
Malalai Kakar è stata assassinata in un agguato a Kandahar
Non lasciatemi sola ad esaltarla



domenica 21 settembre 2008, 09:36
Di Fausto Biloslavo
Herat (Afghanistan) - Una pista solitaria, che si snoda come un serpente in mezzo alle montagne di sabbia della desolata provincia afghana di Badghis. Il paesaggio è spettacolare, ma in un attimo può trasformarsi nell’inferno per le colonne italiane che sono costrette ad infilarsi sulla strada maledetta. Come è successo per ben due volte nelle ultime 48 ore.
Venerdì la compagnia Demoni stava rientrando da Bala Murghab, l’avamposto nell’Afghanistan occidentale che in agosto i soldati italiani della brigata Friuli, avevano strappato ai talebani con le unghie e con i denti. Una trappola esplosiva li attendeva al varco lungo la pista maledetta. Uno dei blindati Lince del convoglio ha resistito al botto dell’ordigno piazzato dai talebani. I soldati italiani chiamano questi scatoloni di acciaio e tecnologia «salvavita». E non a caso il primo caporal maggiore Attilio Porcaro, 24 anni, è rimasto solamente contuso, poche escoriazioni e un colpo di frusta. Lo hanno portato via in elicottero. Il mezzo, però, era danneggiato e la colonna ha bivaccato a Mangan, una piccola base in costruzione.
I talebani devono avere calcolato tutto e quando i bersaglieri si sono rimessi in marcia, ieri mattina, li hanno attaccati di nuovo. Prima con un ordigno esplosivo sulla stessa pista maledetta. La bomba, per fortuna, era sul ciglio della strada e la colonna ha proseguito senza subire particolari danni. Subito dopo, però, i tagliagole islamici hanno fatto scattare un’imboscata. «Sono stati esplosi colpi di armi da fuoco e lanciati dei razzi contro i blindati che hanno risposto con le mitragliatrici Browning. In appoggio sono intervenuti anche gli elicotteri Mangusta» spiega da Herat il colonnello Carmelo Abisso. Fortunatamente nessun danno.
Il portavoce del contingente italiano nell’Afghanistan occidentale precisa: «Non è ancora un tiro al piccione, ma i due attacchi sono segnali che ci mettono in guardia». Dal quattro agosto i soldati italiani si sono spinti fino a Bala Murghab, una ridente vallata nel desolato paesaggio delle montagne di sabbia. Rifugio sicuro per i talebani della zona dove non avevano mai visto un soldato della Nato. Bala Murghab è a una quindicina di chilometri dal poroso confine con l’ex repubblica sovietica del Turkmenistan. I talebani usano la vallata come via di traffico per l’oppio diretto verso l’Europa in cambio di armi.
La compagnia Aquile del 66˚ reggimento Trieste ha vissuto a Bala Murghab il battesimo del fuoco tenendo i ruderi di un vecchio cotonificio trasformato in fortino. «Ci tiravano razzi Rpg da tutte le parti. Anche la base era sotto attacco. Non dimenticherò mai le fiammate delle esplosioni all’interno dell’avamposto, dove la mia compagnia rispondeva al fuoco. Mi sono attaccato alla mitragliatrice Browning e ho cominciato a sparare» racconta il primo caporalmaggiore Pasquale Campopiano, 27 anni, di Caserta. Il 5,6 e 7 agosto i talebani hanno cercato di travolgere il fortino, ma gli italiani non hanno mollato e gli attacchi sono proseguiti a fasi alterne.
I bersaglieri colpiti nei giorni scorsi avevano appena ricevuto il cambio al «fortino» dagli alleati spagnoli. Chi scrive aveva percorso prima di loro la pista maledetta con un altro convoglio italiano. I Predator, velivoli pilotati a distanza, precedono la colonna segnalando qualsiasi movimento sospetto. Una macchina con un solo uomo al volante potrebbe essere minata. I kamikaze, però, si sono fatti furbi e a bordo piazzano dei manichini per evitare di dare nell’occhio. Dentro un blindato Lince bisogna allacciarsi le cinture, come piloti di formula uno, proprio per evitare di venir sbalzati per aria da un’esplosione. Chi sta in ralla, la botola sopra il tetto, ha il dito sul grilletto della mitragliatrice Browning. E nelle dieci ore di viaggio fino alla base sicura di Qal i Nau si trasforma in una sfinge di sabbia.
L’incubo peggiore sono le trappole esplosive facili da piazzare su una pista di sabbia. Un americano che viaggiava sulla stessa pista, ma su un gippone basso Humvee, si è ritrovato le due gambe staccate di netto dall’esplosione ed è morto dissanguato. Fra le montagne di sabbia le poche abitazioni sembrano villaggi fantasma e lungo la strada si incrociano solo pastori o nomadi con le mandrie di cammelli. Anche loro un potenziale pericolo: non sai mai se si prestano a fare da vedetta ai talebani.



Non potevo metterlo a seguire l’altro, doveroso uno spazio suo per continuare una “giusta campagna d’informazione” che porti un nuovo senso civile tra gli Italiani.
lunedì 08 settembre 2008, 07:00
Di Stefano Zurlo
da Milano
Scrivono romanzi. Scrivono saggi. Scrivono memorie. I più ricercati fanno passerella al Salone del libro di Torino e girano come trottole fra un convegno e una tavola rotonda. Gli ex terroristi, Brigate rosse o Prima linea fa poca differenza, si sono arrampicati come scoiattoli sugli scaffali blasonati delle più prestigiose case editrici italiane: Rizzoli, Bompiani, Einaudi. E continuano a sfornare titoli, segno che il genere ha un discreto successo e buoni numeri sul mercato. Così Il Foglio di Giuliano Ferrara lancia la provocazione: sequestrare le royalties finite nelle tasche degli ex. E magari con quei denari alimentare il fiume, fin qui un rigagnolo insignificante, dei risarcimenti.
È difficilissimo azzardare le cifre del business, ma certo molti ex, terminata la stagione del carcere, sono transitati direttamente nelle case editrici per rimbalzare poi da un premio a una serata letteraria. Basta sfogliare i giornali per trovare i fantasmi del nostro passato, riconvertiti a nuove e più fruttuose attività. Adriana Faranda, la postina del gruppo brigatista che sequestrò e uccise Aldo Moro, è entrata nei meccanismi dell’industria culturale italiana con un percorso che molti giovani talenti si sognano: nel 2006 pubblica da Rizzoli Il volo della farfalla, un racconto liberamente ispirato ai 16 anni trascorsi a Rebibbia e l’opera non passa inosservata: viene intervistata al telegiornale di La7, poi va come una star al Salone del libro di Torino; infine vince in Abruzzo il premio internazionale Cesare De Lollis che prevede una busta di 9mila euro. I parenti di alcune vittime insorgono contro il «divismo televisivo» degli ex, lei replica pronta con linguaggio da intellettuale inacidita: «Certe volte ho la tentazione di lasciare l’Italia».
La Faranda va a Chieti e negli stessi giorni Renato Curcio, fondatore e leader storico delle Br, raggiunge Teramo su invito del Consiglio provinciale per illustrare, lui che ne capisce, i guasti della legge Biagi. Curcio è autore prolifico e conferenziere infaticabile. Complicato fargli i conti in tasca, fra un rimborso spese e l’altro, ma anche lui è in perenne movimento. Quest’estate viene segnalata la sua presenza a Spoleto, alla festa dei Comunisti italiani, per presentare il suo ultimo volume, I dannati del lavoro, un rapporto sul mondo dei migranti; a Chivasso, dove pure l’hanno invitato con tutti i timbri dell’ufficialità, il clima è meno salottiero anche perché qualcuno gli grida in faccia «Assassino», ma sono gli incidenti del mestiere. Ad Ascoli Piceno, una quarantina di ragazzi si spella le mani per incensarlo e lui, star consumata, li frena: «Non facciamo spettacolo, sono qui come un lavoratore, non nella veste di altre epoche». Ci mancherebbe.
Gli ex, quelli che fanno notizia non i peones che si arrabattano, sono così: padroneggiano le platee, firmano contratti importanti, replicano a bruciapelo ai familiari delle vittime uscite solo di recente dalla lunga eclissi degli anni di piombo. Guai a criticarli. Il passato, chiusi i conti sul pallottoliere corto della giustizia, è fonte di ispirazione e qualche volta di guadagno.
Prospero Gallinari, altro nome pesante dell’universo brigatista, compone un poderoso tomo di oltre 300 pagine: Un contadino nella metropoli e trova un editore di tutto rispetto, Bompiani, per lanciarlo. Gallinari non si è mai pentito, ma anche lui si è convertito alla scrittura. Dev’essere un virus contagioso: Alberto Franceschini, altro leader dal curriculum lungo, sforna tre titoli, l’ultimo, Che cosa sono le Br, a quattro mani con un giornalista esperto come Giovanni Fasanella, poi esagera e rompe la misura concedendo un’intervista televisiva addirittura in via Fani, nei luoghi in cui la scorta di Moro fu annientata e lo statista rapito. I parenti dei poliziotti e dei carabinieri uccisi protestano, il capo dello Stato interviene chiedendo un minimo di rispetto per il dolore. Maurice Bignami, che di Prima linea fu uno dei capi, scruta il futuro sul filo del paradosso: «Temo che un giorno sull’Isola dei famosi sbarcherà un ex terrorista. Fianco a fianco con la soubrette, il calciatore, l’attore».
Scrive libri su libri Valerio Morucci, versatile autore del suggestivo La peggio gioventù, firma due titoli Sergio Segio, il comandante Sirio di Prima linea e proprio Segio si sfila dalle polemiche sollevate dall’editoriale del Foglio: «Sono nauseato, ormai prendersela con noi è come sparare sulla Croce rossa. La verità è che viviamo quasi tutti in condizioni economiche precarie». Ma Mariella Magi, vedova dell’agente Fausto Dionisi, ucciso da un commando di Prima linea nell’assalto al carcere fiorentino delle Murate, non butta via l’idea: «Lo Stato potrebbe prelevare i soldi guadagnati dagli ex sulla giostra dei media. Sia chiaro, io non accetterei da quelle mani nemmeno un euro, ma quel denaro potrebbe aiutare chi in silenzio porta da tanti anni sulle spalle uno zaino colmo di dolori e di sofferenze».
Questa è una “campagna” che il Blog DOVREBBE fare.
Buona giornata.
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Questo è il titolo che ho utilizzato sul Blog di Paolo Guzzanti nel postare l'articolo, perchè si perde troppo tempo a discutere di niente, a volte, a mantenere attivi tutti coloro che con la politica ed i fatti realizzati dal nostro Governo, niente hanno a che fare.
Per ora il risultato è che nemmeno "il padrone di casa" si è degnato di apporre sotto l'articolo, come spesso fa proprio con quelli richiamati nel paragrafo precedente, alcuna parola di supporto ma invece molto del suo tempo lo usa contro la Ministro Carfagna, tenendo aperta una polemica stucchevole e che serve solo ad aumentare i contatti ( e le entrate tra gli iscritti ) degli estremisti di sinistra.
Prima o poi, qualche considerazione "pesante" la scriverò su questo suo atteggiamento.
Credo invece che sarebbe opportuno fare qualcosa di concreto su questo tema, troppo spesso in discussione per qualche misero giorno quando accadono fatti delittuosi e poi fuori dall'attenzione dei più : con il risultato di lasciare soli i familiari di coloro che ne sono colpiti.
Buona giornata e, mi auguro, tanta attenzione al tema e soprattutto, partecipazione CIVILE e DEMOCRATICA.
lunedì 08 settembre 2008, 07:00
Di Paolo Granzotto
Il 17 giugno del 1974 giunse alle redazioni dei giornali un foglio ciclostilato sormontato da una stella a cinque punte. Era il primo comunicato delle allora e per lungo tempo «sedicenti» Brigate Rosse. Questo il testo: «Lunedì 17 giugno 1974, un nucleo armato delle Brigate Rosse ha occupato la sede provinciale del Msi in via Zabarella. I due fascisti presenti, avendo violentemente reagito, sono stati giustiziati».
Era andata così: il sessantenne Giuseppe Mazzola e il ventinovenne Graziano Gilarducci si trovavano quel giorno nella sede milanese del Movimento sociale quando irruppero, pistole puntate, due brigatisti, Fabrizio Pelli e Roberto Ognibene. Sulle scale, a fare da palo, erano appostati Susanna Ronconi e Martino Serafini. Ad attenderli in strada, al volante di un’auto, Giorgio Semeria, autista del commando. Il primo a reagire fu Giuseppe Mazzola, che, nel tentativo di strappargliela di mano, afferrò per la canna il revolver di uno dei due brigatisti al quale, immediatamente dopo, Graziano Gilarducci saltava al collo. Nella colluttazione Mazzola cadde a terra e a questo punto il secondo brigatista esplose due colpi. Il primo colpì alla spalla Gilarducci. Il secondo la gamba e l’addome di Mazzola. Dopo averli resi inoffensivi, il brigatista sparò altri due colpi. Mirando alla testa e uccidendoli - «giustiziandoli» - sul colpo.
Negli anni successivi e fino al 1980, la magistratura sembrò più interessata a seguire la pista «nera» piuttosto che quella, sedicente, «rossa». Ma poi qualche pentito cominciò a parlare, le indagini presero un’altra direzione e il commando di via Zabarella finì sotto processo. E finalmente, nell’anno del Signore 1992, Semeria, Ognibene, Pelli, Serafini, Susanna Ronconi, Renato Curcio, Alberto Franceschini e Mario Moretti - la nomenclatura brigatista - furono condannati (gli ultimi tre per «concorso morale in omicidio») in Cassazione. Con sentenza, dunque, definitiva.
Otto anni più tardi, Piero Mazzola, figlio di uno dei due «giustiziati», intentò causa civile «per una questione di principio - precisò - perché se mai arriveranno i soldi, saranno interamente devoluti in beneficenza». Il processo si è concluso in questi giorni con la condanna dei brigatisti al risarcimento dei danni: 350mila euro, oltre agli interessi di 34 anni, ai familiari delle due vittime. Ma i brigatisti pare non abbiano una lira e quel po' lo difendono con le unghie e con i denti (per sfuggire all’ufficiale giudiziario Serafini s’è addirittura barricato in casa. Ma con uno stratagemma l’ufficiale è poi riuscito a entrare pignorandogli il televisore al plasma e un paio di mobili di qualche valore).
Non resta quindi che il pignoramento del quinto dello stipendio, che è poca, pochissima cosa (Curcio è socio di una coop; Susanna Ronconi, lei Caina, lavora per il gruppo Abele; Roberto Ognibene è geometra al Comune di Bologna e gli altri non hanno reddito fisso). I giustizieri la passeranno dunque liscia, ma non così liscia come sperano se fosse accolta una proposta avanzata da Giuliano Ferrara e che facciamo con sincera convinzione ed anzi, con energia, nostra: confiscare i proventi delle esibizioni mediatiche di quel gruppo di assassini. E ci aggiungerei anche i proventi delle loro produzioni editoriali, marchette comprese.
Ciò servirebbe un duplice scopo: rimpinguare la scarsella del risarcimento (che, è bene ripeterlo, andrà tutto in beneficenza) e costringere i brigatisti a smetterla con le loro narcisistiche esibizioni, con le loro deplorevoli «lezioni», con i loro sgangherati e offensivi addottrinamenti e storicizzazioni e, in sostanza, autoassoluzioni. Un provvedimento del genere li indurrebbe a quella discrezione assai somigliante al pudore che fino ad oggi non hanno mai mostrato come mai hanno mai mostrato segno di pentimento. Ed è ora che paghino anche questo.
Da Il Giornale di oggi.
mercoledì 03 settembre 2008, 07:00
Di Livio Caputo
Non esistono in materia statistiche ufficiali, ma chiunque segua regolarmente la stampa estera può certificarlo: erano anni che sui quotidiani e sulle riviste che contano non si parlava tanto di Italia e - udite udite - non più per i famigerati conflitti d’interesse di Berlusconi, ma per la parte sempre più rilevante che il nostro Paese si sta ritagliando sulla scena internazionale e per l’audacia delle riforme che il centrodestra ha lanciato nei suoi primi mesi di vita. Insomma, nonostante le sue difficoltà economiche (e il caso Alitalia, che sta sollevando molte polemiche) l'Italia è tornata protagonista in positivo, grazie alla stabilità del governo, alla rete di relazioni che il presidente del Consiglio ha tessuto nel corso degli anni e all’equilibrio di un ministro degli Esteri che già come vice-presidente della Commissione europea si era costruito una solida fama di diplomatico. Gli strumentali e spesso fantasiosi attacchi che ci sono stati lanciati da sinistra per il trattamento dei rom sono passati come l'acqua sul marmo, e - almeno per il momento - abbiamo cessato di essere la cenerentola del G8.
È soprattutto sul fronte della politica estera che facciamo notizia. Da quando è scoppiata la crisi della Georgia, Silvio Berlusconi si è calato con successo nella parte del mediatore tra due suoi amici - George Bush e Vladimir Putin - che si sono ritrovati improvvisamente ai ferri corti. L’incubo del presidente del Consiglio era che un inopinato ritorno alla guerra fredda compromettesse il lavoro di ricucitura con la Russia culminato a suo tempo nello storico vertice di Pratica di Mare e che di conseguenza l’Italia fosse costretta - con evidente detrimento dei suoi interessi economici - a fare di nuovo una scelta di campo tra Washington e Mosca. Non conosceremo mai il contenuto delle lunghe telefonate intercorse in agosto tra Villa Certosa, la Casa Bianca e il Cremlino, e neppure di quelle con Sarkozy, Brown, la Merkel, ma ne vediamo i risultati.
Nello scontro con la Russia, Bush - l'unico che avrebbe potuto farlo - ha rinunciato ad azioni di forza e ha finito con il mandare avanti l’Europa; e questa Europa sempre divisa e litigiosa ha finito, sia pure con qualche inasprimento, con l’adottare la linea del dialogo patrocinata fin dall’inizio dall'Italia. Qualcuno dirà che, nella circostanza, siamo piaciuti più a Medvedev e Putin che a Bush, ma nel corso degli incontri che Berlusconi avrà prossimamente prima con Cheney, poi con lo stesso presidente, ci saranno ampie possibilità di riequilibrare la partita. A Washington, del resto, il governo di centrodestra gode di tanto credito per il riavvicinamento a Israele, la linea più ferma adottata nei confronti dei movimenti terroristici islamici e il maggiore impegno in Afghanistan che possiamo permetterci qualche uscita «in proprio».
Un’altra iniziativa italiana ripresa dai media è stato l’accordo con la Libia, che ha riscosso quasi più consensi all’estero che in patria. La cosa deve sorprendere fino a un certo punto, perché agli stranieri il fatto che l’Italia abbia chiesto scusa per i danni inferti con il colonialismo senza pretendere quelli di Tripoli per la cacciata degli italiani e il missile su Lampedusa non importa come a noi. Importa, invece, che si sia agganciato all’Europa l’unico Paese rivierasco che ha rifiutato di partecipare all’Unione Mediterranea, che si consolidi il pieno reinserimento della Libia nella comunità internazionale e soprattutto che si sia chiuso uno dei canali della immigrazione clandestina.
Vedremo se - con questi risultati - a sinistra si continuerà a parlare con scherno di «politica estera delle pacche sulle spalle». Dopo i disastri combinati dalla coppia Prodi-D’Alema, era un modo di difendersi, ma è difficile negare la realtà. Diamo atto al ministro-ombra del Pd, Piero Fassino, di avere già cambiato tono, e speriamo che il successo produca anche un passo avanti verso quella sempre invocata, ma mai realizzata, politica estera.
p.s. Mi sembra troppo ottimista, Caputo, su Fassino.
lunedì 01 settembre 2008, 07:00
Di Paolo Guzzanti
Prima che decidessero di togliermela, ero sotto scorta da quattro anni e mezzo. Il che vuol dire che in questo periodo di tempo non sono mai potuto uscire da solo con mia moglie, accompagnare i bambini a scuola da solo come tutti i papà, uscire senza averlo programmato per comprare un giornale o andare a trovare un amico o per fare qualsiasi cosa che non possa essere programmata con anticipo.
Vivere sotto scorta è un primo livello di arresti domiciliari: si rinuncia alla privacy e in compenso la tua famiglia diventa anche quella della tua scorta, di cui conosce tutti i caratteri umani i casi personali, e insomma si vive insieme con dei deliziosi sconosciuti che hanno sempre un’arma a portata di mano e con cui si diventa più che amici.
Vivere sotto scorta non è come avere l’auto blu. Non è un privilegio ma la certificazione che gli uffici che si occupano della sicurezza dopo l’assassinio di Marco Biagi hanno considerato la tua vita in pericolo. Ma la mia vita è in pericolo? Io questo non lo so ma se devo giudicare il fatto che dopo due anni di scorta la mia protezione fu aumentata al livello di quella del mio amico Ben Hur, ambasciatore di Israele presso la Santa Sede, devo dedurre che qualcosa di concreto ci doveva essere. D’altra parte chi conosce la storia di Alexander Litvinenko conosce anche il gruppo di e-mail che, nel giorno del suo omicidio, gli vennero fatte leggere al sushi bar di Piccadilly Circus in cui erano descritte dal signor Eugeni Limarev le circostanze dettagliate e le modalità che prevedevano fra l’altro il suo e il mio omicidio.
Oggi è di moda far finta che la Commissione Mitrokhin non sia esistita o che consistesse in qualcosa di losco, mentre invece posso e voglio affermare con orgoglio che il lavoro di quella Commissione è stato uno degli episodi più drammatici e più autentici della storia d’Italia degli ultimi venti anni. Io ho l’impressione che il motivo per cui quasi da un giorno all’altro mi è stata tolta la protezione armata, che mi aveva accompagnato per quasi duemila giorni, sia il motivo di sciatteria burocratica e di disordine politico e amministrativo. Non voglio prendere in considerazione che coloro i quali si sono assunti una tale enorme responsabilità abbiano voluto dare anche un segnale ai moltissimi cui farebbe molto comodo - e all’ancor più numeroso gruppo di coloro ai quali farebbe semplicemente molto piacere - che io fossi fatto fuori.
Trovo poi un ignobile atto di scorrettezza istituzionale e di villaneria contro il Parlamento della Repubblica, che il prefetto di Roma abbia ritenuto di informarmi della cessazione della mia protezione armata nel corso del mese di agosto e senza contattarmi personalmente, come penso avrebbe pure dovuto fare il ministro degli Interni, che delle azioni del prefetto è responsabile, al quale chiederò immediatamente conto con una interrogazione urgente dei dettagliati e ben meditati motivi, completi della certificazione delle indagini svolte, che hanno condotto alla decisione di fare di me un bersaglio inerme.
Sto considerando seriamente, avendo tre bambini di 7, 5 e 2 anni di lasciare questo assurdo Paese che si chiama Italia per il quale è praticamente inutile compiere alcun sacrificio e correre rischi. Lo stato delle cose è questo: fra breve pubblicherò un ampio studio e relazione personale degli eventi degli ultimi dieci anni alla luce di ciò che il Kgb e i suoi agenti italiani hanno fatto e seguitano a fare al mio e ad altri Paesi. Sono convinto che il mio libro non sarà letto da molti ma sarà utile a coloro che hanno ancora a cuore le sorti di questa patria equivoca e sovente sciagurata. Non faccio la vittima e spero che mai nessuno debba piangere per la decisione che è stata presa. Ma con la stessa chiarezza devo dire che ognuno deve prendersi le sue responsabilità e che il governo in carica, a cominciare dal suo ministro degli Interni, ma non solo, ha il dovere di valutare le conseguenze dei propri atti e giustificare in maniera completa e convincente il significato di azioni che allo stato attuale hanno un’immagine torbida e minacciosa. Questo Paese non ha bisogno di vittime, non ha bisogno di eroi, non ha bisogno di dietrologie, ha soltanto bisogno di quella dose minima di verità che agli italiani è in genere negata affinché la libertà di tutti sia protetta e garantita.
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Ho perso già troppi amici per fatti del genere, vorrei non dover più scrivere in futuro, questa cosa appena scritta.
Questo è un problema concreto per Berlusconi e Maroni, non è la solita "cazzatina" per la poltroncina virtuale che si da ai politicanti da strapazzo, incapaci di lasciare un segno minimo nella politica : questa è come minimo una puttanata di qualche burocrate che ha pensato di dare un segnale di discontinuità e di frattura dentro FI, prima di tutto, poi alle ragioni politiche della decisione di istituire la Commissione Mitrokhjin da lui presieduta.
La risultanza ovvia non è, pur se importante e preoccupante, la tutela dell'incolumità di Guzzanti, ma una "legnata nei denti a Silvio Berlusconi" sul piano politico perchè lascia intendere ai politicanti ed ai giornalisti da strapazzo, che vi sia una conseguenza subito dopo la presa di posizione alla Camera da parte di Guzzanti sulla politica del Governo sulla Georgia, questo è innegabile.
Guzzanti lo conoscevano da prima, lo sapevano che non deflette dalla sue convinzioni e dalle sue conoscenze reali dei fatti e non è tipo da mettersi dietro l'ombra di qualche altro, nemmeno di mandare nel dimenticatoio fatti importanti come quelli che ha conosciuto attraverso la Commissione.
Se qualcuno pensa di averlo intimorito o pensava che si sarebbe "acconciato" come troppo spesso abbiamo visto fare da altri che per decenni hanno "spopolato" sino ad arrivare alla massima carica dello Stato, ha preso una bufala sesquipedale : per questo NON si può prendere sottogamba questa decisione del Prefetto di Roma e le richieste che Guzzanti ha formalizzato.
E non sarà da solo a chiedere, non sarò lasciato solo.