«Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d'etterno consiglio,
tu se' colei che l'umana natura
nobilitasti sì, che 'l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.
Nel ventre tuo si raccese l'amore,
per lo cui caldo ne l'etterna pace
così è germinato questo fiore.
Qui se' a noi meridiana face
di caritate, e giuso, intra ' mortali,
se' di speranza fontana vivace.
Donna, se' tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre
sua disianza vuol volar sanz'ali.
La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fiate
liberamente al dimandar precorre.
In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s'aduna
quantunque in creatura è di bontate.
Or questi, che da l'infima lacuna
de l'universo infin qui ha vedute
le vite spiritali ad una ad una,
supplica a te, per grazia, di virtute
tanto, che possa con li occhi levarsi
più alto verso l'ultima salute.
E io, che mai per mio veder non arsi
più ch'i' fo per lo suo, tutti miei prieghi
ti porgo, e priego che non sieno scarsi,
perché tu ogne nube li disleghi
di sua mortalità co' prieghi tuoi,
sì che 'l sommo piacer li si dispieghi.
Ancor ti priego, regina, che puoi
ciò che tu vuoli, che conservi sani,
dopo tanto veder, li affetti suoi.
Vinca tua guardia i movimenti umani:
vedi Beatrice con quanti beati
per li miei prieghi ti chiudon le mani!».
Li occhi da Dio diletti e venerati,
fissi ne l'orator, ne dimostraro
quanto i devoti prieghi le son grati;
indi a l'etterno lume s'addrizzaro,
nel qual non si dee creder che s'invii
per creatura l'occhio tanto chiaro.
E io ch'al fine di tutt'i disii
appropinquava, sì com'io dovea,
l'ardor del desiderio in me finii.
Bernardo m'accennava, e sorridea,
perch'io guardassi suso; ma io era
già per me stesso tal qual ei volea:
ché la mia vista, venendo sincera,
e più e più intrava per lo raggio
de l'alta luce che da sé è vera.
Da quinci innanzi il mio veder fu maggio
che 'l parlar mostra, ch'a tal vista cede,
e cede la memoria a tanto oltraggio.
Qual è colui che sognando vede,
che dopo 'l sogno la passione impressa
rimane, e l'altro a la mente non riede,
cotal son io, ché quasi tutta cessa
mia visione, e ancor mi distilla
nel core il dolce che nacque da essa.
Così la neve al sol si disigilla;
così al vento ne le foglie levi
si perdea la sentenza di Sibilla.
O somma luce che tanto ti levi
da' concetti mortali, a la mia mente
ripresta un poco di quel che parevi,
e fa la lingua mia tanto possente,
ch'una favilla sol de la tua gloria
possa lasciare a la futura gente;
ché, per tornare alquanto a mia memoria
e per sonare un poco in questi versi,
più si conceperà di tua vittoria.
Io credo, per l'acume ch'io soffersi
del vivo raggio, ch'i' sarei smarrito,
se li occhi miei da lui fossero aversi.
E' mi ricorda ch'io fui più ardito
per questo a sostener, tanto ch'i' giunsi
l'aspetto mio col valore infinito.
Oh abbondante grazia ond'io presunsi
ficcar lo viso per la luce etterna,
tanto che la veduta vi consunsi!
Nel suo profondo vidi che s'interna
legato con amore in un volume,
ciò che per l'universo si squaderna:
sustanze e accidenti e lor costume,
quasi conflati insieme, per tal modo
che ciò ch'i' dico è un semplice lume.
La forma universal di questo nodo
credo ch'i' vidi, perché più di largo,
dicendo questo, mi sento ch'i' godo.
Un punto solo m'è maggior letargo
che venticinque secoli a la 'mpresa,
che fé Nettuno ammirar l'ombra d'Argo.
Così la mente mia, tutta sospesa,
mirava fissa, immobile e attenta,
e sempre di mirar faceasi accesa.
A quella luce cotal si diventa,
che volgersi da lei per altro aspetto
è impossibil che mai si consenta;
però che 'l ben, ch'è del volere obietto,
tutto s'accoglie in lei, e fuor di quella
è defettivo ciò ch'è lì perfetto.
Omai sarà più corta mia favella,
pur a quel ch'io ricordo, che d'un fante
che bagni ancor la lingua a la mammella.
Non perché più ch'un semplice sembiante
fosse nel vivo lume ch'io mirava,
che tal è sempre qual s'era davante;
ma per la vista che s'avvalorava
in me guardando, una sola parvenza,
mutandom'io, a me si travagliava.
Ne la profonda e chiara sussistenza
de l'alto lume parvermi tre giri
di tre colori e d'una contenenza;
e l'un da l'altro come iri da iri
parea reflesso, e 'l terzo parea foco
che quinci e quindi igualmente si spiri.
Oh quanto è corto il dire e come fioco
al mio concetto! e questo, a quel ch'i' vidi,
è tanto, che non basta a dicer `poco'.
O luce etterna che sola in te sidi,
sola t'intendi, e da te intelletta
e intendente te ami e arridi!
Quella circulazion che sì concetta
pareva in te come lume reflesso,
da li occhi miei alquanto circunspetta,
dentro da sé, del suo colore stesso,
mi parve pinta de la nostra effige:
per che 'l mio viso in lei tutto era messo.
Qual è 'l geomètra che tutto s'affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond'elli indige,
tal era io a quella vista nova:
veder voleva come si convenne
l'imago al cerchio e come vi s'indova;
ma non eran da ciò le proprie penne:
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne.
A l'alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e 'l *velle*,
sì come rota ch'igualmente è mossa,
l'amor che move il sole e l'altre stelle.
mercoledì 21 gennaio 2009
Dedicata a Mamma Ambra
sabato 17 gennaio 2009
Nuovo contatto con Battistad
Tre ore fa battistad è riuscito a contattarci. Sta bene, è un poco ammaccato. Comunque ha avuto l'ordine di rientrare. Questa sera andrò a "recuperarlo" :D
martedì 13 gennaio 2009
RICEVO DAL COLONNELLO GIOACCHINO GAMBETTA

Il giorno 26 di gennaio è la Festa di Corpo del Battaglione Alpini Tirano.
Si ricorda il Sacrificio degli Alpini del Tirano nel combattimento di Arnautowo che aprì, unitamente al combattimento di Wararowka del Battaglione Alpini Morbegno il giorno prima, la strada per la vittoriosa Battaglia di Nikolajewka.
Ti invio lo Stralcio del Rapporto del Comandante del 5° Reggimento Alpini sul fatto d'armi.
Gioacchino.
STRALCIO DELLA RELAZIONE SUL RIPIEGAMENTO DEL 5° ALPINI DALLE LINEE DEL
MEDIO DON ( COLONNELLO GIUSEPPE ADAMI )
15 – 31 GENNAIO 1943
DESCRIZIONE DEL COMBATTIMENTO AVVENUTO IL 26 GENNAIO 1943 AD ARNAUTOWO ( RUSSIA )
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26 GENNAIO 1943
Circa le ore 2 elementi sbandati della Divisione “ Cuneense “, invadono la strada centrale del paese affermando che a Sud-Ovest del paese stesso, erano stati attaccati da truppe russe e partigiani. La notizia è avvalorata dal fatto che la sparatoria, che aveva continuato tutta la notte in direzione di Arnautowo, si era intensificata ed estesa ai margini del bosco proprio a Sud-Ovest dell’abitato; per di più tra le case cadono colpi di mortaio, di cannoncino anticarro e traccianti. Di ciò avuta la diretta percezione dopo di essere uscito all’aperto, comunico l’allarme ai Battaglioni e dispongo la eventuale difesa del posto e lo sbarramento delle vie di accesso.
La luna ed il cielo chiarissimo permettono una buona visibilità. Poco dopo arriva il Generale Reverberi che, reso da me edotto delle misure prese, ordina di anticipare la partenza di un’ora e di rafforzare nel frattempo con una Compagnia la difesa del quadrivio, presso il quale si era sistemato il Comando di Corpo d’Armata: al quale provvedo mandando in luogo la 48^ Compagnia del Battaglione “Tirano” rinforzata con i pezzi di artiglieria. Contro ogni previsione l’attacco non si sviluppa ed anzi viene a cessare anche l’azione nemica. Alle ore 5 il Battaglione “Tirano” inizia il movimento, tosto seguito dalle molte slitte del Gruppo Fischer. Esso appena giunto alle prime case di Arnautowo, quando il Comandante del Plotone Esploratori informa di avere preso contatto con il nemico che sta avanzando.
Il Maggiore Maccagno, Comandante del Battaglione, si porta subito avanti per rendersi personalmente conto della situazione mentre mortai e mitragliatrici russe aprono il fuoco sui reparti e può constatare che l’avversario sta premendo sul fianco sinistro della colonna, che la strada oltre la selletta di Arnautowo è potenzialmente sbarrata da cannoni anticarro, mortai e mitragliatrici e che inoltre, grosse pattuglie russe operano sull’alto del costone di destra.
Dispone allora per lo spiegamento del Battaglione in formazione di combattimento, con la 49^ Compagnia a sinistra, la 46^ Compagnia al centro e la C.C.T sulla destra con compito, quest’ultima, di operare un largo movimento sul fianco del nemico. Fa inoltre piazzare le armi di accompagnamento che aprono subito il fuoco. Sulla indicazione di un Ufficiale di Cavalleria, pratico del posto, incanalo il movimento della colonna, meno le slitte e gli automezzi del Gruppo Fischer, lungo una strada secondaria che, deviando a destra e in basso, porta direttamente alla selletta, mentre ordino alle predette slitte e automezzi di procedere per la strada principale alta protetti dalla 48^ Compagnia.
Alla Selletta dal Maggiore Maccagno ho relazione dello stato di cose. In quel momento forti nuclei avversari premono al centro e alla sinistra ed avanzano rapidi cantando. La difficilissima situazione mi induce a far inviare sulla destra una Squadra mitraglieri della 48^ Compagnia, per dare maggiore efficacia alla controffensiva sul fianco e a chiedere l’immediato intervento dei Gruppi “ Vicenza e Val Camonica”, onde appoggiare al centro e sulla sinistra l’azione del “Tirano”. Ordino inoltre di far sgomberare con qualunque mezzo la strada invasa di slitte e di salmerie cosi da permettere alla artiglierie una rapida avanzata. Successivamente ordino al Battaglione “Edolo” di portarsi in testa alla colonna. In attesa dell’arrivo delle richieste batterie, che a fatica procedono verso la selletta, un pezzo da 105 del Gruppo Fischer, appena sopraggiunto, su richiesta del Maggiore Maccagno apre il fuoco contro una casa sulla quota 210 a Nord-Est dalla quale escono elementi nemici diretti verso la antistante Balka – colpendola e demolendola in breve con evidente vantaggio per la C.C.T. ed i mitraglieri che procedono in quella direzione. Anche la Batteria a disposizione del Battaglione “Tirano” un mortaio da 81 e due cannoni da 47 anticarro, svolgono efficace azione contro centri di fuoco nemici stando allo scoperto, tanto che due Ufficiali, impegnati personalmente a sparare, restano feriti alle braccia e alle mani da pallottole di mitragliatrice.
Le tre Compagnie del Battaglione a stretto contatto con il nemico resistono bravamente e sotto violento fuoco reagiscono a brevissima distanza con lancio di bombe a mano.
L’ora eroica del “ Tirano” è pagata a duro prezzo: cadono due Comandanti di Compagnia, cadono numerosi altri Ufficiali ed Alpini, altri ancora restano feriti per continuare a combattere.
La situazione permane critica affinché, a decidere favorevolmente le sorti, intervengono due fatti: l’azione violenta di fuoco iniziata dalla C.C.T. e dalla Squadra mitraglieri della 48^ Compagnia, che dopo avere snidato il nemico dalla casa di quota 210 erano piombati sul fianco ed a tergo e l’entrata in azione de una Batteria del Gruppo “ Val Camonica” che opera efficaci tiri di distruzione dei centri avversari. La Batteria del Gruppo”Vicenza” non riesce invece a partecipare all’azione per l’insufficienza delle sue armi. A distruggere un centro avanzato del nemico concorre il S.Tenente Gariboldi, Ufficiale di Collegamento del 5° Reggimento Alpini, che fa uso di una mitragliatrice lasciata sul posto dalla 33^ Batteria del Gruppo”Bergamo” attaccata e messa fuori combattimento durante la notte. Lo scontro è ormai sul finire. I russi fuggono abbandonando sul terreno numerosi morti. Il Maggiore Fischer, che arriva alla selletta, scende dal carro cingolato per congratularsi con me del magnifico comportamento degli Alpini del “Tirano” .
Sta di fatto che questo Battaglione, chiamato con forze ridotte e stanche dall’estenuante marcia di nove giorni tra stenti di ogni genere e con armi in gran parte inefficienti a cozzare contro un nemico fresco, imbaldanzito dai recenti successi, dotato di armi formidabili, ha saputo col solo appoggio di pochi pezzi di artiglieria e mediante l’eroico sacrificio di ben 11 dei suoi Ufficiali e Alpini – volgere al successo una situazione difficilissima che avrebbe potuto compromettere la salvezza di tutta la colonna. Il Battaglione “Edolo” nonostante tutti gli sforzi per obbedire al mio ordine di portarsi in testa, non vi è ancora riuscito, chiuso, come si trova, dalla ressa pressante degli automezzi, delle slitte, degli uomini che si accalcano dappertutto: né vi sarebbe riuscito nell’ ipotesi disgraziata che , sopraffatto il “ Tirano”, si fosse reso necessario il suo concorso. Le conseguenze che sarebbero derivate in tale eventualità sono facilmente intuibili.
Gloria, dunque al “Tirano e meritato un segno che ne ricordi l’eroismo e il sacrificio.
Arriva il Generale Reverberi che senz’altro, quando ancora le pattuglie vittoriose inseguono il nemico, dà ordine a tutta la colonna di riprendere la marcia verso Nikolajewka.
Dati gli ordini al Comandante del Battaglione “Tirano” di raccogliere i superstiti e di proseguire, mi avvio alla C.C.R. al seguito del Generale Reverberi. Dopo qualche ora di marcia in prossimità di Nikolajewka la colonna si arresta. Le artiglierie del Gruppo Fischer si stanno mettendo in posizione.
Dal Comandante della Divisione ho notizia che da parte del Gruppo “Vestone” e di elementi del “Val Chiese” i quali però, portatisi alla ferrovia che limita il lato est del paese, non riescono a procedere oltre per la violenta reazione di fuoco nemica. Pure in posizione trovo una Batteria del Gruppo “Bergamo” mentre il Gruppo”Vicenza” sta affluendo e il Gruppo”Val Camonica” risulta ancora indietro………………..(omissis)……………………
Il 26 gennaio 1943 segna una delle giornate più sanguinose ma anche delle più gloriose della Divisione Tridentina; più che per tutti gloriosa per il 5° Reggimento Alpini, il quale, con duri decisivi combattimenti di Nikitowa e Nikolajewka, sostenuti a poche ore di distanza, in condizioni assolutamente sfavorevoli, ha saputo imporsi al rispetto di un nemico agguerrito e prevalente di uomini e per mezzi e tenere sempre alto il buon nome della Patria a la tradizione della Bandiera.
PERDITE Ufficiali Sottufficiali ed Alpini
Morti 11 63
Feriti e Congelati 15 399
Dispersi 5 497
IL COMANDANTE DEL REGGIMENTO
f.to Colonnello Giuseppe ADAMI
Ora tocca a me informarvi.
Battistad,
è ormai partito. Per ora abbiamo avuto un paio di contatti, e le informazioni che ci ha passato hanno avuto la loro efficacia. Vi garantisco che Battistad passa per un Arabo, parla correntemente l'arabo e due o tre dialetti. Ma questa volta ha un obiettivo in più. Come ho detto ad ambra, è l'unico che possa portare davanti ad una corte di giustizia, terrena o celeste, gli assassini di Dago.
è ormai partito. Per ora abbiamo avuto un paio di contatti, e le informazioni che ci ha passato hanno avuto la loro efficacia. Vi garantisco che Battistad passa per un Arabo, parla correntemente l'arabo e due o tre dialetti. Ma questa volta ha un obiettivo in più. Come ho detto ad ambra, è l'unico che possa portare davanti ad una corte di giustizia, terrena o celeste, gli assassini di Dago.
lunedì 12 gennaio 2009
PER CAPIRE (click)


lunedì 12 gennaio 2009, 07:00
Gli sporchi trucchi di Hamas e Tsahal
di Gian Micalessin
Una guerra sporca, infida e crudele. Non la vedono i giornalisti stranieri tenuti alla larga dalla Striscia di Gaza dai divieti israeliani. Non la raccontano quelli palestinesi minacciati e vessati da Hamas. È un buco nero da cui non affiorano neppure le foto dei telefonini «ingoiate» a mezz'aria dalle nuove tecnologie dello Shin Bet, il servizio segreto interno dello stato ebraico. E l'inferno in terra di Gaza dove Hamas si fa scudo dietro alle proprie donne e ai propri figli, mentre Tsahal, l'esercito israeliano, non più disposto a mettere a repentaglio i propri soldati per risparmiare la popolazione, combatte senza risparmiare i colpi. «Siamo violenti, usiamo ogni arma a disposizione, non siamo più disposti a compromessi perché Hamas grazie ai soldi e alle armi dell'Iran è diventato un esercito vero e proprio, capace di mescolare terrore e guerriglia» – spiega un ufficiale di Sayeret Yahalom, l'unità «diamante», la forza élite dei guastatori incaricati di aprire la strada agli altri soldati nei formicai di Gaza.
Hanno imparato la lezione nella tremenda estate libanese del 2006, sanno che Hamas conta sugli stessi maestri di Hezbollah e che ogni passaggio, ogni strada, ogni casa, nasconde una trappola. Avanzano a colpi di esplosivo, fanno saltare i muri laterali degli edifici, i blindati vi accostano, le truppe saltano nelle voragini, aprono il fuoco contro chiunque si muova, seguono i cani anti-mina che sniffano il tracciato, si riparano dietro il giubbotto anti proiettile di chi sta davanti. Se in una casa c'è puzza di nemico l'unico espediente per risparmiar i civili è la «bussata sul tetto». Non è una gentilezza e neppure una cortesia. È un missile contro l'ultimo piano del palazzo, lì dove Hamas concentra gli abitanti dei condomini e nasconde i cecchini che battono i dintorni. Il missile esplode senza penetrare nel tetto, ma l'effetto è terrorizzante. E su chi non fugge immediatamente s'abbattono, subito dopo, le Gbu 39 americane, i nuovi minuscoli ordigni intelligenti per bombardamenti urbani capaci con solo 40 chili di carica di far implodere un edificio. «Mors tua vita mea» è l'unica e l'ultima legge della sopravvivenza in un teatro dove ogni militare di Tsahal è una preda preziosa.
Ron Ben-Yishai, unico corrispondente di guerra israeliano al seguito dei militari ha incontrato la «trappola del manichino», un pupazzo vestito da guerrigliero seminascosto nel cortile interno di un palazzo. «Se gli spari - racconta – innesca una carica, fa crollare il pavimento, ti fa precipitare in un antro sotterraneo dove Hamas attende i suoi prigionieri». In due anni i «topi» fondamentalisti hanno attrezzato l'intero sottosuolo con basi e arsenali e tunnel, emergono da un capo all'altro delle città, combattono in abiti civili, spariscono di nuovo. Si guardano bene dallo sfidare elicotteri e aerei senza pilota. Colpiscono da lontano utilizzando, come hanno imparato dagli istruttori di Hezbollah, i nuovi mortai iraniani da 81 millimetri. Cercano le unità di Tsahal nascoste nei palazzi, c'infilano dentro i razzi delle nuovi micidiali armi anticarro. Ma restano in superficie solo il tempo indispensabile, poi riguadagnano i tunnel e riemergono altrove. I loro capi, dati ieri in fuga verso l'Egitto, si sarebbero nascosti per 14 giorni in un bunker sotto una delle due ali dell'ospedale di Gaza.
Per impossessarsi di questi e altri segreti lo Shin Bet ricorre a tutti i mezzi. Da giorni nelle case palestinesi di Gaza arrivano decine di misteriose telefonate. Dall'altro capo voci arabe esprimono solidarietà, s'informano, tastano il terreno, chiedono a chi si dimostra disponibile informazioni su guerriglieri, depositi di armi e missili. E quando scattano le tre ore di cessate il fuoco pomeridiano tocca ai Duvdevan, le unità «ciliegia» addestrate a parlare l'arabo e a vestirsi come il nemico, girare le zone abitate per strappare notizie a chi, ignaro, li saluta e li chiama «nostri mujaheddin».
domenica 11 gennaio 2009
Il mio testamento
Cari amici,
vi saluto, quando leggerete sarò entrato nella Striscia, il mio compito lo considero come il proseguo dell'ultima missione di Dago. Per arrivare al mio obbiettivo, sarò costretto a.... Per me Satana ha preparato un bel cantuccio, durante questa mia via lascerò le tracce spero che TSAHAL segua le mie mollichine....
Ambrarosa, Luciano, un bacio e per favore...
Ricordate dago, io vado..... e non ritorno
Luca Battista D
addi gennaio 2009
vi saluto, quando leggerete sarò entrato nella Striscia, il mio compito lo considero come il proseguo dell'ultima missione di Dago. Per arrivare al mio obbiettivo, sarò costretto a.... Per me Satana ha preparato un bel cantuccio, durante questa mia via lascerò le tracce spero che TSAHAL segua le mie mollichine....
Ambrarosa, Luciano, un bacio e per favore...
Ricordate dago, io vado..... e non ritorno
Luca Battista D
addi gennaio 2009
venerdì 9 gennaio 2009
Una veloce ventata di notizie
Allora,
siete stai informati della distruzione della scuola Onu, e che nessuno sparava da quella zone. Tutto vero e tutto falso. A trenta metri da quella scuola c'è il sito di uscita per i caricare i missili Qassam. La scuola è stata colpita, ma la colpa dei morti è esclusiva di Hamas, perché hanno costretto i civili ad entrare nel momento in cui spostavano 10 razzi Qassam, purtroppo un drone ha lanciato colpendo il camion, ma l'esplosione dei razzi ha investito la scuola uccidendo così le persone PRIGIONIERE in quella scuola.
siete stai informati della distruzione della scuola Onu, e che nessuno sparava da quella zone. Tutto vero e tutto falso. A trenta metri da quella scuola c'è il sito di uscita per i caricare i missili Qassam. La scuola è stata colpita, ma la colpa dei morti è esclusiva di Hamas, perché hanno costretto i civili ad entrare nel momento in cui spostavano 10 razzi Qassam, purtroppo un drone ha lanciato colpendo il camion, ma l'esplosione dei razzi ha investito la scuola uccidendo così le persone PRIGIONIERE in quella scuola.
sabato 3 gennaio 2009
QUESTA LA SCUOLA IN ITALIA (click)
Scuola, il sistema pedagogico-insurrezionale
Scritto da Simonde de Sismondi
sabato 03 gennaio 2009
Come molti hanno osservato, l'aspetto più rilevante delle proteste del mondo della scuola non è costituito dalla loro presunta "novità", quanto piuttosto dalla continuità rispetto al passato. Da oltre quarant'anni non vi è stato anno scolastico che non abbia visto il consueto rituale delle autogestioni, delle occupazioni, con relativo cascame di cortei e manifestazioni di protesta varie. Tutto ciò non può essere quindi considerato un fatto eccezionale, quanto piuttosto una realtà "istituzionale", e strutturale della scuola italiana. In questi anni, per più ragioni, si è progressivamente sviluppato un sistema formativo che potremmo definire pedagogico-insurrezionale, di cui occorre analizzare con attenzione logiche, organizzazioni e finalità educative. Il carattere principale di tale sistema è costituito da una concezione della vita associata in chiave populistico- ribellistica. Il modello di società cui fa riferimento è un comunitarismo di ascendenza roussoviano-totalitaria, in cui convivono contemporaneamente dirigismo centralista da un lato e assemblearismo dall'altro. Entrambi questi due elementi, non sono affatto in contraddizione ma spesso e volentieri complementari. In primo luogo, per entrambi ogni aspetto dell'esistenza deve essere determinato e gestito da decisioni politiche: non c'è spazio per scelte autonome, funzioni o ruoli prestabiliti e chiaramente disciplinati per legge; tutto deve essere estremamente fluido e indistinto, pronto ad eseguire decisioni politiche assunte a livello centrale o condizionabile da decisioni assembleari a livello locale.
Il carattere centralistico e dirigista non è certamente una novità dell'attuale scuola di stato, ma è ad essa connaturato, sin dalla sua nascita, con l'unità d'Italia: più che occuparsi della formazione degli italiani, il nuovo sistema scolastico doveva creare un senso di appartenenza alla nuova nazione, creare una cultura e una sensibilità nazionale. Realizzata l'unità d'Italia per via autoritaria ed elitaria, ben poco condivisa dal resto della popolazione, con procedure il più delle volte sommarie e approssimative (i famosi plebisciti) si dovevano "fare gli italiani". Un obiettivo questo, come si vede, non puramente istituzionale, ma ideologico. Questa centralità della dimensione etico-politica non subirà alcun mutamento nelle vicende successive della storia italiana. D'altra parte, una volta creato uno strumento propagandistico di questo genere, è alquanto difficile, per chi detiene il potere rinunciarvi. Molto meglio usarlo per i propri scopi. E infatti il fascismo ne amplierà a dismisura il carattere ideologico-propagandistico: non soltanto le materie di studio dovevano evidenziare la centralità del regime, ma viene introdotto anche lo studio della cultura fascista, in linea con le più aggiornate esperienze totalitarie. Oltre a questo, si amplierà ulteriormente la presenza dello stato in ambito educativo, attraverso l'attribuzione ad esso di compiti specificamente assistenziali. Questa sorta di cavallo di Troia dello statalismo, la necessità di intervenire per rispondere a "bisogni"fondamentali", resterà una costante della cultura scolastica italiana e verrà adottato nel dopoguerra della sinistra cattolica e comunista, sotto forma di lotta per l'imposizione del "tempo pieno". Il comunismo il fascismo e il cattolicesimo "adulto" di sinistra sono accomunati dalla convinzione che, nella società moderna, le normali famiglie non siano in grado di educare i propri figli e che questo compito debba essere assunto da illuminate élite pedagogico-politiche che gravitano attorno alla scuola pubblica in diretto collegamento on la politica. Esse, in varie forme e partendo da diverse ispirazioni, fanno propria una visione millenaristica e utopistica della modernità, come nuova e irreversibile fase della storia umana che ha creato un mondo "nuovo" caratterizzato dalla dominanza di paradigmi scientistico-positivistici cui deve essere assimilata l'attività educativa. In questo contesto, l'educazione e l'istruzione non è più trasmissione di regole di vita, ma pura applicazione delle tecniche ritenute più adeguate alle emergenze di uno stato-società idraulica, per usare le parole di Wittfogel, che per funzionare e vivere la sua "eccezionalità" storica richiede la cooperazione disciplinata di tutte le possibili energie umane.
Nel dopoguerra, la scuola è progressivamente diventata terreno di dominio della sinistra marxista e di quella democristiano-cattolica, entrambe interessate alle potenzialità ideologiche e politiche che questa consentiva. Erano forse queste le uniche forze che avevano un programma di gestione della scuola pubblica adeguato alle sue potenzialità totalitarie. A seguito delle rivolte del '68, in breve tempo monopolizzate politicamente dalla sinistra marxista, essa si è sempre più trasformata in strumento di propaganda politica e di agitazione politica della società. E' a partire da questo periodo che il sistema pedagogico insurrezionale si viene istituzionalizzando ed assume i caratteri "strutturali" tuttora presenti. In particolare, il monopolio culturale della sinistra fa della scuola pubblica il canale privilegiato per la diffusione delle sue idee e delle sue politiche e , per certi versi, per il reclutamento del suo personale politico. La quotidianità stessa della scuola è ormai intrisa dei suoi riti e delle sue liturgie: in particolare, la tipica tecnica dell'utilizzo a scopo propagandistico dello spontaneismo insurrezionale. Se non ci fosse la scuola pubblica, non esisterebbero forse movimenti estremistici di sinistra o per lo meno mancherebbe loro un adeguato mezzo di diffusione delle loro idee, che richiedono, per essere accettate e condivise il particolare stato emozionale ed esagitato che si viene creando nelle occupazioni e nelle "assemblee" cui spesso e volentieri i loro referenti, spesso convocati come "esperti" e vari insegnanti rigorosamente "democratici" non mancano di dare spontaneamente e con abnegazione il loro contributo, in gran parte nella totale assenza di un adeguato contraddittorio.
La presenza ubiqua di assemblee e consigli vari non è quindi un aspetto marginale di questo tipo di scuola: il testo dei decreti delegati del 1974, integrato e ampliato dal testo unico del 1994, prevede, infatti, assemblee di classe per una durata di due ore al mese e una intera giornata anch'essa mensile per le assemblee di istituto. Tutte quante queste manifestazioni devono utilizzare il tempo dedicato alla normale attività didattica.
Se nel 1974, in occasione dell'istituzione dei decreti delegati, ciò sanciva la provvisoria e confusa accettazione "istituzionale" all'interno del sistema scolastico delle forme organizzative di un movimento studentesco che doveva in primo luogo mantenere canali di collegamento tra vertici politicizzati e base studentesca, esso è, con l'andare tempo, diventato rito e prassi pedagogica. Sono numerose le dichiarazioni e le circolari che ribadiscono l'equiparazione delle ore di assemblea alle ore di lezione: il testo unico del 16\4\94 ribadisce, all'art. 13 che le assemblee studentesche "nella scuola secondaria superiore costituiscono occasione di partecipazione democratica per l'approfondimento dei problemi della scuola e della società in funzione della formazione culturale e civile degli studenti." Ulteriori interventi normativi, quali quella del MIUR del novembre 2003, precisano che le le assemblee "dedicate a problemi sociali, culturali, artistici e scientifici, alle quali abbiano partecipato esperti, regolarmente autorizzati dal Consiglio d'istituto, (comma 7, art. 13 T.U.), sono da considerare a tutti gli effetti come lezioni". E' praticamente difficile, se non impossibile, trovare assemblee che, almeno nominalmente, non siano convocate per la trattazione di importanti problemi sociali ecc. ecc. Ovviamente, nessuno si sogna di negare la libertà di riunione, ma un'interruzione annuale dell'attività didattica, e quindi dell'apprendimento delle materie di studio, pari a circa 15 giorni di scuola non ha il minimo senso, specie se si pensa che nulla vieterebbe di svolgere queste assemblee in ore non scolastiche e che in gran parte esse vedono la partecipazione di ristrette minoranze e sono in gran parte dedicate all'apprendimento di vari giochi o forme di espressione artistica (la dama, gli scacchi, il ricamo, le libere composizioni in carta o altre attività ludiche). Due o, al massimo, tre assemblee annuali sarebbero più che sufficienti. A questo vanno poi aggiunte le varie occupazioni e autogestioni, che normalmente comportano la perdita di almeno un mese di scuola all'anno.
Appare quindi chiaro che l'obiettivo principale del sistema pedagogico insurrezionale non è costituito dall'apprendimento di conoscenze disciplinari: queste, in realtà, costituiscono un aspetto secondario del percorso scolastico. Gli stessi programmi scolastici hanno di fatto un valore puramente indicativo e possono essere facilmente decurtati, a seconda della durata effettiva dell'anno scolastico. Tutto quanto questo spiega molto bene la disinvoltura con cui si occupano le scuole, o se ne interrompe il loro normale funzionamento, spesso per intere settimane se non mesi.Una scuola in cui l'attività didattica è costantemente interrotta per i motivi più disparati non fornisce alcuna seria competenza disciplinare, non conosce standard qualitativi rigidamente definiti con cui gli studenti devono confrontarsi, non è in altre parole una scuola seriamente selettiva. Studiare seriamente una qualsiasi disciplina richiede, infatti, una costante applicazione, una continua verifica delle conoscenze raggiunte. Non si può interromperne lo studio per settimane o mesi o magari proseguirlo distrattamente e superficialmente, limitandosi a qualche nozione malamente raffazzonata in pochi giorni. Occorre infatti entrare nello spirito di ciò che si impara, comprenderne il linguaggio e il significato. Tutto ciò non si ottiene certamente con un impegno saltuario e superficiale. Chi accetta di studiare in questo contesto, è del tutto lontano dall'idea che ciò che impara è importante e può determinare il proprio futuro. Nella migliore delle ipotesi, si limita ad un comportamento da travet sfaticato, che distribuisce sagacemente i giorni di interruzione e di aassenza in concomitanza con feste o alte interruzioni, o da soldato obbligato alla naia. Si impara solo a passare il tempo e a mettersi disciplinatamente in fila, in attesa di concorsi fasulli e assunzioni di precari vari. In pratica, usciti come studenti dalla scuola, ci si rientra come insegnanti spesso per effetto della solita sanatoria o abilitazione riservata.
Al disinteresse degli studenti corrisponde la tendenza tipica della pedagogia dominante a svalutare totalmente i "contenuti" rispetto all'apprendimento di astratte e confuse metodologie. Nella pratica, tali metodologie, si traducono in acritica esibizione di schemi banalmente behavioristici, di fatto indifferenti ad ogni contenuto culturale. Non si apprendono né contenuti né concetti, ma è tutto un farneticare di procedure, livelli di apprendimento, prove comuni, parametri di verifica, che non verificano niente eccetto il tempo perso nella messa in produzione di un costoso e incomprensibile fordismo burocratico
La stesse modalità di partecipazione dei genitori lasciano non poco a desiderare e contribuiscono ad abbassare ulteriormente la qualità della scuola. Sotto questo punto di vista, il legislatore è riuscito nel duplice "miracolo" di impedire un serio e trasparente controllo dei risultati da parte dei singoli genitori e degli studenti e allo stesso tempo di rallentare quando non demonizzare l'azione del docente. I primi, se chiedono una qualche spiegazione, si trovano di fronte ad una ipertrofica produzione cartacea priva di significato, gli altri vengono puntualmente colpevolizzati nel caso in cui la maggioranza della classe non ottenga risultati soddisfacenti(cosa che non corrisponde alla conoscenza degli elementi previsti nei programmi). Con una "saggia"gestione sinergetica tra studenti e genitori, dirigenze inebetite e insegnanti fannulloni una classe può quindi tranquillamente sbarcare il lunario studiando poco o nulla.
Si può anzi dire che in questo ambito gli studenti come individui non esistono nemmeno: ci sono solo le classi con relativi consigli. Tutto è deciso dai consigli di classe, per cui uno studente anche a 17\18 anni può avere una grave insufficienza in una materia ed essere promosso a maggioranza. Tutto ciò dà luogo ad una insostenibile ipertrofia assembleare: francamente non si capisce quale cruciale motivo possa esservi per convocare consigli di classe su base mensile; l'apprendimento del teorema di Pitagora o della consecutio temporum non avvengono su base assembleare. Sotto questo punto di vita la scuola funziona come se in un ospedale l'operato di un medico fosse sottoposto assemblearisticamente al controllo di un "consiglio di reparto" di cui farebbero parte i rappresentanti e i parenti dei pazienti.
Oltre a ciò, nella normativa non vi è una chiara distinzione tra le responsabilità e gli ambiti propri dei docenti e quelli dei genitori. Basta semplicemente pensare che le ridicole procedure assemblearistiche previste dalla normativa scolastica obbligano i docenti ad adottare libri di testo per classi in cui non insegneranno, e a sottoporli al parere di genitori ovviamente anch'essi appartenenti ad altre classi. Per adottare il libro di testo da lui ritenuto idoneo, un docente deve quindi passare clandestinamente, a mo' di roba distribuita al parco del Lambro, l'elenco delle sue adozioni ad un collega che a sua volta le sottoporrà alla vidimazione del consiglio classe.
Una scuola organizzata e gestita in questo modo è semplicemente una "morta gora", non produce nulla, eccetto il consueto rito mediatico delle insurrezioni-occupazioni. E' un apparato propagandistico utilizzabile a fini politici In pratica una mimesi di stampo totalitario, che prevede una partecipazione alla vita sociale in termini di ribellistici, con buona pace di chi crede che a scuola si impari l'educazione.
Scritto da Simonde de Sismondi
sabato 03 gennaio 2009
Come molti hanno osservato, l'aspetto più rilevante delle proteste del mondo della scuola non è costituito dalla loro presunta "novità", quanto piuttosto dalla continuità rispetto al passato. Da oltre quarant'anni non vi è stato anno scolastico che non abbia visto il consueto rituale delle autogestioni, delle occupazioni, con relativo cascame di cortei e manifestazioni di protesta varie. Tutto ciò non può essere quindi considerato un fatto eccezionale, quanto piuttosto una realtà "istituzionale", e strutturale della scuola italiana. In questi anni, per più ragioni, si è progressivamente sviluppato un sistema formativo che potremmo definire pedagogico-insurrezionale, di cui occorre analizzare con attenzione logiche, organizzazioni e finalità educative. Il carattere principale di tale sistema è costituito da una concezione della vita associata in chiave populistico- ribellistica. Il modello di società cui fa riferimento è un comunitarismo di ascendenza roussoviano-totalitaria, in cui convivono contemporaneamente dirigismo centralista da un lato e assemblearismo dall'altro. Entrambi questi due elementi, non sono affatto in contraddizione ma spesso e volentieri complementari. In primo luogo, per entrambi ogni aspetto dell'esistenza deve essere determinato e gestito da decisioni politiche: non c'è spazio per scelte autonome, funzioni o ruoli prestabiliti e chiaramente disciplinati per legge; tutto deve essere estremamente fluido e indistinto, pronto ad eseguire decisioni politiche assunte a livello centrale o condizionabile da decisioni assembleari a livello locale.
Il carattere centralistico e dirigista non è certamente una novità dell'attuale scuola di stato, ma è ad essa connaturato, sin dalla sua nascita, con l'unità d'Italia: più che occuparsi della formazione degli italiani, il nuovo sistema scolastico doveva creare un senso di appartenenza alla nuova nazione, creare una cultura e una sensibilità nazionale. Realizzata l'unità d'Italia per via autoritaria ed elitaria, ben poco condivisa dal resto della popolazione, con procedure il più delle volte sommarie e approssimative (i famosi plebisciti) si dovevano "fare gli italiani". Un obiettivo questo, come si vede, non puramente istituzionale, ma ideologico. Questa centralità della dimensione etico-politica non subirà alcun mutamento nelle vicende successive della storia italiana. D'altra parte, una volta creato uno strumento propagandistico di questo genere, è alquanto difficile, per chi detiene il potere rinunciarvi. Molto meglio usarlo per i propri scopi. E infatti il fascismo ne amplierà a dismisura il carattere ideologico-propagandistico: non soltanto le materie di studio dovevano evidenziare la centralità del regime, ma viene introdotto anche lo studio della cultura fascista, in linea con le più aggiornate esperienze totalitarie. Oltre a questo, si amplierà ulteriormente la presenza dello stato in ambito educativo, attraverso l'attribuzione ad esso di compiti specificamente assistenziali. Questa sorta di cavallo di Troia dello statalismo, la necessità di intervenire per rispondere a "bisogni"fondamentali", resterà una costante della cultura scolastica italiana e verrà adottato nel dopoguerra della sinistra cattolica e comunista, sotto forma di lotta per l'imposizione del "tempo pieno". Il comunismo il fascismo e il cattolicesimo "adulto" di sinistra sono accomunati dalla convinzione che, nella società moderna, le normali famiglie non siano in grado di educare i propri figli e che questo compito debba essere assunto da illuminate élite pedagogico-politiche che gravitano attorno alla scuola pubblica in diretto collegamento on la politica. Esse, in varie forme e partendo da diverse ispirazioni, fanno propria una visione millenaristica e utopistica della modernità, come nuova e irreversibile fase della storia umana che ha creato un mondo "nuovo" caratterizzato dalla dominanza di paradigmi scientistico-positivistici cui deve essere assimilata l'attività educativa. In questo contesto, l'educazione e l'istruzione non è più trasmissione di regole di vita, ma pura applicazione delle tecniche ritenute più adeguate alle emergenze di uno stato-società idraulica, per usare le parole di Wittfogel, che per funzionare e vivere la sua "eccezionalità" storica richiede la cooperazione disciplinata di tutte le possibili energie umane.
Nel dopoguerra, la scuola è progressivamente diventata terreno di dominio della sinistra marxista e di quella democristiano-cattolica, entrambe interessate alle potenzialità ideologiche e politiche che questa consentiva. Erano forse queste le uniche forze che avevano un programma di gestione della scuola pubblica adeguato alle sue potenzialità totalitarie. A seguito delle rivolte del '68, in breve tempo monopolizzate politicamente dalla sinistra marxista, essa si è sempre più trasformata in strumento di propaganda politica e di agitazione politica della società. E' a partire da questo periodo che il sistema pedagogico insurrezionale si viene istituzionalizzando ed assume i caratteri "strutturali" tuttora presenti. In particolare, il monopolio culturale della sinistra fa della scuola pubblica il canale privilegiato per la diffusione delle sue idee e delle sue politiche e , per certi versi, per il reclutamento del suo personale politico. La quotidianità stessa della scuola è ormai intrisa dei suoi riti e delle sue liturgie: in particolare, la tipica tecnica dell'utilizzo a scopo propagandistico dello spontaneismo insurrezionale. Se non ci fosse la scuola pubblica, non esisterebbero forse movimenti estremistici di sinistra o per lo meno mancherebbe loro un adeguato mezzo di diffusione delle loro idee, che richiedono, per essere accettate e condivise il particolare stato emozionale ed esagitato che si viene creando nelle occupazioni e nelle "assemblee" cui spesso e volentieri i loro referenti, spesso convocati come "esperti" e vari insegnanti rigorosamente "democratici" non mancano di dare spontaneamente e con abnegazione il loro contributo, in gran parte nella totale assenza di un adeguato contraddittorio.
La presenza ubiqua di assemblee e consigli vari non è quindi un aspetto marginale di questo tipo di scuola: il testo dei decreti delegati del 1974, integrato e ampliato dal testo unico del 1994, prevede, infatti, assemblee di classe per una durata di due ore al mese e una intera giornata anch'essa mensile per le assemblee di istituto. Tutte quante queste manifestazioni devono utilizzare il tempo dedicato alla normale attività didattica.
Se nel 1974, in occasione dell'istituzione dei decreti delegati, ciò sanciva la provvisoria e confusa accettazione "istituzionale" all'interno del sistema scolastico delle forme organizzative di un movimento studentesco che doveva in primo luogo mantenere canali di collegamento tra vertici politicizzati e base studentesca, esso è, con l'andare tempo, diventato rito e prassi pedagogica. Sono numerose le dichiarazioni e le circolari che ribadiscono l'equiparazione delle ore di assemblea alle ore di lezione: il testo unico del 16\4\94 ribadisce, all'art. 13 che le assemblee studentesche "nella scuola secondaria superiore costituiscono occasione di partecipazione democratica per l'approfondimento dei problemi della scuola e della società in funzione della formazione culturale e civile degli studenti." Ulteriori interventi normativi, quali quella del MIUR del novembre 2003, precisano che le le assemblee "dedicate a problemi sociali, culturali, artistici e scientifici, alle quali abbiano partecipato esperti, regolarmente autorizzati dal Consiglio d'istituto, (comma 7, art. 13 T.U.), sono da considerare a tutti gli effetti come lezioni". E' praticamente difficile, se non impossibile, trovare assemblee che, almeno nominalmente, non siano convocate per la trattazione di importanti problemi sociali ecc. ecc. Ovviamente, nessuno si sogna di negare la libertà di riunione, ma un'interruzione annuale dell'attività didattica, e quindi dell'apprendimento delle materie di studio, pari a circa 15 giorni di scuola non ha il minimo senso, specie se si pensa che nulla vieterebbe di svolgere queste assemblee in ore non scolastiche e che in gran parte esse vedono la partecipazione di ristrette minoranze e sono in gran parte dedicate all'apprendimento di vari giochi o forme di espressione artistica (la dama, gli scacchi, il ricamo, le libere composizioni in carta o altre attività ludiche). Due o, al massimo, tre assemblee annuali sarebbero più che sufficienti. A questo vanno poi aggiunte le varie occupazioni e autogestioni, che normalmente comportano la perdita di almeno un mese di scuola all'anno.
Appare quindi chiaro che l'obiettivo principale del sistema pedagogico insurrezionale non è costituito dall'apprendimento di conoscenze disciplinari: queste, in realtà, costituiscono un aspetto secondario del percorso scolastico. Gli stessi programmi scolastici hanno di fatto un valore puramente indicativo e possono essere facilmente decurtati, a seconda della durata effettiva dell'anno scolastico. Tutto quanto questo spiega molto bene la disinvoltura con cui si occupano le scuole, o se ne interrompe il loro normale funzionamento, spesso per intere settimane se non mesi.Una scuola in cui l'attività didattica è costantemente interrotta per i motivi più disparati non fornisce alcuna seria competenza disciplinare, non conosce standard qualitativi rigidamente definiti con cui gli studenti devono confrontarsi, non è in altre parole una scuola seriamente selettiva. Studiare seriamente una qualsiasi disciplina richiede, infatti, una costante applicazione, una continua verifica delle conoscenze raggiunte. Non si può interromperne lo studio per settimane o mesi o magari proseguirlo distrattamente e superficialmente, limitandosi a qualche nozione malamente raffazzonata in pochi giorni. Occorre infatti entrare nello spirito di ciò che si impara, comprenderne il linguaggio e il significato. Tutto ciò non si ottiene certamente con un impegno saltuario e superficiale. Chi accetta di studiare in questo contesto, è del tutto lontano dall'idea che ciò che impara è importante e può determinare il proprio futuro. Nella migliore delle ipotesi, si limita ad un comportamento da travet sfaticato, che distribuisce sagacemente i giorni di interruzione e di aassenza in concomitanza con feste o alte interruzioni, o da soldato obbligato alla naia. Si impara solo a passare il tempo e a mettersi disciplinatamente in fila, in attesa di concorsi fasulli e assunzioni di precari vari. In pratica, usciti come studenti dalla scuola, ci si rientra come insegnanti spesso per effetto della solita sanatoria o abilitazione riservata.
Al disinteresse degli studenti corrisponde la tendenza tipica della pedagogia dominante a svalutare totalmente i "contenuti" rispetto all'apprendimento di astratte e confuse metodologie. Nella pratica, tali metodologie, si traducono in acritica esibizione di schemi banalmente behavioristici, di fatto indifferenti ad ogni contenuto culturale. Non si apprendono né contenuti né concetti, ma è tutto un farneticare di procedure, livelli di apprendimento, prove comuni, parametri di verifica, che non verificano niente eccetto il tempo perso nella messa in produzione di un costoso e incomprensibile fordismo burocratico
La stesse modalità di partecipazione dei genitori lasciano non poco a desiderare e contribuiscono ad abbassare ulteriormente la qualità della scuola. Sotto questo punto di vista, il legislatore è riuscito nel duplice "miracolo" di impedire un serio e trasparente controllo dei risultati da parte dei singoli genitori e degli studenti e allo stesso tempo di rallentare quando non demonizzare l'azione del docente. I primi, se chiedono una qualche spiegazione, si trovano di fronte ad una ipertrofica produzione cartacea priva di significato, gli altri vengono puntualmente colpevolizzati nel caso in cui la maggioranza della classe non ottenga risultati soddisfacenti(cosa che non corrisponde alla conoscenza degli elementi previsti nei programmi). Con una "saggia"gestione sinergetica tra studenti e genitori, dirigenze inebetite e insegnanti fannulloni una classe può quindi tranquillamente sbarcare il lunario studiando poco o nulla.
Si può anzi dire che in questo ambito gli studenti come individui non esistono nemmeno: ci sono solo le classi con relativi consigli. Tutto è deciso dai consigli di classe, per cui uno studente anche a 17\18 anni può avere una grave insufficienza in una materia ed essere promosso a maggioranza. Tutto ciò dà luogo ad una insostenibile ipertrofia assembleare: francamente non si capisce quale cruciale motivo possa esservi per convocare consigli di classe su base mensile; l'apprendimento del teorema di Pitagora o della consecutio temporum non avvengono su base assembleare. Sotto questo punto di vita la scuola funziona come se in un ospedale l'operato di un medico fosse sottoposto assemblearisticamente al controllo di un "consiglio di reparto" di cui farebbero parte i rappresentanti e i parenti dei pazienti.
Oltre a ciò, nella normativa non vi è una chiara distinzione tra le responsabilità e gli ambiti propri dei docenti e quelli dei genitori. Basta semplicemente pensare che le ridicole procedure assemblearistiche previste dalla normativa scolastica obbligano i docenti ad adottare libri di testo per classi in cui non insegneranno, e a sottoporli al parere di genitori ovviamente anch'essi appartenenti ad altre classi. Per adottare il libro di testo da lui ritenuto idoneo, un docente deve quindi passare clandestinamente, a mo' di roba distribuita al parco del Lambro, l'elenco delle sue adozioni ad un collega che a sua volta le sottoporrà alla vidimazione del consiglio classe.
Una scuola organizzata e gestita in questo modo è semplicemente una "morta gora", non produce nulla, eccetto il consueto rito mediatico delle insurrezioni-occupazioni. E' un apparato propagandistico utilizzabile a fini politici In pratica una mimesi di stampo totalitario, che prevede una partecipazione alla vita sociale in termini di ribellistici, con buona pace di chi crede che a scuola si impari l'educazione.
mercoledì 31 dicembre 2008
Ambra, Maria, Luchy e Duepassi.
Luchy, non essere "incazzato, lo so che vuoi aiutare come puoi gente della "nostra risma", ma più di tanto non possiamo dire.
Ambra: " il cucciolo" è qui a casa mia. Nuovi e importanti ordini. Entrambi siamo stati destinati al " Commando Solo" Partiamo subito dopo mezzanotte. Un bacio a Maria e un abbraccio a DuePassi. Un augurio di felice 2009, sicuramente ci leggeremo: non so quando....
Ambra: " il cucciolo" è qui a casa mia. Nuovi e importanti ordini. Entrambi siamo stati destinati al " Commando Solo" Partiamo subito dopo mezzanotte. Un bacio a Maria e un abbraccio a DuePassi. Un augurio di felice 2009, sicuramente ci leggeremo: non so quando....
sabato 27 dicembre 2008
Presenti
Sia io che Pasquino siamo in Italia. Pasquino, anzi il Tenente Pasquino fa la spola tra il Libano e l'Italia. Io, invece, m'imbarco a metà Gennaio su una nave diretta in Somalia. Combattere la pirateria, diventa molto importante. Al Qaeda si sta finanziando in quel modo. Mio compito, come sempre, è operare dietro le linee. Però, ora, voglio godermi un periodo di serenità. Insomma sto ricaricando le pile.
venerdì 26 dicembre 2008
Grazie Ambra. In Memoria di Dago
Calma, severa, tacita, compatta,
ferma in arcione, gravemente incede
la prima squadra, e dietro al Re s'accampa
in chiuse file. Pendono alle selle,
lungo le staffe nitide, le canne
delle temute carabine. Al lume
delle stelle lampeggian le sguainate
sciabole. Brillan di sanguigne tinte
i purpurei pennacchi, erti ed immoti
come bosco di pioppo irrigidito.
Del Re custodi e della legge, schiavi
sol del dover, usi obbedir tacendo
e tacendo morir, terror de' rei,
modesti ignoti eroi, vittime oscure
e grandi, anime salde in salde membra,
mostran nei volti austeri, nei securi
occhi, nei larghi lacerati petti,
fiera, indomata la virtù latina.
Risonate, tamburi; salutate,
aste e vessilli. Onore, onore ai prodi
Carabinieri!
ferma in arcione, gravemente incede
la prima squadra, e dietro al Re s'accampa
in chiuse file. Pendono alle selle,
lungo le staffe nitide, le canne
delle temute carabine. Al lume
delle stelle lampeggian le sguainate
sciabole. Brillan di sanguigne tinte
i purpurei pennacchi, erti ed immoti
come bosco di pioppo irrigidito.
Del Re custodi e della legge, schiavi
sol del dover, usi obbedir tacendo
e tacendo morir, terror de' rei,
modesti ignoti eroi, vittime oscure
e grandi, anime salde in salde membra,
mostran nei volti austeri, nei securi
occhi, nei larghi lacerati petti,
fiera, indomata la virtù latina.
Risonate, tamburi; salutate,
aste e vessilli. Onore, onore ai prodi
Carabinieri!
giovedì 25 dicembre 2008
Sonata al chiaro di luna
In ricordo di Dagoberto, la musica da lui suonata per augurare a tutti i nostri Soldati, suoi commilitoni,un buon Natale e un migliore Anno Nuovo. Ambra
mercoledì 24 dicembre 2008
DIFENDIAMOCI DALL'ISLAM (click)
Sul FOGLIO di oggi, 24/12/2008, a pag.III dell'inserto, Giulio Meotti recensisce il libro di memorie di Tawfiq Hamid, il terrorista pentito che fu allievo di Zawahiri. Un documento istruttivo, una lettura allarmante.
Sono nato al Cairo da una famiglia atea, mio padre faceva il medico ortopedico, mia madre era un’insegnante di francese molto laica”. Tawfik Hamid, come il suo mentore Ayman al Zawahiri, braccio destro e ideologo di Osama bin Laden, proviene dalla borghesia colta e assimilata del Cairo. Finirà per militare nell’organizzazione responsabile di uno dei più sanguinosi attentati della storia egiziana. Cinquantotto turisti – svizzeri, giapponesi, inglesi e tedeschi – trucidati nel 1997 al tempio di Hatshepsut. Assassinati a pugnalate, falciati dai mitra nelle sale dei templi tebani, inseguiti tra le colonne di geroglifici e le tombe dei faraoni. Queste immagini scorrono mentre si è in ascolto della voce metallica di Tawfik Hamid. E’ ciò che avrebbe potuto diventare se non si fosse fermato. Per questo la sua confessione, che ha consegnato al libro “Inside Jihad” è salutata dal Wall Street Journal come uno dei principali contraccolpi mediatici all’islamismo. “La mia non era una famiglia religiosa”, racconta Hamid in questa intervista al Foglio da Washington, dove oggi vive. “All’età di quindici anni mi sono avvicinato all’islam. Nessuno mi aveva parlato di Dio prima di allora. La Jamaa Islamiya, un gruppo musulmano attivo nella mia scuola medica, si avvicinò sfruttando il mio desiderio di servire Dio. Ci mettevano in guardia sulle punizioni dopo la morte se non avessimo seguito letteralmente l’islam”. Un giorno un uomo con gli occhiali spessi venne a tenere un discorso. “La retorica di Zawahiri ispirava la guerra contro gli ‘infedeli’, i nemici di Allah. Lo chiamavamo con il titolo e il primo nome, Dottor Ayman. Mi metteva la mano sulla spalla: ‘Voi giovani siete la speranza del ritorno del califfato’. Provai un senso di gratitudine e di onore. Iniziai a farmi crescere la barba, smisi di ridere e scherzare. Adottai una postura seria, il mio odio per i non musulmani crebbe rapidamente e la dottrina jihadi divenne la mia seconda natura. Arrivai alpunto di pianificare crimini, volevo partire per l’Afghanistan. Ero pronto a uccidere e a morire per Allah. A far saltare in aria chiese e moschee al Cairo. Sapevo di un piano di rapimento di un ufficiale della polizia per dargli fuoco da vivo. La brutalità non mi scalfiva. Divenni a mio agio con l’idea della morte, credevo che avrei sconfitto gli infedeli sulla terra e conquistato il paradiso”. In questi anni abbiamo visto una massa informe di arabi che hanno lasciato affari, famiglia e affetti per farsi saltare in Iraq. Dalle biografie degli shahid trovati in un villaggio iracheno a Sinjar, si vede come la maggior parte dei kamikaze erano ex militari, poliziotti, insegnanti, commercianti, vigili del fuoco, impiegati e medici. “Conosco molto bene ciò che spinge un tunisino, un egiziano o un algerino a entrare in Iraq per farsi esplodere. Sono persone ingannate da insegnamenti violenti, se fossero nati in una cultura che parla di tolleranza e di amore sarebbero diventati pacifici. E’ in corso una guerra ideologica. E’ l’insegnamento islamista che infiltra la mente del musulmano. Un membro della Jamaa mi spiegò il concetto nell’islam di ‘al fikr kufr’. L’idea stessa del pensiero, fikr, ti renderebbe un infedele, kufr. I terroristi non fanno che personalizzare l’insegnamento mainstream dell’islam. Che dice: nella giurisprudenza islamica c’è scritto di uccidere e muovere guerra ai non musulmani, se non si convertono, devono pagare una umiliante tassa per le minoranze. Da un concetto violento si passa alla barbarie. Quando insegni a qualcuno a percuotere la moglie, a uccidere gli apostati e che le nazioni islamiche devono fare la guerra ai non musulmani, non puoi sorprenderti per quanto sta accadendo. Nel mondo islamico le donne sono lapidate a morte e sottoposte a clitoridectomia. Gli omosessuali penzolano dalle forche sotto gli occhi compiacenti dei promotori della shariah. Le madri palestinesi inculcano nei loro figli di tre anni l’ideale del martirio. Io avvertii l’immoralità dell’uccisione di innocenti e che una ideologia religiosa che fomenta la guerra agli infedeli va sconfitta. Ci troviamo di fronte alla mancanza di un’interpretazione dell’islam teologicamente rigorosa, tale da sfidare gli abusi interpretativi della shariah”. Hamid si rivolge all’occidente: “Svegliatevi, prima che sia troppo tardi. L’islamismo è come un cancro, cresce lentamente e la gente non lo vede prima che sia troppo tardi. Io temo una guerra civile nel futuro dell’Europa. Non sono sorpreso dall’attentato a Mumbai, continuerà fintanto che il mondo libero non prenderà coscienza. Se fosse la povertà a causare Bin Laden o Zawahiri, perché gli attentatori dell’11 settembre provenivano dall’Arabia Saudita, la nazione islamica più ricca al mondo? Se fosse una mancanza di educazione, perché gli attentatori dell’11 settembre erano così colti? I musulmani che hanno colpito l’Inghilterra sono cresciuti in democrazia. Se tutto fosse legato a Israele, perché i musulmani si sarebbero dovuti sbranare in Algeria? Hanno ucciso 150 mila algerini. E migliaia di iracheni. Hanno mutilato i corpi dei musulmani e dato loro fuoco”. Ciò che manca all’occidente è l’expertise culturale per vincere la guerra ideologica. “E’ una nuova interpretazione dell’islam che può salvare il mondo dalla catastrofe. Dobbiamo parlare di ideologia, formazione, istruzione, di come il Corano possa essere interpretato in modo diverso, di come l’istruzione possa giocare un ruolo fondamentale nell’educazione dei ragazzini. Bisogna insegnare l’amore e contrastare le tattiche di lavaggio del cervello”. Poi un bilancio sull’amministrazione Bush. “La strategia dopo l’11 settembre era giusta, l’idea di liberare e riformare il medio oriente. Ma era imperfetta e in un certo senso non strategica. Si deve sconfiggere l’islam radicale collaborando con i governi arabi, educando la popolazione giovanile agli ideali di libertà, modernità e diritti umani. Poi si deve implementare la democrazia. Se si inizia con l’urna, è facilissimo fallire. Come è successo con Hamas e l’Algeria. Se devi scegliere fra la casa reale saudita e i talebani, è con la prima che si deve stare. Se devi scegliere fra Mubarak e i Fratelli musulmani, è con il primo che si deve stare”. Poi i suggerimenti al nuovo presidente. “Obama non ha scelta. Non basta l’attacco militare, pur necessario. Serve un approccio totale, militare, d’intelligence, psicologico, educativo, ideologico. E’ così che l’islam radicale va sconfitto. Se il mondo libero prende coscienza, c’è da essere ottimisti. L’islamismo è indebolito, ma il sentimento violento nella umma è aumentato. Se il cancro diventa piccolo, non significa che non è più pericoloso. Il mondo civilizzato deve essere unito e coraggioso se vuole proteggere i giovani musulmani e il resto dell’umanità dalle conseguenze di questa ideologia”. Hamid è stato invitato a parlare in Israele assieme allo storico Bernard Lewis. “Molti musulmani parlano degli ebrei come ‘scimmie e maiali’. Li considerano traditori del Profeta. In alcuni insegnamenti della letteratura islamica dei primi giorni, più che nel Corano, sta scritto di uccidere gli ebrei fino alla fine dei giorni. E’ un dovere religioso. Usano però Israele per distogliere l’attenzione dalle atrocità commesse nel mondo islamico. E se domani il conflitto israelo-palestinese venisse risolto, questa gente troverebbe altre ragioni per uccidere. Zawahiri lo ha detto chiaramente: convertitevi all’islam o morirete”.
Sono nato al Cairo da una famiglia atea, mio padre faceva il medico ortopedico, mia madre era un’insegnante di francese molto laica”. Tawfik Hamid, come il suo mentore Ayman al Zawahiri, braccio destro e ideologo di Osama bin Laden, proviene dalla borghesia colta e assimilata del Cairo. Finirà per militare nell’organizzazione responsabile di uno dei più sanguinosi attentati della storia egiziana. Cinquantotto turisti – svizzeri, giapponesi, inglesi e tedeschi – trucidati nel 1997 al tempio di Hatshepsut. Assassinati a pugnalate, falciati dai mitra nelle sale dei templi tebani, inseguiti tra le colonne di geroglifici e le tombe dei faraoni. Queste immagini scorrono mentre si è in ascolto della voce metallica di Tawfik Hamid. E’ ciò che avrebbe potuto diventare se non si fosse fermato. Per questo la sua confessione, che ha consegnato al libro “Inside Jihad” è salutata dal Wall Street Journal come uno dei principali contraccolpi mediatici all’islamismo. “La mia non era una famiglia religiosa”, racconta Hamid in questa intervista al Foglio da Washington, dove oggi vive. “All’età di quindici anni mi sono avvicinato all’islam. Nessuno mi aveva parlato di Dio prima di allora. La Jamaa Islamiya, un gruppo musulmano attivo nella mia scuola medica, si avvicinò sfruttando il mio desiderio di servire Dio. Ci mettevano in guardia sulle punizioni dopo la morte se non avessimo seguito letteralmente l’islam”. Un giorno un uomo con gli occhiali spessi venne a tenere un discorso. “La retorica di Zawahiri ispirava la guerra contro gli ‘infedeli’, i nemici di Allah. Lo chiamavamo con il titolo e il primo nome, Dottor Ayman. Mi metteva la mano sulla spalla: ‘Voi giovani siete la speranza del ritorno del califfato’. Provai un senso di gratitudine e di onore. Iniziai a farmi crescere la barba, smisi di ridere e scherzare. Adottai una postura seria, il mio odio per i non musulmani crebbe rapidamente e la dottrina jihadi divenne la mia seconda natura. Arrivai alpunto di pianificare crimini, volevo partire per l’Afghanistan. Ero pronto a uccidere e a morire per Allah. A far saltare in aria chiese e moschee al Cairo. Sapevo di un piano di rapimento di un ufficiale della polizia per dargli fuoco da vivo. La brutalità non mi scalfiva. Divenni a mio agio con l’idea della morte, credevo che avrei sconfitto gli infedeli sulla terra e conquistato il paradiso”. In questi anni abbiamo visto una massa informe di arabi che hanno lasciato affari, famiglia e affetti per farsi saltare in Iraq. Dalle biografie degli shahid trovati in un villaggio iracheno a Sinjar, si vede come la maggior parte dei kamikaze erano ex militari, poliziotti, insegnanti, commercianti, vigili del fuoco, impiegati e medici. “Conosco molto bene ciò che spinge un tunisino, un egiziano o un algerino a entrare in Iraq per farsi esplodere. Sono persone ingannate da insegnamenti violenti, se fossero nati in una cultura che parla di tolleranza e di amore sarebbero diventati pacifici. E’ in corso una guerra ideologica. E’ l’insegnamento islamista che infiltra la mente del musulmano. Un membro della Jamaa mi spiegò il concetto nell’islam di ‘al fikr kufr’. L’idea stessa del pensiero, fikr, ti renderebbe un infedele, kufr. I terroristi non fanno che personalizzare l’insegnamento mainstream dell’islam. Che dice: nella giurisprudenza islamica c’è scritto di uccidere e muovere guerra ai non musulmani, se non si convertono, devono pagare una umiliante tassa per le minoranze. Da un concetto violento si passa alla barbarie. Quando insegni a qualcuno a percuotere la moglie, a uccidere gli apostati e che le nazioni islamiche devono fare la guerra ai non musulmani, non puoi sorprenderti per quanto sta accadendo. Nel mondo islamico le donne sono lapidate a morte e sottoposte a clitoridectomia. Gli omosessuali penzolano dalle forche sotto gli occhi compiacenti dei promotori della shariah. Le madri palestinesi inculcano nei loro figli di tre anni l’ideale del martirio. Io avvertii l’immoralità dell’uccisione di innocenti e che una ideologia religiosa che fomenta la guerra agli infedeli va sconfitta. Ci troviamo di fronte alla mancanza di un’interpretazione dell’islam teologicamente rigorosa, tale da sfidare gli abusi interpretativi della shariah”. Hamid si rivolge all’occidente: “Svegliatevi, prima che sia troppo tardi. L’islamismo è come un cancro, cresce lentamente e la gente non lo vede prima che sia troppo tardi. Io temo una guerra civile nel futuro dell’Europa. Non sono sorpreso dall’attentato a Mumbai, continuerà fintanto che il mondo libero non prenderà coscienza. Se fosse la povertà a causare Bin Laden o Zawahiri, perché gli attentatori dell’11 settembre provenivano dall’Arabia Saudita, la nazione islamica più ricca al mondo? Se fosse una mancanza di educazione, perché gli attentatori dell’11 settembre erano così colti? I musulmani che hanno colpito l’Inghilterra sono cresciuti in democrazia. Se tutto fosse legato a Israele, perché i musulmani si sarebbero dovuti sbranare in Algeria? Hanno ucciso 150 mila algerini. E migliaia di iracheni. Hanno mutilato i corpi dei musulmani e dato loro fuoco”. Ciò che manca all’occidente è l’expertise culturale per vincere la guerra ideologica. “E’ una nuova interpretazione dell’islam che può salvare il mondo dalla catastrofe. Dobbiamo parlare di ideologia, formazione, istruzione, di come il Corano possa essere interpretato in modo diverso, di come l’istruzione possa giocare un ruolo fondamentale nell’educazione dei ragazzini. Bisogna insegnare l’amore e contrastare le tattiche di lavaggio del cervello”. Poi un bilancio sull’amministrazione Bush. “La strategia dopo l’11 settembre era giusta, l’idea di liberare e riformare il medio oriente. Ma era imperfetta e in un certo senso non strategica. Si deve sconfiggere l’islam radicale collaborando con i governi arabi, educando la popolazione giovanile agli ideali di libertà, modernità e diritti umani. Poi si deve implementare la democrazia. Se si inizia con l’urna, è facilissimo fallire. Come è successo con Hamas e l’Algeria. Se devi scegliere fra la casa reale saudita e i talebani, è con la prima che si deve stare. Se devi scegliere fra Mubarak e i Fratelli musulmani, è con il primo che si deve stare”. Poi i suggerimenti al nuovo presidente. “Obama non ha scelta. Non basta l’attacco militare, pur necessario. Serve un approccio totale, militare, d’intelligence, psicologico, educativo, ideologico. E’ così che l’islam radicale va sconfitto. Se il mondo libero prende coscienza, c’è da essere ottimisti. L’islamismo è indebolito, ma il sentimento violento nella umma è aumentato. Se il cancro diventa piccolo, non significa che non è più pericoloso. Il mondo civilizzato deve essere unito e coraggioso se vuole proteggere i giovani musulmani e il resto dell’umanità dalle conseguenze di questa ideologia”. Hamid è stato invitato a parlare in Israele assieme allo storico Bernard Lewis. “Molti musulmani parlano degli ebrei come ‘scimmie e maiali’. Li considerano traditori del Profeta. In alcuni insegnamenti della letteratura islamica dei primi giorni, più che nel Corano, sta scritto di uccidere gli ebrei fino alla fine dei giorni. E’ un dovere religioso. Usano però Israele per distogliere l’attenzione dalle atrocità commesse nel mondo islamico. E se domani il conflitto israelo-palestinese venisse risolto, questa gente troverebbe altre ragioni per uccidere. Zawahiri lo ha detto chiaramente: convertitevi all’islam o morirete”.
martedì 23 dicembre 2008
IL SIGNIFICATO TEOLOGICO DEL NATALE
Mi prendo la libertà di fornire un brevissimo e del tutto inadeguato commento sul significato teologico del Natale nella teologia cristiana della Patristica, in pratica il cristianesimo antico, e sulle sue eredità posteriori. Quanto segue è appena l'enunciazione di un tema amplissimo.
La categoria di “pensiero misterico” è stata formulata dal teologo e studioso della liturgia Odo Casel, monaco benedettino morto poco dopo il secondo conflitto mondiale ed attivo soprattutto nella prima metà del Novecento. Il Casel ha mostrato come la teologia cristiana antica fosse costruita sulla base di principi diversi da quelli del pensiero scolastico, affermatosi nella teologia cattolica a partire dal secolo XIII ed ancora egemone agli inizi del Novecento, definendo tale modello teologico antico quale “pensiero misterico”, per il suo essere costruito attorno al culto cioè al mysterion o mysterium. All’interno di tale forma di riflessione teologica si rintraccia anche una specifica nozione del tempo, caratterizzata da tre elementi distintivi: questa dimensione temporale era ritenuta intervenire per il fedele durante la celebrazione del culto e tramite il medesimo; essa consisteva in una compartecipazione dell’interezza della storia di salvezza, dalle origini sino alla fine; inoltre, consentiva al cristiano una seppur imperfetta comunione con l’eternità divina.
Innumerevoli autori cristiani antichi e medievali hanno impiegato categorie misteriche nelle loro riflessioni teologiche e nei loro scritti spirituali, sostenendo che il cristiano, durante la liturgia ed attraverso la stessa, è direttamente compartecipe alle vicende commemorate ritualmente.
Ciò significa che il cristiano, mentre assiste alla partecipazione eucaristica, si trova presente agli atti ed alle parole salvifiche compiute da Cristo, le quali non sono affatto passate. E’ per questo che un termine molto comune presso teologi e “mistici” della Patristica per indicare tale dimensione spirituale e temporale è “oggi” (con il latino “hodie” ed il greco “semeron”).
In riferimento specifico al Natale, tale realtà spirituale trova espressione frequente nel concetto teologico della teogenesi interiore od adventus Christi, il quale è stato oggetto d’un classico studio ad opera di Hugo Rahner, col suo dettagliato articolo Die Gottesgeburt. Die Lehre der Kirchenväter von der Geburt Christi im Herzen des Gläubigen. Secondo quanto scrive questo studioso, il “concetto fondamentale di questa dottrina ascetica della grazia è dunque la discesa del Logos nel corpo della Vergine e la continuata ripetizione della nascita nel suo Corpo mistico.” Infatti, questo adventus consiste nella “santificazione dell’uomo ad opera della grazia che porta il cuore fino a Cristo: la speciale inabitazione di Cristo, compiuta attraverso la grazia, nel cuore dei credenti, che dal battesimo sono stati uniti nella Chiesa come in un solo corpo, è una misteriosa riproduzione e continuazione della nascita eterna del Logos dal Padre e della nascita temporale della Vergine.” Tutto ciò equivale a dire che Cristo “viene” nell’anima del fedele così come era venuto in passato con l’Incarnazione. E’ in questo senso che i monaci medievali scrivevano: “Hodie puer natus est nobis”
La categoria di “pensiero misterico” è stata formulata dal teologo e studioso della liturgia Odo Casel, monaco benedettino morto poco dopo il secondo conflitto mondiale ed attivo soprattutto nella prima metà del Novecento. Il Casel ha mostrato come la teologia cristiana antica fosse costruita sulla base di principi diversi da quelli del pensiero scolastico, affermatosi nella teologia cattolica a partire dal secolo XIII ed ancora egemone agli inizi del Novecento, definendo tale modello teologico antico quale “pensiero misterico”, per il suo essere costruito attorno al culto cioè al mysterion o mysterium. All’interno di tale forma di riflessione teologica si rintraccia anche una specifica nozione del tempo, caratterizzata da tre elementi distintivi: questa dimensione temporale era ritenuta intervenire per il fedele durante la celebrazione del culto e tramite il medesimo; essa consisteva in una compartecipazione dell’interezza della storia di salvezza, dalle origini sino alla fine; inoltre, consentiva al cristiano una seppur imperfetta comunione con l’eternità divina.
Innumerevoli autori cristiani antichi e medievali hanno impiegato categorie misteriche nelle loro riflessioni teologiche e nei loro scritti spirituali, sostenendo che il cristiano, durante la liturgia ed attraverso la stessa, è direttamente compartecipe alle vicende commemorate ritualmente.
Ciò significa che il cristiano, mentre assiste alla partecipazione eucaristica, si trova presente agli atti ed alle parole salvifiche compiute da Cristo, le quali non sono affatto passate. E’ per questo che un termine molto comune presso teologi e “mistici” della Patristica per indicare tale dimensione spirituale e temporale è “oggi” (con il latino “hodie” ed il greco “semeron”).
In riferimento specifico al Natale, tale realtà spirituale trova espressione frequente nel concetto teologico della teogenesi interiore od adventus Christi, il quale è stato oggetto d’un classico studio ad opera di Hugo Rahner, col suo dettagliato articolo Die Gottesgeburt. Die Lehre der Kirchenväter von der Geburt Christi im Herzen des Gläubigen. Secondo quanto scrive questo studioso, il “concetto fondamentale di questa dottrina ascetica della grazia è dunque la discesa del Logos nel corpo della Vergine e la continuata ripetizione della nascita nel suo Corpo mistico.” Infatti, questo adventus consiste nella “santificazione dell’uomo ad opera della grazia che porta il cuore fino a Cristo: la speciale inabitazione di Cristo, compiuta attraverso la grazia, nel cuore dei credenti, che dal battesimo sono stati uniti nella Chiesa come in un solo corpo, è una misteriosa riproduzione e continuazione della nascita eterna del Logos dal Padre e della nascita temporale della Vergine.” Tutto ciò equivale a dire che Cristo “viene” nell’anima del fedele così come era venuto in passato con l’Incarnazione. E’ in questo senso che i monaci medievali scrivevano: “Hodie puer natus est nobis”
sabato 20 dicembre 2008
AUGURI
giovedì 18 dicembre 2008
HANNAH ARENDT SULL'EUTANASIA

La “morte pietosa” di Eluana
Martedì 02 Dicembre 2008 12:21
Prima di Auschwitz Hitler pensò all’eutanasia e al “modo umanitario” con cui porre fine alla vita delle “persone incurabili”.
Una pagina profetica della grande filosofa e scrittrice Hannah Arendt.
L’idea di sterminare tutti gli ebrei, e non soltanto quelli russi o polacchi, aveva radici molti lontane. Era nata non nell’Rsha o in qualcuno degli altri uffici di Heydrich o di Himmler, ma nella Cancelleria del Führer, cioè nell’ufficio personale di Hitler. Non aveva nulla a che vedere con la guerra e non fu mai giustificata con le necessità militari. Uno dei grandi meriti del libro The final solution di Gerald Reitlinger è quello di aver dimostrato, in base a documenti che non lasciano dubbi, che il programma di sterminare col gas gli ebrei dell’Europa orientale fu uno “sviluppo” del programma dell’eutanasia di Hitler. (…)
Le prime camere a gas furono costruite nel 1939, in ottemperanza al decreto di Hitler, del 1° settembre di quell’anno, secondo cui alle «persone incurabili» doveva essere «concessa una morte pietosa». (Fu probabilmente questa origine a infondere nel dott. Servatius la sorprendente convinzione che lo sterminio coi gas dovesse essere considerato una «questione medica»). L’idea in sé, come abbiamo detto, risaliva a molto tempo prima. Già nel 1935 Hitler aveva spiegato al suo “Capo medico del Reich” Gerhard Wagner che, se fosse venuta la guerra, avrebbe «ripreso e condotto in porto questa faccenda dell’eutanasia, poiché in tempo di guerra è molto più facile». Il decreto entrò immediatamente in vigore per ciò che riguarda i malati di mente, e così tra il dicembre del 1939 e l’agosto del 1941 circa cinquantamila tedeschi furono uccisi con monossido di carbonio in istituti dove le camere della morte erano camuffate in stanze per la doccia – esattamente come lo sarebbero state più tardi ad Auschwitz.
Il programma suscitò enorme scalpore. Era impossibile tener segreta l’uccisione di tanta gente; la popolazione tedesca delle zone in cui sorgevano quegli istituti se ne accorse e ci fu un’ondata di proteste, da parte di persone di ogni ceto che ancora non si erano fatte un’idea “oggettiva” della natura della scienza medica e dei compiti del medico. Nell’Europa orientale lo sterminio coi gas – o, per usare il linguaggio dei nazisti, il «modo umanitario» di «concedere una morte pietosa» – iniziò quasi il giorno stesso in cui in Germania fu sospesa l’uccisione dei malati di mente. Gli uomini che avevano lavorato per il programma di eutanasia furono ora inviati a oriente, a costruire gli impianti per distruggere popoli interi – e questi uomini erano scelti o dalla Cancelleria del Führer o dal ministero della sanità del Reich, e solamente ora furono messi, amministrativamente, sotto il controllo di Himmler.
Gli istituti di carità del Führer
Nessuna delle varie Sprachregelungen (regolamenti della lingua, ndr) studiate in seguito per ingannare e camuffare ebbe sulle menti degli esecutori l’effetto potente di quel decreto hitleriano, contemporaneo allo scoppio della guerra, dove la parola «assassinio» era sostituita dalla perifrasi «concedere una morte pietosa». Eichmann, quando il giudice istruttore gli chiese se l’istruzione di evitare «inutili brutalità» non fosse un po’ ridicola visto che gli interessati erano comunque destinati a morte certa, non capì la domanda, tanto radicata nella sua mente era l’idea che peccato mortale non fosse uccidere, ma causare inutili sofferenze. E durante il processo ebbe scatti di sdegno sincero per le crudeltà e le atrocità commesse dalle Ss e raccontate dai testimoni, anche se la Corte e il pubblico quasi non se ne accorsero perché, fuorviati dal suo sforzo costante di non perdere l’autocontrollo, si erano convinti che egli fosse un uomo incapace di commozione e indifferente.
A scuoterlo veramente non fu l’accusa di aver mandato a morire milioni di persone, ma soltanto l’accusa – mossagli da un testimone e non accolta dalla Corte – di avere un giorno picchiato a morte un ragazzo ebreo. Certo, egli aveva mandato gente anche nell’area dove operavano gli Einsatzgruppen (i reparti speciali tedeschi, ndr), i quali non concedevano “una morte pietosa” ma fucilavano, tuttavia doveva poi aver provato un senso di sollievo quando ciò non fu più necessario data la sempre crescente “capacità di assorbimento” delle camere a gas. Doveva anche aver pensato che il nuovo metodo rappresentava un decisivo miglioramento nell’atteggiamento del governo nazista verso gli ebrei poiché il beneficio dell’eutanasia, a regola, era riservato soltanto ai veri tedeschi. Col passare del tempo, mentre la guerra infuriava e dappertutto era morte e violenza (sul fronte russo, nei deserti africani, in Italia, sulle coste francesi, tra le rovine delle città tedesche), i centri di sterminio di Auschwitz e di Chelmno, di Majdanek e di Belzek, di Treblinka e di Sobibor, dovevano davvero essergli apparsi altrettanti «istituti di carità», come li chiamavano gli esperti di eutanasia.
ANCORA INTORNO AL CASO ENGLARO (click)

Torino, ragazza si sveglia da stato vegetativo Eluana, la Cassazione contro l'atto di Sacconi
di Redazione
Torino - La notizia sembra incredibile ma è accaduta davvero. Una persona che dopo un grave incidente sembrava non avere più speranze ha riacquistato un livello minimo di coscienza. Senza voler fare strumentalizzazioni questo episodio per certi versi clamoroso ripropone ancora una volta al centro dell'attenzione il "caso Eluana". Una giovane di 20 anni, residente a Gassino, in provincia di Torino, si è "risvegliata" dallo stato vegetativo permanente in cui si trovava a causa delle ferite riportate in un incidente stradale avvenuto due anni fa. A renderlo noto è il neurochirurgo dell’ospedale delle Molinette di Torino, Sergio Canavero, che nel luglio 2007 ha effettuato sulla ragazza un intervento di "stimolazione corticale extradurale bifocale". Secondo quanto riferito dai medici, la ragazza dopo l’intervento ha migliorato costantemente le sue condizioni. Oggi obbedisce agli ordini semplici e si nutre. Sempre secondo i medici, si sono anche ricostruiti i circuiti di coscienza.
Terapia efficace "Per la giovane si poteva parlare di stato vegetativo permanente sulla base della terminologia internazionale, in quanto la sua condizione perdurava da oltre 12 mesi - precisa Canavero -. Oltre tutto possiamo dire con certezza che i benefici sperimentati dalla ragazza dopo l’intervento sono dovuti alla stimolazione corticale: a maggio, infatti, la batteria dell’apparecchio si era esaurita e la paziente iniziava a peggiorare. Una volta sostituita la batteria, abbiamo registrato un nuovo recupero, entro un mese dall’operazione. Ora la giovane è in uno stato di minima coscienza.
Gravemente disabile "È gravemente disabile, ma abbiamo distrutto il muro dell’irreversibilità. E possiamo pensare ad altri interventi, ad esempio al trapianto di staminali, per ulteriori progressi". Ma in cosa consiste l’operazione? "Lo stimolatore è composto da due piastrine di pochi centimetri di lunghezza per un cm di larghezza, inserite con quattro fori nell’osso dei lobi frontale e parietale, attraverso la neuronavigazione". Dopodiché le piastrine sono state collegate con un tunnel sottocutaneo a un pacemaker sottoclavicolare.
Un'ora e mezzo di operazione "L’operazione è durata un’ora e mezza, in anestesia totale. Cinque giorni dopo - racconta - abbiamo attivato lo stimolatore, e da allora abbiamo osservato l’evoluzione della paziente, protagonista di quello che è il primo caso del genere al mondo" Canavero, che è specializzato nell’elettrostimolazione per Parkinson e Alzheimer, è moderatamente ottimista. "Ora la giovane è in uno stato minimamente conscio, a tratti risponde agli ordini semplici, il padre riesce a tenerla in piedi, lei ha acquistato peso e anche i fisioterapisti dicono di aver notato che a volte li segue negli esercizi. Inoltre mangia senza sondino ma aiutata con un cucchiaio. Certo, si tratta di una paziente gravemente disabile, ma abbiamo rotto il muro dell’irreversibilità".
mercoledì 17 dicembre 2008
PRIMO ATTO DEL GOVERNO SUL CASO ENGLARO (click)

» 2008-12-17 13:44
Atto di Sacconi alle Regioni (testo integrale)
Ai Presidenti delle Regioni e delle Province autonome di Trento e di Bolzano
OGGETTO: Stati vegetativi, nutrizione e idratazione. Il presente atto è rivolto a richiamare principi di carattere generale, al fine di garantire uniformità di trattamenti di base su tutto il territorio nazionale e di rendere omogenee le pratiche in campo sanitario con riferimento a profili essenziali come la nutrizione e l’alimentazione nei confronti delle persone in Stato Vegetativo Persistente (SVP). Il Comitato nazionale per la bioetica, che si è espresso con parere approvato nella seduta plenaria del 30 settembre 2005, ha fatto presente che ''per giustificare bioeticamente il fondamento e i limiti del diritto alla cura e all’accudimento nei confronti delle persone in Stato Vegetativo Persistente va quindi ricordato che ciò che va loro garantito è il sostentamento ordinario di base: la nutrizione e l’idratazione, sia che siano fornite per vie naturali che per vie non naturali o artificiali''. Infatti, la nutrizione e l’idratazione ''vanno considerati atti dovuti eticamente (oltre che deontologicamente e giuridicamente) in quanto indispensabili per garantire le condizioni fisiologiche di base per vivere''.
Secondo il predetto parere ''la sospensione di tali pratiche va valutata non come la doverosa interruzione di un accanimento terapeutico, ma piuttosto come una forma, dal punto di vista umano e simbolico particolarmente crudele, di “abbandono” del malato (…) Non sussistono invece dubbi sulla doverosità etica della sospensione della nutrizione nell’ipotesi in cui nell’imminenza della morte l’organismo non sia più in grado di assimilare le sostanze fornite: l’unico limite obiettivamente riconoscibile al dovere etico di nutrire la persona in SVP è la capacità di assimilazione dell’organismo (dunque la possibilità che l’atto raggiunga il fine proprio non essendovi risposta positiva al trattamento) o uno stato di intolleranza clinicamente rilevabile collegato all’alimentazione. (…) Si deve pertanto parlare di valenza umana della cura (care) dei pazienti in SVP''.
Secondo il documento del 17 novembre 2008 del Gruppo di lavoro “Stato vegetativo e stato di minima coscienza” istituito presso il Ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali ''lo stato vegetativo realizza una condizione di grave disabilità neurologica, potenzialmente reversibile''. Sempre sulla base del citato parere del Comitato nazionale per la bioetica per questi malati ''il problema bioetico centrale è costituito dalla stato di dipendenza dagli altri: si tratta di persone che per sopravvivere necessitano delle stesse cose di cui necessita ogni essere umano (acqua, cibo, riscaldamento, pulizia e movimento), ma che non sono in grado di provvedervi autonomamente, avendo bisogno di essere aiutate, sostenute ed accudite in tutte le loro funzioni, anche le più elementari. (…)
Se è vero che alcuni malati terminali possono diventare malati in SVP, è pur vero che le persone in SVP non sono sempre malati terminali (potendo sopravvivere per anni se opportunamente assistite)''.La negazione della nutrizione e dell’alimentazione può configurarsi quindi come una discriminazione fondata su valutazioni circa la qualità della vita di una persona con grave disabilità e in situazione di totale dipendenza.Si fa rinvio, in ogni modo, al testo integrale del citato parere per un orientamento rispetto al necessario esercizio della responsabilità secondo scienza e coscienza della funzione medica.
Tra i compiti del Comitato nazionale per la bioetica, infatti, si evidenzia la funzione di formulare pareri e indicare soluzioni, anche ai fini della predisposizione di atti legislativi, per affrontare problemi di natura etica e giuridica che possono emergere con il progredire delle ricerche e con la comparsa di nuove possibili applicazioni di interesse clinico avuto riguardo alla salvaguardia dei diritti fondamentali e della dignità dell’uomo e degli altri valori così come sono espressi dalla Carta costituzionale e dagli strumenti internazioni ai quali l’Italia aderisce. La Convenzione sui diritti delle persone con disabilità, approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 13 dicembre 2006, sottoscritta dall’Italia il 30 marzo 2007 ed in corso di ratifica a seguito dell’approvazione del relativo disegno di legge da parte del Consiglio dei Ministri in data 28 novembre 2008, all’articolo 25 stabilisce che ''gli Stati Parti riconoscono che le persone con disabilità hanno il diritto di godere del migliore stato di salute possibile, senza discriminazioni fondate sulla disabilità''.
In particolare, gli Stati Parti, devono, tra gli altri, ''prevenire il rifiuto discriminatorio di assistenza medica o di prestazione di cure e servizi sanitari o di cibo e liquidi in ragione della disabilità''. Di conseguenza, le disposizioni di cui all’articolo 25 della Convezione sui diritti delle persone con disabilità si applicano anche agli stati vegetativi. Si ritiene, pertanto, nel rispetto dei principi e criteri ispiratori della Convenzione, che sia fatto divieto di discriminare la persona in stato vegetativo rispetto alla persona non in stato vegetativo. Ciò premesso, si invitano codeste Regioni e Province autonome di Trento e di Bolzano ad adottare le misure necessarie affinché le strutture sanitarie pubbliche e private si uniformino ai principi sopra esposti e a quanto previsto dall’articolo 25 della Convenzione sui diritti delle persone con disabilità.
Roma, 16 dicembre 2008
Maurizio Sacconi
martedì 16 dicembre 2008
lunedì 15 dicembre 2008
E' NATALE ANCHE PER LORO - SIAMO CON VOI (click)

Il contingente italiano nella base di Herat
Afghanistan, Natale al fronte
Sveglia alle ore più impensate, un briefing, una veloce colazione e poi subito al lavoro. Comincia così la giornata in prima linea dei militari italiani a Herat, nella regione ovest dell'Afghanistan.
I nostri soldati "abitano" principalmente nella Forward support base (Fsb) vicino all'aeroporto. Ma ce ne sono altri dislocati anche nei comandi distaccati nelle altre province della regione. Ognuno continua a essere concentrato nei suoi compiti, nonostante la lontananza dalle famiglie che si fa sentire soprattutto in questo periodo con il natale alle porte. Quel giorno a camp Arena - sede del Regional command West (Rc-W) di Isaf, dove è di stanza il contingente italiano (su base brigata alpini Julia) e il cui comando è affidato al generale Paolo Serra, ci sarà la funzione religiosa, celebrata da don Giuseppe Ganciu, chiamato da tutti "don Peppino", e poi un cenone.
Il lavoro, comunque non si fermerà, ma proseguirà con i soliti ritmi. Nulla cambierà, a parte un menù ad hoc e le linee telefoniche intasate a causa degli auguri. Dai cuochi della mensa alle unità di manovra, agli operatori delle forze speciali; tutti rimarranno concentrati sui loro compiti, convinti che quello a Herat sarà un Natale speciale, in quanto la missione aiuterà la popolazione locale. Ad accompagnarli e sostenerli, oltre a vari alberi e decorazioni natalizie, ci sarà anche numerosi presepi (i cui progetti dovranno essere approvati preventivamente da don Peppin), tra cui uno fatto di cartone. Le statuine, invece, sono di carta fotografica plastificata. Dalla Natività ai pastori, alle pecore, ai cammelli. Non manca nulla.
"Festeggeremo il Natale con una grigliata, ma se ci sarà da lavorare lo faremo senza alcun problema e con lo spirito di sempre", hanno raccontato al TEMPO Renato e Mauro, membri della Task Force 45, l'unità di forze speciali italiana su base 9° reggimento "Col Moschin" e di cui fanno parte elementi di tutte le forze armate, dislocata in Afghanistan. Il primo è un operatore del Gruppo operativo incursori (Goi) del Comsubin della Marina. Il secondo, invece, appartiene al 17 esimo stormo incursori. Si tratta della neonata (2003) unità di forze speciali dell'Aeronautica. "Siamo persone normali, nonostante ciò che si possa pensare - hanno proseguito Renato e Mauro -. Abbiamo famiglie con mogli e figli, con gli annessi e connessi che ne derivano. Per dialogare con loro usiamo ciò che abbiamo a disposizione. Io, per esempio chatto con mia moglie quando ho del tempo (molto poco, ndr.) a disposizione. Anche perché, grazie alla webcam ci sentiamo meno lontani potendo vederci reciprocamente. Sono molto orgogliosi di noi - spiegano i due incursori -, anche se capiamo perfettamente che è dura per loro. Noi, allo stesso tempo, siamo molto orgogliosi di loro e li ringraziamo. Tra noi ci sono legami indissolubili, tanto che quando rientriamo a casa si verificano momenti molto intensi".
In Italia, comunque, le famiglie degli operatori impegnati all'estero possono contare su un'organizzazione che assiste loro e sul sostegno di amici e colleghi rimasti "a casa". "Senza il supporto dei nostri cari non potremmo svolgere il nostro lavoro", hanno aggiunto Renato e Mauro. Soprattutto perché gli incursori sono lontani da casa per molto tempo. Per fare un esempio, nel 2006 erano impegnati contemporaneamente in tre teatri operativi principali: l'Iraq, l'Afghanistan e il Libano. Peraltro, anche se le storie sono molto diverse, i nostri incursori riescono a essere vicini l'un l'altro sia in patria sia in Area di operazione. "Io sono nato in un luogo di mare, mi sono arruolato in Marina e poi ho scelto di entrare nell'elite del corpo, il Goi del Comsubin", ha detto Renato. "Io, invece, provengo dal reparto paracadutisti dell'Aeronautica militare e sono entrato nel 17 esimo stormo incursori perché ambivo a far parte della componente operativa della forza armata 'land oriented'". Il risultato, comunque, per entrambi è lo stesso. "Svolgo un lavoro che mi piace fare e che comprende molti dei miei hobbies".
Tutti sono determinati a portare a termine la missione, nonostante i sacrifici cui sono sottoposti. Lo capisci da quando parli con loro. Nominando, infatti, le parole "Natale e famiglia", a parte un istante di non celata malinconia, tutti rispondono col sorriso e con sguardi fieri. Lo conferma anche il contrammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, comandante del Comsubin, che in questi giorni si trova a Herat in visita ai suoi "ragazzi". "Li ho trovati sereni, motivati e pronti", sono state le sue parole. Anche per i militari "convenzionali" è lo stesso. Negli ultimi giorni è aumentato il traffico di sms da e verso l'Italia e a "Piazza Italia" è facile imbattersi in discorsi sui regali per i parenti a casa, acquistati rigorosamente al mercato della domenica, o sui menù che verranno serviti nelle case del nostro Paese il 25 dicembre. Ciò vale anche per gli altri contingenti presenti a camp Arena: quello spagnolo, quello lituano, quello albanese e quello sloveno, quello croato e quello ungherese.
"Passeremo il Natale lavorando - ha spiegato al TEMPO il capitano Antonio Bernardo, portavoce del nostro contingente a Herat -. Ma non per questo la festa sarà meno sentita. Sarà un'occasione per stare tutti quanti insieme, ricordando però che siamo qui con uno scopo ben preciso: aiutare la popolazione afghana". Per quanto riguarda gli alberi, all'esterno non ce ne saranno per motivi di sicurezza. Infatti, le luci renderebbero la struttura troppo visibile. All'interno delle strutture abitative e degli uffici, invece, è tutta un'altra storia. C'è chi lo ha adornato con stelle argentate di carta stagnola e chi ha optato per uno stile minimalista, mentre a mensa e al comando ce sono due tradizionali.
venerdì 12 dicembre 2008
ANCORA SPORT - CALCIO MINORE (?)

I GLADIATORI DELLE DUE SICILIE
La Nazionale di Calcio delle Due Sicilie scende in campo. La prima squadra di calcio (a 11 elementi) che porta sul petto il gloriosi emblemi del sud è pronta. I Gladiatori del giglio e della trinacria, dopo mesi di allenamento nel più assoluto riserbo, non intendono attendere oltre e vogliono lanciare la sfida alla naturale avversaria italica: la Nazionale Padana. Oggi, infatti, è stato gettato il guanto della sfida alla sede della squadra di calcio del nord. E' stato proposto un doppio incontro: andata a Gaeta la domenica pomeriggio a chiusura del convegno tradizionalista; ritorno a Pontida il 5 aprile (in prossimità della ricorrenza dello storico giuramento del 1167).
Non volendo, però, che il tutto si risolvesse in una sterile contesa calcistica abbiamo anche proposto che il ricavato delle partite fosse devoluto per una struttura sanitaria cattolica di uno dei paesi sottosviluppati.
Attendiamo una risposta dalla Direzione della Padania Calcio.
Forza Nazionale delle Due Sicilie.
Francesco Laricchia
mercoledì 10 dicembre 2008
UNA NOTIZIA DI SPORT- L'AMERICA'S CUP (click)

L'AMERICA CUP avra' ancora una "Luna Rossa"
GENOVA. Il team velico italiano Luna Rossa, guidato da Patrizio Bertelli, ha presentato richiesta di iscrizione per la 33ma Coppa America di vela, contrariamente alle intenzioni manifestate dallo stesso Bertelli alla conclusione della scorsa edizione quando aveva
dichiarato che la sua squadra non avrebbe più partecipato alla competizione più importante del sailing internazionale.
Sulla notizia manca ancora l’annuncio ufficiale ma fonti vicine all’organizzazione dell’evento la danno già per certa. Intanto, il team statunitense Bmw Oracle ha fatto sapere che non si iscriverà, in attesa della conclusione della vicenda legale che lo vede opposto ad Alinghi che è il Defender del trofeo.
Il termine per presentare richiesta di iscrizione è stato fissato al 15 dicembre, mentre il 12 c’è un incontro ufficiale tra il team svizzero e i partecipanti, per fissare insieme
alcuni aspetti regolamentari.
La “nuova” Luna Rossa vedrà una squadra rivoluzionata rispetto alla precedente, senza lo skipper Francesco De Angelis al timone.
Intanto però l’America’s Cup non riesce proprio a trovare pace.
L’ultimo episodio di una disputa infinita (fuori e dentro i tribunali) è il comunicato con il quale Alinghi commenta la decisione di Bmw Oracle di non iscriversi.
«L’annuncio di Bmw Oracle non ci sorprende affatto, perchè loro non hanno mai dimostrato un reale interesse all’evento come fatto dagli altri 14 team.
La loro ultima lettera dimostra un’arroganza oltre ogni limite e la mancanza di rispetto per tutti i team che stanno partecipando all’organizzazione della 33a America’s Cup».
Fonte Quotidino IL ROMA di oggi
domenica 7 dicembre 2008
DOBBIAMO ESSERE FIERI DEI NOSTRI SOLDATI (click).
Un ponte italiano nel cuore di un'area talebana
Pubblicato da Lorenzo Bianchi Sab, 06/12/2008 - 18:34
Dal 5 al 7 agosto, per tre interminabili giorni i talebani tentarono inutilmente di spazzare via i novanta fucilieri della Brigata aeromobile Friuli asserragliati nella “base remota” di Bala Murghab, 250 chilometri a nord di Herat.
Il caporalmaggiore Pasquale Campopiano, 27 anni, di Caserta, descrive la battaglia con poche, scarne, parole: “Ci tiravano razzi rpg da tutte le parti. Non dimenticherò mai le fiammate delle esplosioni all’interno del fortino, dal quale la mia compagnia, la terza del 66° reggimento “Trieste”, rispondeva al fuoco”. Fu la brigata aeromobile Friuli a creare nell’ex cotonificio, il 4 agosto, la “Fob”, acronimo inglese per base avanzata. Fino a quel momento Bala Murghab era saldamente in mano integralista. Nella stessa località il primo dicembre il generale Paolo Serra, comandante della brigata alpina “Julia” e il ministro afgano per le opere pubbliche Alì Safari hanno inaugurato un ponte lungo 45 metri sul fiume Murghab. Solo tre giorni prima, il 28 novembre, trecento miliziani avevano attaccato un convoglio del 207° corpo d’armata dell’Ana, l’esercito nazionale afgano. Per risolvere la situazione erano intervenuti alcuni F 16 (a Kandahar sono schierati velivoli, statunitensi e olandesi), che avevano distrutto i mezzi finiti nelle mani degli “insorgenti”. I morti delle forze armate di Kabul erano stati tredici. I soldati afgani feriti furono soccorsi dagli italiani e ricoverati all’ospedale militare di Herat.Tre giorni dopo il taglio del nastro. Safari ha ringraziato: “Il manufatto porterà grandi benefici alla popolazione”. Il ponte è un pezzo importante della Ring Road, la grande strada che dovrebbe collegare tutte le città più popolate del Paese fieramente osteggiata dai talebani. Non a caso all’inaugurazione hanno partecipato anche il generale statunitense David McKiernan, comandante di Isaf, il contingente della Nato in Afganistan, e il capo di stato maggiore di Kabul Bismullah Khan.
Come è stato possibile il miracolo italiano? Il portavoce del contingente, il capitano Antonio Bernardo, rivela una realtà semplice solo in apparenza: “Sono state le autorità politiche e gli elders, gli anziani, locali a chiedere il ponte. I materiali sono stati portati a Bala Murghab da afgani”. L’ufficiale descrive tre fasi: “A metà ottobre i genieri del II reggimento della Julia, inquadrati nel comando regionale di Kabul, hanno raccolto i materali e li hanno sistemati nei container. Il secondo passo è stato la consegna a contractor locali che li hanno trasportati a Bala Murghab con un viaggio di seicento chilometri. Nel terzo stadio i genieri del Comando Regionale Ovest, quello a guida italiana, lo hanno montato”. I pezzi sono stati collocati su due piloni di calcestruzzo armato. “Prima – spiega Berardo – potevano passare solo veicoli leggeri. Ora il ponte è collaudato per mezzi che pesano fino a sessanta tonnellate, ossia grossi camion. Così è possibile non attraversare il sud. Sono circa 250 chilometri in meno”.
E si corrono meno rischi. La Ring Road nel suo braccio meridionale passa per Kandahar, che fu ed è tornata ad essere una roccaforte talebana. Il ponte è presidiato? Berardo spiega la politica della “faccia afgana” adottata dal corpo di spedizione tricolore: “Ci sono pattuglie dell’Ana, l’esercito afgano, che controllano la zona supportate da forze della coalizione (ndr. italiani, spagnoli e americani). Nel fortino di A Bala Murghab sono schierati, su base del battaglione Tolmezzo, gli alpini dell’Ottavo reggimento comandato dal tenente colonnello Paolo Radizza”. Il confine con il Turkmenistan è vicinissimo. E anche il flusso della droga diretto verso l’Asia centrale. La presenza di forze della coalizione è un pugno nell’occhio. La task force “Grifo” della guardia di finanza italiana sta addestrando la polizia di frontiera afgana che dovrà sorvegliare la linea di demarcazione.
Pubblicato da Lorenzo Bianchi Sab, 06/12/2008 - 18:34
Dal 5 al 7 agosto, per tre interminabili giorni i talebani tentarono inutilmente di spazzare via i novanta fucilieri della Brigata aeromobile Friuli asserragliati nella “base remota” di Bala Murghab, 250 chilometri a nord di Herat.
Il caporalmaggiore Pasquale Campopiano, 27 anni, di Caserta, descrive la battaglia con poche, scarne, parole: “Ci tiravano razzi rpg da tutte le parti. Non dimenticherò mai le fiammate delle esplosioni all’interno del fortino, dal quale la mia compagnia, la terza del 66° reggimento “Trieste”, rispondeva al fuoco”. Fu la brigata aeromobile Friuli a creare nell’ex cotonificio, il 4 agosto, la “Fob”, acronimo inglese per base avanzata. Fino a quel momento Bala Murghab era saldamente in mano integralista. Nella stessa località il primo dicembre il generale Paolo Serra, comandante della brigata alpina “Julia” e il ministro afgano per le opere pubbliche Alì Safari hanno inaugurato un ponte lungo 45 metri sul fiume Murghab. Solo tre giorni prima, il 28 novembre, trecento miliziani avevano attaccato un convoglio del 207° corpo d’armata dell’Ana, l’esercito nazionale afgano. Per risolvere la situazione erano intervenuti alcuni F 16 (a Kandahar sono schierati velivoli, statunitensi e olandesi), che avevano distrutto i mezzi finiti nelle mani degli “insorgenti”. I morti delle forze armate di Kabul erano stati tredici. I soldati afgani feriti furono soccorsi dagli italiani e ricoverati all’ospedale militare di Herat.Tre giorni dopo il taglio del nastro. Safari ha ringraziato: “Il manufatto porterà grandi benefici alla popolazione”. Il ponte è un pezzo importante della Ring Road, la grande strada che dovrebbe collegare tutte le città più popolate del Paese fieramente osteggiata dai talebani. Non a caso all’inaugurazione hanno partecipato anche il generale statunitense David McKiernan, comandante di Isaf, il contingente della Nato in Afganistan, e il capo di stato maggiore di Kabul Bismullah Khan.
Come è stato possibile il miracolo italiano? Il portavoce del contingente, il capitano Antonio Bernardo, rivela una realtà semplice solo in apparenza: “Sono state le autorità politiche e gli elders, gli anziani, locali a chiedere il ponte. I materiali sono stati portati a Bala Murghab da afgani”. L’ufficiale descrive tre fasi: “A metà ottobre i genieri del II reggimento della Julia, inquadrati nel comando regionale di Kabul, hanno raccolto i materali e li hanno sistemati nei container. Il secondo passo è stato la consegna a contractor locali che li hanno trasportati a Bala Murghab con un viaggio di seicento chilometri. Nel terzo stadio i genieri del Comando Regionale Ovest, quello a guida italiana, lo hanno montato”. I pezzi sono stati collocati su due piloni di calcestruzzo armato. “Prima – spiega Berardo – potevano passare solo veicoli leggeri. Ora il ponte è collaudato per mezzi che pesano fino a sessanta tonnellate, ossia grossi camion. Così è possibile non attraversare il sud. Sono circa 250 chilometri in meno”.
E si corrono meno rischi. La Ring Road nel suo braccio meridionale passa per Kandahar, che fu ed è tornata ad essere una roccaforte talebana. Il ponte è presidiato? Berardo spiega la politica della “faccia afgana” adottata dal corpo di spedizione tricolore: “Ci sono pattuglie dell’Ana, l’esercito afgano, che controllano la zona supportate da forze della coalizione (ndr. italiani, spagnoli e americani). Nel fortino di A Bala Murghab sono schierati, su base del battaglione Tolmezzo, gli alpini dell’Ottavo reggimento comandato dal tenente colonnello Paolo Radizza”. Il confine con il Turkmenistan è vicinissimo. E anche il flusso della droga diretto verso l’Asia centrale. La presenza di forze della coalizione è un pugno nell’occhio. La task force “Grifo” della guardia di finanza italiana sta addestrando la polizia di frontiera afgana che dovrà sorvegliare la linea di demarcazione.
mercoledì 3 dicembre 2008
QUANTE MACERIE....
martedì 25 novembre 2008
IN ITALIA ACCADE ANCHE QUESTO
NASSIRYA? NO IL LUTTO È SOLO FEMMINISTA
di Filippo Facci
Si può dire in molti modi, uno è questo: il 12 novembre il comune di Ravenna non ha ricordato in alcun modo i morti di Nassirya e ha rifiutato, pur richiesto, di mettere la bandiera a mezz’asta; ma oggi, 25 novembre, il comune celebra la «Giornata internazionale contro la violenza alle donne» e metterà la bandiera a mezz’asta. Diciamolo meglio: il comune di Ravenna non ha previsto celebrazioni per i 19 militari italiani caduti in Irak il 12 novembre 2003, e non ha messo la bandiera a lutto; ma oggi ricorderà le tre sorelle Mirabal fatte assassinare dal dittatore dominicano Rafael Leonidas Trujillo il 25 novembre 1960, e perciò metterà la bandiera a lutto.
Ancora: il sindaco di Ravenna Fabrizio Matteucci, a capo di una giunta composta da Ulivo, Rifondazione, Repubblicani e Comunisti Italiani, non ha neppure risposto all’interrogazione formulata dal consigliere comunale Gianluca Palazzetti e dal consigliere di circoscrizione Stefano Cortesi Siboni, entrambi di An: chiedevano se per la ricorrenza di Nassirya non «sarebbe stato opportuno porre a mezz’asta il tricolore che sventola dai balconi di Palazzo Merlato», anche perché «altri comuni della nostra provincia hanno provveduto». Risulta soltanto che il sindaco abbia informalmente risposto, chiacchierando, che «del resto Nassirya non l’abbiamo ricordata neanche l’anno scorso». Ultima sortita per dirlo: a Ravenna zero iniziative per Nassirya e niente bandiera a mezz’asta, ma per la citata Giornata contro la violenza alle donne il comune ha previsto un’esposizione, un ordine del giorno in consiglio comunale, alcune relazioni di studenti liceali, una mostra di pittura e soprattutto la campagna «Per molte donne la violenza è un pane quotidiano» realizzata in collaborazione con il sindacato Panificatori Ascom e Gapar spa. Più la bandiera a lutto.
Forza, venite fuori: provate a dirci che siamo antifemministi, ora, diteci che magari disprezziamo la Giornata contro la violenza sulle donne (che sia strabenedetta) e non che vogliamo solo evidenziare dove possa condurre il delirio del politicamente corretto, una dimensione dove si rimuovono i nostri soldati assassinati, una mancanza di amor patrio dove la bandiera a mezz’asta non viene issata appunto per dei patrioti, ma per recepire fastosamente una celebrazione fissata nel 1999 dalla santissima Onu, la neutrale Onu, celebrazione sconosciuta ai più. Diteci che è normale, diteci che siamo antifemministi anche se la rassegna stampa che abbiamo consultato, tra i giornali di Ravenna, evidenzia che l’unico articolo politicamente scorretto, sulla Voce di Romagna, l’ha scritto proprio una donna, Marianna Venturini: «Fan più paura gli schiaffi delle bombe». Forza, diteci che è giusto così, che non c’è da scaldarsi tanto, ditelo magari ai nostri ragazzi che sono sparsi per il mondo a realizzare progetti di disarmo, di sminamento, di assistenza umanitaria ai rifugiati. Ditelo a loro: e magari, come supremo sforzo, in collaborazione col sindacato panificatori del Ravennate, mandategli un panino al prosciutto.
di Filippo Facci
Si può dire in molti modi, uno è questo: il 12 novembre il comune di Ravenna non ha ricordato in alcun modo i morti di Nassirya e ha rifiutato, pur richiesto, di mettere la bandiera a mezz’asta; ma oggi, 25 novembre, il comune celebra la «Giornata internazionale contro la violenza alle donne» e metterà la bandiera a mezz’asta. Diciamolo meglio: il comune di Ravenna non ha previsto celebrazioni per i 19 militari italiani caduti in Irak il 12 novembre 2003, e non ha messo la bandiera a lutto; ma oggi ricorderà le tre sorelle Mirabal fatte assassinare dal dittatore dominicano Rafael Leonidas Trujillo il 25 novembre 1960, e perciò metterà la bandiera a lutto.
Ancora: il sindaco di Ravenna Fabrizio Matteucci, a capo di una giunta composta da Ulivo, Rifondazione, Repubblicani e Comunisti Italiani, non ha neppure risposto all’interrogazione formulata dal consigliere comunale Gianluca Palazzetti e dal consigliere di circoscrizione Stefano Cortesi Siboni, entrambi di An: chiedevano se per la ricorrenza di Nassirya non «sarebbe stato opportuno porre a mezz’asta il tricolore che sventola dai balconi di Palazzo Merlato», anche perché «altri comuni della nostra provincia hanno provveduto». Risulta soltanto che il sindaco abbia informalmente risposto, chiacchierando, che «del resto Nassirya non l’abbiamo ricordata neanche l’anno scorso». Ultima sortita per dirlo: a Ravenna zero iniziative per Nassirya e niente bandiera a mezz’asta, ma per la citata Giornata contro la violenza alle donne il comune ha previsto un’esposizione, un ordine del giorno in consiglio comunale, alcune relazioni di studenti liceali, una mostra di pittura e soprattutto la campagna «Per molte donne la violenza è un pane quotidiano» realizzata in collaborazione con il sindacato Panificatori Ascom e Gapar spa. Più la bandiera a lutto.
Forza, venite fuori: provate a dirci che siamo antifemministi, ora, diteci che magari disprezziamo la Giornata contro la violenza sulle donne (che sia strabenedetta) e non che vogliamo solo evidenziare dove possa condurre il delirio del politicamente corretto, una dimensione dove si rimuovono i nostri soldati assassinati, una mancanza di amor patrio dove la bandiera a mezz’asta non viene issata appunto per dei patrioti, ma per recepire fastosamente una celebrazione fissata nel 1999 dalla santissima Onu, la neutrale Onu, celebrazione sconosciuta ai più. Diteci che è normale, diteci che siamo antifemministi anche se la rassegna stampa che abbiamo consultato, tra i giornali di Ravenna, evidenzia che l’unico articolo politicamente scorretto, sulla Voce di Romagna, l’ha scritto proprio una donna, Marianna Venturini: «Fan più paura gli schiaffi delle bombe». Forza, diteci che è giusto così, che non c’è da scaldarsi tanto, ditelo magari ai nostri ragazzi che sono sparsi per il mondo a realizzare progetti di disarmo, di sminamento, di assistenza umanitaria ai rifugiati. Ditelo a loro: e magari, come supremo sforzo, in collaborazione col sindacato panificatori del Ravennate, mandategli un panino al prosciutto.
lunedì 24 novembre 2008
UN PO' DI CRONACA : GLI ANNI DI PIOMBO E...

Giulio Andreotti e Valerio Morucci
Il faccia a faccia 30 anni dopo il sequestro e il delitto Moro.
Andreotti, stretta di mano
e dialogo con Morucci
Il presidente: «Era una guerra, sbagliata l'analisi». L'uomo che rapì Moro: «Troppo indulgente con noi»
ROMA — Alla fine si stringono la mano; il rapitore di Aldo Moro dice «Lietissimo» e Giulio Andreotti risponde con un conviviale «Ciao». La serata è terminata, Valerio Morucci se ne va mentre il nemico d'un tempo consuma le ultime chiacchiere con gli altri ospiti. I quali hanno assistito alla stretta di mano e — prima — a un dibattito inimmaginabile nel 1978, nell'Italia del sequestro e dell'omicidio di Aldo Moro, dell'attacco brigatista al «cuore dello Stato». Trent'anni dopo i due rappresentanti delle Br e dello Stato di allora s'incontrano per la prima volta nel salotto borghese di un professionista romano, che periodicamente organizza appuntamenti letterari per una ristretta cerchia di conoscenti.
Venerdì scorso l'occasione è data dall'ultimo libro di Luigi Manconi, sociologo ed ex sottosegretario alla Giustizia (trent'anni fa militante di Lotta continua), intitolato Terroristi italiani. Le Br e la guerra totale, 1970-2008. Presentatori d'eccezione (per l'eccezionalità del faccia a faccia) Andreotti e Morucci, che prima di Moro aveva pedinato proprio l'ex capo del governo, obiettivo alternativo del rapimento di un esponente democristiano. Ma Andreotti, come ha svelato lo stesso ex terrorista, si rivelò obiettivo troppo complicato, perché abitava in pieno centro e aveva l'auto blindata. Il dibattito comincia da qui: che effetto fa al senatore a vita incontrare un brigatista che sparò sulla scorta di Moro e sequestrò il presidente della Dc? Andreotti si rifugia in una delle sue battute: «E' una fortuna esserci arrivati», ma nessuno dei presenti ride. L'aria è tesa, tutti fissano il senatore e l'ex br seduto due poltrone più in là. «C'era l'idea — continua Andreotti tornando al '78 — che il giusto fosse tutto dalla propria parte, e che dall'altra fosse tutto sbagliato. Ma distinzioni così nette non aiutano a capire. Sul terrorismo, ad esempio, pensavamo a un fortissimo influsso straniero, che non era così rilevante. E' possibile che abbiamo sbagliato qualcosa, soprattutto nell'analisi globale».
Quando tocca a Morucci ci sono dei lunghi secondi di silenzio, finché dice: «Il discorso del presidente Andreotti mi pare molto indulgente verso le Brigate rosse. Forse troppo. Dubito che in quel momento lo Stato potesse reagire diversamente da come fece». L'ex terrorista tenta di spiegare il percorso che lo portò in via Mario Fani, dove partecipò alla strage dei cinque uomini di scorta e al «prelevamento» di Moro, ucciso dopo 55 giorni di prigionia: «L'ideologia comunista prevedeva l'uso della violenza per la presa del potere, e passo dopo passo arrivi a giustificare la morte del nemico. La Dc era lo Stato che noi identificavamo con l'imperialismo delle multinazionali, e con Moro in mano pensavamo di poter dare la scossa finale a quel sistema». Andreotti lo interrompe: «Ma prendere Moro è un controsenso, perché lui aveva idee diverse...», e Morucci: «Avremmo dovuto comprendere la complessità del sistema, mentre la visione ideologica porta a semplificare tutto». Le lettere di Moro prigioniero, che Morucci distribuiva durante il sequestro, portarono l'ex br a cambiare posizione e a schierarsi (senza successo) per la liberazione dell'ostaggio: «Ma io porto il peso della morte di Aldo Moro, al di là delle condanne che ho avuto». E Andreotti, che guidava il «fronte della fermezza» inutilmente contrastato dallo stesso Moro e dalla sua famiglia, sente anche lui una parte di quel peso? «No — risponde senza tradire emozioni — C'era una guerra, che altro potevamo fare? Qualcuno sosteneva che le lettere di Moro non fossero autentiche...». Manconi interviene: «Non qualcuno, senatore. Lei e il suo governo!». Andreotti taglia corto: «Sì, beh... C'era grande confusione. Fu un momento di grandissima sconfitta. Eravamo in guerra. C'erano i morti di via Fani, le loro vedove che minacciavano di bruciarsi in piazza se avessimo trattato con le Br».
Questo è un dettaglio che Andreotti racconta da trent'anni, e da trent'anni smentito dalle due vedove degli uomini della scorta, nonché da un'intercettazione telefonica di quei giorni, quando la moglie del maresciallo Leonardi chiamò la signora Moro per negare la stessa notizia riportata da quotidiano. Qualcuno lo ricorda il senatore, che però insiste: «Venne da me a dirlo, non credo fosse un'altra persona che si spacciava per lei». Alla visione andreottiana della «guerra», Luigi Manconi contrappone l'immagine di una «guerra civile simulata» dai terroristi, nonché «agevolata» da tanti fattori, tra cui le stragi impunite e i depistaggi degli apparati istituzionali. Andreotti risponde: «E' difficile fare chiarezza su personaggi ambigui... Il generale De Lorenzo (a capo del Sifar e dei carabinieri negli anni Sessanta, ndr) in punto di morte mi mandò il suo confessore a scusarsi per avermi dato qualche amarezza. Per fortuna oggi non mi sembra che ci sia un clima che possa far tornare a quei tempi». Morucci replica: «Non per merito della classe politica», e sostiene che la fine delle Br ha anticipato la fine del comunismo. Andreotti ascolta attento e chiede: «Avevate la sensazione di un grande influsso americano?». Morucci: «Certo, enorme». Perché, non era così senatore? «Insomma. Bisognerebbe distinguere periodo per periodo». Il dibattito finisce e gli ospiti si accomodano a mangiare qualcosa, chiacchierando fra loro più che con i due protagonisti della serata. Morucci regala ad Andreotti un suo libro, con tanto di dedica, il senatore ringrazia. Poi il commiato: «Lietissimo», «ciao».
Giovanni Bianconi
24 novembre 2008
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