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lunedì 14 dicembre 2009

L'ATTENTATO AL PREMIER (click)


Siete tutti colpevoli

Scritto da Barbara Di Salvo
lunedì 14 dicembre 2009

Non nascondetevi dietro le chiacchiere di circostanza. La colpa è vostra e lo sapete bene. Siate uomini e abbiate il coraggio di fare un pubblico esame di coscienza e vergognatevi davanti all’Italia ed a tutto il mondo.

Di Pietro, a te forse è inutile chiederlo, ma se ti è rimasto un briciolo di coscienza (non dico umana, ma almeno civile) sei il primo a dover chiedere scusa per quello che è successo ieri.

L’istigatore del matto sei tu, ma tu niente, continui imperterrito nella tua linea. Allora ammettilo apertamente che lo vuoi vedere morto, che è solo questo il tuo obiettivo.

Travaglio, Grillo, Santoro, Scalfari, D’Avanzo e Repubblichisti vari (repubblicani non ve lo meritate di certo), la lista è lunga, siete voi i pazzi che hanno armato la mano di quell’idiota.

Non nascondetevi dietro il gesto di un pazzo. Se un idiota qualsiasi si sente autorizzato ad un atto del genere è perché voi lo avete spinto a credere che questa fosse l’unica via possibile per la democrazia. Lui, povero ignorante, incapace di comprendere che il vostro aizzare le folle contro il nemico pubblico numero 1 è l’esatto contrario della democrazia, e porta dritti alla dittatura, quella vera.

Siete voi che dovreste essere tutti arrestati per istigazione a delinquere. Questo è il vero terrorismo, questo è l’attentato alla democrazia, questo porta alla guerra civile, alla dittatura che nasce dal caos che voi volete creare.

È questo che volete? Volete la piazza? Volete il terrorismo? Volete la violenza? Volete le barricate?

Allora uscite allo scoperto, non nascondetevi dietro le vostre penne infami e ditelo apertamente che volete il colpo di stato.
Siamo pronti a combattere, se è questo che volete.

Perché la violenza genera violenza. È un’ovvietà di cui non posso credere che non vi rendiate conto.

E poi come pensate di fermarla? Il giorno in cui ci troveremo di nuovo a metterci le bombe ed a spararci a vicenda, come pensate di uscirne? Volete dare il Paese in mano ai giudici, gli unici che, senza alcun mandato popolare, sono secondo voi in grado di comandare l’Italia?

Volete Di Pietro dittatore? Volete un novello Robespierre che ci ghigliottini tutti nel terrore?

Perché non vedo davvero cos’altro vi possa spingere a questo odio se non questo obiettivo finale?

Perché sarebbe ancora più tragico se non aveste almeno un obiettivo. Sareste solo dei pazzi spinti dall’odio personale e non me lo spiego.
E Casini, per cortesia, non ti nascondere dietro la viscida ipocrisia di cui sei maestro. Tu non sei meno colpevole, così come il tuo gemello diverso Fini.

Da Di Pietro vi differenzia solo l’educazione del linguaggio, ma i contenuti sono identici.

Voi che non esitate a pugnalare alle spalle chi vi ha creato, vi ha fatto crescere e vi ha tolti dall’anonimato a cui eravate destinati, voi senza spina dorsale, talmente presuntuosi da credervi migliori di lui e di tutti noi che lo votiamo.

Non mi disgustate meno di quel dittatore in embrione con cui giusto due giorni fa pensavate di allearvi per far fuori l’uomo che tutti detestate.

Almeno Di Pietro una personalità ce l’ha. Voi sapete solo vivere di riflesso alla corte del potente di turno.

Siete convinti che la guerra la stiano vincendo i magistrati e vi preparate a correre sul carro del loro vincitore già designato da 15 anni.
No, non andrà a finire così, non può finire così. Gli italiani non lo permetteranno. Fatevene una ragione! Ma come potete pensare di sottometterci ai giudici? Silenziosi di sicuro, ma deficienti no di certo.

Non siamo un popolo di idioti che segue il flauto magico, come ci dipinge quell’altro colpevole di Bersani. Possibile che non ci capiate?

L’ignoranza, cari maestrini da strapazzo, non sta dalla nostra parte, ma dalla parte di chi si lascia influenzare dalle vostre follie.

Ed è proprio l’ignoranza delle vostre folle, la bomba atomica che state maneggiando con una leggerezza angosciante.

Ma possibile che non vi rendiate conto di quanto le vostre parole siano armi pericolose se sparate nel cervello degli ignoranti.
Voi le conoscete le dittature, se non le avete vissute, almeno le avete studiate. Sapete a cosa ha portato la rivoluzione francese, voi dovete saperlo che Hitler, Mussolini o Videla non hanno nulla a che spartire con l’Italia di oggi.

I vostri idoli Fidel Castro, Lenin o Stalin non potete non averli almeno studiati. Voi sapete cosa significa la democrazia, conoscete il significato di dittatura, l’assenza di libertà, non solo di espressione, la violenza dello Stato sul popolo inerme, le deportazioni, le purghe, la stampa di regime, la censura.

Voi lo dovete sapere, maledetta miseria, che l’Italia ha eletto democraticamente il proprio Presidente, che qui la libertà di dire le vostre stronzate nessuno ve la toglie, e addirittura ne abusate. Voi siete consapevoli che, per quanto possiate disprezzarci e disprezzare lui, nessuno si è mai sognato di arrestarvi o di picchiarvi per le fesserie che inculcate nelle menti ignoranti.
E allora proprio voi che ignoranti non siete, smettetela di paragonare Berlusconi a un dittatore. Piantatela di dire che si comporta da monarca assoluto, che è in gioco la democrazia, che vuole instaurare una dittatura, che sta tornando il fascismo.

Perché era inevitabile che prima o poi un idiota vi prendesse sul serio e non capisse che stavate solo esagerando perché non siete in grado di trovare altri argomenti per sconfiggerlo politicamente.

La personalizzazione dello scontro politico a questo porta. Era già tutto previsto.

Gli ignoranti finiscono per credervi, si fidano di voi, vi prendono sul serio. Loro che non sanno cos’è una dittatura, che non capiscono a cosa porta il terrore, che non si rendono conto che le vostre sono solo iperboli, vi prendono in parola.

E, poveri idioti, sono davvero convinti che Berlusconi sia un dittatore.

Loro che non sanno cosa significhi la democrazia, che non capiscono il valore di un voto liberamente espresso, sono convinti davvero che l’unico modo di fermarlo sia la distruzione fisica.

Di fronte a voi, buoni solo a chiacchiere, pensano stupidamente di essere autorizzati a fare quello che voi istigate, a mettere in pratica l’odio che avete scatenato.
Fermatevi ora finché siete in tempo. L’odio genera odio. Dalla violenza nasce solo più violenza. È inevitabile, è una legge di natura, è lo spirito di sopravvivenza.

Ci state portando alla guerra civile e ne siete gli unici responsabili.

Perché finiremo per reagire anche noi, non pensate che subiremo silenziosi un colpo di stato o piangeremo inermi la morte di Berlusconi, se mai un altro folle dovesse darvi retta.

Reagiremo e ci difenderemo, difenderemo il nostro voto e sarà scontro.

Io non lo voglio. Detesto la violenza, mi fa paura l’odio, lo so che sarà la fine dell’Italia, ma non costringeteci a difenderci.

Fermatevi finché potete. Aprite gli occhi. Fatevi un esame di coscienza. Pentitevi.

Non nascondetevi dietro a quella solidarietà pelosa, smettetela di addossare la colpa alla follia di un idiota. Lui è vostro figlio. Riconoscetelo.

Uno, almeno uno di voi, abbia il coraggio di uscire allo scoperto e dire: “Italiani, vi chiedo scusa, ho esagerato, la colpa di quello che è successo a Berlusconi è anche mia e me ne assumo interamente la responsabilità. Ora basta! È arrivato il momento di riprendere la lotta politica combattendo le idee e non l’uomo. È stato un mio errore e me ne pento.”

Uno, almeno uno, avrà il coraggio?

Uno, almeno uno, dimostrerà di essere uomo?

www.barbaradi.splinder.com

IO STO CON SALLUSTI (click)

L’AGGRESSIONE CONTRO IL PREMIER
di Alessandro Sallusti

Berlusconi il dittatore, il fascista, il tiranno, il monarca assoluto da abbattere a qualsiasi costo. Parole di Antonio Di Pietro, e non soltanto sue. Il fronte dell’odio anti Cavaliere ha incassato il primo risultato. Tradita pochi giorni fa dal mafioso Graviano che non ha sganciato la prevista bomba atomica contro il premier, la ben assortita compagnia democratica e costituzionale si è parzialmente rifatta grazie a Massimo Tartaglia, 42 anni da Cesano Boscone, provincia di Milano, il pazzo che ieri sera ha provato ad eseguire l’ordine di liberare il Paese dalla scomoda presenza del premier. È successo a Milano, piazza Duomo, alla fine del comizio di apertura della campagna elettorale per le Regionali. Tartaglia ha affrontato il premier scagliandogli in pieno volto un pesante oggetto. Ora Berlusconi è ricoverato in ospedale: ha perso molto sangue, ha lesioni esterne e interne alla bocca, due denti fratturati, il setto nasale incrinato più ematomi vari.
Il fatto che l’aggressore abbia problemi psichiatrici non attenua neppure di un millimetro la gravità dell’accaduto e le responsabilità politiche. Di matti è pieno il Paese, da sempre, ma mai a uno squinternato era venuto in mente di attentare alla vita di un primo ministro. Non è un caso che ciò sia successo proprio oggi e proprio contro Berlusconi. È evidente che anche i mattacchioni leggono i giornali, guardano la televisione, si abbeverano alle tesi di La Repubblica, dei Santoro, dei Travaglio, dei Di Pietro. Ecco alcune perle degli ultimi giorni. Di Pietro: «Berlusconi non può fare come gli pare o rischia una azione violenta». Bersani, capo della sinistra: «Se il premier strappa, avrà reazione dura». Casini (annunciando una alleanza con Di Pietro): «Contro Berlusconi potrebbero esserci delle sorprese».
Ieri sera sono stati tutti accontentati. Di Pietro, il più feroce di tutti, non ha fatto marcia indietro: Berlusconi se l’è cercata, è un provocatore, ha dichiarato. È in momenti come questi che l’ex pm dà il meglio di sé. Come ai bei tempi di Tangentopoli lui gode a vedere la gente soffrire, in cella o in piazza è uguale. Per lui una vita vale meno di un falso in bilancio. Se uno scrivesse che rappresenta la feccia del Paese verrebbe querelato. Gli altri invece si sono affrettati a dichiarare solidarietà incondizionata. Su quella della sinistra stendiamo un pietoso velo, ma quanto vale la solidarietà di Casini che pur di abbattere, politicamente parlando, il Cavaliere è pronto a dare il suo sostegno elettorale a Di Pietro? E quella di Fini, che ridendo con un procuratore aspettava divertito che il killer Spatuzza lanciasse la sua bomba atomica contro il premier monarca assoluto che non rispetta le istituzioni?
Non sono domande retoriche. Più si dà copertura alla campagna di odio della sinistra, per mere questioni di potere personale, più anche le frange estreme si sentono protette politicamente. Perché in piazza Duomo a Milano non c’era soltanto il pazzo Tartaglia. Centinaia di ragazzotti, sventolando Il Fatto, quotidiano di Travaglio che anche ieri riproponeva la tesi di Berlusconi capo della mafia, si sono infiltrati tra la folla del Popolo della libertà, urlando slogan contro il premier dittatore e mafioso. E vien da chiedersi come mai il questore e i servizi abbiano permesso tanto, dimostrandosi assolutamente incapaci di proteggere la libertà di espressione del partito di maggioranza oltre che la vita del primo ministro.
No, la violenza contro Berlusconi non è stata un caso, una tragica fatalità. C’è una regia e una strategia che passa anche per giornali, segreterie politiche e trasmissioni televisive irresponsabili. Se la solidarietà di ieri sera ha un senso, Fini e Casini devono immediatamente togliere qualsiasi legittimazione politica al piano di una opposizione che sta diventando sempre più extraparlamentare. Come ai vecchi tempi, i cattivi maestri pontificano, cretini, delinquenti e pazzi, agiscono. Il tutto sotto l’ombrello della Costituzione sacra e intoccabile, di quella parte della magistratura politicizzata, di chi sostiene che la volontà popolare non conta e chi vince le elezioni, se è Berlusconi, non può governare. Cambiamola, questa Costituzione, facciamo subito le riforme. Per questo, signor Presidente, le auguriamo di tornare subito in pista, più in forma di prima. Ne abbiamo bisogno.

giovedì 16 luglio 2009

AFGHANISTAN/ Il caro prezzo di garantire la sicurezza in un paese in bilico (click)


Gian Micalessin

È un inferno e può soltanto peggiorare. Almeno fino al prossimo 20 agosto, fino a quelle cruciali elezioni presidenziali destinate a diventare la prima cartina di tornasole per valutare la nuova politica di Barack Obama e degli alleati della Nato. Se, all’indomani del 20 agosto, la maggior parte degli afghani avrà raggiunto le urne, deposto le schede ed eletto, in maniera più o meno democratica, un nuovo presidente allora si sarà raggiunto un primo timido obiettivo. Se le elezioni si trasformeranno in caos, paura ed ecatombe i talebani potranno incominciar a cantare vittoria.

La vita del caporal maggiore Alessandro di Lisio si è consumata lungo quest’impervio tragitto politico e militare. Quel tragitto - nel caso di noi italiani - dovrà continuare a fare i conti con le insidie di Farah, la provincia più calda e turbolenta fra le quattro del settore occidentale affidato al nostro comando. In quella provincia i talebani marciano gomito a gomito con quelli di Helmand, la roccaforte integralista dove 4000 marines stanno cercando di sloggiare i guerriglieri del Mullah Omar.

La teoria dei vasi comunicanti rappresenta in questo caso il nocciolo del problema. Sottoposti alla pressione della macchina statunitense, le bande degli insorti integralisti si spostano inevitabilmente sull’asse nord occidentale, dove possono contare sul sostegno di clan e tribù solidali e omogenei. «Gli ordini partono tutti da Quetta in Pakistan - spiega un ufficiale italiano responsabile dell’intelligence all’interno delle nostre forze speciali - non c’è bomba o attentato contro di noi che non segua gli ordini della shura talebana, il comando degli insorti con sede in quella città pakistana. Gli ordini di colpire noi o gli americani arrivano sempre dallo stesso vertice».

Insomma siamo nell’ingranaggio e non ne usciremo tanto facilmente. Farah rappresenta, del resto, il cruciale passaggio ad ovest su cui viaggia l’oppio di Helmand, la principale zona di produzione dell’Afghanistan, e quello prodotto nella stessa Farah, dove le narcopiantagioni garantisco un quinto del raccolto nazionale. Per spegnere questo vulcano di guerra e narcotraffico il comando italiano può contare, compresi anche gli alleati spagnoli, sloveni e lituani, su non più di 3000/3500 uomini. Tutti insieme non bastano a garantire la sufficienza di quattro province vaste quanto il nord Italia. Diventano una forza irrisoria se si realizza che le truppe in grado di combattere e muoversi sul territorio non superano effettivamente le 600/800 unità.

A Farah insomma i nostri soldati devono accontentarsi di portare a termine azioni mirate e non possono certo illudersi di sigillare il territorio. E gli alleati dell’esercito afghano, male armati e peggio addestrati, non sono in grado di fare la differenza. E a volte diventano il problema nel problema.

La colonna guidata dal mezzo del caporal maggiore Alessandro di Lisio rientrava ieri da una missione di presidio a difesa di una caserma in costruzione continuamente attaccata dagli insorti. Quella missione fatale, condotta su percorsi ripetitivi a più di 50 chilometri dalla base su un territorio insidioso e complesso, è il paradosso di una sfida dove le nostre truppe proteggono un esercito chiamato in teoria a garantire la sicurezza di paese e popolazione.

PER COMBATTERE IL TERRORISMO (click)

Sono 2.795 militari italiani in Afghanistan, tra Kabul ed Herat
6/7/2009 (8:7) - LE BASI AVANZATE NEL TERRITORIO DEI TALEBAN

I parà nei fortini :"I viveri arrivano in elicottero
Alla base di Bala Murghab troppo rischiosi i rifornimenti via terra
FRANCESCO GRIGNETTI
ROMA
Otto luglio, appena una settimana fa. La valle di Bala Murghab, estremo Ovest dell’Afghanistan, è sorvolata da un aereo militare a elica, un C130J color grigioverde. Dal portellone posteriore vengono lanciati alcuni grossi pacchi. Si aprono i paracadute e gli imballi scendono a terra lentamente. Sono in tutto cinque tonnellate di materiali: cibo, acqua potabile, munizioni, pezzi di ricambio. A terra, ad attendere i rifornimenti, c’è una squadra di paracadutisti della Folgore armati fino ai denti. Sono i difensori del fortino di Bala Murghab che il comando preferisce rifornire dal cielo piuttosto che via terra. E comunque è un’operazione sempre a rischio, l’aviolancio. Non solo di agguati, ma anche di incidenti. Il 31 agosto scorso, nel corso di un lancio simile, due bersaglieri sono rimasti contusi da un fusto di carburante che il vento gli ha sbattuto contro.

Nei manuali militari dell’Alleanza atlantica, questo e altri fortini vengono chiamati «Fob», Forward Operational Base, Basi operative avanzate. Sono una sorta di Fort Apache che i nostri soldati allestiscono a 200 o 300 chilometri dalla città afghana di Herat dove si trova il comando e dove è acquartierato il grosso delle truppe. Chi è destinato a proteggere una «Fob» deve mettere in conto un brutto periodo in territorio ostile.

Certo a Bala Murghab non si guarda alle ore di straordinario. Piuttosto ci si protegge le spalle. E infatti i fortini sono straordinariamente muniti, con difese attive e passive, piccoli bunker, autoblindo, nidi di mitragliatrice e sacchi di sabbia. È la nuova filosofia della Nato: bisogna allargare il raggio di azione dei soldati occidentali e quindi aprire costantemente nuove basi avanzate secondo un cronoprogramma deciso tra i comandi supremi di Kabul e Bruxelles. Oltretutto ciò incoraggia le forze governative che vedono affacciarsi soldati alleati anche là dove non s’erano mai visti prima.

Ed ecco i risultati: il 9 febbraio, a Bala Murghab una compagnia di alpini guastatori della Brigata Julia inaugura la nuova base battezzata «Tobruk». Il 4 giugno, ampio rastrellamento nella valle a caccia di «insurgents». Venti giorni dopo, di nuovo soldati afghani e italiani ingaggiano battaglia: un parà rimane ferito, un soldato afghano morto, quatro autoblindo «Lince» lievemente danneggiate, devono intervenire due elicotteri da combattimento per risolvere la situazione. Ordinari bollettini di guerra.

Rifornire i fortini, però, sparpagliati in un territorio montagnoso e senza strade come l’Afghanistan è un incubo. E va fatto di continuo perché bisogna portare di tutto ai soldati e non è il caso di andare in paese a fare la spesa. Inviare da quelle parti convogli di camion, inoltre, non è pensabile: «Sarebbero un bersaglio troppo facile», dice un ufficiale di stanza a Herat. Si consideri che per attraversare i duecento chilometri che separano Bala Murghab dal capoluogo servirebbero molte ore. «Qui non c’è mica l’autostrada». E dunque si utilizzano quasi quotidianamente elicotteri o aerei. «In genere ci si appoggiava agli americani; l’8 luglio è stata la prima volta che gli italiani hanno fatto tutto da soli».

martedì 14 luglio 2009

AFGHANISTAN - I NUNERI DEL CONTINGENTE ITALIANO

(AGI) - Roma, 14 lug. - Il contingente italiano in Afghanistan e' costituito da circa 2.350 soldati divisi tra Kabul, circa un migliaio, e la Regione occidentale di Herat. A Herat, area di confine con l'Iran, sono schierati 1.900 militari con veicoli corazzati 'Dardo' e blindati 'Lince'. La copertura aerea e' garantita 5 elicotteri d'attacco Mangusta A-129, tre AB-212 AMI da trasporto, 3 velivoli spia senza pilota 'Predator'. Negli Emirati Arabi Uniti a Al Bateen sono dislocati 3 C130J Hercules per le operazioni di trasporto. Alla vigilia delle elezioni di agosto saranno inviati altri 500 uomini.

martedì 24 febbraio 2009

I pagliacci della morte


Benissimo, incomincia il walzer.
No, non quello di Bashir che e' la a Hollywood senza aver vinto l'Oscar.
Parlo del walzer di Durban 2 , il walzer dell'odio, la bolgia infernale dell'antisemitismo, il girone dei fondamentalismi. Sotto l'egida dell'ONU, sotto la presidenza di due grandi "democrazie" Libia e Iran, non ridete suvvia, ormai la parola democrazia non ha piu' senso per l'occidente, ormai hanno senso soltanto i fondamentalismi islamici e le apprezzatissime dittature arabe.
Dunque, un momento, non perdiamo il filo, dicevo che e' stata consegnata a Ginevra la bozza della risoluzione che presentera' Israele alla futura conferenza contro il razzismo.
Altra risata? Conferenza contro il razzismo? Libia e Iran alla presidenza? Beh, si una risata e' dovuta se pensiamo alla faccia tosta degli organizzatori.
Secondo voi cosa succedera'?
Mi dicono che la realta' e' peggio della piu' pessimistica delle previsioni, mi dicono che e' incominciata una vera e propria guerra per imitare i crimini nazisti. Hitler e soci del XX secolo volevano un mondo senza ebrei, Hitler e soci del XXI secolo vogliono un mondo senza Israele.
La bozza recita che Israele e' un paese razzista che occupa terre arabe e viene definito "territorio occupato ai rifugiati palestinesi e ad altri abitanti arabi".
Israele non viene mai chiamato per nome ma sempre definito entita' occupante.
Israele non ha diritto ad esistere in quanto patria degli ebrei.
Motivo?
Semplice, se gli ebrei sono una razza allora Israele diventa patria di una razza, quindi razzista quindi da eliminare.
Validissima spiegazione, no?
Geniale!
Chissa' perche' lo stesso discorso non vale per tutte le altre nazioni del mondo. Israele e' un paese eterogeneo, vi convivono un centinaio di gruppi etnici, si incontra gente di tutti i colori che parla tutte le lingue del mondo ma alla societa' incivile non sta bene la formula "Israele, Paese ebraico".
Oltre alla negazione di Israele in quanto patria degli ebrei esiste la negazione della Shoa' rimessa in discussione da Siria e Iran.
Non sono morti tanti ebrei, bugia bugia, e' morto solo qualcuno e di malattia naturalmente.

Un'altra accusa e' quella di segregazione.
Israele tiene segregati gli arabi, cioe' una minoranza che studia, lavora, viaggia, frequenta l'universita', vota, sciopera, si diverte, protesta e che gode di ogni diritto della maggioranza
Tutto questo per Libia, Iran, Arabia Saudita, Egitto e tutti i democratici paesi arabi e islamici, e' segregazione.
Liberta' invece, sempre per questi pagliacci della morte, e' minacciare di decapitazione ogni persona beccata con in mano il Vangelo.
L'ambasciatore di Israele a Ginevra, Roni Leshno Yaar, durante un'intervista telefonica ha detto "Non si puo' sapere come finira', quello che e' sicuro e' che le cose peggiorano di giorno in giorno"
Gruppi palestinesi arrivano a Ginevra con nuovi comma di demonizzazioni da aggiungere: in Israele si mangiano i bambini arabi nei ristoranti, gli ebrei banchettano col sangue di noi poveri arabi, a Gaza sono stati uccisi milioni di poveri palestinesi disarmati, quasi tutti bambini al di sotto degli anni zero.
Naturalmente ai palestinesi tutti credono, gli arabi no ma gli occidentali credono ciecamente ad ogni palla di Palliwood, per gli europei i palestinesi sono santi, bravi, buoni, grandi lavoratori, pacifisti tutti ed e' per questo che si inginocchiano davanti a loro e li mantengono perche' capiscono che lavorare li stanca troppo e insieme a loro urlano pacificamente "A morte Israele, Palestina ai palestinesi, vogliamo un unico califfato per i nostri adoratissimi amici arabi".
E cosi' succede che i gruppi di palestinesi e filopalestinesi , centinaia di gruppi, arrivano a Ginevra , vanno dalla commissione e dicono:
aggiungete
e la commissione aggiunge allegramente.
Aggiunge le sofferenze palestinesi sotto la forza occupante (chi nomina Israele peste lo colga!)
Aggiunge del diritto dei palestinesi di ritornare nelle terre rubate dalla forza occupante.
Aggiunge che i poveri palestinesi devono sottostare alle leggi razziste della forza occupante.
La commissione aggiunge, che gli frega, aggiunge tutto quello che puo' procurare odio contro Israele perche' solo con tanto odio ci sara' la speranza che questo Paese, l'unico degli ebrei, dove gli ebrei speravano di poter vivere finalmente in pace, venga spazzato dalle carte geografiche di tutto il mondo.
Mi dicono che,al confronto, la festa razzista antisemita avvenuta nel 2001 a Durban sara' una sciocchezzina al confronto dell'orgia di odio che stanno preparando a Ginevra, nel cuore d'Europa.
Sara' l'evento antisemita dell'anno, peggiore di come ci saremmo aspettati e bisogna dire che l'Europa in questo senso ha una grande esperienza quindi mettiamo insieme odio europeo piu' odio islamico, esperienza persecutrice europea piu' esperienza persecutrice islamica, aggiungiamo un pizzico di Eurabia e di poveri palestinesi , agitiamo il tutto ed ecco la formula vincente di Durban 2 a Ginevra: Fuori Israele dal consesso mondiale! Ebrei a morte!
Sono curiosa di vedere quale dei paesi occidentali si rendera' complice di questa orgia di dementi razzisti.
Sono curiosa di vedere quale dei paesi europei non e' ancora sazio di sangue ebraico.

Deborah Fait

sabato 24 gennaio 2009

DA LEGGERE (click)


A Gaza non rivogliono Abu Mazen, continuano a preferire Hamas

martedì 12 agosto 2008

AHAHAHAHAH !!!!!

domenica 27 luglio 2008

ULTIM'ORA DALL'AFGHANISTAN (click)


ANSA) - ROMA, 27 LUG - Due elicotteristi italiani sono stati rimpatriati nei giorni scorsi da Herat in Afghanistan 'esclusivamente per motivi sanitari'. Si tratterebbe di stress psico-fisico diagnosticato al termine di un impegnativo ciclo operativo. 'Nei loro confronti - spiegano fonti militari - non e' stato preso alcun provvedimento'. Secondo Il Tempo la decisione sarebbe stata invece adottata perche' i due si sarebbero rifiutati di sparare durante uno scontro a fuoco.

27 Lug 17:27

venerdì 25 luglio 2008

MINISTRO PUBBLICA ISTRUZIONE MARIASTELLA GELMINI


DA LIBERO
| Italia | Alessandra Stoppa
Pubblicato il giorno: 25/07/08
Invito alle famiglie

Gelmini scatenata: «Basta con i genitori sindacalisti dei figli»

Per una volta il ministro dell’Istruzione non si scaglia contro libri cari e valutazioni. Quello che non le va giù sono i genitori che danno sempre ragione ai figli. Che si schierano dalla parte dei ragazzi a ogni costo, anche a quello di renderli più fragili. Le famiglie «troppo buoniste», le chiama lei. Padri e madri che decidono, per un malinteso senso di responsabilità, d’interpretare la parte di «sindacalisti dei propri figli». Dalla cattedra arrivano rimproveri, insufficienze o note, e ancor prima di sapere perché e percome a casa si è già deciso che il professore è nel torto.

La lectio del ministro Mariastella Gelmini è chiara. «Credo che le famiglie non debbano sempre dar ragione ai propri figli, essere i loro sindacalisti, ma che debbano creare una collaborazione con gli insegnanti». Condizione imprescindibile, questa, per rivalutare il ruolo dei docenti. Perché riacquistino la dignità passata e persa. Non solo: i primi a subire i danni dell’eccesso di protezione famigliare sono i ragazzi stessi: «Vogliono aiutarli, ma ottengono l’effetto opposto».

Il ministro parla per esperienza: «I miei genitori», racconta a Libero, «tendevano a dar sempre ragione al professore: diciamo che, in un “contenzioso”, se c’era qualcuno che contestavano aprioristicamente, ero io. Non certo l’insegnante. Per cui, prima che mi dessero ragione, ce ne voleva... Ma proprio questo, educativamente, è stato un fattore decisamente utile».

Tanto che, ieri, si è rivolta all’intero “corpo genitori” della scuola italiana. «Avere una famiglia troppo buonista nei confronti del figlio credo non aiuti il ragazzo: anzi, crea un cortocircuito con gli insegnanti e anche un disorientamento». E al richiamo segue un’indicazione di metodo: «Più rigore». Sia da parte degli insegnanti che delle famiglie.

La richiesta non cambia mai: era rigore anche quello chiesto e prospettato agli studenti per primi. Innanzitutto, infatti, la Gelmini si è concentrata sulla disciplina dietro ai banchi: il voto in condotta che ritorna decisivo nella valutazione finale («probabilmente già da settembre», abbozza); così come il grembiule («o meglio, la divisa, quella con lo stemma dell’istituto», secondo un’ultima precisazione).

In mezzo alle proposte rilanciate, il ministro accenna senza sbilanciarsi anche alla settimana corta. «Per ora è solo una possibilità da valutare». Ma la novità di stare sui banchi cinque giorni su sei, con il sabato come giorno libero («garantendo sempre il tempo pieno»), potrebbe essere uno degli esiti «delle normative che scatteranno da settembre 2009, con le quali rivedremo gli orari delle materie e dei cicli scolastici: valuteremo in quel contesto se lasciare agli studenti il sabato libero». Che non è, però, la priorità per il ministro bresciano. Come lo è, invece, l’assillo costante «di una scuola che è morta, che non ha nessuna progettualità: se il 97% del bilancio è costituito dagli stipendi, capisce che di una scuola decrepita si tratta». La speranza è riposta nel fatto che, da qui al 2015, sia destinato ad andare in pensione più del 30 per cento del corpo docenti. Quindi «ci sarà un ricambio naturale e, a quel punto, è importante trovare il sistema migliore per permettere l’ingresso dei meritevoli».

A sostenere la linea di rigore del ministro, in prima linea ci sono le scuole private. «Non possiamo che essere d’accordo con il ritorno del grembiule e del voto in condotta», spiega Marcello Sera, presidente di “Liberascuola”, associazione che riunisce oltre cinquecento istituti scolastici parificati. Quelli che una volta erano noti solo come “diplomifici”, ma che oggi si fanno paladini di qualità e disciplina e lanciano un appello alla Gelmini: «Siamo d’accordo con la linea del ministero, ma deve essere chiaro che vorremmo una parità effettiva: dalla firma della legge, nel 2000, siamo sempre stati visti con sfiducia: è il momento di dare piena attuazione a quella norma».

domenica 22 giugno 2008

DEI SERVIZI SEGRETI - NICCOLO' POLLARI

L’ex capo del Sismi: ho difeso lo Stato, meriterei la medaglia non i processi

Di ricordi Nicolò Pollari, ex capo del Sismi, passato dall’altare per le liberazioni degli ostaggi in Iraq alla polvere delle inchieste giudiziarie, ne ha tanti. L’immagine dell’amministratore delegato di Al Jazeera che consegna il video della morte di Fabrizio Quattrocchi a Gianni Letta. La lettera scritta a Prodi in cui fa presente di comprendere i motivi che spingono il governo a mantenere il segreto di Stato su alcune vicende di questi anni avvertendolo che in questo modo però «l’immagine del Sismi ne verrà scalfita», alla risposta dell’allora premier dell’Unione: «Lei è un galantuomo». La domanda che gli pone a bruciapelo il senatore di Rifondazione Malabarba: «Ma perché Gianni De Gennaro ce l’ha con lei?». E la sua risposta: «Francamente non lo so». Tanti frammenti che gli tornano alla memoria in un momento in cui deve affrontare da solo un processo a Roma per peculato e uno a Milano per il rapimento di Abu Omar.

Che effetto le fa passare dagli encomi dei premier alle requisitorie dei pm?

«Come il soldato che va in guerra. Gli sparano addosso. Perde un braccio. E il comandante invece di dargli una medaglia, gli risponde: “Cavoli tuoi”. Abbandonandolo a se stesso».

L’ultima accusa è quella di aver dato assistenza ad alcuni incontri a Roma organizzati da Michael Ledeen, l’americano che ha tentato di destabilizzare il regime di Teheran.

«La solita visione deformata dei fatti. In breve: il governo mi chiese di mettere in sicurezza l’incontro tra questo personaggio che si autoaccreditava come espressione del governo di un Paese alleato, con altri personaggi. E di riferire».

Chi glielo chiese, l’allora ministro della Difesa Martino?

«Sì. Per cui noi garantimmo la sicurezza dell’incontro. Poi un nostro esperto, che vi partecipò, ci avvertì che gli argomenti trattati non avevano nulla a che vedere con il terrorismo».

In quelle riunioni si parlava di affari?

«Appunto. Per cui mi venne il dubbio che il governo alleato fosse all’oscuro di tutto. Riportai i miei dubbi a Palazzo Chigi fornendo prove documentali. Fu deciso di fare una verifica».

Con chi parlò dell’argomento?

«Anche con Berlusconi. Aspettammo invano da Ledeen la prova che la sua iniziativa avesse l’input di Washington. In assenza di segnali informai io stesso il governo alleato dell’intera vicenda. Loro non ne sapevano niente e cessò ogni rapporto con Ledeen».

Di riffa o di raffa c’è sempre il suo Sismi di mezzo...

«Questa storia fa il paio con la storia del Niger. Un’altra bufala. Ci sono inchieste nostre e dell’Fbi che lo dimostrano».

Mi può spiegare perché una gestione del Sismi che ha avuto elogi bipartisan in passato adesso è sul banco degli imputati?

«Non capisco il coinvolgimento del Sismi: l’estraneità del governo, del Sismi e mia è testimoniata da 84 documenti in ogni loro conformazione».

Che significa?

«I documenti sono pezzi di carta e altro. Dimostrano che mi sono sempre opposto a questo tipo di iniziative. Che quando ci sono state proposte operazioni simili io, anche con l’accordo del governo, ho detto no. Siamo intervenuti anche per impedire che queste cose avvenissero in altri ambiti nazionali. Fatti che sono a conoscenza di Berlusconi e coperti dal segreto di Stato».

Lei è sempre coperto dal segreto di Stato...

«Semmai ne sono vittima. Ho sempre chiesto di esserne affrancato, ma so di essere un funzionario. Ecco perché mi chiedo se debbo difendermi da solo o se, invece, non ci sia un dovere istituzionale da parte di altri? Ad esempio su questa storia dell’Iran devo dire io che le cose stanno in questi termini? O dovrebbe intervenire chi ha il diritto di esplicitarle?».

Così pressato lei potrebbe anche impazzire e parlare?

«Spero che la scelta di chi detiene queste responsabilità tenga conto anche dei requisiti soggettivi. Penso di non impazzire, però è pesante sopportare una cosa di questo genere in presenza di silenzi inspiegabili. Qui non si tratta di difendere la posizione di una persona, ma lo Stato».

E Berlusconi cosa le dice?

«E’ sensibile, però debbo difendermi. L’autorità giudiziaria mi ha chiesto di rivelare il segreto di Stato. Posso farlo senza che chi ne è titolare mi autorizzi? Perché i magistrati non chiedono a chi ne è titolare se quello che dico è vero o no?».

A Roma, però, lei ha anche l’accusa di peculato.

«Il dottor Pompa era un analista di fonti aperte. Grazie alle conoscenze nei media ha avuto un ruolo indiretto sui sequestri di persona o su altre circostanze che riguardavano la sicurezza del nostro Paese interagendo con grandi network medio-orientali. C’è chi ha stigmatizzato che siano state erogate delle somme al dottor Farina. E’ vero. Ma non sono state date a lui. Farina, sciente e cosciente il governo e ambiti investigativi importanti di altri settori dello Stato, si è prestato a favorire degli approcci in momenti drammatici. L’autorità giudiziaria ne è sempre stata informata. Ad esempio il filmato dell’omicidio di Quattrocchi si è ottenuto attraverso una procedura di cui i vertici del governo erano coscienti. Oneri compresi. E poi le due Simone... l’esigenza di ottenere la prova dell’esistenza in vita della Sgrena. Qualcuno ha detto che Farina lavorava per i servizi. Neanche per sogno. Il dottor Farina si è prestato per il governo ad avere rapporti con determinate controparti con cui noi non ci potevamo accreditare direttamente. Se questa accusa stesse in piedi dovremmo dedurre che per ottenere la prova in vita della Sgrena o il video di Quattrocchi abbiamo commesso peculato».

E i dossier su politici, magistrati...

«Ne ero all’oscuro. Un suo archivio personale. Lecitissimo. Non si viola nessun segreto assumendo del materiale da Internet».

Il risultato: lei è stato emarginato nel suo ruolo, mentre altri con cui ha avuto polemiche in passato sulla politica della sicurezza come De Gennaro hanno incarichi importanti.

«Io non sono un cacciatore di poltrone. Ritengo che la mia posizione sia ben nota al governo. Non la seguo però in questi ragionamenti. Io ho fatto il mio dovere. Lo sa chi ha interagito con me in alcuni momenti. Lo chieda ai giornalisti del Manifesto. Presumo che alla fine tutto questo sarà tenuto presente».

Anche dagli attuali inquilini di Palazzo Chigi con cui ha collaborato in passato. Il suo nome non era in ballo come consigliere per la sicurezza nazionale?

«Io ho lavorato con Berlusconi come con Prodi. Quando sono uscito dall’incarico era stato previsto qualcosa del genere. Suppongo che sia ancora un’ipotesi. Ho sempre svolto il mio lavoro in modo neutro dal punto di vista politico, ho pagato dei prezzi e non capisco il perché. Vede, anche un pubblico funzionario deve assumersi dei rischi. Però non è possibile che se va bene il merito è di tutti, ma se va male deve difendersi da solo».

http://www.lastampa.it/search/articolo.asp?IDarticolo=1814820&sezione=Interni

sabato 21 giugno 2008

DURO & IMPURO by Luca Bagatin

"AVANTI CON LA "CACCIA AL MASSONE""

La stampa titola: "Patto fra mafia e Massoneria".
Con la nominata "Operazione Hiram" (Hiram è una figura leggendaria dell'universo massonico che ricorda l'architetto preposto a supervisionare i lavori di costruzione del Tempio di Re Salomone) che ha portato all'arresto a Palermo di 8 persone per concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione in atti di ufficio, peculato ed accesso abusivo a servizi informatici giudiziari e che ha visto coinvolti anche alcuni affiliati a logge massoniche, ancora una volta siamo alla "caccia al massone" (così come durante l'Inquisizione si dava la "caccia alle streghe" e durante il nazismo la "caccia all'ebreo").
E' l'ennesima vergogna dei mass-media nostrani che ancora una volta accostano la mafia alla Massoneria con tanto di corollario di empi libelli volti a dimostrare il (palesemente falso) connubio fra le due organizzazioni.
Ora, nella suddetta "Operazione Hiram", oltre ai suddetti affiliati, sono stati coinvolti imprenditori, una poliziotta, medici e persino un gesuita.
A questo punto, ragionando come ha fatto la grande stampa nostrana si dovrebbe dedurre che c'è un patto non solo fra mafia e Massoneria, ma anche fra mafia e tutti gli imprenditori italiani, fra mafia e Polizia di Stato, fra mafia e Ordine dei Medici, fra mafia e l'ordine dei Gesuiti.
Dette semplificazioni, sono pericolosissime. E stupisce che non ci si renda conto di ciò.
O forse qualcuno se ne rende conto anche troppo ed è tenuto ad infangare i massoni additandoli come mafiosi ?
O forse qualcuno è così ignorante da non sapere nemmeno che cosa sia la Massoneria, ovvero una grande organizzazione umanitaria e democratica che nel corso della Storia ha contribuito a rafforzare gli Stati liberali (si pensi all'istituzione dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, grande ideale massonico, ma anche alla battaglia per la scuola pubblica laica ed alle numerose battaglie di diritto civile) e della quale hanno fatto parte quasi tutti i Presidenti degli Stati Uniti d'America che è la più grande democrazia d'Occidente, oltre che numerosi letterati (Carducci, D'Annunzio...), artisti (Totò, Louis Amstrong....), intellettuali (Voltaire, Mark Twain...) ?
Fatto sta che bene ha fatto il Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia Gustavo Raffi a costituirsi parte civile nel processo: definendo i "massoni" coinvolti degli "affiliati a sedicenti logge massoniche" e che nulla hanno a che vedere con il GOI.
Per entrare in Massoneria è d'obbligo presentare il certificato penale che deve essere necessariamente intonso. Questo sarebbe bene ricordarlo ai disinformati.
Altra cosa da dire è che le "mele marce" sono dappertutto. Lo abbiamo visto anche nella Chiesa Cattolica con l'"affaire" dei preti pedofili.
Ma le generalizzazioni, le semplificazioni mediatiche tanto per "far notizia" imbrogliando gli spettatori/lettori e ponendo sulla gogna persone oneste, è uno spettacolo già visto troppe volte in questo Paese ancora evidentemente assai poco democratico e civile.
Un Paese nel quale a volte ci si vergogna, pur tristemente, di essere nati e di vivere.

Luca Bagatin
www.lucabagatin.ilcannocchiale.it

venerdì 6 giugno 2008

giovedì 5 giugno 2008

COSI' LA PENSA CARLO PANELLA (click)


Ecco qui il Bianco e il Nero

domenica 25 maggio 2008

VOLTAIRE vs ROUSSEAU (click)


Voltaire, commentando ironicamente le teorie di Jean-Jacques Rousseau sul ritorno alla natura, gli scrisse fra l’altro: “On n’a jamais tant employé d’esprit à vouloir nous rendre bêtes”, mai fu usata tanta intelligenza per renderci bestie.

domenica 11 maggio 2008

DURO & IMPURO by Luca Bagatin

FORSE CI SIAMO

Lettera aperta: il IV Governo Berlusconi visto da un laico libertario
Luca Bagatin - burroughs279@yahoo.it
domenica 11 maggio 2008
Ci voleva un Governo di centrodestra per avere ben 3 ministri liberalsocialisti, un radicale e molti laici al punto che Luca Volontè dell'Udc, su Libero dell'8 maggio, polemizza denunciando la pressoché totale assenza dei cattolici impegnati in politica.
Ci voleva un nuovo Governo Berlusconi per far strabuzzare gli occhi a tutti noi laici, liberali, repubblicani che sino all'altro giorno lo vedevamo come il fumo negli occhi (ma mai tanto quanto la compagine democrat-cattocom prodiana) e che sospettavamo avrebbe aperto ad un Governo di inciuci con Veltroni & Co. che spazzasse via tutte le nostre battaglie e la nostra storia autenticamente civile ed occidentale.

Ed invece, con l'ottimo Maurizio Sacconi al Welfare ed alla Salute; con i liberalissimo e storicamente liberalsocialista Renato Brunetta all'Innovazione tecnologica (già consigliere economico del Governo Craxi negli anni '80); Franco Frattini agli Esteri (ma non ci sarebbe dispiaciuta nemmeno la pasionaria Margherita Boniver); il radicale Elio Vito ai Repporti con il Parlamento e la laicissima e impegnatissima Stefania Prestigiacomo all'Ambiente, ci riteniamo davvero rassicurati e, diciamolo pure, pressoché totalmente soddisfatti ed entusiasti.

E ci sentiamo ancor più rassicurati se pensiamo che la scalmanata e parolaia Lega Nord si è beccata i ministeri meno influenti con Bossi al Ministero del Federalismo e Calderoli a quello della Semplicifazione (costituiti ad hoc e praticamente inutili). L'unico leghista ad avere un Ministero di peso è il moderato Roberto Maroni (che pur fu "scalmanato" negli anni '70 quando militava in Democrazia Proletaria che purtuttavia era un movimento libertario) che fu tutto sommato un discreto Ministro del Welfare che si avvalse della collaborazione del compianto riformista e giuslavorista Marco Biagi, sempre con Silvio Berlusconi Presidente del Consiglio).

Stendiamo invece un velo pietosissimo per la scelta di Tremonti alll'Economia e temiamo che con un anti-liberista e anti-mercatista come lui sarà assai difficile ridurre la spesa pubblica improduttiva e gli enti inutili (lo abbiamo già visto all'opera dal 2001 al 2006). All'Economia infatti avremmo preferito Renato Brunetta o Daniele Capezzone (quest'ultimo quantomeno come sottosegretario).

Altro velo pietoso per la scelta della soubrette Mara Carfagna nella compagine governativa. Riteniamo infatti che non abbia alcuna competenza politica e la sua bellezza fisica è pari alla sua inesperienza. Tanto più che si troverà a reggere il Ministero per le Pari Opportunità e ci chiediamo se le signore e le ragazze italiane si sentiranno effettivamente rappresentata da una donna che sino all'altro giorno si è occupata esclusivamente di spettacolo (per quanto, diciamocelo, il Dicastero delle Pari Opportunità è assolutamente inutile).

Per il resto, ottima la scelta dei ministri giovani ed appassionati (penso ad esempio a Giorgia Meloni, che pure ha idee pressoché totalmente opposte alle mie, ma non posso negarle passione e serietà) alcuni dei quali saranno delle vere e proprie scoperte in quanto sostanzialmente sconosciuti politicamente.

Sulla bontà del programma della compagine governativa, poi, non ci sono dubbi: abolizione delle Province e degli enti inutili (antica battaglia repubblicana di Ugo La Malfa); detassazione degli straordinari e sostegno ai salari; completamento della Legge Biagi con l'introduzione degli ammortizzatori sociali; riduzione della spesa pubblica; abolizione dell'Ici sulla prima casa.

Sembra il programma di un governo di Nuovo CentroSinistra più che di uno di Centrodestra!
E bene, dai, in una scala di valori da uno a dieci diamo un bel 7 a questo Governo Berluisconi quater che peraltro sta seguendo l'ottima strada intrapresa dai partiti liberaldemocratici e conservatori (anche se il termine mi appare assai improprio) occidentali già solcata prima di lui da Sarkozy, David Cameron e John McCain: ovvero rigettare i valori della destra tradizionale e aprirsi ai valori laici, liberali e libertari andando oltre la destra e la sinistra tradizionale.

Sarko in Francia ha vinto con un programma totalmente liberale in economia e nei diritti civili, occidentale nella politica estera e rigoroso in termini di sicurezza. Egli ha peraltro significativamente voluto nella sua squadra di governo il socialista Bernard Kouchner agli Esteri.
Il conservative David Cameron ha recentemente stravinto alle elezioni amministrative inglesi proponendo un programma radicalmente diverso rispetto al passato del suo partito ed avvicinandosi alla visione liberalsocialista di Tony Blair (assai diversa da quella del più socialburocratico Brown) prevedendo peraltro aperture nei confronti di gay e lesbiche, una politica ambientale più incisiva, il sostegno alla sanità pubblica e la possibilità di legalizzare la cannabis e i suoi derivati. In Inghilterra, peraltro, avanzano anche i Liberaldemocratici che diventano il secondo partito superando i Laburisti la cui nuova virata statalista è stata rigettata in toto dall'elettorato.

Per finire, siamo certi che anche il repubblicano statunitense John McCain stravincerà sui candidati democratici (o la Clinton o Obama) proprio per il suo programma liberale nei diritti civili e in economia e per una politica estera tutta improntata alla difesa dei valori umani di libertà e democrazia.

La cosiddetta sinistra tradizionale arretra in tutta Europa e financo nella tradizionalmente socialBurocratica Svezia. Ovviamente tranne in Spagna vista e considerata infatti la gestione liberale del socialista Zapatero.
La cosiddetta sinistra tradizionale (anche se è ormai del tutto improprio parlare di "destra" e di "sinistra") è e sarà destinata alla sconfitta nei prossimi anni, in quanto arroccata su posizioni meramente conservatrici, stataliste e socialburocratiche che garantiscono solo chi è già garantito.
Per questo, come nei gloriosi anni '80, vincerà e governerà seriamente solo chi sarà capace di mettere in piedi governi in grado di risollevare l'economia con dinamismo, capaci di ridurre le spese inutili e di garantire sicurezza ai cittadini senza entrare però nella loro vita privata e sotto le loro lenzuola, capace di garantire diritti civili nel pieno rispetto dei doveri.

La sfida, ormai, non è più fra "destra" e "sinistra" ovvero fra "conservatori-popolari" e "progressisti-socialdemocratici", bensì fra Liberali e Conservatori e noi, da anni dalla parte delle libertà e dell'individuo, ci schieriamo sempre e comunque con i primi, consapevoli che il presente ed il futuro si giocano sulla creatività dei singoli piuttosto che sull'inefficienza degli Stati accentratori.

www.lucabagatin.ilcannocchiale.it

giovedì 8 maggio 2008

Giura il Berlusconi IV, tra emozione, segni di croce e donne coi pantaloni

Giovedì, 8 Maggio 2008
Alle 16.48, e mancavano ancora 12 minuti, alla cerimonia del giuramento, nel salone delle Feste del Quirinale la rappresentanza governativa era un monocolore azzurro: infatti 11 dei 12 ministri di Forza Italia erano i primi ad arrivare sul Colle (Angelino Alfano, Franco Frattini, Renato Brunetta, Maurizio Sacconi, Sandro Bondi, Mara Carfagna, Elio Vito e Raffaele Fitto)
Poi alla spicciolata tutti gli altri, a partire dalle 4 signore che hanno vestito la grisaglia ministeriale. Con poche variazioni in termini di colore e accessori, le neoministre del governo Berlusconi hanno optato per la giacca e i pantaloni. I più attenti notano che sotto il sobrio ed elegante completo grigio-Armani, Mara Carfagna “osa” dei sandali a dita scoperte senza calze. Come lei, anche la 31enne Giorgia Meloni sceglie il grigio, il suo tailleur ha però dei riflessi più brillanti. Blu il tailleur di Maria Stella Gelmini (capelli sciolti che non arrivano alle spalle) e un viola tendente al prugna per Stefania Prestigiacomo.
Quindi il giuramento. Prima tocca al premier Silvio Berlusconi. Poi, uno dopo l’altro, gli altri ministri: iniziano quelli senza portafoglio, a cominciare da Elio Vito (Rapporti con il Parlamento) e Umberto Bossi (Riforme), e successivamente sfilano quelli con portafoglio, da Franco Frattini (Esteri) a Giulio Tremonti (Economia): “Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione”. Questa la formula echeggiata per ventidue volte (21 ministri più Silvio Berlusconi).
Un cerimoniale filato via veloce, come ormai da nuova prassi “costituzionale”, ma con qualche curiosità. Il lapsus del ministro per lo Sviluppo Economico, Claudio Scajola, che per l’emozione ha scambiato la parola “Nazione” con “Italia”. Quello delle Politiche Comunitarie, Andrea Ronchi, che prima di alzarsi per giurare, si è fatto il segno della croce, mentre il suo collega di partito, il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, dopo il giuramento è tornato al suo posto, dimenticandosi di firmare. E proprio con il goliardico La Russa, Berlusconi ha poi scherzato, fingendo di non volergli dare la mano perché non si era rasato il pizzetto per l’occasione.
Molto emozionato anche l’ex commissario europeo Franco Frattini. Quando il presidente della Repubblica lo chiama per il giuramento, non tutto fila liscio. In particolare Frattini, titolare della Farnesina, nel momento di leggere la formula di rito, incespica per due volte. Fuori programma, invece, per l’esponente di An Andrea Ronchi, che alzandosi verso il Capo dello Stato si fa prima il segno della croce. Renato Brunetta, neo-ministro dell’Innovazione, si rivolge invece al presidente della Repubblica per fargli i suoi personali complimenti: “Ha proprio un bravo figlio, suo figlio è proprio bravo”Umberto Bossi, il più cercato dai fotografi, ha stretto vigorosamente la mano del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, mentre il ministro alla Semplificazione, Roberto Calderoli, indossava la classica cravatta verde padano. Anche la matricola Luca Zaia (altro leghista, alle Politiche Agricole) si fa sorprendere all’emozione e entrando nella sala dice: “Non ho saliva, sono molto emozionato”.Quindi la classica foto di gruppo e flash impazziti per le 4 donne e poi tutti a brindare alla salute del nascente governo. È lo scatto che immortala la nascita del Berlusconi IV. Poi Berlusconi si dirige a Palazzo Chigi, tra gli applausi della folla assiepata a Piazza Colonna, e accolto, nel cortile interno, dai picchetti d’onore di tutte le armi.Il tutto mentre a palazzo Chigi l’aria cambiava in soli tre minuti: il tempo necessario di aggiornare il sito del governo con la foto del neo premier ben evidente nella home page e l’elenco dei nuovi ministri. All’interno aspetta Romano Prodi per il rito della campanella con cui il premier apre e chiude le riunioni del Consiglio dei ministri: così è nato il Berlusconi IV.

mercoledì 16 aprile 2008

ECCO PERCHE' NON RIESCO A GIOIRE DELLA VITTORIA ELETTORALE

EST - Libano: per i nostri servizi troppe armi a Hezbollah

thumbnail_11778.jpgRoma, 16 apr (Velino) - Silvio Berlusconi ha confermato questo pomeriggio che le regole di ingaggio dei nostri soldati in Libano saranno riconsiderate. Pronta la puntualizzazione del ministro della Difesa Arturo Parisi che sostiene: "Le regole d'ingaggio dei nostri soldati sono quelle decise dall'Onu visto che la missione Unifil è delle Nazioni Unite". Quindi, conclude Parisi, se devono essere riviste se ne dovrà discutere all'Interno dell'Onu. La questione sollevata dal leader del Pdl sulle modalità d'impiego dei nostri soldati in Libano è da tempo al centro di dibattito anche in Francia, che partecipa alla missione con il maggior numero di soldati. Israele, poi, da tempo sollecita l'Unifil ad una maggiore attenzione. "Il traffico e il trasferimento di armi per rafforzare gli Hezbollah in Libano continuano nonostante la presenza dei militari dell’Unifil", scrivono i servizi segreti israeliani al loro governo. La nota, come altre sul tema, degli 007 israeliani non differisce molto da quelle che da mesi vengono recapitate sul tavolo del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Enrico Micheli, responsabile dei servizi segreti italiani, dalla nostra rete di intelligence che in Libano e nell’area può contare su una struttura molto addestrata e ben inserita.

Le segnalazioni al nostro governo sono tutte molto allarmate perché il continuo ingresso dalla Siria di armi (pagate dagli iraniani) per l’esercito degli hezbollah libanesi mette a rischio continuamente i nostri soldati. E Israele, così come i militari fedeli al governo di Beirut, guardano con molta preoccupazione al riarmo delle milizie filosiriane. Nei compiti affidati dall’Onu alle truppe che dovrebbero garantire l’impermeabilità delle frontiere libanesi, c’è soprattutto la caccia al trasferimento di armi, ma i risultati fino ad oggi non sono stati eccezionali e il materiale bellico intercettato dall’Unifil è poca cosa rispetto alle quantità che transitano illegalmente, tutte monitorate dagli israeliani e anche servizi segreti dei Paesi Nato. La situazione, poi, per l'Italia è pure complicata dal fatto che l’esercito hezbollah-sciita è fortemente appoggiato dall’Iran, il Paese prossimo alla provincia di Herat, in Afghanistan, che la Nato ha affidato al controllo dei nostri militari.

lunedì 14 aprile 2008

Purtroppo l'Italia è anche questo

14 Aprile 2008
La caccia a Ferrara dei teppisti che vogliono tappargli la boccaè un brutto segnale. Anche per il dopo voto
Di Giampaolo Pansa - Bestiario

E’ diventata una maniacale caccia all’uomo la contestazione a Giuliano Ferrara. L’assalto di Bologna è stato appena una tappa nel percorso di guerra imposto al direttore del “Foglio” e alla sua lista “Aborto? No grazie”. A Crema, fra rulli di tamburi e salve di fischietti, hanno bruciato in piazza un fantoccio che lo raffigurava. Le foto del rogo danno i brividi. Per l’odio che trasmettono. E per la ripugnanza che ispira il tizio con la torcia in mano, intento ad appiccare il fuoco. Un giovane aspirante boia che, se diventerà adulto, nel rivedersi in quelle immagini forse proverà vergogna di se stesso.

La caccia a Ferrara resterà il simbolo di questa campagna elettorale. E attesta che l’Italia è una democrazia dimezzata. Quando un cittadino che guida una lista non può parlare in piazza, o può farlo soltanto rischiando il pestaggio e se è protetto dalla polizia, non ci possono essere dubbi. La Repubblica nata nel 1946 non esiste più. Al suo posto si è insediata una repubblica falsa, senza più legge, senza autorità, senza dignità, che si regge su una Costituzione ridotta a carta straccia. Un mostro istituzionale dove chiunque può essere vittima di bande violente che decidano di tappargli la bocca. Per confiscargli il diritto numero uno: la libertà di opinione e di parola.

La posizione di Ferrara non mi piace. E non voterò la sua lista. Ma mi piacciono ancora meno i teppisti che lo aggrediscono. Anche perché sono tanti e per di più si muovono in un’area politica, la sinistra, che ci ha già regalato la stagione terribile del terrorismo. Ve lo ricordate il motto delle Brigate Rosse? Diceva: colpirne uno per educarne cento. Oggi si dà la caccia a Ferrara, ma domani si darà la caccia a qualcun altro. E’ già avvenuto e avverrà, stiamone certi.

Mi ha molto colpito un articolo di Ernesto Galli della Loggia, pubblicato dal “Corriere della sera” e intitolato “L’invenzione dei mostri”. Galli della Loggia spiega che, demonizzando Ferrara, si è seguito «il copione abituale che in Italia caratterizza la discussione pubblica, sia che si parli di aborto o della Costituzione, di immigrazione o di storia del fascismo». Rendere mostruose la figura e le idee dell’avversario, mistificarle, proibirle, punirle con la violenza. E’ l’esperienza che ho fatto anch’io, per i miei libri sulla guerra civile. E non mi rallegra l’essere in buona compagnia. In questa campagna elettorale è toccato pure al giurista Pietro Ichino. Non appena il Partito Democratico lo ha candidato, ecco la replica folle della sinistra regressista: “Servo dei padroni”, “Talebano pazzo”. E insieme agli insulti scagliati da membri del Parlamento, sono arrivate puntuali le minacce delle nuove Brigate Rosse.

Qualcuno dice: quando la competizione elettorale finirà, le acque si calmeranno. Ma io temo che non andrà così. La campana dei violenti continuerà a suonare, sempre più cupa e più forte. Se a vincere sarà Walter Veltroni, la sinistra regressista, messa nell’angolo, dovrà lasciare spazio all’antagonismo più ottuso, già oggi capace di vere e proprie campagne d’intimidazione, come s’è visto con Ferrara. Se vincerà Silvio Berlusconi, entrando per la terza volta a Palazzo Chigi, le stesse bande avranno un motivo in più per occupare le piazze contro il governo fascista del Caimano.

E se i risultati elettorali renderanno inevitabile una Grande Coalizione, preferisco non immaginare come le frange lunatiche delle tante sinistre reagiranno al Grande Inciucio dei Poteri Forti: versione moderna dello Stato Imperialista delle Multinazionali, il nemico numero uno per il brigatismo rosso. Le condizioni per innescare un incendio ci sono tutte. A cominciare dall’indifferenza che tanti media importanti mostrano di fronte ai segnali di pericolo che oggi si avvertono. Per questo, non mi sembra azzardato lanciare un grido di allarme: attenti alle pistole! Che vuol dire: non chiudiamo gli occhi dinanzi al rischio di veder emergere un nuovo terrorismo.
Se accadrà, non sarà un terrorismo nero, di destra, bensì rosso, di sinistra. Quest’ultimo ha una sua struttura ombra molto resistente, che si nasconde nelle anse buie dell’antagonismo. Non penso affatto che tutti i contestatori dei tanti e diversi centri sociali siano pronti a impugnare le armi. Ma è da quell’area che può arrivare il pericolo.
Del resto, è una storia che conosciamo. E che io ho visto e raccontato negli anni Settanta e Ottanta. Allora, dal grembo dei movimenti e dei partitini ultrà, uscirono delle minoranze che dapprima cominciarono a fabbricare mostri e poi passarono a ucciderli. E anche allora molti politici, molti opinionisti e molti giornali decisero di non vedere e di non capire. Vogliamo ripetere quell’esperienza: E regalarci una nuova stagione di paura e di sangue?

domenica 23 marzo 2008

MEDITIAMO

L'apostata PDF Stampa E-mail
Scritto da Fausto Carioti
domenica 23 marzo 2008
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La conversione di Magdi Allam, sancita in modo clamoroso dal suo battesimo in San Pietro durante la messa pasquale officiata da Benedetto XVI, è un gesto dirompente per almeno due motivi.

Primo. Da questo momento Allam, per gli islamici, è un "murtadd", un apostata. E la punizione che l'islam prescrive per gli adulti sani di mente che abbandonano la fede in Allah è la morte. Complimenti ad Allam per il coraggio.

Secondo. Allam non è stato battezzato da un qualunque sacerdote, ma dal pontefice, in Vaticano. Molto dipenderà da come gli organi d'informazione racconteranno la vicenda, ma c'è il rischio concreto che nel mondo musulmano questo gesto di Ratzinger sia interpretato come una pubblica umiliazione inflitta dal capo della Chiesa cattolica all'islam. Questo darebbe vita a risentimenti analoghi a quelli causati dal discorso che Ratzinger tenne a Ratisbona nel settembre del 2006.