sabato 31 ottobre 2009

VI RICORDATE QUELLA TAL ROSANUNA...

Ecco le prove del pacco da cui è uscita...
:-)
Ciao
Guido

mercoledì 28 ottobre 2009

D E N U N C I A.

Non tutti potranno partecipare alla manifestazione di protesta ma tu puoi inviare questo video ai tuoi contatti e mostrare alla gente cosa sta accadendo.

L'unione fa la forza
Divisi cadiamo

EDL: London counter-protest October 31st promo

Non tutti potranno partecipare alla manifestazione di protesta ma tu puoi inviare questo video ai tuoi contatti e mostrare alla gente cosa sta accadendo.

L'unione fa la forza
Divisi cadiamo

domenica 25 ottobre 2009

Storia del Cristianesimo

Il mistero di Gesù è nell'interrogativo "Voi chi dite che io sia?"

di Roberto Paglialonga
25 ottobre 2009


Il pericolo è patente. Nel marasma mass-mediatico che ha coinvolto e coinvolge – la buriana si è solo acquietata, ma è pronta a riesplodere – alcune delle istituzioni della Chiesa cattolica, dal “caso Boffo”, ai presunti contrasti tra segreteria di Stato vaticana e Cei, alle beghe politico-religiose (più politiche, per la verità) su Ru486 e testamento biologico, solo per citare le più recenti, possono affogare tutti, cattolici e non credenti. I primi rischiano di smarrire il senso del proprio credo e del proprio io, travolti dall’insolito destino di chi, per fede e carità, è costretto invece a una incessante difesa della fortezza dell’anima contro i cannoneggiamenti di quanti vorrebbero imporre una vita “etsi Deus non daretur”. Gli altri, di precipitare nel burrone del conformismo, senza possibilità di discernimento tra menzogna e verità, attirati dalle sirene dell’ateismo in voga e della compulsione materialista e anti-religiosa.

Non mancherà occasione, e qualcuno passerà dalla critica verso le normali logiche di stato e di potere in cui anche la vita politica e istituzionale della grande famiglia della Chiesa si dipana, alla natura stessa del cristianesimo, magari per metterne alla berlina essenza e fedeli. Non capendo che l’istituzione vive nel credo, e il credo permane e fiorisce anche grazie all’istituzione. Il salvagente, dunque, è la consapevolezza della fede, e prima ancora la memoria. Non quella annacquata e bislacca, buona per tutte le stagioni, che va sotto il nome di “memoria collettiva”. Ma quella personale e devota, comunitaria e sacrale: la memoria del passaggio di Cristo, della testimonianza evangelica, della Parola di Dio.

Ecco perché aggrapparsi a Il protagonista della storia. Nascita e natura del cristianesimo, del teologo e biblista spagnolo José Miguel Garcìa, come a una boa in mezzo alla tempesta. E se per i credenti il libro (edito da Rizzoli nella collana dello spirito cristiano fondata da don Luigi Giussani) rappresenta un aiuto a ritrovare la natura delle proprie radici e a capire “perché siamo ancora nella Chiesa” – per citare Benedetto XVI – non di meno è un valido strumento per chi non crede. Perché sgombera il campo dagli equivoci in cui la confusione modernista, propugnata da profeti e ammaliatori che riempiono a tutt’oggi le librerie con saggi dalla dubbia scientificità, ha trascinato anche numerose verità storiche; perché fornisce utili risposte alle domande che da duemila anni riguardano la storia e il suo principale protagonista: chi è Gesù di Nazaret? Cos’è il cristianesimo? Ma soprattutto perché riscopre in ciascuno la piaga dell’interrogativo del Mistero incarnato, che con la sua presenza e la sua voce ha cambiato il volto e il destino dell’umanità. Quell’interrogativo primigenio e ultimativo, tanto fulminante nella sua semplicità quanto lacerante nelle sue conseguenze, perchè rivolto a tutti e ad ognuno: “Voi chi dite che io sia?”.

Con un linguaggio semplice e adatto anche ai neofiti, Garcìa ha costruito un saggio intenso e ponderoso, andando alla ricerca delle fonti storiche della religione cristiana e soffermandosi in particolare su quelle del I secolo dopo Cristo. Senza preconcetti né apriorismi, ha analizzato, smontandole con l’utilizzo della ragione e dei fatti, le posizioni di coloro che si limitano a considerare Gesù un semplice personaggio di belle speranze e il cristianesimo un elenco di propositi etico-morali da prendere à la carte, e riaffermato l’attendibilità dell’annuncio cristiano attraverso la sua pretesa storica, che non può essere invalidata dalle discrepanze presenti nei racconti evangelici, quanto piuttosto confermata dall’origine aramaica dei testi (che risolve, secondo il teologo, le incongruenze causate dagli errori nelle traduzioni greche), e soprattutto dall’autenticità di fonti e testimonianze. Da quelle pagane ed ebraiche, tra cui Tacito, Svetonio, Giuseppe Flavio, a quelle cristiane, Vangeli, Atti degli Apostoli, lettere paoline.

Un percorso affascinante di analisi e scoperta della diffusione del cristianesimo prima in Palestina, poi in Asia Minore, quindi a Roma. Un viaggio nella rivelazione divina, in quel Dio che si fa uomo e presenza sulla terra. Perché la religione cristiana non nasce dal sentimentalismo né dall’invasamento settario di un gruppo di adepti. Ma da Gesù di Nazaret: il fatto concreto e reale da cui sprigiona la fede, l’avvenimento che diventa credo, Carità e Logos che si fondono nell’indissolubile. Rovesciando la pretesa di quanti vorrebbero poter separare l’unità e scindere la storia del figlio di Maria e Giuseppe dalla fede nel Cristo, che si riverbera ogni giorno sulla terra in virtù della resurrezione. Basta riconoscerlo, ed essere capaci di rispondere alla chiamata: “Voi chi dite che io sia?”.

sabato 17 ottobre 2009

UNA PREGHIERA PER LUI.

Palermo, 17 ott. - (Adnkronos) - Arrivera'' questa mattina, alle 9.30, all'aeroporto palermitano 'Falcone-Borsellino', la salma del primo caporal maggiore Rosario Ponziano, 25 anni, paracadutista della Brigata Alpini, morto due giorni fa in Afghanistan in un incidente stradale. Ad accogliere la salma ci sara' il presidente del Senato Renato Schifani e altre autorita' locali. I funerali si svolgeranno lunedi' mattina in cattedrale a Palermo.

venerdì 16 ottobre 2009

E' GIUSTO SAPERE (click)

Nuove guerre
"Faccio il contractor per difendere la giustizia e la libertà"
intervista a Gianpiero Spinelli di
Roberto Santoro
16 Ottobre 2009

Gianpiero Spinelli viene da una famiglia di militari. Il nonno, il padre. Anche lui è stato soldato. Ora fa il contractor, quelli che negli anni Sessanta e Settanta chiamavano volgarmente "mercenari". Ma il mondo è cambiato e oggi servono professionisti della sicurezza da impegnare nelle aree di crisi. L'editore Mursia, che alle spalle ha una lunga tradizione di memorialistica, ha scelto Spinelli per raccontare le "nuove guerre". Abbiamo discusso con lui in una fredda mattina romana.

Spinelli, per quale agenzia lavora?

H3 Group. Sono specializzato nelle scorte e nei programmi di protezione e nell’addestramento.

Qual è la vita quotidiana di un Contractor?

Non esiste un giorno diviso da un altro. L’operazione finisce alle 18.00. Hai due ore di “relax” in cui devi fare la manutenzione del tuo equipaggiamento, visto che dietro non c'è una logistica. Se le armi e la radio non funzionano devi sbrigartela da solo.

E dopo la “pausa”?

Si fanno il Security Making Process e il Force Protection Making Process, la pianificazione delle operazioni del giorno dopo. Abbiamo informazioni sul nostro cliente ma ce le hanno anche i nostri nemici. Dobbiamo anticiparli.

All’interno delle agenzie avete delle unità di analisi, di studi dei rischi?

L’analisi geopolitica è alla base di tutte le nostre procedure.

Chi sono questi analisti?

Quello di Blackwater è Cofer Black, che è stato per lunghi anni responsabile dell’antiterrorismo alla Cia. E’ l’uomo che ha catturato Carlos.

Com’è andata in Iraq?

Sono morte centinaia di persone per l’incapacità di un solo uomo, Paul Bremer. In Iraq i generali di Saddam erano a conoscenza di un sistema di difesa interno di tipo “Stay-behind” – lavorare dietro le linee nemiche, usare depositi nascosti e pieni di esplosivo… e sono stati deposti in massa. Per fortuna è arrivato Negroponte e le cose sono cambiate. Da “bad guys” i sunniti sono diventati “good guys”.

E in Afghanistan?

C’è un progetto nella Valle dell’Helmand: 1.400 Marines insieme all’esercito afghano si occuperanno di stabilizzare la zona. I Contractors dovrebbero difendere le Ong impegnate nei processi di ricostruzione, cercando di trovare “occhi ed orecchie” nelle tribù afgane.

Anche le Ong sono protette dai Contractor?

Proteggiamo clienti, governi, corporations, ma tra i nostri clienti ci sono anche le Ong. E’ insensato usare decine di Marines per scortare un convoglio umanitario.

Vi definiscono "mercenari"

In Iraq ci sono stati migliaia di Contractor morti e feriti. E’ più facile fare la guerra che fare le scorte.

"Gente senza ideologia"

C’era un amico di mio padre, era un ufficiale dell’aereonautica brasiliana. Non sopportava che i cubani volessero prendersi l’Angola. Così mollò tutto e si arruolò come soldato semplice nella Legione Straniera per combattere il comunismo.

Quanto guadagna mediamente un Contractor?

L’amico di mio padre non ci guadagnò nulla. Ora fa il pilota di elicotteri per sopravvivere. Oggi però dei professionisti ben addestrati prendono tre o quattro volte quello che guadagna un militare.

Lei lo fa per soldi?

Ho sempre creduto nella giustizia e nella libertà. Quando sono andato in Iraq ho sentito ragazzi che avevano avuto le famiglie distrutte dal regime di Saddam. Storie di mogli e sorelle rapite da Hudai e che non avevano fatto più ritorno a casa. Se qualcuno porta via mia moglie gliela distruggo la casa. E non lo faccio certo per soldi.

Fabrizio Quattrocchi era un suo amico

L’11 Settembre, quando ho visto gli aerei che si conficcavano nelle Torri, mi sono detto “Non posso più stare a guardare. Ognuno deve fare la sua parte”. Sono del Sud, vengo dal Mezzogiorno. Se da noi ognuno avesse fatto la sua parte, avesse denunciato, ora non avremmo il problema delle mafie. L’11 Settembre mi sono sentito attaccato in casa mia. Me ne potevo fregare. In fondo vivo a Sammichele di Bari, mica a New York. Un paese agricolo dove a nessuno verrà mai in mente di far esplodere una bomba. Mi sono sentito attaccato moralmente, quel giorno. Poi è venuto tutto il resto.

giovedì 15 ottobre 2009

NON SONO ACCETTABILI LE ACCUSE DEL TIMES (click)


Presunte mazzette
Afghanistan, gli Italiani aiutano i civili e il Times li accusa di pagare i Taliban
di Carlotta Ricci

Afghanistan, 4 agosto 2008: i francesi assumono la responsabilità dell’area di Surobi, circa 50 chilometri a est di Kabul. Il 4° reggimento Alpini paracadutisti e i Paracadutisti del 185° RRAO (Reggimento Ricognizione Acquisizione Obiettivi), che compongono la cosiddetta Task Force Surobi, lasciano l’area. Passano giusto una decina di giorni e i militari francesi cadono vittime di un’imboscata nella valle di Uzbeen. Il bilancio è durissimo: 10 morti e 21 feriti. Un massacro particolarmente efferato: le cronache riportano di decapitazioni, addirittura quando i francesi sono ancora vivi, e scempi di cadaveri per mano degli stessi talebani che hanno sferrato il pesante attacco.

Passa ancora qualche giorno e i francesi incolpano gli italiani: gli alpini e i paracadutisti, che fino a poco tempo prima avevano presidiato la zona, si erano, secondo i vertici francesi, asserragliati dentro le Fob, le basi operative avanzate, dopo la morte del primo maresciallo Giovanni Pezzulo, avvenuta a febbraio 2008. Gli italiani avrebbero quindi abdicato alla missione di controllo della delicatissima area, “infestata” non solo da gruppi talebani, ma soprattutto dalle milizie dello spietato Gulbuddin Hekmatyar, signore della guerra locale, ex mujaheddin e storico alleato dei talebani.

Oggi, un’altra accusa agli italiani: secondo il quotidiano britannico Times, gli 007 italiani avrebbero pagato mazzette ai talebani in cambio di sicurezza e tranquillità. Non avvertiti del meccanismo in atto da mesi, i francesi, una volta spezzato il “circolo vizioso”, sarebbero stati “puniti” dai talebani della zona. Palazzo Chigi risponde con un comunicato ufficiale, smentendo i pagamenti e ricordando anzi che gli italiani, nel periodo di permanenza nel distretto di Surobi, hanno subito numerosi attacchi. E rilancia promettendo querela. Ora, sarà pure umanamente comprensibile che si vada alla ricerca di un capro espiatorio per una strage così efferata. Tutto ha un limite, però. Tante, infatti, le cose che non sono state dette. E tante quelle travisate.

Il cosiddetto “distretto di Surobi” comprende quattro valli: Maypar, Tezeen, Jegdalek e Uzbeen. Quest’ultima è sempre stata la più “delicata”. A dicembre 2007 i militari turchi lasciano l’area e gli italiani assumono la responsabilità della zona e delle Fob presenti lì. E subito iniziano ad applicare quella che è, ed è sempre stata, la loro strategia: cercare l’appoggio della popolazione. Cominciano con l’individuazione dei malek, i capivillaggio, gli unici, per questioni rigidamente gerarchiche, titolati a trattare con lo “straniero”.

I rapporti più saldi si stabiliscono con il malek della valle di Jegdalek. È un vecchio mujaheddin: i turchi gli hanno promesso che i militari italiani, pieni di soldi, avrebbero esaudito ogni suo desiderio. Il malek, quindi, si presenta con un sorta di “lista della spesa”: chiede scuole, ponti, strade, pozzi, infrastrutture. Gli italiani, che come modus operandi non prendono mai un impegno nei confronti della popolazione se non sono sicuri di poterlo mantenere, decidono di dire la verità: non hanno tutti quei soldi a disposizione, ma faranno il possibile. Il malek, vecchio mujaheddin, resta impressionato dalla sincerità degli italiani e da lì inizia un proficuo rapporto di stima e fiducia reciproca. Che, pare, duri ancora oggi, anche a distanza di un anno dalla partenza degli italiani.

Anche nella valli di Maypar e Tezeen i militari riescono, dopo un lungo e certosino lavoro di graduale “avvicinamento” a stabilire rapporti di salda collaborazione. Solo la valle di Uzbeen resta un po’ più “ostica”. Ma non inaccessibile. Gli italiani, quindi, iniziano a spingersi fin nei villaggi più remoti dell’area. In alcuni di questi gli abitanti non hanno mai visto un militare della coalizione Isaf e capita che li scambino per russi. Il territorio è aspro e inospitale e, quando la neve rende impossibile il passaggio dei mezzi, si percorrono chilometri per portare, a dorso di mulo, aiuti umanitari alle famiglie più povere, assistenza sanitaria e veterinaria.

A volte sono gli stessi malek che si fanno portavoce delle esigenze più urgenti: casi di malattia o di famiglie particolarmente povere a cui dare la precedenza assoluta nella distribuzione degli aiuti.
E comunque, la cellula Cimic (la Cooperazione civile e militare, quella che si occupa della ricostruzione e sviluppo) lavora. Bilancio: nei mesi di permanenza gli italiani costruiscono una biblioteca, una clinica, il locale distretto di polizia, un ponte pedonale sospeso di 70 metri , tre ponti pedonali e trenta pozzi d’acqua potabile, tre scuole, due cliniche veterinarie, una stazione di polizia, un ponte pedonale e ventisei pozzi d’acqua potabile.

In cambio la popolazione segnala, sempre più spesso, depositi illegali di armi (ne vengono smantellati più di cento in quei mesi) e fornisce indicazioni preziose sulla preparazione di imboscate e attacchi Ied, gli ordigni artigianali improvvisati posti al bordo delle strade. Mesi che, tuttavia, non sono proprio “tranquilli” per i militari italiani. Numerosi, infatti, gli scontri a fuoco in cui sono coinvolti. E in uno di questi, il 13 febbraio 2008, viene ucciso il primo maresciallo Giovanni Pezzulo, della cellula Cimic.

A inizio agosto, dunque, gli italiani lasciano il distretto di Surobi ai francesi, che vengono accuratamente avvertiti dei “warning”, le indicazioni di rischio, durante il normale periodo di affiancamento che il comandante che sta per assumere la responsabilità fa con quello che la sta per lasciare. Vengono anche avvertiti del fatto la valle di Uzbeen è delicata e che, all’interno della valle, non c’è copertura radio. Almeno con gli apparati usati comunemente.

I francesi si insediano e la situazione cambia. Gli afghani del posto, che finora hanno avuto un ottimo rapporto di collaborazione con i militari Isaf, sperano di mantenerlo. Ma quando si presentano alla base per chiedere che vengano mantenute le abitudini prese con gli italiani (assistenza sanitaria e veterinaria, donazioni di aiuti) si vedono sbattere le porte in faccia. I francesi, che si sono presentati con assetti pesanti e iniziano a fare rastrellamenti, non hanno intenzione, evidentemente, di mantenere i rapporti “di buon vicinato” con gli abitanti del posto.

Infine, prendono un po’ sottogamba le indicazioni che gli sono state date dagli italiani: si avventurano con le loro radio, senza copertura aerea e con poche munizioni, nella valle di Uzbeen. Entrano attraverso l’unica via d’accesso alla valle, stretta e circondata di montagne, quindi particolarmente adatta alle imboscate, e lì la tragedia. Non riescono a comunicare via radio e chiedere rinforzi, non possono richiedere la copertura aerea e terminano le munizioni. I talebani che li hanno attaccati sono liberissimi di farne scempio.

Insomma, i soldi che gli italiani hanno speso nell’area sono stati sicuramente quelli investiti dal Cimic per la ricostruzione di infrastrutture. Se fossero bastate delle mazzette ai capi talebani per garantire la pacificazione, perché spingersi fin laggiù subendo attacchi e perdite di vite umane? E comunque, ogni volta (ed è capitato molto spesso soprattutto negli ultimi tempi) che gli italiani intervengono per tirare fuori dalle grane militari di altri contingenti, evitano di fare troppa pubblicità per non “sminuire” i “colleghi”. Pare che il politically correct sia rimasto appannaggio di pochi ultimamente.

venerdì 25 settembre 2009

ANCHE QUESTO DALLA GUERRA (click)


Sabrai, la bimba afghana attesa in città per un delicato intervento



Vicenza
. Una bambina afghana di tre anni con una grave lesione alla caviglia sarà operata a Vicenza, grazie all’intervento dei militari italiani ad Herat.

mercoledì 23 settembre 2009

domenica 20 settembre 2009

giovedì 17 settembre 2009

Nino Rosso - IL SILENZIO - Tema di " Se non avessi più te "

Pierluigi accoglili tu.

Tenente Antonio FORTUNATO
- 1°cap. magg. Matteo MUREDDU
- 1°cap. magg. Davide RICCHIUTO
- Serg. Magg. Roberto VALENTE
- Serg. Magg. Massimiliano RANDINI
- 1° cap.magg. Giandomenico PISTONAMI

ONORE AI CADUTI


venerdì 11 settembre 2009

11 SETTEMBRE - GROUNDZERO


L'eterno riposo dona Loro, o Signore.
Risplenda ad Essi la luce perpetua.
Riposino in pace

giovedì 10 settembre 2009

Bala Morghab 25 agosto 2009

Diario afghano/ 2 (click)

Ecco come gli italiani hanno rimesso in sicurezza Bala Morghab

di 10 Settembre 2009

Bala Morghab, 180 chilometri a nordest di Herat, al confine con il Turkmenistan, all’interno della provincia di Badghis, una delle cinque che compongono l’area sotto responsabilità italiana. Fino a tre mesi fa era uno dei punti più caldi di tutto l’Afghanistan. Oggi la situazione è completamente cambiata. La valle è una lingua di terra verde incastonata tra catene montuose e deserto. In mezzo scorre il fiume, fonte di vita e fertilità. Tanti piccoli villaggi sparsi nella valle e, al centro, da un lato il villaggio di Morghab. Dall’altro, la Fob Camp Todd, la base operativa avanzata che ospita militari afghani, italiani, spagnoli e americani.

Una zona a lungo contesa tra insurgents e militari afghani che, con il supporto delle truppe Isaf, in questa valle hanno combattuto, attaccato e subito attacchi e perdite. Il fine era quello di riconquistare il controllo della valle, punto strategico perché di frontiera, ma soprattutto perché da qui passa una tratto della Ring Road, l’anello di asfalto che circonda tutto l’Afghanistan collegando tra loro le città principali. Per garantire la sicurezza all’interno di tutto il Paese, il primo obiettivo deve essere quello della libertà di circolazione e del controllo delle principali vie di comunicazione.

E poi, a pochi chilometri, sempre nella stessa provincia, c’è Gormach, tradizionale roccaforte talebana. Infine, la Nato sta cercando di espandersi verso nordest anche per ricongiungere Herat a Mazar-i-Sharif, area a responsabilità tedesca. Gli insurgents della zona, invece, proprio non ne volevano sapere: troppo importante mantenere il controllo di quel tratto della Highway 1, la Ring Road, appunto, per continuare a svolgere indisturbati i traffici illeciti con il Turkmenistan. Fino a tre mesi fa, la valle è stata teatro di scontri durissimi.

29 maggio: i militari afghani escono alle 5 del mattino dalla Fob per occupare delle postazioni a circa due chilometri. Vengono attaccati, provano a rispondere al fuoco, ma sono costretti a chiamare in soccorso i Paracadutisti del 183° reggimento “Nembo”, pronti a intervenire su richiesta dei militari afghani. I combattimenti proseguono per ore.

All’interno della base l’atmosfera è frenetica. Si sentono chiaramente le raffiche di armi leggere e i colpi di mortaio sparati là dove si sta combattendo. Convogli di blindati Lince continuano a entrare e uscire dalla Fob: quelli che escono trasportano militari pronti ai combattimenti. Da quelli che rientrano scendono ragazzi dal volto trasfigurato, sfiancati dalla fatica, gli occhi rossi e gonfi per la polvere. Sporchi, sudati e con le scariche di adrenalina che ancora non accennano a fermarsi.

Mentre un caposquadra sta dando indicazioni ai suoi prima di uscire, da lontano si vede una nuvola di polvere che si avvicina. Sono sei ragazzi che corrono disperatamente verso l’infermeria: trasportano uno dei loro compagni rimasto ferito in battaglia. Alla fine, anche grazie all’impiego dei mortai, su obiettivi segnalati dai ragazzi del 185° “Acquisitori obiettivi”, la minaccia, come si dice in gergo, “è neutralizzata”. Ingenti le perdite: uccisi 25 miliziani insurgents e 3 militari afghani. Tre parà italiani restano feriti. Una giornata qualunque tra quelle che si vivevano qui, a Bala Morghab, almeno fino a tre mesi fa.

25 agosto, la situazione è completamente cambiata. Non è necessario correre per scendere dall’elicottero e raggiungere, nel più breve tempo possibile, l’ingresso della base. All’interno l’atmosfera è più tranquilla. Nessun segno di concitazione, nessuno sparo o raffica in sottofondo. Un convoglio di Lince è pronto per uscire: oggi i militari italiani faranno una donazione di materiale scolastico al piccolo istituto del villaggio di Morghab.

Prima di uscire non si accertano neppure che i passeggeri abbiano allacciato tutte le cinque cinture di sicurezza, né che siano stati attivati i “mine lock”, una speciale sicura di cui è dotato il Lince, che impedisce la possibilità di aprire il portello dall’esterno. Ed eventualmente gettare una bomba all’interno dell’abitacolo. “Sembra di stare in un altro posto - commenta il conducente del Lince che era qui anche in quella giornata di combattimenti, tre mesi fa - la tregua regge, ora possiamo anche uscire e andare fino al villaggio. Chissà, però quanto durerà”.

Tregua: è stata questa la chiave di volta. In vista delle elezioni, ai primi di agosto, il governo centrale, rappresentato da un emissario del presidente Karzai, è riuscito a mediare, tramite i capivillaggio, un “cessate il fuoco” con gli insurgents della zona. Gli accordi erano questi: i militari dell’Ana, l’Afghan National Army, avrebbero lasciato le postazioni ritirandosi e gli insurgents avrebbero retrocesso fin dietro le montagne. Ma, soprattutto, avrebbero smesso di sparare.

Ciò che non si dice, non si racconta e, forse, non si sa, è che la tregua è stata preparata da una chirurgica operazione di rastrellamento condotta dai militari afghani supportati dai paracadutisti italiani. Un’accelerata nelle operazioni di riconquista del controllo del territorio: gli insorti sono stati circondati e chiusi all’interno di un’area ben delimitata, da cui non hanno avuto possibilità di fuga.

Un’operazione scattata nei primi giorni di luglio, proprio mentre al sud, gli americani, con roboanti comunicati stampa in cui snocciolavano cifre e numeri dell’operazione, sferravano l’attacco nella valle di Helmand. Secondo le previsioni il rastrellamento sarebbe dovuto durare circa tre settimane. Ma è stato interrotto dall’inizio della mediazione per giungere alla tregua.

Ora, all’interno della valle di Bala Morghab, è rimasto solo il piccolo villaggio a essere definito “area problematica”. Una piccola zona non sotto pieno controllo che ospita ancora un nucleo di insurgents. Ecco perché, all’interno della base, dove sono custoditi i Lince danneggiati dai combattimenti passati, ci si chiede quando e chi metterà fine alla tregua. Ecco perché comunque non si può abbassare la guardia e bisogna sempre essere pronti a entrare in azione.

Quello stesso 25 agosto, nel pomeriggio, arriva una richiesta d’aiuto da Mur-e-Chack, località al confine con il Turkmenistan: un check point della polizia afghana di frontiera è stato attaccato da un gruppo di insurgents che ora, dopo aver ucciso due poliziotti e averne rapito altri, stanno saccheggiando il piccolo villaggio vicino. Immediatamente dalla Fob Todd parte un plotone di Paracadutisti a bordo di un Chinook. Insieme, si alzano in volo due Mangusta armati. Torna, per un pomeriggio, l’atmosfera concitata e l’ambientazione da film di guerra. Nessuno, però, parla di fine della tregua.

“Tutto questo non ha niente a che vedere con gli accordi ancora in vigore. Quel territorio - spiega il gen. Rosario Castellano, Comandante dell’area regionale ovest - è fuori dall’area interessata dal cessate il fuoco”. Il comandante era presente oggi qui a Bala Morghab per assistere alla cerimonia di consegna di aiuti umanitari. E da qui, invece, si è trovato a dirigere e coordinare le operazioni di soccorso alla polizia di frontiera afghana, lassù a venti chilometri, al confine con il Turkmenistan.


lunedì 7 settembre 2009

Pattuglia a Kabul

Diario afghano (click)

Kabul, ecco come italiani e afghani proteggono insieme la democrazia

di

7 Settembre 2009

Kabul. Sette e trenta del mattino. Il cancello della base si apre lentamente mentre i ragazzi scendono dai mezzi e scaricano le armi: un rituale obbligatorio per entrare nel compound. Risalgono e uno di loro abbassa l’aletta parasole del Lince che conduce, estrae un santino, lo bacia, in segno di ringraziamento e devozione, e lo infila nel portafoglio. È San Gabriele, patrono dei paracadutisti. Lo confessa dopo poco, solo dopo una domanda diretta. L’innocente confessione è priva di imbarazzo, ma carica di quella discrezione di chi vuole che al gesto, profondamente intimo e personale, non venga dato troppo risalto.

Camp Invicta, la base che ospita i circa 600 militari del 186° Reggimento paracadutisti di stanza a Kabul, si sta risvegliano. I ragazzi del Genio, invece, rientrano appena ora dalla prima attività operativa della giornata. Alle 4.30 di questa mattina, mentre appena albeggiava, erano già in strada per la consueta Route Clearance, il controllo ed eventuale ripulitura delle strade da ordigni esplosivi che potrebbero essere stati piazzati durante la notte e destinati ai colleghi che tra poco inizieranno a uscire per svolgere le attività in programma per oggi. Un caffè, un po’ di riposo, qualche ora di lavoro d’ufficio e poi, nel pomeriggio, quelle strade andranno di nuovo ripercorse e controllate.

Ore 16.30 del pomeriggio. Manolo, Federico, Mino e Mario preparano mezzi ed equipaggiamenti per l’uscita pianificata. Ordine d’operazione: effettuare una pattuglia appiedata “joint”. Si chiamano così tutte le operazioni realizzate insieme alle Forze di Sicurezza afghane. Sono loro che, prima o poi, dovranno garantire, da soli, la governabilità e la sicurezza del loro stesso Paese. Un obiettivo che va costruito gradualmente, giorno dopo giorno, grazie a un contatto costante e a un costante processo di insegnamento e apprendimento su procedure, tattiche e strategie. Processo che passa anche attraverso una pattuglia di due ore fatta per le strade di Kabul.

Il convoglio esce dalla base. Velocità a passo d’uomo finché il muso del primo mezzo in colonna non spunta sulla strada, la Jalalabad Road, Violet Road da quando gli americani hanno messo piede a Kabul. I mezzi sono fuori, la velocità aumenta. Anche questa è una misura di sicurezza. Rende più difficile per i “suicide”, i kamikaze a bordo di auto cariche di esplosivo, avvicinarsi e farsi esplodere compiendo la loro “missione”.

Pochi chilometri e il convoglio si immerge nel traffico impazzito di Kabul. Lunghe code di auto ferme agli incroci costantemente congestionati, su cui impacciati “poliziotti municipali” cercano di mantenere, senza successo, l’ordine. Solo una cosa è ben chiara a tutti: i mezzi militari Isaf hanno la precedenza assoluta. Al loro passaggio le altre auto devono farsi da parte e permettere ai Lince di defilarsi da una situazione che, apparentemente innocua, è invece tra le più pericolose che possano verificarsi.

Mino, il rallista, tiene una mano sull’arma. Con l’altra si sbraccia per segnalare a persone e auto “sospette” che devono tenersi a distanza dai mezzi in movimento. Non stacca mai gli occhi dalla strada, dai marciapiedi, dai dintorni. La sua attenzione si concentra su alcune caratteristiche che possono rispondere al tipico identikit del kamikaze: uomo, ben vestito, pulito e con la barba fatta. Pronto al martirio, insomma. Altre caratteristiche riguardano l’auto: vecchia e con le sospensioni posteriori abbassate, appesantita dal carico di esplosivo. E poi ancora mezzi abbandonati, carretti fermi ai bordi della carreggiata o anche moto e motorini.

A un tratto si sente uno sparo. È Mino che ha appena lanciato una Minolux, un razzetto luminoso di segnalazione. Un’auto si è avvicinata troppo, i gesti non sono bastati. La Minolux, sparata da una pennetta, è il secondo step in quella che viene chiamata “escalation nell’uso della forza”. Dopo aver sparato il razzetto passa la pennetta a Mario, seduto nel sedile posteriore del mezzo, ai suoi piedi. Mario gli tende veloce una seconda pennetta carica.

Prima tappa: il convoglio è giunto alla stazione di polizia dove deve essere caricato il poliziotto afgano che dovrà svolgere l’attività “joint”. I mezzi si fermano a bordo strada. Non proprio davanti all’ingresso della stazione di polizia, però. Giusto lì davanti è ferma un’auto. A bordo ci sono due uomini. Sembrano aspettare qualcosa, o qualcuno. Troppo rischioso fermarsi accanto a quell’auto.

Mentre Mino, dalla ralla, continua a segnalare alle auto di allontanarsi dal convoglio in sosta, i ragazzi, all’interno del mezzo, aspettano. Federico vorrebbe fumare una sigaretta, ma Manolo, conducente e quindi responsabile del mezzo, non glielo concede. Ha anche attaccato all’interno del “suo” Lince un cartellino che recita “No Smoking Zone”. Una delle tante forme di rispetto, ma anche di personalizzazione di quel “santo Lince” su cui tante ore trascorrono i ragazzi e dentro la cui pancia si sentono protetti, quasi al sicuro, perché tra loro e tutto ciò che succede, o potrebbe succedere, là fuori c’è una doppia blindatura.

Il militare afgano arriva, il convoglio riprende la sua corsa. Pochi chilometri e si giunge a destinazione. Un vicolo, proprio nel centro di Kabul, alla quale si accede da una delle strade principali della città. Attraverso la radio che gracchia i ragazzi comunicano la loro posizione alla sala operativa, una sorta di cordone ombelicale che non li fa mai sentire soli.

Fuori, intanto, si è alzato un forte vento. Lo stesso che ogni pomeriggio, a quest’ora, soffia a Kabul, alzando polvere e terra. Sbuffi d’aria malsani e maleodoranti, come tutto il resto della città, priva di qualsiasi forma di rete fognaria.

I mezzi si fermano all’imbocco della strada. Devono aspettare che Giovanni, il comandante di squadra, seduto nel primo dei mezzi che compongono il convoglio, dia il via. Fuori, intanto, iniziano ad arrivare i bambini. Sono curiosi, affascinati, salutano i militari in attesa di un gesto di risposta. E poi si bloccano, incantati, a osservare gesti, movimenti, equipaggiamenti.

Arriva il via libera di Giovanni, i ragazzi scendono dai mezzi e si incamminano a piedi tra polvere e immondizia. Giovanni e il poliziotto afgano camminano fianco a fianco. È in questo gesto apparentemente “inutile” il senso dell’intera operazione: mostrare alla popolazione, che si affaccia curiosa dalle case circostanti, che le forze di sicurezza afgane, supportate dalle truppe della coalizione, ci sono, sono sul territorio, lavorano per riconquistarne il controllo e, soprattutto, sono i “buoni”.

I militari, intanto, molto discretamente, si guardano intorno. Registrano luoghi, case, volti, ma soprattutto atteggiamenti, attenti a qualunque elemento che possa essere strano, o addirittura sospetto.

Si giunge presto alla fine di quel vicolo. L’ordine è di risalire sui mezzi per riprendere la strada principale e rientrare in base. I mezzi fanno manovra all’interno di un piccolo campo di calcio, dove i ragazzi hanno smesso di giocare per osservare, rapiti, questa sorta di “alieni” piombati così, in un qualunque pomeriggio d’agosto, nella loro piccola, polverosa strada.

Dopo aver riaccompagnato il militare afgano presso la propria stazione di polizia, la tensione sembra iniziare a mitigarsi. L’operazione è compiuta, il sole è ormai basso, la giornata sembra finita. All’interno del mezzo i ragazzi iniziano a parlare tra di loro. “Dov’è che lavora la tua fidanzata? In un bar, giusto?” chiede Manolo mentre continua a tenere gli occhi fissi sulla strada. “No - gli fa eco Mario, dal sedile posteriore, mentre stringe la Minolux, già pronta per Mino - in un centro commerciale”. E proprio mentre la tentazione di lasciarsi andare e abbassare la guardia si fa più incombente, l’imprevisto.

Manolo frena all’improvvisa. “Ma dove cavolo va questo?” urla Federico, seduto vicino a Manolo. Mino spara la Minolux e stringe la mano intorno all’arma. Un istante che sembra infinito, durante il quale tutti, contemporaneamente, attendono solo di sentire l’esplosione. Un’auto non si è fermata durante la manovra di inversione di marcia del convoglio ed è passata proprio in mezzo al Lince fermo sul lato esterno della strada, a fare da scudo e protezione, e il mezzo che a tutta velocità stava facendo la curva. Una manciata di secondi per rendersi conto che l’uomo alla guida non era un kamikaze, ma solo un avventato conducente. L’auto si defila. I ragazzi restano muti mentre proseguono le manovre. Nonostante la scarica d’adrenalina che ha annebbiato la ragione per un istante, non ci si può fermare.
Il bisogno di scaricare la tensione, però, è troppo forte: ognuno dice la sua, e ognuno, in cuor suo, per un istante, ha solo aspettato di sentire il botto della deflagrazione.

Il resto del viaggio è silenzioso. I ragazzi ricominciano a parlare solo una volta dentro il corridoio di cemento che porta all’ingresso della base: già un ventre dove iniziare a far scemare la tensione e l’attenzione. Mentre il cancello di Camp Invicta si apre, è Manolo a rompere il silenzio: “E pure per oggi niente bara, Mariè!”. Gli risponde Mario: “Guarda che io la foto ce l’ho già pronta!”.

Frasi che fanno gelare il sangue, dette con la stessa normalità con cui si fa una battuta tra amici. Ma in un bar, in un mondo più “normale” di questo. Qui normale è diventato ormai convivere con la morte, imparando a gestire la paura. E scherzarci sopra è l’unico modo per esorcizzare.

La sera, al bar, davanti a una delle uniche due birre concesse dalle regole che vigono all’interno della base, lo confessano. Non è normale scherzare così. Certo è che si scherza sulla morte, mai con la morte. E domani, coerentemente con quella scelta di vita che hanno fatto qualche tempo fa, ancora una volta, come ogni giorno, usciranno dalla base per svolgere i compiti che verranno loro assegnati. Con in mente un’incognita e una speranza chiara: tornare indietro tutti. Tutti interi.


venerdì 4 settembre 2009

Intervista Renato Brunetta

Intervista Franco Frattini

FINI E LA CITTADINANZA AGLI IMMIGRATI (CLICK)

(AGI) - Perugia, 3 set. - Per il Presidente della Camera, occorre portare avanti la discussione sulla nuova legge sulla cittadinanza "senza emotivita' o accenti propagandistici e senza pensare al clima elettorale per le amministrative. I recenti dati dell'Istat - ha proseguito Fini - ci dicono che la popolazione degli immigrati in Italia oscilla intorno ai 3 milioni e 900 mila persone, pari al 6,5 per cento del totale dei residenti. E si tratta di una percentuale destinata sicuramente a crescere nei prossimi anni. Pensare che gli stranieri non tendano a mettere radici sarebbe illusorio o, pensarlo, significa non conoscere la nostra stessa storia nazionale. L'integrazione e' qualcosa di piu' che avere un lavoro, pagare le tasse, non prendere multe, salutare educatamente quando si entra al bar". Fini e' quindi tornato a sottolineare l'importanza del "profilo della naturalizzazione dei giovani immigrati" ribadendo l'esempio della squadra giovanile italiana di cricket che si e' aggiudicata il titolo europeo. "Sono quasi tutti figli di pakistani - ha detto Fini - e quelli parlano in dialetto. Come certi calciatori, come Balotelli che parla bresciano stretto". Fini ha quindi fatto l'esempio della Germania dove "i figli stranieri nati in tale terra diventano cittadini tedeschi secondo lo 'ius soli' e mantengono la doppia nazionalita' fino all'eta' di 24 anni, quando devono optare tra la cittadinanza tedesca e quella del paese d'origine".