca Bagatin
www.lucabagatin.ilcannocchiale.it

mercoledì 17 settembre 2008

UNA FAVOLA VERA DALLA SOMALIA


MURRAJA CON IL SUO PAPA', IL COLONNELLO DEGLI ALPINI GAMBETTA GIOACCHINO

Questa sera voglio raccontarti una favola.
La sera del 9 giugno scorso nelle trasmissione CHI L'HA VISTO apparse un Signore anziano parlava dal Kenia ed era un profugo dalla Somalia.
Cercava la sua bambina di allora MURRAJA, diceva che non ne sapeva più niente da quanto la aveva lasciata in un Orfanatrofio a Balad in Somalia.
Mia Moglie mi chiamò subito per sentire, feci un sobbalzo.
Murraja la mascotte del nostro Ospedale da Campo in Somalia.
Era stata ricoverata per una grave malattia
stava malissimo e aveva la febbre altissima.
Durante un passaggio presso l'Orfanatrofio di Balad l'avevo caricata su di una ambulanza e ricoverata in Ospedale.
stava malissimo e aveva la febbre altissima.
Durante un passaggio presso l'Orfanatrofio di Balad l'avevo caricata su di una ambulanza e ricoverata in Ospedale.
Stava malissimo e aveva la febbre altissima.
La situazione sembrava grave, ma la reazione alle cure specifiche era stata immediata e dopo circa un mese era guarita
Dimessa fu riportata nell'orfanatrofio a Balad.
Passai da Balad dopo 3 settimane e in Orfanatrofio chiesi di Murraja, il nome non diceva niente a nessuno, capirai in mezzo ad altro 800 bambini che andavano e venivano con una frequenza impressionante una bambina più o meno, secondo loro non faceva la differenza.
La cercai per tutte le tende insieme ai miei ragazzi finchè la trovammo.
Aveva ancora un vestitino che le Sorelle della CRI gli avevano messo quando era stata dimessa dall'ospedale.
Era sporca e respirava a fatica. Qualcosa non andava.
Gli tolsi il vestitno lurido di dosso tagliandolo con le forbicine del coltellino svizzero, la lavaii con delle bottiglie di acqua minerale, la avvolsi in un lenzuolo di carta monouso e in una coperta e la tenni in braccio fino a Johar all'Ospedale.
I medici la curarono e ancora una volta la reazione alle cure fu veloce e positiva.
Guarita decidemmo di tenerla in Ospedale sperando che prima o poi la famiglia si fosse fatta viva per riprenderla.
Cercammo inutilmente nessuno sapeva più niente, la famiglia sembra fosse scomparsa, qualcuno diceva che i suoi familiari erano stati tutti uccisi.
Abbiamo fatto fare indagini anche dalla Polizia Somala che alla fine mi dissero che una orfana in più o in meno che cosa mi doveva importare.
Visto che dipendevano da me personalmente ti lascio immaginare quello che gli ho risposto.
Ma la situazione era quella, in totale negli orfanatrofi che rifornivamo di viveri c'erano quasi seimila bambini ogni giorno ne arrivavano o erano abbandonati di nuovi.
Mi seguiva tutto il giorno per il campo. Avresti dovuto vederla mangiare i primi giorni, sembrava un cagnolino, chinata sul vassoio che si riempiva la bocca a due mani guardandosi in giro come se qualcuno avesse potuto rubargli il suo cibo.
Piano piano imparò ad usare le posate e l'Italiano bene.
Le sorelle della CRI gli facevano da memme e noi da Papà.
In breve divenne la mascotte del Campo.
Venne il momento del rientro in Italia. Pensai con un mio Collega di fare qualcosa e l'idea di portarla a casa mi attirava. non dissi niente a mia moglie avrei fatto....indovina che viene a cena....
Poi un Sottufficiale che non aveva figli disse che la avrebbe adottata lui.
In poche parole costruimmo un passaporto somalo falso, sui mercatini per pochi dollari erano in vendita passaporti somali in bianco, timbri e controtimbri anche della nostra Ambasciata per il visto e la caricammo su uno degli aerei civili che ci riportavano a casa.
Da tempo mi chiamava Papà Gioacchino ma negli ultimi gioni mi ero un po' allontanato per lasciare spazio al suo futuro Papà.
Nenche a dirlo capitammo sullo stesso aereo e allora mi nascosi in coda per non farmi vedere.
Ma il diavolo ci mette sempre lo zampino.
Scendemmo a Malpensa e Lei con il futuro Papà seguirono una via preferenziale, mentre attendevano la futura Madre che era in ritardo, Murraja fu attratta dalle unghie colorate di mia Figlia Raffaella venuta con mia Moglie e le Sorelle a prendermi.
Ciao come ti chiami...
- Murraja...
- Io mi chiamo Raffaella..ma da dove vieni..
- Vengo dalla Somalia da Johar..
- Allora conosci anche mio Papà che stava a Johar si chiama Gambetta Gioacchino lo conosci....
- Papà Gioacchino è mio Papà e non il tuo ...e incomincio a piangere e ad urlare chiamandomi
Proprio in quel momento uscivo dalla dogana, appena mi vide mi salto addosso abbracciandomi forte.
Ti lascio immaginare la meraviglia di mia Moglie e delle mie Figlie.
Fortunatamente arrivò quasi subito la sua futura Madre, dovettero strapparmela di dosso letteralmente.
Rimanemmo in accordi che se la bambina avesse sofferto del distacco io sarei andato a prenderla e la avrei porta a casa mia.
Durante il viaggio spiegai tutto a mia Moglie e alla Figlie alle quali l'idea di avere una altra figlia e una sorellina attirava molto.
Murraja si abituò alla nuova famiglia.
Ora è grande ha 20 anni e presto incomincerà a frequentare l'Università.

Non è una bella favola ?
Gioacchino

domenica 14 settembre 2008

Poche considerazioni sul fascismo

Che cos’è il peronismo? Nessuno, né storici né pensatori politici, anzi nemmeno i peronisti stessi, è mai riuscito a fornire una definizione di questo movimento politico argentino. In esso hanno convissuto e convivono comunisti e fascisti, simpatizzanti di Castro ed ammiratori di Hitler, massoni anticlericali e cattolici integralisti. E’ una corrente nata nelle forze armate ed il cui massimo rappresentante era un militare, ma che ha trovato proprio nell’esercito i suoi maggiori oppositori. E’ un’ideologia normalmente catalogata quale “di destra”, ma che ha avuto ed ha tuttora l’appoggio dei maggiori sindacati argentini.
Il peronismo, sin dalla figura del suo fondatore Peròn, è però, da tutti, giustamente considerato un movimento analogo al fascismo italiano ed anzi largamente ispirato proprio a quest’ultimo.
In modo analogo, nessuno è mai riuscito a dare una definizione del fascismo italiano, fenomeno storico il quale è paragonabile ad una galassia, in cui, all’interno d’un comune “campo di forza”, hanno gravitato costellazioni di pensatori, uomini politici, gruppi sociali diversissimi se non contrastanti.
L’argomento sarebbe molto lungo da affrontare, per cui mi riservo di fornire alcune indicazioni di volta in volta. Ora intendo ricordare uno degli aspetti più singolari della diversificazione interna al “fascismo”, ovvero quella regionale.
Benito Mussolini ed i suoi primi sodali erano notoriamente romagnoli, però il fascismo come movimento organizzato nacque a Milano, si diffuse nelle campagne della pianura padana, poi conquistò le città del nord, infine giunse al sud. Questa dinamica è conosciuta, mentre invece si sono meno evidenziate le diversità interne.
Il fascismo romagnolo aveva un’anima repubblicana (Balbo in primis), che oscillava fra le eredità del socialismo, o persino dell’anarchia, e quelle del nazionalismo, ben rappresentate da Farinacci. Il fascismo milanese era invece segnato da connotati maggiormente intellettuali e combattentistici, i quali bramavano “modernizzare” l’Italia, coniugando istanze socialiste, tecnocrazia, nazionalismo. Decisamente monarchico e filo-clericale il fascismo piemontese, con numerosi militari fra i suoi aderenti, però singolarmente abbastanza anti-capitalistico.
Un caso a sé invece era il fascismo veneziano, assai importante, ma pochissimo studiato. Volpi di Misurata ed i suoi amici erano massoni e legati all’ambiente dell’alta finanza, e rappresentavano in un movimento teoricamente popolare, con un’anima in fondo anti-borghese ed anti-moderna, idee prettamente liberali (ma elitarie), liberiste e, come accade solitamente in questi casi, fortemente anglofile.
Il fascismo toscano era forse quello più duro e battagliero, tanto che fra i maggiori gerarchi della RSI c’erano moltissimi Toscani, al punto che la repubblica di Salò fu soprannominata ironicamente “granducato di Toscana”. Esso era un fascismo assieme guerriero e rivoluzionario, ostile al socialismo come al liberalismo, e s’ispirava a modelli totalitari più che autoritari. Inoltre, molti fra i maggiori esponenti intellettuali del fascismo erano Toscani.
Il fascismo romano aveva due anime. La prima era quella dell’ “aristocrazia nera” romana, nera non per l’adesione al fascismo, bensì per essere da secoli ultra-cattolica e clericale. Essa non era in verità nazionalista, essendo l’Unità d’Italia raggiunta con la breccia di Porta Pia, e non approvava assolutamente la modernità in nessuno dei suoi aspetti. La sua ideologia era quella dell’ultramontanismo cattolico, quindi aveva nel Papa, e non nel Duce o nel Re il suo punto di riferimento. Aveva poi a Roma il suo epicentro il tradizionalismo di natura “pagana” (Evola ed i suoi collaboratori ed amici), numericamente assai ridotto, però di grande importanza culturale, persino più reazionario di quello cattolico, però certo assai diverso, sebbene punti di contatto e di reciproca simpatia non mancassero fra i due gruppi. Evola anzi era egli stesso un membro della nobiltà romana.Infine, il fascismo meridionale sorto per ultimo fu in verità l’adesione da parte dei vecchi ceti liberali del Sud alla nuova ideologia fascista, non tanto per convinzione, quanto per interesse. Gran parte di questi notabili locali poi cambiarono nuovamente cavallo, divenendo demo-cristiani.
Ribadisco che non si deve parlare di "fascismo", bensì di "fascismi" al plurale, di cui quello di Salò fu soltanto l'ultima, ed assai poco rappresentativa, manifestazione.

venerdì 12 settembre 2008

giovedì 11 settembre 2008

SENZA COMMENTO, SOLO PER TESTIMONIANZA

Inviato da dagoberto - 10/09/2007 21:20

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Domani ricorre il sesto anniversario dell'attentato al World Trade Center. Quel giorno ha segnato la vita di tutte le

persone abitanti della Terra. Conosco personalmente una di queste persone direttamente coinvolte. Ogni tanto, quando

la stanchezza gli fa abbassare la guardia, durante il sonno, ricorda quel giorno, lo rivive. Solo ultimamente ha

incominciato a parlarne.

Ogni anno, come un'ossessione, ritorna la voglia di leggere una lettera pubblicata alcuni giorni dopo l'attentato. Una

dichiarazione di orgoglio dell'identità in cui l'occidente dovrebbe riconoscersi. Non sono stato in grado di trovarla. Da come

se la ricorda, piùo meno recitava sul tipo: "puoi colpire il Wct puoi colpire Miss Liberty, puoi colpire La casa bianca, ma

non potrai mai colpire l'America." Se fosse possibile, mi dareste una mano a ritrovarla?

BATTISTAD – Luca – Afghanistan

battistad

 
Non leggo tutti i post, dag me ne ha fatto un riassunto.

Questa è la mia storia.

l'11 settembre 2001 ero negli States per un corso di aggiornamento. Scambio culturale, mettiamola in questo modo. Mi avevano dato due giorni di libertà. Quindi, con mia moglie mi sono trasferito a NY. Dopo aver trascorso la prima giornata visitando la Grande Mela, io e mia moglie ci mettemmo daccordo. Avevo un Briefing con Roma. L'avrei raggiunta alle Twin Tower verso le 9 am ora locale. Lei era arrivata assieme ad una sua amica alle 8.30 am. La sua amica aveva un ufficio all' 80° piano. Stavo raggiungendo le torri quando vidi il primo aereo infilarsi nella prima torre... Purtroppo sono riuscito a raggiungere il 30° piano...Da quel momento il mio ricordo è tutto al rallentatore... Le persone che scendevano, calpestando chi inciampava, i pompieri che stavano salendo. Ogni piano si fermavano per fermare il più calmo per aiutare gli altri. Ho visto un paio di persone che cadevano dai piani alti. Sembravano delle foglie spinte con le punte che si dibattevano incontrollate...

Sono stato uno degli ultimi ad uscire prima del collasso. Di mia moglie ho solo una parola: "Missing".

Da quel momento il mio unico compito è quello di beccare questi bastardi... non mi interessa se chinano il culo in qualsiasi direzione... il loro posto è "six feet under"
 

martedì 9 settembre 2008

Un "nuovo senso Civile" necessita tra gli Italiani.

Non potevo metterlo a seguire l’altro, doveroso uno spazio suo per continuare una “giusta campagna d’informazione” che porti un nuovo senso civile tra gli Italiani.

lunedì 08 settembre 2008, 07:00

Terroristi ieri, scrittori e moralisti oggi Ecco i loro affari fra libri e conferenze

Di Stefano Zurlo

da Milano
Scrivono romanzi. Scrivono saggi. Scrivono memorie. I più ricercati fanno passerella al Salone del libro di Torino e girano come trottole fra un convegno e una tavola rotonda. Gli ex terroristi, Brigate rosse o Prima linea fa poca differenza, si sono arrampicati come scoiattoli sugli scaffali blasonati delle più prestigiose case editrici italiane: Rizzoli, Bompiani, Einaudi. E continuano a sfornare titoli, segno che il genere ha un discreto successo e buoni numeri sul mercato. Così Il Foglio di Giuliano Ferrara lancia la provocazione: sequestrare le royalties finite nelle tasche degli ex. E magari con quei denari alimentare il fiume, fin qui un rigagnolo insignificante, dei risarcimenti.


È difficilissimo azzardare le cifre del business, ma certo molti ex, terminata la stagione del carcere, sono transitati direttamente nelle case editrici per rimbalzare poi da un premio a una serata letteraria. Basta sfogliare i giornali per trovare i fantasmi del nostro passato, riconvertiti a nuove e più fruttuose attività. Adriana Faranda, la postina del gruppo brigatista che sequestrò e uccise Aldo Moro, è entrata nei meccanismi dell’industria culturale italiana con un percorso che molti giovani talenti si sognano: nel 2006 pubblica da Rizzoli Il volo della farfalla, un racconto liberamente ispirato ai 16 anni trascorsi a Rebibbia e l’opera non passa inosservata: viene intervistata al telegiornale di La7, poi va come una star al Salone del libro di Torino; infine vince in Abruzzo il premio internazionale Cesare De Lollis che prevede una busta di 9mila euro. I parenti di alcune vittime insorgono contro il «divismo televisivo» degli ex, lei replica pronta con linguaggio da intellettuale inacidita: «Certe volte ho la tentazione di lasciare l’Italia».


La Faranda va a Chieti e negli stessi giorni Renato Curcio, fondatore e leader storico delle Br, raggiunge Teramo su invito del Consiglio provinciale per illustrare, lui che ne capisce, i guasti della legge Biagi. Curcio è autore prolifico e conferenziere infaticabile. Complicato fargli i conti in tasca, fra un rimborso spese e l’altro, ma anche lui è in perenne movimento. Quest’estate viene segnalata la sua presenza a Spoleto, alla festa dei Comunisti italiani, per presentare il suo ultimo volume, I dannati del lavoro, un rapporto sul mondo dei migranti; a Chivasso, dove pure l’hanno invitato con tutti i timbri dell’ufficialità, il clima è meno salottiero anche perché qualcuno gli grida in faccia «Assassino», ma sono gli incidenti del mestiere. Ad Ascoli Piceno, una quarantina di ragazzi si spella le mani per incensarlo e lui, star consumata, li frena: «Non facciamo spettacolo, sono qui come un lavoratore, non nella veste di altre epoche». Ci mancherebbe.


Gli ex, quelli che fanno notizia non i peones che si arrabattano, sono così: padroneggiano le platee, firmano contratti importanti, replicano a bruciapelo ai familiari delle vittime uscite solo di recente dalla lunga eclissi degli anni di piombo. Guai a criticarli. Il passato, chiusi i conti sul pallottoliere corto della giustizia, è fonte di ispirazione e qualche volta di guadagno.
Prospero Gallinari, altro nome pesante dell’universo brigatista, compone un poderoso tomo di oltre 300 pagine: Un contadino nella metropoli e trova un editore di tutto rispetto, Bompiani, per lanciarlo. Gallinari non si è mai pentito, ma anche lui si è convertito alla scrittura. Dev’essere un virus contagioso: Alberto Franceschini, altro leader dal curriculum lungo, sforna tre titoli, l’ultimo, Che cosa sono le Br, a quattro mani con un giornalista esperto come Giovanni Fasanella, poi esagera e rompe la misura concedendo un’intervista televisiva addirittura in via Fani, nei luoghi in cui la scorta di Moro fu annientata e lo statista rapito. I parenti dei poliziotti e dei carabinieri uccisi protestano, il capo dello Stato interviene chiedendo un minimo di rispetto per il dolore. Maurice Bignami, che di Prima linea fu uno dei capi, scruta il futuro sul filo del paradosso: «Temo che un giorno sull’Isola dei famosi sbarcherà un ex terrorista. Fianco a fianco con la soubrette, il calciatore, l’attore».

Scrive libri su libri Valerio Morucci, versatile autore del suggestivo La peggio gioventù, firma due titoli Sergio Segio, il comandante Sirio di Prima linea e proprio Segio si sfila dalle polemiche sollevate dall’editoriale del Foglio: «Sono nauseato, ormai prendersela con noi è come sparare sulla Croce rossa. La verità è che viviamo quasi tutti in condizioni economiche precarie». Ma Mariella Magi, vedova dell’agente Fausto Dionisi, ucciso da un commando di Prima linea nell’assalto al carcere fiorentino delle Murate, non butta via l’idea: «Lo Stato potrebbe prelevare i soldi guadagnati dagli ex sulla giostra dei media. Sia chiaro, io non accetterei da quelle mani nemmeno un euro, ma quel denaro potrebbe aiutare chi in silenzio porta da tanti anni sulle spalle uno zaino colmo di dolori e di sofferenze».

lunedì 8 settembre 2008

Terroristi, o ex, è ora di pagare, anche in solida quantità di euro.

Questa è una “campagna” che il Blog DOVREBBE fare.

Buona giornata.

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Questo è il titolo che ho utilizzato sul Blog di Paolo Guzzanti nel postare l'articolo, perchè si perde troppo tempo a discutere di niente, a volte, a mantenere attivi tutti coloro che con la politica ed i fatti realizzati dal nostro Governo, niente hanno a che fare.


Per ora il risultato è che nemmeno "il padrone di casa" si è degnato di apporre sotto l'articolo, come spesso fa proprio con quelli richiamati nel paragrafo precedente, alcuna parola di supporto ma invece molto del suo tempo lo usa contro la Ministro Carfagna, tenendo aperta una polemica stucchevole e che serve solo ad aumentare i contatti ( e le entrate tra gli iscritti ) degli estremisti di sinistra.

Prima o poi, qualche considerazione "pesante" la scriverò su questo suo atteggiamento.


Credo invece che sarebbe opportuno fare qualcosa di concreto su questo tema, troppo spesso in discussione per qualche misero giorno quando accadono fatti delittuosi e poi fuori dall'attenzione dei più : con il risultato di lasciare soli i familiari di coloro che ne sono colpiti.


Buona giornata e, mi auguro, tanta attenzione al tema e soprattutto, partecipazione CIVILE e DEMOCRATICA.

lunedì 08 settembre 2008, 07:00

CARI TERRORISTI È ORA DI PAGARE

Di Paolo Granzotto

Il 17 giugno del 1974 giunse alle redazioni dei giornali un foglio ciclostilato sormontato da una stella a cinque punte. Era il primo comunicato delle allora e per lungo tempo «sedicenti» Brigate Rosse. Questo il testo: «Lunedì 17 giugno 1974, un nucleo armato delle Brigate Rosse ha occupato la sede provinciale del Msi in via Zabarella. I due fascisti presenti, avendo violentemente reagito, sono stati giustiziati».


Era andata così: il sessantenne Giuseppe Mazzola e il ventinovenne Graziano Gilarducci si trovavano quel giorno nella sede milanese del Movimento sociale quando irruppero, pistole puntate, due brigatisti, Fabrizio Pelli e Roberto Ognibene. Sulle scale, a fare da palo, erano appostati Susanna Ronconi e Martino Serafini. Ad attenderli in strada, al volante di un’auto, Giorgio Semeria, autista del commando. Il primo a reagire fu Giuseppe Mazzola, che, nel tentativo di strappargliela di mano, afferrò per la canna il revolver di uno dei due brigatisti al quale, immediatamente dopo, Graziano Gilarducci saltava al collo. Nella colluttazione Mazzola cadde a terra e a questo punto il secondo brigatista esplose due colpi. Il primo colpì alla spalla Gilarducci. Il secondo la gamba e l’addome di Mazzola. Dopo averli resi inoffensivi, il brigatista sparò altri due colpi. Mirando alla testa e uccidendoli - «giustiziandoli» - sul colpo.


Negli anni successivi e fino al 1980, la magistratura sembrò più interessata a seguire la pista «nera» piuttosto che quella, sedicente, «rossa». Ma poi qualche pentito cominciò a parlare, le indagini presero un’altra direzione e il commando di via Zabarella finì sotto processo. E finalmente, nell’anno del Signore 1992, Semeria, Ognibene, Pelli, Serafini, Susanna Ronconi, Renato Curcio, Alberto Franceschini e Mario Moretti - la nomenclatura brigatista - furono condannati (gli ultimi tre per «concorso morale in omicidio») in Cassazione. Con sentenza, dunque, definitiva.
Otto anni più tardi, Piero Mazzola, figlio di uno dei due «giustiziati», intentò causa civile «per una questione di principio - precisò - perché se mai arriveranno i soldi, saranno interamente devoluti in beneficenza». Il processo si è concluso in questi giorni con la condanna dei brigatisti al risarcimento dei danni: 350mila euro, oltre agli interessi di 34 anni, ai familiari delle due vittime. Ma i brigatisti pare non abbiano una lira e quel po' lo difendono con le unghie e con i denti (per sfuggire all’ufficiale giudiziario Serafini s’è addirittura barricato in casa. Ma con uno stratagemma l’ufficiale è poi riuscito a entrare pignorandogli il televisore al plasma e un paio di mobili di qualche valore).
Non resta quindi che il pignoramento del quinto dello stipendio, che è poca, pochissima cosa (Curcio è socio di una coop; Susanna Ronconi, lei Caina, lavora per il gruppo Abele; Roberto Ognibene è geometra al Comune di Bologna e gli altri non hanno reddito fisso). I giustizieri la passeranno dunque liscia, ma non così liscia come sperano se fosse accolta una proposta avanzata da Giuliano Ferrara e che facciamo con sincera convinzione ed anzi, con energia, nostra: confiscare i proventi delle esibizioni mediatiche di quel gruppo di assassini. E ci aggiungerei anche i proventi delle loro produzioni editoriali, marchette comprese.


Ciò servirebbe un duplice scopo: rimpinguare la scarsella del risarcimento (che, è bene ripeterlo, andrà tutto in beneficenza) e costringere i brigatisti a smetterla con le loro narcisistiche esibizioni, con le loro deplorevoli «lezioni», con i loro sgangherati e offensivi addottrinamenti e storicizzazioni e, in sostanza, autoassoluzioni. Un provvedimento del genere li indurrebbe a quella discrezione assai somigliante al pudore che fino ad oggi non hanno mai mostrato come mai hanno mai mostrato segno di pentimento. Ed è ora che paghino anche questo.

domenica 7 settembre 2008

Lode alla "santa" assessora che vuole sdoganare la religione

articolo di Antonio Socci
Pubblicato su Libero il giorno: 07/09/08
Elena Donazzan. Ricordatevi questo nome. Potrebbe diventare la nostra Sarah Palin. Non arriva dal bianco Alaska, ma dal Veneto bianco. Oggi è assessore regionale e chi la conosce sa che stoffa, che preparazione e che piglio ha. Pure l'aspetto, alquanto piacevole, e la giovane età ne fanno un personaggio. Rodato in quel vivaio di passioni politiche che è Alleanza Nazionale. Dunque la Donazzan è entrata nell'occhio del ciclone per questa sua proposta: rendere obbligatorio l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole della sua Regione. Dovrebbe essere un'ovvietà se non fossimo un Paese sciocco e smarrito. Franco Fortini, critico letterario e poeta di estrema sinistra fu il mio professore (più amato) all'università . Un giorno di febbraio arriva in aula e comincia a leggere ad alta voce un magnifico poema. Alla fine chiese se qualcuno sapeva cosa aveva letto. Era il "Mercoledì delle Ceneri" di T.S.Eliot. In effetti quel giorno si celebrava tale ricorrenza liturgica. Fortini ne chiese il significato. La gran parte non lo sapeva. Lui cominciò una filippica. In sintesi disse: «Voi siete in una facoltà di lettere a studiare l'arte, la letteratura, la filosofia, la storia e domani probabilmente andrete nelle scuole a insegnare. Ebbene, non potrete capire mai niente di tutto questo e neanche del Paese dove vivete e di questa città (Siena), senza conoscere perfettamente il contenuto della fede cattolica e quello che ha significato».Parola di un grande professore ebreo e marxista. Più o meno le stesse cose mi "gridò", qualche anno dopo, in una intervista per "Il Sabato", Massimo Cacciari, indignato dalla crassa ignoranza del cattolicesimo che aveva riscontrato, anche lui, nei suoi studenti.Meglio tardi che maiÈ prevedibile che contro la Donazzan ora l'intellighentsia progressista alzerà gli scudi: è la stessa intellighentsia che nei mesi scorsi si è spellata le mani, nelle piazze d'Italia, per applaudire le letture dantesche di Roberto Benigni. Ebbene la Divina Commedia è un compendio perfetto di teologia cattolica e non si capisce neanche una terzina senza conoscere il cattolicesimo.Sostanzialmente eliminata dagli studi scolastici dagli anni Settanta in poi, la Commedia oggi è stata riscoperta da coloro che l'avevano abolita. Meglio tardi che mai. Ma intanto abbiamo derubato i giovani della Bellezza (quella che contiene il Vero e il Bene) e dobbiamo correre ai ripari almeno da questa generazione in poi. I giovani soprattutto hanno bisogno della Bellezza come del pane, la poesia è la loro casa. Noi li abbiamo derubati e sfrattati dalla nostra storia. E ora si trovano stranieri in questa terra italiana ed europea. Apolidi della vita, erranti nel deserto che avanza. E spesso si vendicano del Nulla in cui li fanno vivere con la violenza.Il più grande educatore del nostro tempo, don Luigi Giussani iniziò le sue "lezioni di religione" al liceo Berchet di Milano, nel 1954, leggendo Leopardi. Pensate un po': il poeta "ateo e materialista" era indicato da Giussani come colui che più e meglio di chiunque coglie l'essenziale della vita, la nostra natura desiderante, le domande struggenti che vibrano nelle vene dei giovani e letteralmente ci fanno uomini: chi siamo, che senso ha la vita, perché "tutto passa e quasi orma non lascia", che senso ha il cielo stellato, dov'è la Bellezza le cui scintille si riflettono sul volto di ogni donna…Gesù Cristo è venuto e ha detto di essere lui la risposta a queste domande.Giussani non faceva "propaganda cattolica". No: insegnava a ragionare, a decifrare la condizione umana e a valutare le risposte. Come sa bene chi lo ebbe come professore, lui letteralmente insegnava la libertà, cioè l'uso della ragione che è la cosa più preziosa. Ma è quello che il cattolicesimo ha fatto per secoli con i popoli europei. Tanto è vero che proprio da questi popoli è sbocciata quella straordinaria capacità di indagine e di conoscenza dell'universo che - tradottasi in scienza e tecnologia - ha letteralmente civilizzato il mondo.Lo spiega benissimo il sociologo americano Rodney Stark nel libro "La vittoria della Ragione". Sottotitolo: "Come il cristianesimo ha prodotto libertà, progresso e ricchezza" (Lindau). E anche Thomas E. Woods in "Come la Chiesa Cattolica ha costruito la civiltà occidentale" (Cantagalli) . Dobbiamo ai monaci medievali tutto: perfino il parmigiano, il prosciutto e lo champagne. "Educatori economici" dell'Europa li definì lo storico (laico) Henri Pirenne. E i diritti dell'uomo e il diritto internazionale non sono nati nella teologica "Scuola di Salamanca" ? Perfino Bertrand Russel, nel suo libro più anticristiano, riconosce: "La libertà che vige nei paesi in cui la civiltà ha origine europea (cioè la sola libertà esistente nel mondo, nda) si può storicamente far risalire al conflitto fra Chiesa e Stato nel medioevo".Infatti, si può capire la Costituzione italiana senza le nozioni cattolicissime di "persona", corpi intermedi e sussidiarietà ? Il comunista (cattolico) Franco Rodano spiegò che perfino la bellezza della campagna umbra (e toscana) si deve al cattolicesimo e specialmente alla Riforma tridentina.Il piagnisteo laicoEvitiamo - per favore - il solito piagnisteo laico su questa proposta veneta. Perché la Donazzan ha dalla sua anche il meglio della cultura laica. Innanzitutto Kant in quale era convinto che "il Vangelo fosse la fonte da cui è scaturita la nostra cultura". Poi il "papa laico" Benedetto Croce: «Il Cristianesimo è stato la più grande rivoluzione che l'umanità abbia mai compiuta: così grande, così comprensiva e profonda, così feconda di conseguenze, così inaspettata e irresistibile nel suo attuarsi, che non meraviglia che sia apparso o possa ancora apparire un miracolo».Un altro grande intellettuale laico, Federico Chabod, nella "Storia dell'idea d'Europa", scrive: «Non possiamo non essere cristiani, anche se non seguiamo più le pratiche di culto, perché il Cristianesimo ha modellato il nostro modo di sentire e di pensare in guisa incancellabile; e la diversità profonda che c'è fra noi e gli Antichi, fra il nostro modo di sentire la vita e quello di un contemporaneo di Pericle e di Augusto, è proprio dovuta a questo gran fatto, il maggior fatto senza dubbio della storia universale, cioè il verbo cristiano.Anche i cosiddetti "liberi pensatori", anche gli "anticlericali" non possono sfuggire a questa sorte comune dello spirito europeo».Il simbolo del laicismo italiano, Gaetano Salvemini raccontò un giorno di essersi trovato in una stagione della vita come "sperduto nel buio" e dice di aver trovato una "guida e mi sono trovato bene a lasciarmene guidare. E questa guida è stato Gesù Cristo che ha lasciato il più perfetto codice morale che l'umanità abbia mai conosciuto. Io non so se Gesù Cristo sia stato davvero figlio di Dio o no. Su problemi di questo genere sono cieco nato. Ma sulla necessità di seguire la moralità insegnata da Gesù Cristo non ho nessun dubbio". Infine, per guardare all'estero, Richard Rorty (simbolo del neopragmatismo americano): «Se si guarda a un bambino come a un essere umano, nonostante la mancanza di elementari relazioni sociali e culturali, questo è dovuto soltanto all'influenza della tradizione ebraico-cristiana e alla sua specifica concezione di persona umana».E Karl Loewith: «Il mondo storico in cui si è potuto formare il "pregiudizio" che chiunque abbia un volto umano possieda come tale la "dignità" e il "destino" di essere uomo, non è originariamente il mondo, oggi in riflusso, della semplice umanità, avente le sue origini nell' "uomo universale" e anche "terribile" del Rinascimento, ma il mondo del Cristianesimo, in cui l'uomo ha ritrovato attraverso l'Uomo-Dio, Cristo, la sua posizione di fronte a sé e al prossimo».Elena Donazzan ha colto nel segno. E non va lasciata sola: una nuova scuola produce un'Italia nuova.
www.antoniosocci.it

(All'attenzione di Marco)

sabato 6 settembre 2008

Gemellaggio Monte Compatri - Salona

Il Comune il Monte Compatri (ROMA) e il Comune di Salona (Spalato) hanno deliberato quest’anno, nei rispettivi Consigli Comunali, l’inizio di una collaborazione reciproca della durata di almeno due anni nei settori economico, archeologico, culturale , turistico per giungere in prospettiva ad un gemellaggio.
L’iniziativa è stata sollecitata dal consigliere Patrizio Ciuffa , da esuli dalmati e dalla Comunità Italiana di Spalato ricevendo una calda accoglienza fin dai primi contatti dalle autorità locali di Salona.
L’ accoglienza è stata tanto calorosa che il Sindaco di Salona ha invitato una delegazione di Monte Compatri ai festeggiamenti della Madonna Minore .

Domenica 7 settembre, la delegazione composta dal vicesindaco D’Acuti , dal consigliere Ciuffa e da alcuni funzionari tecnici insieme con tre rappresentanti della Pro Loco di Monte Compatri partirà da Pescara per Spalato e si tratterrà in zona alcuni giorni , partecipando ai festeggiamenti della Madonna Minore e visitando gli scavi di Salona.
Pro loco di Monte Compatri

Monte Compatri, 5 settembre 2008

giovedì 4 settembre 2008

FORTUNA E SFORTUNA DI DANTE

Il destino di Dante Alighieri e della sua Divina Commedia esemplificano l’atteggiamento di moltissimi Italiani nei confronti della propria storia e cultura. Gli allievi lo studiano soltanto per costrizione, poco e male, mentre gli insegnanti di solito lo conoscono in maniera a dir poco imperfetta. Al di fuori della scuola, il disinteresse nei suoi confronti regna sovrano, e chi dimostra attenzione verso colui che è definito il Poeta per antonomasia è recepito quale una sorta di noioso maniaco.
Questo è un caso, fra i tanti, del provincialismo alla rovescia che affligge l’Italia, poiché l’opera e persino la figura del “ghibellin fuggiasco” hanno da molto tempo valicato gli angusti confini nazionali per assurgere ad un autentico universalismo letterario, tanto che il “padre Dante” ha esercitato un’ispirazione profonda su intellettuali, dotti e letterati dei paesi e culture più differenti, non soltanto d’Europa, ma anche Russia, USA, America Latina, e persino, quel che può maggiormente stupire, dell’Africa nera, dell’Islam, dell’India e della Cina.
Un elenco esaustivo di coloro che hanno tratto ispirazione dal Poeta è pressoché impossibile, per cui basti ricordare i casi più celebri e significativi: Milton (il più grande poeta inglese dopo Shakespeare), Nicolaj Gogol (considerato il fondatore della letteratura russa), Edgard Allan Poe (il maestro del genere dell’orrore), Honoré de Balzac (il più grande romanziere francese), Ezra Pound (il massimo poeta americano), Tagore (il maggiore poeta indiano del Novecento), Mohammed Iqbal (pensatore, uomo politico e letterato mussulmano, padre fondatore del Pakistan), Jorge Luìs Borges (prosatore e poeta raffinatissimo, eruditissimo ed estremamente originale; se è concesso un giudizio personale, lo ritengo il più grande autore di lingua spagnola, superiore a Cervantes stesso; modesto parere personale, beninteso. Borges, poliglotta e cosmopolita di sterminata cultura, capace di spaziare dalla letteratura greca e latina a quella islamica, dai filosofi cristiani al pensiero giudaico, dalla letteratura norrena a quella cinese, riteneva la Commedia la più grande opera mai scritta)
La fortuna quasi incredibile del massimo poeta nazionale italiano, che molti giudicano quale la più alta figura di poeta mai esistita, è del tutto sconosciuta alla quasi totalità dei suoi connazionali.
Questa grande fortuna è tanto più notevole se si tiene conto di due fatti importanti. Anzitutto, l’italiano non è una lingua né coloniale (neppure nelle poche ex colonie d’Italia) né commerciale, ben diversamente dall’inglese, dal francese, lo spagnolo, e neppure gli Italiani sono particolarmente numerosi, come è il caso di Cinesi ed Arabi.
Inoltre, la Divina Commedia è un poema di complessità e difficoltà di lettura assolutamente eccezionali, anzi quasi senza possibile paragone. L’esistenza di cattedre universitarie di filologia dantesca, accanto ad altre di filologia romanza, germanica, slava ecc., e la costituzione d’una vera e propria branca della critica letteraria dedicata interamente allo studio di questo poeta ed alla sua esegesi danno solo una vaga impressione della profondità della poetica di Dante, su cui i testi di critica sono tanti e tali da non rendere sufficiente un’intera vita per leggerli anche una sola volta. Il capolavoro del Poeta ha racchiuso il sapere dell’intero Medioevo in poco più di 10.000 versi, cosicché su di esso si possono condurre analisi nelle prospettive più differenti, dalla mistica alla teologia, dalla filosofia alla liturgia, dal pensiero politico all’etico, dalle credenze astrologiche alle riflessioni poetiche, ed innumerevoli altri argomenti e tematiche. La fruizione d’una simile opera può risultare problematica od addirittura impossibile anche per un Italiano di buona cultura, non che per uno straniero appartenente ad un’altra civiltà. In teoria, Shakespeare dovrebbe essere il poeta più apprezzato al mondo, essendo l’inglese la lingua di gran lunga più diffusa e conosciuta, e risultando le opere teatrali del Bardo pensate e scritte per essere capite e gustate da tutti. Ciononostante, nessun poeta ha lasciato un’eredità agli altri letterati più di questo arcigno speziale fiorentino, col suo enigmatico poema, scritto in una lingua talora quasi inesplicabile persino per i suoi connazionali.
Ciò che veramente addolora è vedere come il Poeta, così grande ed apprezzato da uomini di cultura di tutto il mondo, sia trascurato e negletto nella sua Patria stessa.

Berlusconi: presente !

...e, lasciatemelo dire, non è poco in una città, Napoli, afflitta da un male cronico che non sembrava superabile:
la lontananza, l'assenza, la latitanza dello Stato
...e di conseguenza
la vicinanza, la pressione psicologica, la presenza forte della delinquenza organizzata

Berlusconi, con la sua presenza dà forza e coraggio alla popolazione napoletana attiva ed onesta,
Grazie !

RICEVO DA LUCHY

Perché una scienziata, deve avere paura di dire ciò che sa, oltre a ciò che pensa ?


giovedì 04 settembre 2008, 07:00

«Ho violato un tabù Ma in Vaticano molti pensano come me»
di Eleonora Barbieri





La voce è flebile. Ma non perché sia abbacchiata: «Ho la bronchite» spiega Lucetta Scaraffia. Storica, membro del Comitato nazionale di bioetica, la donna che ha riaperto il dibattito sui trapianti con il suo commento sull’Osservatore romano non si scompone di fronte alle critiche. «Ho solo segnalato un tema discusso da medici e scienziati».


Non si aspettava le polemiche?
«No, ho solo recensito due libri. Ho detto una cosa che esiste, solo che in Italia è poco nota: c’è un dibattito, animato da medici e scienziati, sulla definizione di morte cerebrale del rapporto di Harvard. Dopo quarant’anni mi sembra un ragionamento spontaneo: ci sono stati grandi progressi nello studio del cervello».


Allora perché tanto rumore?
«Evidentemente è un tabù terribile. L’ho scoperto ora».
A quali ricerche scientifiche si riferisce?
«C’è un dibattito aperto, libri che ne parlano. Ci sono stati due casi di donne, per le quali era stato dato il permesso di espiantare gli organi e, poi, si è scoperto che aspettavano un figlio; una ha avuto un aborto spontaneo, l’altra ha partorito. Se una rimane incinta vuol dire che non è proprio così cadavere».


Il suo è un commento da storica, da bioeticista? Da cattolica?
«Il fatto che sia cattolica permea tutta la mia vita. Io sono una storica interessata alla bioetica. E credo che la bioetica abbia bisogno della storia: perché i progressi degli ultimi anni non vengono presi in considerazione?».


Quando introduce il concetto di persona, non confonde ambiti diversi?
«Ci sono questioni che spettano agli scienziati, ma sulle quali anche i profani possono riflettere: se i medici non avessero scoperto la gravidanza, a quelle donne avrebbero espiantato gli organi. Quando parlo di persona, mi rivolgo al mondo cattolico: è un concetto che tiene legato tutto, l’intero. Ed è il motivo per cui la chiesa non considera morente Eluana: perché è persona anche il suo corpo, che è vivo».
Il Vaticano ha preso le distanze dal suo articolo.
«Il Vaticano ha detto una cosa giustissima: la dottrina morale della chiesa non cambia. Però ci sono persone d’accordo con me, anche in Vaticano e fra i medici cattolici».


La sua posizione è piuttosto forte. Da dove nasce?
«Da storica mi sono occupata a lungo di donne e religione. Il passo dai temi del femminismo e dell’aborto alla bioetica è stato breve».
Non si sente più realista del re?
«La definizione di morte cerebrale non è un dogma. I cattolici pensano, hanno idee».


Un commento di una donna sull’Osservatore romano è già una rarità. Poi scatena anche un putiferio. Che ne dice?
«Per fortuna le donne laiche iniziano ad avere voce nella chiesa: è un segnale importante».
Di solito è d’accordo col Vaticano?
«Di solito sì. Ho solo proposto questo articolo al direttore; lui l’ha trovato interessante e l’ha pubblicato».
Ammetterà che si trova in minoranza.
«Non so se sono così in minoranza... Lo sono rispetto alle voci che parlano, ma molti hanno paura di mettere in discussione le regole sui trapianti. Anche perché è un problema delicato, è coinvolta gente che soffre. Ma non sono sola».


Allora è contenta delle polemiche?
«Avrei preferito una discussione più pacata. Certe reazioni forti sono state scatenate semplicemente dall’aver toccato l’argomento. I sostenitori del rapporto di Harvard possono esporre le loro ragioni, ma di queste cose si deve parlare».



Anche se pochi sono dalla sua parte?
«Le minoranze possono cambiare il modo di pensare. La scienza non è democratica».

mercoledì 3 settembre 2008

L'Italia torna protagonista, nel Mondo.

Da Il Giornale di oggi.

mercoledì 03 settembre 2008, 07:00

L’ITALIA TORNA PROTAGONISTA

Di Livio Caputo

Non esistono in materia statistiche ufficiali, ma chiunque segua regolarmente la stampa estera può certificarlo: erano anni che sui quotidiani e sulle riviste che contano non si parlava tanto di Italia e - udite udite - non più per i famigerati conflitti d’interesse di Berlusconi, ma per la parte sempre più rilevante che il nostro Paese si sta ritagliando sulla scena internazionale e per l’audacia delle riforme che il centrodestra ha lanciato nei suoi primi mesi di vita. Insomma, nonostante le sue difficoltà economiche (e il caso Alitalia, che sta sollevando molte polemiche) l'Italia è tornata protagonista in positivo, grazie alla stabilità del governo, alla rete di relazioni che il presidente del Consiglio ha tessuto nel corso degli anni e all’equilibrio di un ministro degli Esteri che già come vice-presidente della Commissione europea si era costruito una solida fama di diplomatico. Gli strumentali e spesso fantasiosi attacchi che ci sono stati lanciati da sinistra per il trattamento dei rom sono passati come l'acqua sul marmo, e - almeno per il momento - abbiamo cessato di essere la cenerentola del G8.


È soprattutto sul fronte della politica estera che facciamo notizia. Da quando è scoppiata la crisi della Georgia, Silvio Berlusconi si è calato con successo nella parte del mediatore tra due suoi amici - George Bush e Vladimir Putin - che si sono ritrovati improvvisamente ai ferri corti. L’incubo del presidente del Consiglio era che un inopinato ritorno alla guerra fredda compromettesse il lavoro di ricucitura con la Russia culminato a suo tempo nello storico vertice di Pratica di Mare e che di conseguenza l’Italia fosse costretta - con evidente detrimento dei suoi interessi economici - a fare di nuovo una scelta di campo tra Washington e Mosca. Non conosceremo mai il contenuto delle lunghe telefonate intercorse in agosto tra Villa Certosa, la Casa Bianca e il Cremlino, e neppure di quelle con Sarkozy, Brown, la Merkel, ma ne vediamo i risultati.

Nello scontro con la Russia, Bush - l'unico che avrebbe potuto farlo - ha rinunciato ad azioni di forza e ha finito con il mandare avanti l’Europa; e questa Europa sempre divisa e litigiosa ha finito, sia pure con qualche inasprimento, con l’adottare la linea del dialogo patrocinata fin dall’inizio dall'Italia. Qualcuno dirà che, nella circostanza, siamo piaciuti più a Medvedev e Putin che a Bush, ma nel corso degli incontri che Berlusconi avrà prossimamente prima con Cheney, poi con lo stesso presidente, ci saranno ampie possibilità di riequilibrare la partita. A Washington, del resto, il governo di centrodestra gode di tanto credito per il riavvicinamento a Israele, la linea più ferma adottata nei confronti dei movimenti terroristici islamici e il maggiore impegno in Afghanistan che possiamo permetterci qualche uscita «in proprio».


Un’altra iniziativa italiana ripresa dai media è stato l’accordo con la Libia, che ha riscosso quasi più consensi all’estero che in patria. La cosa deve sorprendere fino a un certo punto, perché agli stranieri il fatto che l’Italia abbia chiesto scusa per i danni inferti con il colonialismo senza pretendere quelli di Tripoli per la cacciata degli italiani e il missile su Lampedusa non importa come a noi. Importa, invece, che si sia agganciato all’Europa l’unico Paese rivierasco che ha rifiutato di partecipare all’Unione Mediterranea, che si consolidi il pieno reinserimento della Libia nella comunità internazionale e soprattutto che si sia chiuso uno dei canali della immigrazione clandestina.

Vedremo se - con questi risultati - a sinistra si continuerà a parlare con scherno di «politica estera delle pacche sulle spalle». Dopo i disastri combinati dalla coppia Prodi-D’Alema, era un modo di difendersi, ma è difficile negare la realtà. Diamo atto al ministro-ombra del Pd, Piero Fassino, di avere già cambiato tono, e speriamo che il successo produca anche un passo avanti verso quella sempre invocata, ma mai realizzata, politica estera.

p.s. Mi sembra troppo ottimista, Caputo, su Fassino.

lunedì 1 settembre 2008

SCORTA PAOLO GUZZANTI - LA NOTIZIA (click)

Guzzanti: "Mi hanno tolto la scorta in modo ingiustificato"

31 ago 13:07 Politica

ROMA - Tolta la scorta al deputato del Pdl Paolo Guzzanti, ex presidente della commissione d'inchiesta Mitrokhin. "Con un messaggio irricevibile perche' inviato alla Camera nei giorni di agosto - racconta Guzzanti - il prefetto di Roma mi comunica che lo Stato ha deciso di non proteggermi piu' dopo quattro anni di scorta armata di terzo e di secondo livello. Questo provvedimento non puo' in alcun modo essere giustificato con i tagli alle auto blu dei 'vip' della politica, trattandosi invece della doverosa protezione che lo Stato e' tenuto ad erogare nei confronti delle persone a rischio". (Agr)

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Qualcosa stride su questo fatto.

lunedì 01 settembre 2008, 07:00

Io, senza scorta nel mirino

Di Paolo Guzzanti

Prima che decidessero di togliermela, ero sotto scorta da quattro anni e mezzo. Il che vuol dire che in questo periodo di tempo non sono mai potuto uscire da solo con mia moglie, accompagnare i bambini a scuola da solo come tutti i papà, uscire senza averlo programmato per comprare un giornale o andare a trovare un amico o per fare qualsiasi cosa che non possa essere programmata con anticipo.


Vivere sotto scorta è un primo livello di arresti domiciliari: si rinuncia alla privacy e in compenso la tua famiglia diventa anche quella della tua scorta, di cui conosce tutti i caratteri umani i casi personali, e insomma si vive insieme con dei deliziosi sconosciuti che hanno sempre un’arma a portata di mano e con cui si diventa più che amici.


Vivere sotto scorta non è come avere l’auto blu. Non è un privilegio ma la certificazione che gli uffici che si occupano della sicurezza dopo l’assassinio di Marco Biagi hanno considerato la tua vita in pericolo. Ma la mia vita è in pericolo? Io questo non lo so ma se devo giudicare il fatto che dopo due anni di scorta la mia protezione fu aumentata al livello di quella del mio amico Ben Hur, ambasciatore di Israele presso la Santa Sede, devo dedurre che qualcosa di concreto ci doveva essere. D’altra parte chi conosce la storia di Alexander Litvinenko conosce anche il gruppo di e-mail che, nel giorno del suo omicidio, gli vennero fatte leggere al sushi bar di Piccadilly Circus in cui erano descritte dal signor Eugeni Limarev le circostanze dettagliate e le modalità che prevedevano fra l’altro il suo e il mio omicidio.


Oggi è di moda far finta che la Commissione Mitrokhin non sia esistita o che consistesse in qualcosa di losco, mentre invece posso e voglio affermare con orgoglio che il lavoro di quella Commissione è stato uno degli episodi più drammatici e più autentici della storia d’Italia degli ultimi venti anni. Io ho l’impressione che il motivo per cui quasi da un giorno all’altro mi è stata tolta la protezione armata, che mi aveva accompagnato per quasi duemila giorni, sia il motivo di sciatteria burocratica e di disordine politico e amministrativo. Non voglio prendere in considerazione che coloro i quali si sono assunti una tale enorme responsabilità abbiano voluto dare anche un segnale ai moltissimi cui farebbe molto comodo - e all’ancor più numeroso gruppo di coloro ai quali farebbe semplicemente molto piacere - che io fossi fatto fuori.

Trovo poi un ignobile atto di scorrettezza istituzionale e di villaneria contro il Parlamento della Repubblica, che il prefetto di Roma abbia ritenuto di informarmi della cessazione della mia protezione armata nel corso del mese di agosto e senza contattarmi personalmente, come penso avrebbe pure dovuto fare il ministro degli Interni, che delle azioni del prefetto è responsabile, al quale chiederò immediatamente conto con una interrogazione urgente dei dettagliati e ben meditati motivi, completi della certificazione delle indagini svolte, che hanno condotto alla decisione di fare di me un bersaglio inerme.


Sto considerando seriamente, avendo tre bambini di 7, 5 e 2 anni di lasciare questo assurdo Paese che si chiama Italia per il quale è praticamente inutile compiere alcun sacrificio e correre rischi. Lo stato delle cose è questo: fra breve pubblicherò un ampio studio e relazione personale degli eventi degli ultimi dieci anni alla luce di ciò che il Kgb e i suoi agenti italiani hanno fatto e seguitano a fare al mio e ad altri Paesi. Sono convinto che il mio libro non sarà letto da molti ma sarà utile a coloro che hanno ancora a cuore le sorti di questa patria equivoca e sovente sciagurata. Non faccio la vittima e spero che mai nessuno debba piangere per la decisione che è stata presa. Ma con la stessa chiarezza devo dire che ognuno deve prendersi le sue responsabilità e che il governo in carica, a cominciare dal suo ministro degli Interni, ma non solo, ha il dovere di valutare le conseguenze dei propri atti e giustificare in maniera completa e convincente il significato di azioni che allo stato attuale hanno un’immagine torbida e minacciosa. Questo Paese non ha bisogno di vittime, non ha bisogno di eroi, non ha bisogno di dietrologie, ha soltanto bisogno di quella dose minima di verità che agli italiani è in genere negata affinché la libertà di tutti sia protetta e garantita.

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Ho perso già troppi amici per fatti del genere, vorrei non dover più scrivere in futuro, questa cosa appena scritta.



Questo è un problema concreto per Berlusconi e Maroni, non è la solita "cazzatina" per la poltroncina virtuale che si da ai politicanti da strapazzo, incapaci di lasciare un segno minimo nella politica : questa è come minimo una puttanata di qualche burocrate che ha pensato di dare un segnale di discontinuità e di frattura dentro FI, prima di tutto, poi alle ragioni politiche della decisione di istituire la Commissione Mitrokhjin da lui presieduta.



La risultanza ovvia non è, pur se importante e preoccupante, la tutela dell'incolumità di Guzzanti, ma una "legnata nei denti a Silvio Berlusconi" sul piano politico perchè lascia intendere ai politicanti ed ai giornalisti da strapazzo, che vi sia una conseguenza subito dopo la presa di posizione alla Camera da parte di Guzzanti sulla politica del Governo sulla Georgia, questo è innegabile.



Guzzanti lo conoscevano da prima, lo sapevano che non deflette dalla sue convinzioni e dalle sue conoscenze reali dei fatti e non è tipo da mettersi dietro l'ombra di qualche altro, nemmeno di mandare nel dimenticatoio fatti importanti come quelli che ha conosciuto attraverso la Commissione.



Se qualcuno pensa di averlo intimorito o pensava che si sarebbe "acconciato" come troppo spesso abbiamo visto fare da altri che per decenni hanno "spopolato" sino ad arrivare alla massima carica dello Stato, ha preso una bufala sesquipedale : per questo NON si può prendere sottogamba questa decisione del Prefetto di Roma e le richieste che Guzzanti ha formalizzato.



E non sarà da solo a chiedere, non sarò lasciato solo.