
Sabrai, la bimba afghana attesa in città per un delicato intervento
Vicenza. Una bambina afghana di tre anni con una grave lesione alla caviglia sarà operata a Vicenza, grazie all’intervento dei militari italiani ad Herat.
Non lasciatemi sola ad esaltarla
Pierluigi accoglili tu.
Tenente Antonio FORTUNATOBala Morghab, 180 chilometri a nordest di Herat, al confine con il Turkmenistan, all’interno della provincia di Badghis, una delle cinque che compongono l’area sotto responsabilità italiana. Fino a tre mesi fa era uno dei punti più caldi di tutto l’Afghanistan. Oggi la situazione è completamente cambiata. La valle è una lingua di terra verde incastonata tra catene montuose e deserto. In mezzo scorre il fiume, fonte di vita e fertilità. Tanti piccoli villaggi sparsi nella valle e, al centro, da un lato il villaggio di Morghab. Dall’altro, la Fob Camp Todd, la base operativa avanzata che ospita militari afghani, italiani, spagnoli e americani.
Una zona a lungo contesa tra insurgents e militari afghani che, con il supporto delle truppe Isaf, in questa valle hanno combattuto, attaccato e subito attacchi e perdite. Il fine era quello di riconquistare il controllo della valle, punto strategico perché di frontiera, ma soprattutto perché da qui passa una tratto della Ring Road, l’anello di asfalto che circonda tutto l’Afghanistan collegando tra loro le città principali. Per garantire la sicurezza all’interno di tutto il Paese, il primo obiettivo deve essere quello della libertà di circolazione e del controllo delle principali vie di comunicazione.
E poi, a pochi chilometri, sempre nella stessa provincia, c’è Gormach, tradizionale roccaforte talebana. Infine, la Nato sta cercando di espandersi verso nordest anche per ricongiungere Herat a Mazar-i-Sharif, area a responsabilità tedesca. Gli insurgents della zona, invece, proprio non ne volevano sapere: troppo importante mantenere il controllo di quel tratto della Highway 1, la Ring Road, appunto, per continuare a svolgere indisturbati i traffici illeciti con il Turkmenistan. Fino a tre mesi fa, la valle è stata teatro di scontri durissimi.
29 maggio: i militari afghani escono alle 5 del mattino dalla Fob per occupare delle postazioni a circa due chilometri. Vengono attaccati, provano a rispondere al fuoco, ma sono costretti a chiamare in soccorso i Paracadutisti del 183° reggimento “Nembo”, pronti a intervenire su richiesta dei militari afghani. I combattimenti proseguono per ore.
All’interno della base l’atmosfera è frenetica. Si sentono chiaramente le raffiche di armi leggere e i colpi di mortaio sparati là dove si sta combattendo. Convogli di blindati Lince continuano a entrare e uscire dalla Fob: quelli che escono trasportano militari pronti ai combattimenti. Da quelli che rientrano scendono ragazzi dal volto trasfigurato, sfiancati dalla fatica, gli occhi rossi e gonfi per la polvere. Sporchi, sudati e con le scariche di adrenalina che ancora non accennano a fermarsi.
Mentre un caposquadra sta dando indicazioni ai suoi prima di uscire, da lontano si vede una nuvola di polvere che si avvicina. Sono sei ragazzi che corrono disperatamente verso l’infermeria: trasportano uno dei loro compagni rimasto ferito in battaglia. Alla fine, anche grazie all’impiego dei mortai, su obiettivi segnalati dai ragazzi del 185° “Acquisitori obiettivi”, la minaccia, come si dice in gergo, “è neutralizzata”. Ingenti le perdite: uccisi 25 miliziani insurgents e 3 militari afghani. Tre parà italiani restano feriti. Una giornata qualunque tra quelle che si vivevano qui, a Bala Morghab, almeno fino a tre mesi fa.
25 agosto, la situazione è completamente cambiata. Non è necessario correre per scendere dall’elicottero e raggiungere, nel più breve tempo possibile, l’ingresso della base. All’interno l’atmosfera è più tranquilla. Nessun segno di concitazione, nessuno sparo o raffica in sottofondo. Un convoglio di Lince è pronto per uscire: oggi i militari italiani faranno una donazione di materiale scolastico al piccolo istituto del villaggio di Morghab.
Prima di uscire non si accertano neppure che i passeggeri abbiano allacciato tutte le cinque cinture di sicurezza, né che siano stati attivati i “mine lock”, una speciale sicura di cui è dotato il Lince, che impedisce la possibilità di aprire il portello dall’esterno. Ed eventualmente gettare una bomba all’interno dell’abitacolo. “Sembra di stare in un altro posto - commenta il conducente del Lince che era qui anche in quella giornata di combattimenti, tre mesi fa - la tregua regge, ora possiamo anche uscire e andare fino al villaggio. Chissà, però quanto durerà”.
Tregua: è stata questa la chiave di volta. In vista delle elezioni, ai primi di agosto, il governo centrale, rappresentato da un emissario del presidente Karzai, è riuscito a mediare, tramite i capivillaggio, un “cessate il fuoco” con gli insurgents della zona. Gli accordi erano questi: i militari dell’Ana, l’Afghan National Army, avrebbero lasciato le postazioni ritirandosi e gli insurgents avrebbero retrocesso fin dietro le montagne. Ma, soprattutto, avrebbero smesso di sparare.
Ciò che non si dice, non si racconta e, forse, non si sa, è che la tregua è stata preparata da una chirurgica operazione di rastrellamento condotta dai militari afghani supportati dai paracadutisti italiani. Un’accelerata nelle operazioni di riconquista del controllo del territorio: gli insorti sono stati circondati e chiusi all’interno di un’area ben delimitata, da cui non hanno avuto possibilità di fuga.
Un’operazione scattata nei primi giorni di luglio, proprio mentre al sud, gli americani, con roboanti comunicati stampa in cui snocciolavano cifre e numeri dell’operazione, sferravano l’attacco nella valle di Helmand. Secondo le previsioni il rastrellamento sarebbe dovuto durare circa tre settimane. Ma è stato interrotto dall’inizio della mediazione per giungere alla tregua.
Ora, all’interno della valle di Bala Morghab, è rimasto solo il piccolo villaggio a essere definito “area problematica”. Una piccola zona non sotto pieno controllo che ospita ancora un nucleo di insurgents. Ecco perché, all’interno della base, dove sono custoditi i Lince danneggiati dai combattimenti passati, ci si chiede quando e chi metterà fine alla tregua. Ecco perché comunque non si può abbassare la guardia e bisogna sempre essere pronti a entrare in azione.
Quello stesso 25 agosto, nel pomeriggio, arriva una richiesta d’aiuto da Mur-e-Chack, località al confine con il Turkmenistan: un check point della polizia afghana di frontiera è stato attaccato da un gruppo di insurgents che ora, dopo aver ucciso due poliziotti e averne rapito altri, stanno saccheggiando il piccolo villaggio vicino. Immediatamente dalla Fob Todd parte un plotone di Paracadutisti a bordo di un Chinook. Insieme, si alzano in volo due Mangusta armati. Torna, per un pomeriggio, l’atmosfera concitata e l’ambientazione da film di guerra. Nessuno, però, parla di fine della tregua.
“Tutto questo non ha niente a che vedere con gli accordi ancora in vigore. Quel territorio - spiega il gen. Rosario Castellano, Comandante dell’area regionale ovest - è fuori dall’area interessata dal cessate il fuoco”. Il comandante era presente oggi qui a Bala Morghab per assistere alla cerimonia di consegna di aiuti umanitari. E da qui, invece, si è trovato a dirigere e coordinare le operazioni di soccorso alla polizia di frontiera afghana, lassù a venti chilometri, al confine con il Turkmenistan.
Kabul. Sette e trenta del mattino. Il cancello della base si apre lentamente mentre i ragazzi scendono dai mezzi e scaricano le armi: un rituale obbligatorio per entrare nel compound. Risalgono e uno di loro abbassa l’aletta parasole del Lince che conduce, estrae un santino, lo bacia, in segno di ringraziamento e devozione, e lo infila nel portafoglio. È San Gabriele, patrono dei paracadutisti. Lo confessa dopo poco, solo dopo una domanda diretta. L’innocente confessione è priva di imbarazzo, ma carica di quella discrezione di chi vuole che al gesto, profondamente intimo e personale, non venga dato troppo risalto.
Camp Invicta, la base che ospita i circa 600 militari del 186° Reggimento paracadutisti di stanza a Kabul, si sta risvegliano. I ragazzi del Genio, invece, rientrano appena ora dalla prima attività operativa della giornata. Alle 4.30 di questa mattina, mentre appena albeggiava, erano già in strada per la consueta Route Clearance, il controllo ed eventuale ripulitura delle strade da ordigni esplosivi che potrebbero essere stati piazzati durante la notte e destinati ai colleghi che tra poco inizieranno a uscire per svolgere le attività in programma per oggi. Un caffè, un po’ di riposo, qualche ora di lavoro d’ufficio e poi, nel pomeriggio, quelle strade andranno di nuovo ripercorse e controllate.
Ore 16.30 del pomeriggio. Manolo, Federico, Mino e Mario preparano mezzi ed equipaggiamenti per l’uscita pianificata. Ordine d’operazione: effettuare una pattuglia appiedata “joint”. Si chiamano così tutte le operazioni realizzate insieme alle Forze di Sicurezza afghane. Sono loro che, prima o poi, dovranno garantire, da soli, la governabilità e la sicurezza del loro stesso Paese. Un obiettivo che va costruito gradualmente, giorno dopo giorno, grazie a un contatto costante e a un costante processo di insegnamento e apprendimento su procedure, tattiche e strategie. Processo che passa anche attraverso una pattuglia di due ore fatta per le strade di Kabul.
Il convoglio esce dalla base. Velocità a passo d’uomo finché il muso del primo mezzo in colonna non spunta sulla strada, la Jalalabad Road, Violet Road da quando gli americani hanno messo piede a Kabul. I mezzi sono fuori, la velocità aumenta. Anche questa è una misura di sicurezza. Rende più difficile per i “suicide”, i kamikaze a bordo di auto cariche di esplosivo, avvicinarsi e farsi esplodere compiendo la loro “missione”.
Pochi chilometri e il convoglio si immerge nel traffico impazzito di Kabul. Lunghe code di auto ferme agli incroci costantemente congestionati, su cui impacciati “poliziotti municipali” cercano di mantenere, senza successo, l’ordine. Solo una cosa è ben chiara a tutti: i mezzi militari Isaf hanno la precedenza assoluta. Al loro passaggio le altre auto devono farsi da parte e permettere ai Lince di defilarsi da una situazione che, apparentemente innocua, è invece tra le più pericolose che possano verificarsi.
Mino, il rallista, tiene una mano sull’arma. Con l’altra si sbraccia per segnalare a persone e auto “sospette” che devono tenersi a distanza dai mezzi in movimento. Non stacca mai gli occhi dalla strada, dai marciapiedi, dai dintorni. La sua attenzione si concentra su alcune caratteristiche che possono rispondere al tipico identikit del kamikaze: uomo, ben vestito, pulito e con la barba fatta. Pronto al martirio, insomma. Altre caratteristiche riguardano l’auto: vecchia e con le sospensioni posteriori abbassate, appesantita dal carico di esplosivo. E poi ancora mezzi abbandonati, carretti fermi ai bordi della carreggiata o anche moto e motorini.
A un tratto si sente uno sparo. È Mino che ha appena lanciato una Minolux, un razzetto luminoso di segnalazione. Un’auto si è avvicinata troppo, i gesti non sono bastati. La Minolux, sparata da una pennetta, è il secondo step in quella che viene chiamata “escalation nell’uso della forza”. Dopo aver sparato il razzetto passa la pennetta a Mario, seduto nel sedile posteriore del mezzo, ai suoi piedi. Mario gli tende veloce una seconda pennetta carica.
Prima tappa: il convoglio è giunto alla stazione di polizia dove deve essere caricato il poliziotto afgano che dovrà svolgere l’attività “joint”. I mezzi si fermano a bordo strada. Non proprio davanti all’ingresso della stazione di polizia, però. Giusto lì davanti è ferma un’auto. A bordo ci sono due uomini. Sembrano aspettare qualcosa, o qualcuno. Troppo rischioso fermarsi accanto a quell’auto.
Mentre Mino, dalla ralla, continua a segnalare alle auto di allontanarsi dal convoglio in sosta, i ragazzi, all’interno del mezzo, aspettano. Federico vorrebbe fumare una sigaretta, ma Manolo, conducente e quindi responsabile del mezzo, non glielo concede. Ha anche attaccato all’interno del “suo” Lince un cartellino che recita “No Smoking Zone”. Una delle tante forme di rispetto, ma anche di personalizzazione di quel “santo Lince” su cui tante ore trascorrono i ragazzi e dentro la cui pancia si sentono protetti, quasi al sicuro, perché tra loro e tutto ciò che succede, o potrebbe succedere, là fuori c’è una doppia blindatura.
Il militare afgano arriva, il convoglio riprende la sua corsa. Pochi chilometri e si giunge a destinazione. Un vicolo, proprio nel centro di Kabul, alla quale si accede da una delle strade principali della città. Attraverso la radio che gracchia i ragazzi comunicano la loro posizione alla sala operativa, una sorta di cordone ombelicale che non li fa mai sentire soli.
Fuori, intanto, si è alzato un forte vento. Lo stesso che ogni pomeriggio, a quest’ora, soffia a Kabul, alzando polvere e terra. Sbuffi d’aria malsani e maleodoranti, come tutto il resto della città, priva di qualsiasi forma di rete fognaria.
I mezzi si fermano all’imbocco della strada. Devono aspettare che Giovanni, il comandante di squadra, seduto nel primo dei mezzi che compongono il convoglio, dia il via. Fuori, intanto, iniziano ad arrivare i bambini. Sono curiosi, affascinati, salutano i militari in attesa di un gesto di risposta. E poi si bloccano, incantati, a osservare gesti, movimenti, equipaggiamenti.
Arriva il via libera di Giovanni, i ragazzi scendono dai mezzi e si incamminano a piedi tra polvere e immondizia. Giovanni e il poliziotto afgano camminano fianco a fianco. È in questo gesto apparentemente “inutile” il senso dell’intera operazione: mostrare alla popolazione, che si affaccia curiosa dalle case circostanti, che le forze di sicurezza afgane, supportate dalle truppe della coalizione, ci sono, sono sul territorio, lavorano per riconquistarne il controllo e, soprattutto, sono i “buoni”.
I militari, intanto, molto discretamente, si guardano intorno. Registrano luoghi, case, volti, ma soprattutto atteggiamenti, attenti a qualunque elemento che possa essere strano, o addirittura sospetto.
Si giunge presto alla fine di quel vicolo. L’ordine è di risalire sui mezzi per riprendere la strada principale e rientrare in base. I mezzi fanno manovra all’interno di un piccolo campo di calcio, dove i ragazzi hanno smesso di giocare per osservare, rapiti, questa sorta di “alieni” piombati così, in un qualunque pomeriggio d’agosto, nella loro piccola, polverosa strada.
Dopo aver riaccompagnato il militare afgano presso la propria stazione di polizia, la tensione sembra iniziare a mitigarsi. L’operazione è compiuta, il sole è ormai basso, la giornata sembra finita. All’interno del mezzo i ragazzi iniziano a parlare tra di loro. “Dov’è che lavora la tua fidanzata? In un bar, giusto?” chiede Manolo mentre continua a tenere gli occhi fissi sulla strada. “No - gli fa eco Mario, dal sedile posteriore, mentre stringe la Minolux, già pronta per Mino - in un centro commerciale”. E proprio mentre la tentazione di lasciarsi andare e abbassare la guardia si fa più incombente, l’imprevisto.
Manolo frena all’improvvisa. “Ma dove cavolo va questo?” urla Federico, seduto vicino a Manolo. Mino spara la Minolux e stringe la mano intorno all’arma. Un istante che sembra infinito, durante il quale tutti, contemporaneamente, attendono solo di sentire l’esplosione. Un’auto non si è fermata durante la manovra di inversione di marcia del convoglio ed è passata proprio in mezzo al Lince fermo sul lato esterno della strada, a fare da scudo e protezione, e il mezzo che a tutta velocità stava facendo la curva. Una manciata di secondi per rendersi conto che l’uomo alla guida non era un kamikaze, ma solo un avventato conducente. L’auto si defila. I ragazzi restano muti mentre proseguono le manovre. Nonostante la scarica d’adrenalina che ha annebbiato la ragione per un istante, non ci si può fermare.
Il bisogno di scaricare la tensione, però, è troppo forte: ognuno dice la sua, e ognuno, in cuor suo, per un istante, ha solo aspettato di sentire il botto della deflagrazione.
Il resto del viaggio è silenzioso. I ragazzi ricominciano a parlare solo una volta dentro il corridoio di cemento che porta all’ingresso della base: già un ventre dove iniziare a far scemare la tensione e l’attenzione. Mentre il cancello di Camp Invicta si apre, è Manolo a rompere il silenzio: “E pure per oggi niente bara, Mariè!”. Gli risponde Mario: “Guarda che io la foto ce l’ho già pronta!”.
Frasi che fanno gelare il sangue, dette con la stessa normalità con cui si fa una battuta tra amici. Ma in un bar, in un mondo più “normale” di questo. Qui normale è diventato ormai convivere con la morte, imparando a gestire la paura. E scherzarci sopra è l’unico modo per esorcizzare.
La sera, al bar, davanti a una delle uniche due birre concesse dalle regole che vigono all’interno della base, lo confessano. Non è normale scherzare così. Certo è che si scherza sulla morte, mai con la morte. E domani, coerentemente con quella scelta di vita che hanno fatto qualche tempo fa, ancora una volta, come ogni giorno, usciranno dalla base per svolgere i compiti che verranno loro assegnati. Con in mente un’incognita e una speranza chiara: tornare indietro tutti. Tutti interi.
Non si alzeranno in volo le Frecce tricolori se non potranno disegnare le loro scie di fumo bianco, rosso e verde. Lo ha detto a Tripoli il comandante della pattuglia acrobatica italiana, il tenente colonnello Massimo Tammaro, ripetendo ancora una volta che le autorità libiche continuano a chiedere il solo fumo verde, colore della bandiera della Libia, o in alternativa nessun colore. L'esibizione dovrebbe svolgersi nel pomeriggio.
Ecco il "fascio-razzista" 
Nel 2005 moriva Aldo Bricco, l’ultimo superstite della strage di Porzus. E pensare che doveva morire sessant’anni prima, nel 1945. Così almeno avevano deciso i suoi assassini. Bricco mi aveva confidato questa storia all’indomani della caduta del muro di Berlino, quando lo incontrai a Pinerolo, dove abitava.
Per inquadrare storicamente la vicenda bisogna immaginare cosa era il Friuli-Venezia Giulia dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. I tedeschi, reagendo alla defezione italiana, avevano costituito due regioni “speciali” al confine fra il Reich e la Repubblica sociale. Una, il “Territorio prealpino”, comprendeva le attuali province di Bolzano, Trento e Belluno, mentre l’altra era denominata “Litorale adriatico” e comprendeva le attuali province di Udine, Pordenone, Gorizia, Trieste, Lubiana, Fiume e Pola, compreso il golfo del Quarnaro con le isole di Cherso, Veglia e Lussino. Il “Litorale adriatico” era una zona di incontro fra varie etnie (italiani, friulani, tedeschi, sloveni, croati e addirittura 22.000 cosacchi antibolscevichi alleati dei tedeschi e trapiantati in Carnia), ma era anche una zona di scontro fra tendenze politiche diverse, addirittura opposte. Mentre la Repubblica sociale italiana tendeva a mantenere il possesso di quelle terre, i tedeschi operavano per l’annessione al Reich e il terzo protagonista, il movimento partigiano comunista, mirava all’annessione di quelle terre alla Iugoslavia con metodi semplici nella loro crudeltà: occupazione del territorio (le città di Trieste e Gorizia ne sanno qualcosa) ed eliminazione fisica dell’avversario mediante pulizia etnico-ideologica. Tristemente note sono diventate le “foibe”, cavità del terreno carsico in cui furono gettati, per lo più ancora vivi, 22.000 italiani. Tanto per fare un esempio, la sola foiba di Basovizza contiene 2.500 vittime, pari a 500 metri cubi di cadaveri, un ammasso di 34 metri di salme, una sopra l’altra.
Innumerevoli le stragi, come quella di Cave del Predil, dove il 23 marzo 1944 ventidue carabinieri furono catturati dai partigiani comunisti, avvelenati, torturati e tagliati a pezzi. La strage delle malghe di Porzus è forse la più nota, tant’è vero che ha ispirato anche un film. Ma non tutti i partigiani combattevano per l’annessione di quelle terre alla Iugoslavia; al contrario, alcune formazioni, quelle in cui militava Bricco, erano di ispirazione filomonarchica e si battevano per l’italianità di quelle zone. Erano le brigate “Osoppo”, caratterizzate dai fazzoletti verdi al collo, un colore che rammentava la provenienza alpina di tanti di quei combattenti. Di idee opposte erano quelli col fazzoletto rosso, di fede comunista: erano le brigate “Garibaldi” che, pur costituite da italiani, erano inquadrate nel IX corpus dell’armata iugoslava e avevano per obiettivo l’annessione alla Iugoslavia di tutte le terre friulane “fino al sacro confine del Tagliamento”, come sostenevano con una bizzarra interpretazione della storia e della geografia. Due razze opposte di partigiani, dunque: gli “osovani” e i “garibaldini”. Fazzoletti verdi e fazzoletti rossi. Gli uni erano più alpini che partigiani, gli altri erano più comunisti che italiani e fra loro non poteva esserci intesa, a parte il comune nemico nazifascista. Fu così che i garibaldini decisero di ricorrere al loro metodo preferito, quello dell’eliminazione fisica dell’avversario, e decisero di sterminare la leadership osovana.
Racconta Bricco: “Ci dissero che dovevamo trovare un compromesso fra le nostre idee diverse e ci proposero un incontro per discutere del futuro assetto del Friuli-Venezia Giulia. All’incontro, da tenere alle malghe di Porzus, dovevano partecipare tutti i comandanti partigiani dell’una e dell’altra parte, ma senza armi, precisarono. Noi accettammo, in buona fede, senza sospettare nulla. Era il mese di febbraio del 1945; noi eravamo in 23, arrivammo per primi e prendemmo posto all’interno delle malghe. Dopo un paio d’ore arrivarono anche i comunisti, ma la discussione non ci fu; il loro capo puntò l’indice contro il nostro comandante e gridò “Tu sei un traditore!”, poi estrasse il mitra da sotto il cappotto e gridò “A morte i traditori!”. Quello era il segnale. Tutti i rossi misero mano alle armi e fecero fuoco. Era un inferno, una strage, e noi non potevamo neanche reagire…” .
Continua Bricco: “Io e un altro, i più vicini ad una finestra, ci gettammo fuori. L’altro fu subito raggiunto da una raffica e rimase esanime. Anch’io fui colpito da una pallottola, caddi, ma mi rialzai e feci l’unica cosa che potevo fare: correre. I rossi continuavano a spararmi e a colpirmi; sentii una pallottola che mi perforava un braccio, poi un’altra che mi attraversava una spalla, poi ancora una che mi entrava in una gamba, ma io continuavo a correre, cercavo di essere più veloce delle pallottole, sentivo che altre pallottole mi trapassavano gambe, braccia e schiena, mi attraversavano come fa una lama nel burro, ma io continuavo a correre, mi buttai giù per un canalone, mi salvai solo io”.
“Che fine hanno fatto gli assassini? Sono stati assicurati alla giustizia?” chiesi. “Macchè - rispose -, l’hanno fatta franca tutti quanti. Chi ha usufruito dell’amnistia di Togliatti subito dopo la guerra, chi si è rifugiato in Iugoslavia protetto dal governo di Belgrado, chi è stato condannato all’ergastolo o a 30 anni di galera ma è stato aiutato dal partito comunista italiano a fuggire in Cecoslovacchia o in Unione sovietica e poi è stato graziato dall’amnistia di Pertini nel 1978. Alcuni hanno ricevuto medaglie al valor militare e altri continuano a percepire pensioni dallo stato italiano…”.
E poi ci fu la tragedia dell’esodo. I 300.000 profughi italiani fuggiti dall’Istria e dalla Dalmazia per non finire nelle foibe furono distribuiti su tutto il territorio nazionale, dove non sempre furono bene accolti. In Emilia, ad esempio, al passaggio dei treni carichi di profughi i ferrovieri comunisti chiusero le fontanelle delle stazioni per impedire loro di dissetarsi. A Bologna la Pontificia Opera di Assistenza aveva predisposto un pasto caldo per i profughi destinati alla Liguria, ma non riuscì a distribuirlo, perché il sindacato comunista dei ferrovieri minacciò dagli altoparlanti che se i profughi avessero consumato il pasto uno sciopero generale avrebbe paralizzato la stazione, e il treno fu costretto a passare senza fermarsi. Ad Ancona il 16 febbraio 1947 il piroscafo “Toscana”, che approdava da Pola carico di famiglie italiane, fu accolto sul molo da una selva di bandiere rosse, fischi, insulti e gestacci col pugno chiuso.
Ma - fatto ignoto ai più - oltre all’esodo ci fu anche il controesodo: lo organizzarono i comunisti italiani verso la Jugoslavia per consentire a molte famiglie di riempire il vuoto lasciato dai cittadini giuliano-dalmati e perché potessero usufruire dei piaceri del paradiso comunista; un altro motivo fu quello di mettere in salvo tanti compagni che si erano macchiati di delitti durante e dopo la resistenza e che in Italia avevano problemi con la giustizia.
Ma venne il 1948, con la rottura fra Tito e Stalin. Il dramma della lacerazione ideologica dei comunisti italiani, soprattutto triestini, combattuti fra la fedeltà a Mosca e quella a Belgrado era nulla in confronto al calvario fisico e psichico che dovettero patire decine di migliaia di dissidenti rimasti fedeli al Cominform e al Cremlino e che caddero fra le grinfie dei titini. Questi comunisti fedeli a Mosca furono circa 32.000 e vennero rinchiusi nell’isola-lager di Goli Otok, l’Isola Calva nell’arcipelago della Dalmazia settentrionale. Circa 4.000 detenuti morirono di stenti, di malattia, di torture, di lavori forzati e di percosse su quell’isola, dove finirono anche parecchi comunisti italiani, soprattutto da Monfalcone, i cosiddetti “cantierini” (circa 350) che si recarono fiduciosi oltre confine per “costruire il socialismo”. I più fortunati vi giungevano già cadaveri ma chi aveva la sventura di arrivarvi vivo, a bordo di stipatissime imbarcazioni maleodoranti, riceveva il primo benvenuto da parte di altri detenuti, già ospiti della brulla isola-lager, che armati di randelli si precipitavano urlanti nelle stive e massacravano di legnate i prigionieri prima ancora che scendessero. Poi i nuovi arrivati (o perlomeno i sopravvissuti) venivano fatti scendere in fila indiana, scalzi sulle rocce taglienti come coltelli e sotto il sole, e avviati verso il lager fra due ali di altri detenuti che continuavano a urlare e a randellarli a sangue.
I pochi detenuti che alla fine riuscirono a sopravvivere e a ripararsi in Unione Sovietica o in Italia, scoprirono che a Mosca era impossibile pubblicare un articolo sugli orrori di Goli Otok. Sì, sarebbe stato un ottimo strumento propagandistico contro Tito, ma la cosa, di riflesso, avrebbe messo sotto accusa anche i gulag sovietici, fenomeno di ben più grande portata rispetto alla modesta Isola Calva, che al loro confronto era una località di villeggiatura.
Anche in Italia i sopravvissuti dei lager di Tito scoprirono di essere solo dei cadaveri ambulanti condannati all’oblio: per ragioni politiche non se ne poteva parlare. Non esisteva ancora una “Giornata del ricordo”, neanche per loro
Enrico Medi nasce a Porto Recanati il 26 aprile 1911: suo padre esercita nel paese la professione di medico chirurgo. Frequenta le elementari nella scuola dell'allora Corso Vittorio Emanuele III° (oggi Corso Matteotti). Medi è ancora giovanissimo quando lascia le sponde dell'Adriatico per approdare a Roma, dove, appena diciassettenne, entra nell'università laureandosi a 21 anni in fisica pura con Enrico Fermi.
Libero docente di Fisica terrestre nel 1937, è chiamato nel 1942 alla cattedra di fisica sperimentale dell'Università di Palermo. La prima tesi al mondo sul neutrone è opera sua, così come le prime esperienze sul radar che raccolsero però l'ignorante supponenza delle autorità pubbliche del tempo. Anche i suoi studi sulle fasce ionizzanti dell'alta atmosfera subirono la stessa sorte.
Occorrerà attendere cinque anni e la segnalazione dell'americano Van Allen per rendersi conto, con colpevole ritardo, che Medi aveva ragione.
Dopo la triste esperienza della guerra e del fascismo, nel 1946 Medi è eletto nell'Assemblea Costituente e successivamente è deputato al parlamento nella prima legislatura della Repubblica. La sua carriera politica giunge al culmine nel 1971 quando risulta primo degli eletti (75.000 voti di preferenza) al Consiglio Comunale di Roma. Ma, come ricorda Federico Alessandrini, egli era un uomo che "mal si adattava al compromesso, alla concessione sistematica, alla reticenza.... preferì, dunque, ritirarsi per continuare un'azione volta a formare gli uomini...".
Già dal 1949 è direttore dell'Istituto Nazionale di Geofisica e titolare della cattedra di Fisica terrestre presso l'Università di Roma: nel 1958 è nominato Vice-Presidente dell'Euratom. Il suo nome divenne noto al grande pubblico soprattutto per i suoi interventi alla televisione. Con chiarezza e semplicità di espressione svolse un ruolo importante nel campo della divulgazione scientifica e con grande successo personale il 21 Luglio 1969 commentò a tutti gli italiani lo sbarco sulla Luna dell'astronauta Amstrong.
"Questo Enrico Medi - scrive Marino Scalabroni - dalla mente di scienziato e dal cuore di poeta, questo diffusore della scienza fuori dalle paludate assise accademiche, questa coscienza che dalle immensità dei mondi o degli infinitesimali cosmi atomici ha saputo raggiungere accenti di grande poesia, questo Medi nostro, è nato qui (Porto Recanati), in questa terra dove si sposa il dramma infinito di Leopardi alla umile e ultraterrena dolcezza del mistero Lauretano...".
Scienziato credente, offrì tutte le sue energie per l'avvento di una umanità migliore. Rivolse la sua opera soprattutto ai giovani, visti nella luce di un superiore modello: il Cristo.
Enrico Medi concluse la sua giornata terrena sul tramonto della domenica del 26 maggio 1974. Riposa nella tomba di famiglia, nel cimitero di Belvedere Ostrense.
Il 26 maggio 1996 viene introdotta la causa di beatificazione.
