| Gli Alpini ed il senso civico |
| Scritto da Enzo Trentin | |||
| domenica 09 dicembre 2007 | |||
| Valmalenco: monumento agli Alpini Ciò che ci ha colpito, questa volta, è stato il riporto d’un dialogo tra un giovane che ad una domanda rispondeva: «Perché dovrei dare un anno della mia vita allo Stato?»; al quale ribatteva un vecchio ufficiale dalla penna bianca ora in pensione. Quest’ultimo sottolineava i numerosi aspetti positivi che, secondo lui, aveva il servizio di leva, concludendo con l’affermazione: «Un anno di naja non ti avrebbe fatto male.» Ci appare chiaro – è questa è la ragione per la quale ne scriviamo – che si tratta di due visioni parziali, e per certi versi – come dire…? – sfocate! Si sa, gli alpini nacquero nel 1872 dall’idea dell’allora Ten. Col. Agostino Ricci (secondo gli studi più recenti, e non dal Cap. Perrucchetti) che li prefigurò come le unità che avrebbero dovuto svolgere una azione di arresto per prendere poi l'iniziativa attaccando dovunque l'aggressore ai “sacri” confini della patria. Il loro reclutamento territoriale avrebbe meglio operato su territori che conoscevano dalla nascita, a difesa in primo luogo delle proprie genti e dei propri beni. La storia poi li proiettò in qualche angolo del mondo in imprese che nulla avevano a che fare con l’origine. Bassano Ciò nonostante, gli alpini hanno sempre conservato le loro peculiarità: gente semplice difficilmente dedita all’aggressione, alla crudeltà o al saccheggio. Montanari cresciuti ed abituati alla fatica, come alla solidarietà. Ma proprio perché impiegati anche dove proprio non sarebbero stati adatti, vivevano la naja come una costrizione, un servaggio dal quale smarcarsi alla prima opportunità. Gli alpini, generalmente, non hanno mai odiato il loro avversario. Quelli che uscirono faticosamente dalle steppe russe nel gennaio del 1943 testimoniano come – in molti – dovettero la vita alla solidarietà dei contadini russi. Giulio Bedeschi in “Centomila gavette di ghiaccio” ce ne offre testimonianza: «Osservato da un ragazzetto russo infreddolito, Scudrèra stava togliendo dallo zaino un paio di lunghi mutandoni di lana; li dispiegò al vento, li appallottolò e se li ficcò sotto il cappotto; ma facevano troppo volume, li sfilò e se li arrotolò al collo, come una sciarpa. A questo punto si vide osservato dal ragazzetto, che sorrideva divertito. Scudrèra dispiegò nuovamente le mutande accostandole al ragazzetto, come a misurargliele: erano più alte di lui, il ragazzo rideva. Scudrèra allora gli gettò le mutande sulle spalle, e gli disse: - To', ciàpa, ma cresci in fretta; intanto le porterà to nòna. Bàbuska! Bàbuska! Capito? - Karasciò! - esclamò il ragazzo russo. Fece un cenno di ringraziamento e filò verso un'isba chiamando: - Bàbuska! Bàbuska! - Nel correre, però, gli caddero sulla neve le mutande; mentre le raccoglieva e scappava, Scudrèra gli gridò dietro: - Ciò, insulso! Tienle ben, chè le ga fàte me màma! E rivolto a Pilon: - Te ga visto? El me ga capìo sùbito! Son mi che non capìsso dove go imparà a parlar in russo!» Gli alpini sono imbevuti di solidarietà. Basta leggere la memorialistica per rendersi conto di come difficilmente abbandonavano un commilitone, anche se questo poteva costare la vita al soccorritore. E per semplicità ricorriamo ancora a Bedeschi: «… e i soldati si chinavano sui fagotti grigioverdi, li caricavano sulle slitte straripanti, dal colmo dei carichi uno scrollo del mulo li rotolava di nuovo sulla neve, i compagni s'accorgevano più tardi d'averli perduti, forse erano stati raccolti più addietro da altri alpini; o forse no, perché il vento sollevava un polverio di neve e li ricopriva subito di bianco. Restavano là, steppa. - È un alpino del mio paese - disse di uno il furiere Clerici, e se lo caricò sulle spalle; col peso avanzò forse per cento metri ma poi il fiato gli si fece grosso; barcollò, cadde nella neve col cadavere, ritentò di sollevarlo, ricadde, imprecò, proseguì solo e roso da una rabbia cupa consegnò il portafogli del morto al capitano. Questi prese a braccio Clerici e camminavano insieme in silenzio. - Come volete che faccia a capire? - disse angosciosamente il furiere. - Chi? - domandò Reitani. - Sua madre. Mi maledirà, signor capitano. - Glielo diremo, che non potevi. - È vecchia, non sa com'è la guerra. Mi vedrà sempre, sta di fronte a casa mia.» È un Dna che hanno conservato anche nella vita civile dove, particolarmente nel nord del paese, i gruppi della protezione civile sono prevalentemente costituiti da alpini. I veci non si sono mai tirati indietro verso tutto ciò che provoca sofferenza fisica. Questi uomini sono sempre riusciti a procurarsi quel tipo di “allegria” che si ottiene soltanto superando ostacoli a prezzo di dure fatiche. Ed è sorprendente che non lo fanno per spirito di patria, che spesso è stata matrigna con loro. Lo hanno sempre fatto per osmosi; essi hanno sempre avuto una sorta di spirito civico che lo Stato non gli ha mai fornito. Per questo l’hanno sempre chiamata naja. È questo spirito civico che li fa affluire alle adunate, per riconoscersi e rincontrarsi in gaiezza, per scambiarsi nozioni ed informazioni da utilizzare quando, come volontari della protezione civile, saranno tra i primi ad intervenire, non mancando persino di mettere mano indifferentemente al manico del badile, come al proprio portafogli. È questa la lezione implicita delle loro sfilate, nel loro inalberare con orgoglio quello strano cappello di volta in volta guarnito con la penna d’aquila o di corvo, nel rivendicare una “specificità” che nessun politicante è mai stato in grado di scalfire, al contrario sempre pronto (il politicante) a cavalcare il loro senso civico. Dobbiamo essere giustamente compiaciuti del fatto che, in uno Stato carente come il nostro, riescano a sopravvivere uomini di questa specie. Per quanto la loro terra sia mal amministrata, è gente che non farà mai una rivoluzione violenta. Molti di loro, probabilmente, non conoscono nemmeno il pensiero e l’opera di Thomas Jefferson, autore della dichiarazione d’indipendenza e terzo presidente degli USA, il quale scriveva in una lettera a James Madison il 30 gennaio 1787: «Malo periculosam libertatem quam quietam servitutem. Ritengo che qualche ribellione, di tanto in tanto, sia cosa buona e che sia necessaria al mondo politico quanto le tempeste lo sono a quello fisico. In genere le ribellioni fallite mettono in luce violazioni dei diritti del popolo che le hanno cagionate. Esse sono invero una medicina necessaria per la salute di tutti, prevengono la degenerazione del governo e aumentano l’attenzione per gli affari pubblici.» Sì! Gli alpini non si ribelleranno mai, la loro integrità morale non glielo consente. Essi preferiscono l’impegno concreto e disinteressato, alla vulgata corrente dei subalterni al cellulare o "friggi cervello a microonde". E male non farebbe alla nostra democrazia un sistema di milizia, che molti paesi adottano. La Svizzera, per esempio, vive grazie al sistema di milizia. La Svizzera vive grazie all'impegno profuso da decine di migliaia di cittadine e cittadini al di fuori delle loro cerchie familiari e professionali. Essere in relazione gli uni con gli altri. Essere responsabili. Fare più di quanto è strettamente necessario − per sé, ma anche per gli altri! Questa forza insita nel sistema di milizia è un bene prezioso! Un bene che dovremmo recuperare e di cui avere la massima cura! L'impegno che caratterizza il sistema di milizia si manifesta nella vita politica, nelle associazioni e nelle società, in campo sociale, nella cultura, nello sport, nella protezione dell'ambiente, nei corpi dei pompieri, e anche nell'esercito. E a questo punto potremo accettare l’affermazione di quel vecio Colonnello: «Un anno di naja non farebbe male.»
| |||
Nessun commento:
Posta un commento