venerdì 25 settembre 2009

ANCHE QUESTO DALLA GUERRA (click)


Sabrai, la bimba afghana attesa in città per un delicato intervento



Vicenza
. Una bambina afghana di tre anni con una grave lesione alla caviglia sarà operata a Vicenza, grazie all’intervento dei militari italiani ad Herat.

mercoledì 23 settembre 2009

domenica 20 settembre 2009

giovedì 17 settembre 2009

Nino Rosso - IL SILENZIO - Tema di " Se non avessi più te "

Pierluigi accoglili tu.

Tenente Antonio FORTUNATO
- 1°cap. magg. Matteo MUREDDU
- 1°cap. magg. Davide RICCHIUTO
- Serg. Magg. Roberto VALENTE
- Serg. Magg. Massimiliano RANDINI
- 1° cap.magg. Giandomenico PISTONAMI

ONORE AI CADUTI


venerdì 11 settembre 2009

11 SETTEMBRE - GROUNDZERO


L'eterno riposo dona Loro, o Signore.
Risplenda ad Essi la luce perpetua.
Riposino in pace

giovedì 10 settembre 2009

Bala Morghab 25 agosto 2009

Diario afghano/ 2 (click)

Ecco come gli italiani hanno rimesso in sicurezza Bala Morghab

di 10 Settembre 2009

Bala Morghab, 180 chilometri a nordest di Herat, al confine con il Turkmenistan, all’interno della provincia di Badghis, una delle cinque che compongono l’area sotto responsabilità italiana. Fino a tre mesi fa era uno dei punti più caldi di tutto l’Afghanistan. Oggi la situazione è completamente cambiata. La valle è una lingua di terra verde incastonata tra catene montuose e deserto. In mezzo scorre il fiume, fonte di vita e fertilità. Tanti piccoli villaggi sparsi nella valle e, al centro, da un lato il villaggio di Morghab. Dall’altro, la Fob Camp Todd, la base operativa avanzata che ospita militari afghani, italiani, spagnoli e americani.

Una zona a lungo contesa tra insurgents e militari afghani che, con il supporto delle truppe Isaf, in questa valle hanno combattuto, attaccato e subito attacchi e perdite. Il fine era quello di riconquistare il controllo della valle, punto strategico perché di frontiera, ma soprattutto perché da qui passa una tratto della Ring Road, l’anello di asfalto che circonda tutto l’Afghanistan collegando tra loro le città principali. Per garantire la sicurezza all’interno di tutto il Paese, il primo obiettivo deve essere quello della libertà di circolazione e del controllo delle principali vie di comunicazione.

E poi, a pochi chilometri, sempre nella stessa provincia, c’è Gormach, tradizionale roccaforte talebana. Infine, la Nato sta cercando di espandersi verso nordest anche per ricongiungere Herat a Mazar-i-Sharif, area a responsabilità tedesca. Gli insurgents della zona, invece, proprio non ne volevano sapere: troppo importante mantenere il controllo di quel tratto della Highway 1, la Ring Road, appunto, per continuare a svolgere indisturbati i traffici illeciti con il Turkmenistan. Fino a tre mesi fa, la valle è stata teatro di scontri durissimi.

29 maggio: i militari afghani escono alle 5 del mattino dalla Fob per occupare delle postazioni a circa due chilometri. Vengono attaccati, provano a rispondere al fuoco, ma sono costretti a chiamare in soccorso i Paracadutisti del 183° reggimento “Nembo”, pronti a intervenire su richiesta dei militari afghani. I combattimenti proseguono per ore.

All’interno della base l’atmosfera è frenetica. Si sentono chiaramente le raffiche di armi leggere e i colpi di mortaio sparati là dove si sta combattendo. Convogli di blindati Lince continuano a entrare e uscire dalla Fob: quelli che escono trasportano militari pronti ai combattimenti. Da quelli che rientrano scendono ragazzi dal volto trasfigurato, sfiancati dalla fatica, gli occhi rossi e gonfi per la polvere. Sporchi, sudati e con le scariche di adrenalina che ancora non accennano a fermarsi.

Mentre un caposquadra sta dando indicazioni ai suoi prima di uscire, da lontano si vede una nuvola di polvere che si avvicina. Sono sei ragazzi che corrono disperatamente verso l’infermeria: trasportano uno dei loro compagni rimasto ferito in battaglia. Alla fine, anche grazie all’impiego dei mortai, su obiettivi segnalati dai ragazzi del 185° “Acquisitori obiettivi”, la minaccia, come si dice in gergo, “è neutralizzata”. Ingenti le perdite: uccisi 25 miliziani insurgents e 3 militari afghani. Tre parà italiani restano feriti. Una giornata qualunque tra quelle che si vivevano qui, a Bala Morghab, almeno fino a tre mesi fa.

25 agosto, la situazione è completamente cambiata. Non è necessario correre per scendere dall’elicottero e raggiungere, nel più breve tempo possibile, l’ingresso della base. All’interno l’atmosfera è più tranquilla. Nessun segno di concitazione, nessuno sparo o raffica in sottofondo. Un convoglio di Lince è pronto per uscire: oggi i militari italiani faranno una donazione di materiale scolastico al piccolo istituto del villaggio di Morghab.

Prima di uscire non si accertano neppure che i passeggeri abbiano allacciato tutte le cinque cinture di sicurezza, né che siano stati attivati i “mine lock”, una speciale sicura di cui è dotato il Lince, che impedisce la possibilità di aprire il portello dall’esterno. Ed eventualmente gettare una bomba all’interno dell’abitacolo. “Sembra di stare in un altro posto - commenta il conducente del Lince che era qui anche in quella giornata di combattimenti, tre mesi fa - la tregua regge, ora possiamo anche uscire e andare fino al villaggio. Chissà, però quanto durerà”.

Tregua: è stata questa la chiave di volta. In vista delle elezioni, ai primi di agosto, il governo centrale, rappresentato da un emissario del presidente Karzai, è riuscito a mediare, tramite i capivillaggio, un “cessate il fuoco” con gli insurgents della zona. Gli accordi erano questi: i militari dell’Ana, l’Afghan National Army, avrebbero lasciato le postazioni ritirandosi e gli insurgents avrebbero retrocesso fin dietro le montagne. Ma, soprattutto, avrebbero smesso di sparare.

Ciò che non si dice, non si racconta e, forse, non si sa, è che la tregua è stata preparata da una chirurgica operazione di rastrellamento condotta dai militari afghani supportati dai paracadutisti italiani. Un’accelerata nelle operazioni di riconquista del controllo del territorio: gli insorti sono stati circondati e chiusi all’interno di un’area ben delimitata, da cui non hanno avuto possibilità di fuga.

Un’operazione scattata nei primi giorni di luglio, proprio mentre al sud, gli americani, con roboanti comunicati stampa in cui snocciolavano cifre e numeri dell’operazione, sferravano l’attacco nella valle di Helmand. Secondo le previsioni il rastrellamento sarebbe dovuto durare circa tre settimane. Ma è stato interrotto dall’inizio della mediazione per giungere alla tregua.

Ora, all’interno della valle di Bala Morghab, è rimasto solo il piccolo villaggio a essere definito “area problematica”. Una piccola zona non sotto pieno controllo che ospita ancora un nucleo di insurgents. Ecco perché, all’interno della base, dove sono custoditi i Lince danneggiati dai combattimenti passati, ci si chiede quando e chi metterà fine alla tregua. Ecco perché comunque non si può abbassare la guardia e bisogna sempre essere pronti a entrare in azione.

Quello stesso 25 agosto, nel pomeriggio, arriva una richiesta d’aiuto da Mur-e-Chack, località al confine con il Turkmenistan: un check point della polizia afghana di frontiera è stato attaccato da un gruppo di insurgents che ora, dopo aver ucciso due poliziotti e averne rapito altri, stanno saccheggiando il piccolo villaggio vicino. Immediatamente dalla Fob Todd parte un plotone di Paracadutisti a bordo di un Chinook. Insieme, si alzano in volo due Mangusta armati. Torna, per un pomeriggio, l’atmosfera concitata e l’ambientazione da film di guerra. Nessuno, però, parla di fine della tregua.

“Tutto questo non ha niente a che vedere con gli accordi ancora in vigore. Quel territorio - spiega il gen. Rosario Castellano, Comandante dell’area regionale ovest - è fuori dall’area interessata dal cessate il fuoco”. Il comandante era presente oggi qui a Bala Morghab per assistere alla cerimonia di consegna di aiuti umanitari. E da qui, invece, si è trovato a dirigere e coordinare le operazioni di soccorso alla polizia di frontiera afghana, lassù a venti chilometri, al confine con il Turkmenistan.


lunedì 7 settembre 2009

Pattuglia a Kabul

Diario afghano (click)

Kabul, ecco come italiani e afghani proteggono insieme la democrazia

di

7 Settembre 2009

Kabul. Sette e trenta del mattino. Il cancello della base si apre lentamente mentre i ragazzi scendono dai mezzi e scaricano le armi: un rituale obbligatorio per entrare nel compound. Risalgono e uno di loro abbassa l’aletta parasole del Lince che conduce, estrae un santino, lo bacia, in segno di ringraziamento e devozione, e lo infila nel portafoglio. È San Gabriele, patrono dei paracadutisti. Lo confessa dopo poco, solo dopo una domanda diretta. L’innocente confessione è priva di imbarazzo, ma carica di quella discrezione di chi vuole che al gesto, profondamente intimo e personale, non venga dato troppo risalto.

Camp Invicta, la base che ospita i circa 600 militari del 186° Reggimento paracadutisti di stanza a Kabul, si sta risvegliano. I ragazzi del Genio, invece, rientrano appena ora dalla prima attività operativa della giornata. Alle 4.30 di questa mattina, mentre appena albeggiava, erano già in strada per la consueta Route Clearance, il controllo ed eventuale ripulitura delle strade da ordigni esplosivi che potrebbero essere stati piazzati durante la notte e destinati ai colleghi che tra poco inizieranno a uscire per svolgere le attività in programma per oggi. Un caffè, un po’ di riposo, qualche ora di lavoro d’ufficio e poi, nel pomeriggio, quelle strade andranno di nuovo ripercorse e controllate.

Ore 16.30 del pomeriggio. Manolo, Federico, Mino e Mario preparano mezzi ed equipaggiamenti per l’uscita pianificata. Ordine d’operazione: effettuare una pattuglia appiedata “joint”. Si chiamano così tutte le operazioni realizzate insieme alle Forze di Sicurezza afghane. Sono loro che, prima o poi, dovranno garantire, da soli, la governabilità e la sicurezza del loro stesso Paese. Un obiettivo che va costruito gradualmente, giorno dopo giorno, grazie a un contatto costante e a un costante processo di insegnamento e apprendimento su procedure, tattiche e strategie. Processo che passa anche attraverso una pattuglia di due ore fatta per le strade di Kabul.

Il convoglio esce dalla base. Velocità a passo d’uomo finché il muso del primo mezzo in colonna non spunta sulla strada, la Jalalabad Road, Violet Road da quando gli americani hanno messo piede a Kabul. I mezzi sono fuori, la velocità aumenta. Anche questa è una misura di sicurezza. Rende più difficile per i “suicide”, i kamikaze a bordo di auto cariche di esplosivo, avvicinarsi e farsi esplodere compiendo la loro “missione”.

Pochi chilometri e il convoglio si immerge nel traffico impazzito di Kabul. Lunghe code di auto ferme agli incroci costantemente congestionati, su cui impacciati “poliziotti municipali” cercano di mantenere, senza successo, l’ordine. Solo una cosa è ben chiara a tutti: i mezzi militari Isaf hanno la precedenza assoluta. Al loro passaggio le altre auto devono farsi da parte e permettere ai Lince di defilarsi da una situazione che, apparentemente innocua, è invece tra le più pericolose che possano verificarsi.

Mino, il rallista, tiene una mano sull’arma. Con l’altra si sbraccia per segnalare a persone e auto “sospette” che devono tenersi a distanza dai mezzi in movimento. Non stacca mai gli occhi dalla strada, dai marciapiedi, dai dintorni. La sua attenzione si concentra su alcune caratteristiche che possono rispondere al tipico identikit del kamikaze: uomo, ben vestito, pulito e con la barba fatta. Pronto al martirio, insomma. Altre caratteristiche riguardano l’auto: vecchia e con le sospensioni posteriori abbassate, appesantita dal carico di esplosivo. E poi ancora mezzi abbandonati, carretti fermi ai bordi della carreggiata o anche moto e motorini.

A un tratto si sente uno sparo. È Mino che ha appena lanciato una Minolux, un razzetto luminoso di segnalazione. Un’auto si è avvicinata troppo, i gesti non sono bastati. La Minolux, sparata da una pennetta, è il secondo step in quella che viene chiamata “escalation nell’uso della forza”. Dopo aver sparato il razzetto passa la pennetta a Mario, seduto nel sedile posteriore del mezzo, ai suoi piedi. Mario gli tende veloce una seconda pennetta carica.

Prima tappa: il convoglio è giunto alla stazione di polizia dove deve essere caricato il poliziotto afgano che dovrà svolgere l’attività “joint”. I mezzi si fermano a bordo strada. Non proprio davanti all’ingresso della stazione di polizia, però. Giusto lì davanti è ferma un’auto. A bordo ci sono due uomini. Sembrano aspettare qualcosa, o qualcuno. Troppo rischioso fermarsi accanto a quell’auto.

Mentre Mino, dalla ralla, continua a segnalare alle auto di allontanarsi dal convoglio in sosta, i ragazzi, all’interno del mezzo, aspettano. Federico vorrebbe fumare una sigaretta, ma Manolo, conducente e quindi responsabile del mezzo, non glielo concede. Ha anche attaccato all’interno del “suo” Lince un cartellino che recita “No Smoking Zone”. Una delle tante forme di rispetto, ma anche di personalizzazione di quel “santo Lince” su cui tante ore trascorrono i ragazzi e dentro la cui pancia si sentono protetti, quasi al sicuro, perché tra loro e tutto ciò che succede, o potrebbe succedere, là fuori c’è una doppia blindatura.

Il militare afgano arriva, il convoglio riprende la sua corsa. Pochi chilometri e si giunge a destinazione. Un vicolo, proprio nel centro di Kabul, alla quale si accede da una delle strade principali della città. Attraverso la radio che gracchia i ragazzi comunicano la loro posizione alla sala operativa, una sorta di cordone ombelicale che non li fa mai sentire soli.

Fuori, intanto, si è alzato un forte vento. Lo stesso che ogni pomeriggio, a quest’ora, soffia a Kabul, alzando polvere e terra. Sbuffi d’aria malsani e maleodoranti, come tutto il resto della città, priva di qualsiasi forma di rete fognaria.

I mezzi si fermano all’imbocco della strada. Devono aspettare che Giovanni, il comandante di squadra, seduto nel primo dei mezzi che compongono il convoglio, dia il via. Fuori, intanto, iniziano ad arrivare i bambini. Sono curiosi, affascinati, salutano i militari in attesa di un gesto di risposta. E poi si bloccano, incantati, a osservare gesti, movimenti, equipaggiamenti.

Arriva il via libera di Giovanni, i ragazzi scendono dai mezzi e si incamminano a piedi tra polvere e immondizia. Giovanni e il poliziotto afgano camminano fianco a fianco. È in questo gesto apparentemente “inutile” il senso dell’intera operazione: mostrare alla popolazione, che si affaccia curiosa dalle case circostanti, che le forze di sicurezza afgane, supportate dalle truppe della coalizione, ci sono, sono sul territorio, lavorano per riconquistarne il controllo e, soprattutto, sono i “buoni”.

I militari, intanto, molto discretamente, si guardano intorno. Registrano luoghi, case, volti, ma soprattutto atteggiamenti, attenti a qualunque elemento che possa essere strano, o addirittura sospetto.

Si giunge presto alla fine di quel vicolo. L’ordine è di risalire sui mezzi per riprendere la strada principale e rientrare in base. I mezzi fanno manovra all’interno di un piccolo campo di calcio, dove i ragazzi hanno smesso di giocare per osservare, rapiti, questa sorta di “alieni” piombati così, in un qualunque pomeriggio d’agosto, nella loro piccola, polverosa strada.

Dopo aver riaccompagnato il militare afgano presso la propria stazione di polizia, la tensione sembra iniziare a mitigarsi. L’operazione è compiuta, il sole è ormai basso, la giornata sembra finita. All’interno del mezzo i ragazzi iniziano a parlare tra di loro. “Dov’è che lavora la tua fidanzata? In un bar, giusto?” chiede Manolo mentre continua a tenere gli occhi fissi sulla strada. “No - gli fa eco Mario, dal sedile posteriore, mentre stringe la Minolux, già pronta per Mino - in un centro commerciale”. E proprio mentre la tentazione di lasciarsi andare e abbassare la guardia si fa più incombente, l’imprevisto.

Manolo frena all’improvvisa. “Ma dove cavolo va questo?” urla Federico, seduto vicino a Manolo. Mino spara la Minolux e stringe la mano intorno all’arma. Un istante che sembra infinito, durante il quale tutti, contemporaneamente, attendono solo di sentire l’esplosione. Un’auto non si è fermata durante la manovra di inversione di marcia del convoglio ed è passata proprio in mezzo al Lince fermo sul lato esterno della strada, a fare da scudo e protezione, e il mezzo che a tutta velocità stava facendo la curva. Una manciata di secondi per rendersi conto che l’uomo alla guida non era un kamikaze, ma solo un avventato conducente. L’auto si defila. I ragazzi restano muti mentre proseguono le manovre. Nonostante la scarica d’adrenalina che ha annebbiato la ragione per un istante, non ci si può fermare.
Il bisogno di scaricare la tensione, però, è troppo forte: ognuno dice la sua, e ognuno, in cuor suo, per un istante, ha solo aspettato di sentire il botto della deflagrazione.

Il resto del viaggio è silenzioso. I ragazzi ricominciano a parlare solo una volta dentro il corridoio di cemento che porta all’ingresso della base: già un ventre dove iniziare a far scemare la tensione e l’attenzione. Mentre il cancello di Camp Invicta si apre, è Manolo a rompere il silenzio: “E pure per oggi niente bara, Mariè!”. Gli risponde Mario: “Guarda che io la foto ce l’ho già pronta!”.

Frasi che fanno gelare il sangue, dette con la stessa normalità con cui si fa una battuta tra amici. Ma in un bar, in un mondo più “normale” di questo. Qui normale è diventato ormai convivere con la morte, imparando a gestire la paura. E scherzarci sopra è l’unico modo per esorcizzare.

La sera, al bar, davanti a una delle uniche due birre concesse dalle regole che vigono all’interno della base, lo confessano. Non è normale scherzare così. Certo è che si scherza sulla morte, mai con la morte. E domani, coerentemente con quella scelta di vita che hanno fatto qualche tempo fa, ancora una volta, come ogni giorno, usciranno dalla base per svolgere i compiti che verranno loro assegnati. Con in mente un’incognita e una speranza chiara: tornare indietro tutti. Tutti interi.


venerdì 4 settembre 2009

Intervista Renato Brunetta

Intervista Franco Frattini

FINI E LA CITTADINANZA AGLI IMMIGRATI (CLICK)

(AGI) - Perugia, 3 set. - Per il Presidente della Camera, occorre portare avanti la discussione sulla nuova legge sulla cittadinanza "senza emotivita' o accenti propagandistici e senza pensare al clima elettorale per le amministrative. I recenti dati dell'Istat - ha proseguito Fini - ci dicono che la popolazione degli immigrati in Italia oscilla intorno ai 3 milioni e 900 mila persone, pari al 6,5 per cento del totale dei residenti. E si tratta di una percentuale destinata sicuramente a crescere nei prossimi anni. Pensare che gli stranieri non tendano a mettere radici sarebbe illusorio o, pensarlo, significa non conoscere la nostra stessa storia nazionale. L'integrazione e' qualcosa di piu' che avere un lavoro, pagare le tasse, non prendere multe, salutare educatamente quando si entra al bar". Fini e' quindi tornato a sottolineare l'importanza del "profilo della naturalizzazione dei giovani immigrati" ribadendo l'esempio della squadra giovanile italiana di cricket che si e' aggiudicata il titolo europeo. "Sono quasi tutti figli di pakistani - ha detto Fini - e quelli parlano in dialetto. Come certi calciatori, come Balotelli che parla bresciano stretto". Fini ha quindi fatto l'esempio della Germania dove "i figli stranieri nati in tale terra diventano cittadini tedeschi secondo lo 'ius soli' e mantengono la doppia nazionalita' fino all'eta' di 24 anni, quando devono optare tra la cittadinanza tedesca e quella del paese d'origine".

martedì 1 settembre 2009

VIVA L'ITALIA IN TUTTI I CIELI DEL MONDO


1/9/2009

"Senza Tricolore non voliamo"

Parla il comandante delle nostre Frecce

Non si alzeranno in volo le Frecce tricolori se non potranno disegnare le loro scie di fumo bianco, rosso e verde. Lo ha detto a Tripoli il comandante della pattuglia acrobatica italiana, il tenente colonnello Massimo Tammaro, ripetendo ancora una volta che le autorità libiche continuano a chiedere il solo fumo verde, colore della bandiera della Libia, o in alternativa nessun colore. L'esibizione dovrebbe svolgersi nel pomeriggio.

sabato 22 agosto 2009

SAN FOCA DI MELENDUGNO (LECCE) - Nel portafogli custodisce il brevetto numero 42 di paracadutista della Folgore, conseguito nel 1941, che mostra con orgoglio; nella mente conserva i ricordi della seconda guerra mondiale e, in particolare, della battaglia di El Alamein, durante la quale fu catturato dai soldati inglesi; nel cuore porta impresso un simbolo, il tricolore. Sul lungomare di San Foca di Melendugno, a pochi chilometri da Lecce, il maresciallo ordinario Mario Vetrugno, classe 1917, racconta le dolorose vicende di guerra, e sembra un libro di storia vivente.
Ha un improvviso sussulto, il novantaduenne maresciallo, quando qualcuno gli dice che oggi c'é chi mette in discussione quella bandiera e l'inno nazionale. "Queste persone - dice - non sanno che noi italiani sui campi di battaglia siamo stati davvero 'Fratelli d'Italià e abbiamo combattuto per il tricolore, abbiamo messo i nostri cuori nel tricolore ed abbiamo pianto sul tricolore. Bandiera e inno di Mameli fanno parte della nostra identità: non c'é Italia senza tricolore e senza inno di Mameli". E ai giovani raccomanda: "Amate il tricolore e cantate l'inno".
A sostegno della sua tesi, il maresciallo Vetrugno sceglie nel ricco album dei ricordi la data del 30 aprile 1941: giovane paracadutista, si lanciò con un manipolo di colleghi della Folgore su Cefalonia. L'Italia occupò l'isola, costringendo le altre forze presenti sul campo a firmare la resa. "Quando prendemmo Argostoli, capoluogo di Cefalonia - racconta - io ed altri tre paracadutisti della Folgore ci recammo subito al palazzo della prefettura. Dal pennone tolsi la bandiera greca, presi dalla mia giubba il tricolore e lo issai. Uno di noi era trombettista, suonò l'attenti ed in quattro, commossi, rendemmo onore alla nostra bandiera". Il racconto si fa drammatico quando affiora il ricordo della battaglia di El Alamein: dei circa cinquemila parà della Folgore, si salvarono in poco più di trecento. "Ma alla resa - dice, con orgoglio, Vetrugno - i ragazzi ebbero l'onore delle armi".
"La sera del 3 novembre 1942 - racconta - mi fu affidato il comando di cinque uomini. Mentre le nostre truppe rimasero in un luogo più arretrato, chiamato caposaldo, noi cinque raggiungemmo un punto avanzato di osservazione per controllare i movimenti nemici in una sacca dell'area di El Alamein. Per due giorni non arrivò il rancio e sospettammo che alle nostre spalle potesse essere accaduto qualcosa di grave. In realtà, le nostre truppe, temendo di essere accerchiate dal nemico, si erano spostate altrove, ma avevano già avuto perdite gravissime. Provammo a raggiungere i nostri compagni, poi ognuno proseguì per la sua strada tentando di evitare la morte e la cattura. Io caddi ben presto nelle mani degli inglesi: passai per tre campi di concentramento, evasi tre volte, tre volte fui ripreso. Sul punto di essere trasferito in India, fui trattenuto ad Alessandria d'Egitto perché sapevo guidare i mezzi militari. Finii in Libia e, infine, nel 1946 fui rimpatriato a Napoli. Ogni giorno, al risveglio, mi passano per la mente i cadaveri di tanti colleghi che ho visto sterminati dal nemico. Ognuno aveva nella giubba il tricolore, e tante bandiere italiane si sono macchiate del sangue dei 'folgorini'" .
Nonostante si siano "perduti oggi tanti valori", il maresciallo Vetrugno resta convinto che l'Italia sia una grande nazione. Ma - sottolinea - "guai a disperdere la nostra identità: per questo ai giovani dico: Patria, amore, famiglia. Amate la Patria, amate il prossimo, amate la famiglia. Se farete così, sulle orme dei vostri padri, il popolo italiano resterà sempre un grande popolo".

domenica 16 agosto 2009

Un'intervista su Il Giornale, sull'articolo del Fascista e razzista, Giorgio Bocca.

Ecco il "fascio-razzista"



sabato 15 agosto 2009, 11:01


"Da Bocca infamie contro gli eroi"


di Stefano Lorenzetto su Il Giornale




Mantova - «Dottor Bocca, aspetto le sue scuse. Anche e soprattutto a nome di mio fratello Mario, che non può esigerle perché è morto». Antonino D’Aleo, da un mese e mezzo questore di Mantova dopo aver ricoperto lo stesso incarico a Sondrio, è rimasto più sconvolto a leggere sull’Espresso l’ultima puntata della rubrica L’antitaliano di Giorgio Bocca che non a occuparsi dell’ennesimo fatto di sangue. D’Aleo è in polizia da 30 anni, ha indagato su delitti orrendi, ha assicurato alla giustizia in un sol colpo 103 narcotrafficanti con un’operazione coordinata dal procuratore Guido Papalia. «Leggendo il settimanale, non riuscivo a credere ai miei occhi. Riga dopo riga la rabbia e l’indignazione prendevano il sopravvento. Un articolo infame», dice il questore. Il titolo recitava «Quanti amici ha Totò Riina» e nel testo sottostante il giornalista ottantanovenne lasciava intendere, anzi asseriva apertamente, che nella poco raccomandabile categoria andavano inclusi anche i carabinieri di stanza in Sicilia. Quelli di ieri e quelli di oggi. Tutti collusi con la mafia.

Mario D’Aleo era un carabiniere. Comandava la Compagnia di Monreale. Aveva preso il posto del capitano Emanuele Basile, ucciso tre anni prima mentre rientrava in caserma con la moglie e la figlioletta, dopo aver partecipato alla festa del Santissimo Crocifisso (gli assassini gli spararono alle spalle sei colpi di pistola e lo finirono con uno alla nuca: il suo ultimo gesto, cadendo a terra, fu di far scudo col proprio corpo a Barbara, 4 anni, che teneva in braccio).Il capitano D’Aleo, medaglia d’oro al valor civile, aveva appena 29 anni quando il 13 giugno 1983 fu trucidato da quattro killer di Cosa nostra in via Scobar, a Palermo, davanti alla casa della fidanzata. Con lui caddero crivellati da una grandinata di proiettili gli appuntati Giuseppe Bommarito e Pietro Morici. «Gli telefonai verso le 9 di sera. Volevo tirargli le orecchie perché quel 13 giugno s’era dimenticato di farmi gli auguri per il mio onomastico, Sant’Antonio. Lo seppi così, che l’avevano appena ammazzato», si commuove il fratello.D’Aleo, Bommarito e Morici sono tre dei «33 caduti per mano della mafia» menzionati nel comunicato ufficiale con cui il comando generale dell’Arma dei carabinieri ha sentito il bisogno di respingere le «infamanti accuse» di Bocca.


L’eredità dello zio, oggi sepolto nel cimitero del Verano a Roma, è stata idealmente raccolta dal tenente Marco D’Aleo, il figlio del questore di Mantova, che è ufficiale dei carabinieri a Milano.
Dottor D’Aleo, chi ordinò l’uccisione di suo fratello?«Per la strage sono stati condannati i capimafia Totò Riina e Bernardo Provenzano. Ma nel processo, conclusosi con 22 ergastoli, sono entrati un po’ tutti gli esponenti di spicco di Cosa nostra, da Salvatore Lo Piccolo a Pietro Aglieri. Pochi giorni dopo il suo insediamento a Monreale, mio fratello aveva arrestato Giovanni Brusca, condannato per oltre un centinaio di omicidi, anche se lui personalmente se n’è attribuito addirittura 200, fra cui quelli del giudice Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e dei tre agenti della scorta, dilaniati dall’esplosione nella strage di Capaci, e del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio di un pentito, strangolato e poi sciolto in una vasca piena d’acido. La Cassazione, come si legge nella sentenza, ritiene che mio fratello sia stato assassinato per decisione di Riina come ritorsione proprio per “l’incalzante attività condotta contro la famiglia Brusca”».


Il capitano dei carabinieri Mario D’Aleo non era colluso con i mafiosi. È questo che vuol dire a Giorgio Bocca?«Non solo. Voglio dirgli che ha infangato la memoria di decine e decine di eroi, integerrimi servitori dello Stato, caduti nell’adempimento del loro dovere. Lui ha scritto di un “indissolubile patto di coesistenza” fra “il legale e l’illegale, fra guardie e ladri, fra capi bastone e le loro vittime inermi”. Ricorre tre volte questo sostantivo, coesistenza, nel suo articolo. Ecco, mio fratello non esiste più. Ha dato la vita anche per questo signore».


Perché Bocca avrà lanciato accuse così pesanti?«Non lo so, non riesco a capirlo. C’è un passaggio finale, nell’editoriale, che mi ha indignato per la sua totale infondatezza, là dove afferma che “i carabinieri, specie quelli che arrivano da altre province, sanno che la loro vita è appesa a un filo”, e dunque si chiede: “Non è naturale, obbligatorio che si creino delle tacite regole di coesistenza?”. Mio fratello era nato a Roma. Prima d’essere assegnato a Monreale stava al battaglione mobile di Genova. Il suo predecessore, il capitano Basile, era di Taranto. Venivano da altre province. Mi dica Bocca quali tacite regole avrebbero accettato. Basile aveva 31 anni, mio fratello 29, Bommarito 39, Morici 27. Non fu lasciato loro molto tempo per organizzarsi la coesistenza, le pare?».


l portavoce nazionale dell’Italia dei valori, il palermitano Leoluca Orlando, ha detto: «Bocca ha espresso, in maniera chiara e radicale, una verità storica: la mafia in Sicilia si è avvalsa di lacune e omissioni di uomini di Chiesa e di esponenti delle forze dell’ordine, non soltanto di carabinieri».«I nomi, faccia i nomi. Se ha notizie di reato, o sospetti sui singoli, vada a denunciarli».

Anche l’ex pm Luigi De Magistris, eletto eurodeputato nel partito di Antonio Di Pietro, ieri s’è augurato «che, al più presto, si sappia la verità integrale in merito alle gravissime collusioni di cui si sarebbero resi responsabili, secondo la magistratura inquirente, ufficiali dei carabinieri che hanno ricoperto posti investigativi apicali in momenti tragici della storia del Paese, come nel periodo delle stragi di mafia degli Anni ’90».«La giustizia deve sanzionare le responsabilità definitive. Vi sono sentenze passate in giudicato pronunciate contro carabinieri collusi con Cosa nostra? Dove sono? Quante sono? Badi bene, io non voglio negare che possano esservi stati episodi di corruzione. Succede nelle migliori famiglie, magistratura compresa. Ma Bocca ha scritto ben altro. Ha dato credito a Massimo Ciancimino, il figlio del sindaco mafioso di Palermo, per sostenere che “i carabinieri ‘nei secoli fedeli’ si attennero nelle operazioni di mafia ad attenzioni speciali”. Ha affermato che “i carabinieri, come la mafia, non sono qualcosa di estraneo e di ostile alla società siciliana, fanno parte e parte fondamentale del patto di coesistenza sul territorio, di controllo del territorio condiviso con la Chiesa e con la mafia”».


I carabinieri.«Appunto. “I”, articolo determinativo. Da giornalista, Bocca dovrebbe sapere come si scrive. Ha fatto una generalizzazione vergognosa, inaccettabile. “I” carabinieri trescano con la mafia. Non alcuni. Tutti. E sopravvivono grazie a un tacito patto con i criminali. Sono disgustato. Mio padre Salvatore si spense di crepacuore dopo che gli uccisero il figlio. Da due giorni continuo a pensare a che cosa avrebbe provato leggendo quest’articolo dell’Espresso. E non riesco a darmi pace».

sabato 15 agosto 2009

Foibe, stragi, esodo: quale ruolo ebbero i comunisti nostrani? (click)


Giornata del Ricordo
10 Febbraio 2009

Nel 2005 moriva Aldo Bricco, l’ultimo superstite della strage di Porzus. E pensare che doveva morire sessant’anni prima, nel 1945. Così almeno avevano deciso i suoi assassini. Bricco mi aveva confidato questa storia all’indomani della caduta del muro di Berlino, quando lo incontrai a Pinerolo, dove abitava.

Per inquadrare storicamente la vicenda bisogna immaginare cosa era il Friuli-Venezia Giulia dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. I tedeschi, reagendo alla defezione italiana, avevano costituito due regioni “speciali” al confine fra il Reich e la Repubblica sociale. Una, il “Territorio prealpino”, comprendeva le attuali province di Bolzano, Trento e Belluno, mentre l’altra era denominata “Litorale adriatico” e comprendeva le attuali province di Udine, Pordenone, Gorizia, Trieste, Lubiana, Fiume e Pola, compreso il golfo del Quarnaro con le isole di Cherso, Veglia e Lussino. Il “Litorale adriatico” era una zona di incontro fra varie etnie (italiani, friulani, tedeschi, sloveni, croati e addirittura 22.000 cosacchi antibolscevichi alleati dei tedeschi e trapiantati in Carnia), ma era anche una zona di scontro fra tendenze politiche diverse, addirittura opposte. Mentre la Repubblica sociale italiana tendeva a mantenere il possesso di quelle terre, i tedeschi operavano per l’annessione al Reich e il terzo protagonista, il movimento partigiano comunista, mirava all’annessione di quelle terre alla Iugoslavia con metodi semplici nella loro crudeltà: occupazione del territorio (le città di Trieste e Gorizia ne sanno qualcosa) ed eliminazione fisica dell’avversario mediante pulizia etnico-ideologica. Tristemente note sono diventate le “foibe”, cavità del terreno carsico in cui furono gettati, per lo più ancora vivi, 22.000 italiani. Tanto per fare un esempio, la sola foiba di Basovizza contiene 2.500 vittime, pari a 500 metri cubi di cadaveri, un ammasso di 34 metri di salme, una sopra l’altra.

Innumerevoli le stragi, come quella di Cave del Predil, dove il 23 marzo 1944 ventidue carabinieri furono catturati dai partigiani comunisti, avvelenati, torturati e tagliati a pezzi. La strage delle malghe di Porzus è forse la più nota, tant’è vero che ha ispirato anche un film. Ma non tutti i partigiani combattevano per l’annessione di quelle terre alla Iugoslavia; al contrario, alcune formazioni, quelle in cui militava Bricco, erano di ispirazione filomonarchica e si battevano per l’italianità di quelle zone. Erano le brigate “Osoppo”, caratterizzate dai fazzoletti verdi al collo, un colore che rammentava la provenienza alpina di tanti di quei combattenti. Di idee opposte erano quelli col fazzoletto rosso, di fede comunista: erano le brigate “Garibaldi” che, pur costituite da italiani, erano inquadrate nel IX corpus dell’armata iugoslava e avevano per obiettivo l’annessione alla Iugoslavia di tutte le terre friulane “fino al sacro confine del Tagliamento”, come sostenevano con una bizzarra interpretazione della storia e della geografia. Due razze opposte di partigiani, dunque: gli “osovani” e i “garibaldini”. Fazzoletti verdi e fazzoletti rossi. Gli uni erano più alpini che partigiani, gli altri erano più comunisti che italiani e fra loro non poteva esserci intesa, a parte il comune nemico nazifascista. Fu così che i garibaldini decisero di ricorrere al loro metodo preferito, quello dell’eliminazione fisica dell’avversario, e decisero di sterminare la leadership osovana.

Racconta Bricco: “Ci dissero che dovevamo trovare un compromesso fra le nostre idee diverse e ci proposero un incontro per discutere del futuro assetto del Friuli-Venezia Giulia. All’incontro, da tenere alle malghe di Porzus, dovevano partecipare tutti i comandanti partigiani dell’una e dell’altra parte, ma senza armi, precisarono. Noi accettammo, in buona fede, senza sospettare nulla. Era il mese di febbraio del 1945; noi eravamo in 23, arrivammo per primi e prendemmo posto all’interno delle malghe. Dopo un paio d’ore arrivarono anche i comunisti, ma la discussione non ci fu; il loro capo puntò l’indice contro il nostro comandante e gridò “Tu sei un traditore!”, poi estrasse il mitra da sotto il cappotto e gridò “A morte i traditori!”. Quello era il segnale. Tutti i rossi misero mano alle armi e fecero fuoco. Era un inferno, una strage, e noi non potevamo neanche reagire…” .

Continua Bricco: “Io e un altro, i più vicini ad una finestra, ci gettammo fuori. L’altro fu subito raggiunto da una raffica e rimase esanime. Anch’io fui colpito da una pallottola, caddi, ma mi rialzai e feci l’unica cosa che potevo fare: correre. I rossi continuavano a spararmi e a colpirmi; sentii una pallottola che mi perforava un braccio, poi un’altra che mi attraversava una spalla, poi ancora una che mi entrava in una gamba, ma io continuavo a correre, cercavo di essere più veloce delle pallottole, sentivo che altre pallottole mi trapassavano gambe, braccia e schiena, mi attraversavano come fa una lama nel burro, ma io continuavo a correre, mi buttai giù per un canalone, mi salvai solo io”.

“Che fine hanno fatto gli assassini? Sono stati assicurati alla giustizia?” chiesi. “Macchè - rispose -, l’hanno fatta franca tutti quanti. Chi ha usufruito dell’amnistia di Togliatti subito dopo la guerra, chi si è rifugiato in Iugoslavia protetto dal governo di Belgrado, chi è stato condannato all’ergastolo o a 30 anni di galera ma è stato aiutato dal partito comunista italiano a fuggire in Cecoslovacchia o in Unione sovietica e poi è stato graziato dall’amnistia di Pertini nel 1978. Alcuni hanno ricevuto medaglie al valor militare e altri continuano a percepire pensioni dallo stato italiano…”.

E poi ci fu la tragedia dell’esodo. I 300.000 profughi italiani fuggiti dall’Istria e dalla Dalmazia per non finire nelle foibe furono distribuiti su tutto il territorio nazionale, dove non sempre furono bene accolti. In Emilia, ad esempio, al passaggio dei treni carichi di profughi i ferrovieri comunisti chiusero le fontanelle delle stazioni per impedire loro di dissetarsi. A Bologna la Pontificia Opera di Assistenza aveva predisposto un pasto caldo per i profughi destinati alla Liguria, ma non riuscì a distribuirlo, perché il sindacato comunista dei ferrovieri minacciò dagli altoparlanti che se i profughi avessero consumato il pasto uno sciopero generale avrebbe paralizzato la stazione, e il treno fu costretto a passare senza fermarsi. Ad Ancona il 16 febbraio 1947 il piroscafo “Toscana”, che approdava da Pola carico di famiglie italiane, fu accolto sul molo da una selva di bandiere rosse, fischi, insulti e gestacci col pugno chiuso.

Ma - fatto ignoto ai più - oltre all’esodo ci fu anche il controesodo: lo organizzarono i comunisti italiani verso la Jugoslavia per consentire a molte famiglie di riempire il vuoto lasciato dai cittadini giuliano-dalmati e perché potessero usufruire dei piaceri del paradiso comunista; un altro motivo fu quello di mettere in salvo tanti compagni che si erano macchiati di delitti durante e dopo la resistenza e che in Italia avevano problemi con la giustizia.

Ma venne il 1948, con la rottura fra Tito e Stalin. Il dramma della lacerazione ideologica dei comunisti italiani, soprattutto triestini, combattuti fra la fedeltà a Mosca e quella a Belgrado era nulla in confronto al calvario fisico e psichico che dovettero patire decine di migliaia di dissidenti rimasti fedeli al Cominform e al Cremlino e che caddero fra le grinfie dei titini. Questi comunisti fedeli a Mosca furono circa 32.000 e vennero rinchiusi nell’isola-lager di Goli Otok, l’Isola Calva nell’arcipelago della Dalmazia settentrionale. Circa 4.000 detenuti morirono di stenti, di malattia, di torture, di lavori forzati e di percosse su quell’isola, dove finirono anche parecchi comunisti italiani, soprattutto da Monfalcone, i cosiddetti “cantierini” (circa 350) che si recarono fiduciosi oltre confine per “costruire il socialismo”. I più fortunati vi giungevano già cadaveri ma chi aveva la sventura di arrivarvi vivo, a bordo di stipatissime imbarcazioni maleodoranti, riceveva il primo benvenuto da parte di altri detenuti, già ospiti della brulla isola-lager, che armati di randelli si precipitavano urlanti nelle stive e massacravano di legnate i prigionieri prima ancora che scendessero. Poi i nuovi arrivati (o perlomeno i sopravvissuti) venivano fatti scendere in fila indiana, scalzi sulle rocce taglienti come coltelli e sotto il sole, e avviati verso il lager fra due ali di altri detenuti che continuavano a urlare e a randellarli a sangue.

I pochi detenuti che alla fine riuscirono a sopravvivere e a ripararsi in Unione Sovietica o in Italia, scoprirono che a Mosca era impossibile pubblicare un articolo sugli orrori di Goli Otok. Sì, sarebbe stato un ottimo strumento propagandistico contro Tito, ma la cosa, di riflesso, avrebbe messo sotto accusa anche i gulag sovietici, fenomeno di ben più grande portata rispetto alla modesta Isola Calva, che al loro confronto era una località di villeggiatura.

Anche in Italia i sopravvissuti dei lager di Tito scoprirono di essere solo dei cadaveri ambulanti condannati all’oblio: per ragioni politiche non se ne poteva parlare. Non esisteva ancora una “Giornata del ricordo”, neanche per loro

DEDICATO A PIERLUIGI.

venerdì 14 agosto 2009

I Parà sono parte integrante dell'Arma dei Carabinieri...

...credo giusto abbiano la possibilità, se vogliono e possono, di leggere cosa pensano i VERI Fascisti e Razzisti che ancora scrivono su quotidiani e settimanali di riferimento, La Repubblica e L'Espresso, del PD.
L'Articolo di Filippo Facci mi sembra molto chiaro, in merito.


venerdì 14 agosto 2009, 07:00

L’ultimo delirio di Bocca: «Carabinieri mafiosi»

di Filippo Facci su Il Giornale

Va lungamente premesso che prendersela a morte con Giorgio Bocca è tutt’uno con l’amarlo, è la medesima cosa, lui stesso si odierebbe o apprezzerebbe con eguale ruvidezza e incoerenza a seconda dei giorni, della stagione, della grappa invecchiata bene o male: nel febbraio dell’anno scorso scrisse un intero articolo per dire che le colf non sapevano più cucinare il bollito, ultimamente poi un’intera rubrica per dire che ai mondiali di nuoto bisognava premiare anche i quarti classificati, e poi ora, cioè ieri, sull’Espresso, era di turno un articolo infame e ignorante sulla mafia e specialmente sui carabinieri che sarebbero storicamente - dice lui - conniventi con Cosa Nostra.

Per le cose che ha scritto, e che vedremo, Bocca va semplicemente impiccato alle sue frasi: ma va lungamente premesso, ancora, che è giusto così: è giusto cioè provare un miscuglio di rispetto e disprezzo e tenerezza per un personaggio che - si autodefinisce lui stesso - è un provinciale vero, un nordico italianissimo benché il titolo della sua rubrica sull’Espresso sia paradossalmente «antitaliano», un prealpino ossessionato dai soldi, un forcaiolo, un voltagabbana, un lavoratore nordista che ha il fiuto politico di un piccolo borghese (ossia zero) e che alterna sprazzi di saggezza a brontolii rivolti contro l’universo mondo, facendo roteare il bastone. Se non c’è frase di Bocca che si possa «estrapolare dal contesto», è perché il contesto è lui stesso: un antifascista d’acciaio che fu fascista e fu persino imberbe antisemita, un asperrimo nemico di Berlusconi che tuttavia lavorò nelle sue tv - «L’ho fatto per i soldi», spiegò in un’intervista a Oreste Pivetta sull’Unità del 14 marzo 2006 - e poi un antileghista dopo aver tifato ardentemente Umberto Bossi: «La Lega mi ricorda noi partigiani quando scendemmo dalle montagne», scrisse nel 1993. Bocca è quel rispettabile e anziano giornalista che non ne ha azzeccata una, come ben sanno Giampaolo Pansa e meglio di altri anche Michele Brambilla, autore di un noto pamphlet in cui raccontava come anche Bocca, appunto, nei primi anni Settanta, sosteneva che le Brigate rosse fossero nere.

Il disprezzo che puoi provare per Giorgio Bocca è perciò autentico come la tenerezza che suscitano certe sue righe buttate giù, senza troppo pensarci; la sua scoperta della televisione, candidamente confessata, è quasi commovente: «A Canale 5 mi chiesero se ero disponibile a intervistare Bettino Craxi. L’intervista era registrata. Quando la vidi in casa mia, poche ore dopo, era più la voglia di ridere che di arrabbiarsi. Il regista mi aveva praticamente occultato o subalternizzato: comparivo quasi sempre di nuca, con la mia pelata rilucente». Parole sue ne «Il padrone in redazione» del 1989. Ancora: «Le domande di Maurizio Costanzo mi parvero banali, grigie. Eppure quasi tutti i conoscenti che incontravo, dicevano: “Ti ha sfruculiato mica male, il Costanzo, te le ha dette”. Allora mi feci mandare le registrazioni e capii il mistero: mentre io parlavo per dire delle cose, lui parlava per mimarle. E quando parlavo io riusciva con smorfie, sbadigli, tocco dei baffi, sorrisi, scuotimenti della testa a darne una sua interpretazione molto più convincente delle mie affermazioni».

Ecco: è il fanciullino che è in Giorgio Bocca a farlo diventare quasi simpatico, a tratti: anche perché, pur conformista, è uno che non ne ha azzeccata una neanche in un’ottica politicamente corretta; pochi ricordano che fu anti-comunista al punto da dare ragione a Berlusconi quando cominciò la guerra di Segrate per la conquista di Repubblica e dell’Espresso. L’ha raccontato anche Giampaolo Pansa: Bocca diceva che bisognava abbandonare De Benedetti e passare col Cavaliere, «così la smetteremo di fare un giornale al servizio dei comunisti».

Tutto ciò lungamente premesso - scusate, ma era necessario anche per rispetto sincero a un monumento del giornalismo - certo opinionismo superficiale e veemente, aggiornato a trent’anni prima e senza vergogna di sfigurare, è il peggio della Prima Repubblica e va solamente svergognato senza pietà: è quello che farebbe Bocca - un Bocca giovane, informato, «sul pezzo» - ed è quello che vuole la pubblica decenza.

Sull’Espresso, ieri, Bocca ha dato per assodato che «l’assassinio di Paolo Borsellino (nel tondo a destra) è stato voluto o vi hanno partecipato i tutori dell’ordine, ufficiali dei carabinieri o servizi speciali»; ha citato come finti affidabili Totò Riina e Massimo Ciancimino (figlio di Vito) e tra lo stesso Riina e Silvio Berlusconi ha dato per scontate «buone relazioni correnti»; in un comico minestrone di fonti (sue) ha mischiato Tomasi di Lampedusa e Camilleri, Sciascia e Leoluca Orlando del quale, in particolare, sono «rimaste senza spiegazioni le accuse e le richieste di chiarezza». L’acido peggiore, perché generico come tutto il suo articolo, è però per i carabinieri, che «come la mafia non sono qualcosa di estraneo e di ostile alla società italiana», anzi sono «parte fondamentale del patto di coesistenza sul territorio».

E la cosa più sbagliata da fare, ora, sarebbe mettersi ad argomentare: perché Bocca non ha nessun argomento. Di carte giudiziarie, e di inchieste, non ha mai capito niente. Bocca è un narratore, e lo è giocoforza, oggi, di fotografie sbiadite. Non sa nulla. Cita Leonardo Sciascia e Paolo Borsellino insieme: non sa delle sanguinose polemiche che li opposero. Dovremmo ricordargliele? Bocca cita Leoluca Orlando ma non sa delle infamie che disse pubblicamente su Giovanni Falcone, di quando Gerardo Chiaromonte - ex presidente comunista dell’Antimafia - a proposito dell’attentato dell’Addaura scrisse che «i seguaci di Orlando sostennero che era stato lo stesso Falcone a organizzare il tutto per farsi pubblicità», di quando a Samarcanda Orlando accusò Falcone di aver imboscato le inchieste e di aver salvato Salvo Lima, costringendolo a umilianti autodifese davanti al Csm.

Forse Bocca non sa neppure dei trenta e passa carabinieri ammazzati dalla mafia: lui è fermo a Carlo Alberto Dalla Chiesa (nel tondo a sinistra) solo perché una volta scese dal Nord e lo intervistò. Bocca non sa che sulle «trattative» tra Stato e mafia di inchieste ne hanno già fatte un miliardo, e però nei fatti non c’è ancora nulla di nulla. Le inchieste non contano, per Bocca, ma la tardiva e generica parola di Totò Riina invece sì. E conta parimenti quello che Massimo Ciancimino «ha detto o lasciato capire». Ieri contro l’uscita di Giorgio Bocca hanno reagito tutti: il ministro della Difesa Ignazio La Russa, il ministro dell’Interno Roberto Maroni, il responsabile Giustizia del Pd Marco Minniti, il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini, il capogruppo della Lega in commissione Difesa Giovanni Torri, persino il Cocer dei Carabinieri.

Quando succede questo, quando cioè un giornalista scatena un canaio del genere, i casi sono tre: o ha completamente ragione, o ha completamente torto o ancora - ed è il nostro caso - ha completamente torto ed è pure il 13 agosto, quando c’è poco altro su cui polemizzare. Ma è una polemica triste, perché non parla di mafia e di carabinieri: parla di Giorgio Bocca. Parla di un grande giornalista che ormai legge poco, si documenta poco, giudica con parametri superficiali e datati - ai suoi tempi gli opinionisti tuttologi andavano forte, oggi un po’ meno - e però, ogni tanto, sa riservarci una sincerità sanguigna nella sua scontata e tuttavia mai banale critica della modernità globalizzata.

Chiunque dica che il giornalismo di oggi fa schifo, e incolpi il mercato, oggi è un po’ patetico: ma se a scriverlo è Giorgio Bocca, come spesso fa, dargli torto è difficile. Il problema è che un giornalismo da schifo, questa volta, lo ha fatto lui.

lunedì 10 agosto 2009

ENRICO MEDI , lo scienziato credente (click)


Enrico Medi nasce a Porto Recanati il 26 aprile 1911: suo padre esercita nel paese la professione di medico chirurgo. Frequenta le elementari nella scuola dell'allora Corso Vittorio Emanuele III° (oggi Corso Matteotti). Medi è ancora giovanissimo quando lascia le sponde dell'Adriatico per approdare a Roma, dove, appena diciassettenne, entra nell'università laureandosi a 21 anni in fisica pura con Enrico Fermi.

Libero docente di Fisica terrestre nel 1937, è chiamato nel 1942 alla cattedra di fisica sperimentale dell'Università di Palermo. La prima tesi al mondo sul neutrone è opera sua, così come le prime esperienze sul radar che raccolsero però l'ignorante supponenza delle autorità pubbliche del tempo. Anche i suoi studi sulle fasce ionizzanti dell'alta atmosfera subirono la stessa sorte.

Occorrerà attendere cinque anni e la segnalazione dell'americano Van Allen per rendersi conto, con colpevole ritardo, che Medi aveva ragione.

Dopo la triste esperienza della guerra e del fascismo, nel 1946 Medi è eletto nell'Assemblea Costituente e successivamente è deputato al parlamento nella prima legislatura della Repubblica. La sua carriera politica giunge al culmine nel 1971 quando risulta primo degli eletti (75.000 voti di preferenza) al Consiglio Comunale di Roma. Ma, come ricorda Federico Alessandrini, egli era un uomo che "mal si adattava al compromesso, alla concessione sistematica, alla reticenza.... preferì, dunque, ritirarsi per continuare un'azione volta a formare gli uomini...".

Già dal 1949 è direttore dell'Istituto Nazionale di Geofisica e titolare della cattedra di Fisica terrestre presso l'Università di Roma: nel 1958 è nominato Vice-Presidente dell'Euratom. Il suo nome divenne noto al grande pubblico soprattutto per i suoi interventi alla televisione. Con chiarezza e semplicità di espressione svolse un ruolo importante nel campo della divulgazione scientifica e con grande successo personale il 21 Luglio 1969 commentò a tutti gli italiani lo sbarco sulla Luna dell'astronauta Amstrong.

"Questo Enrico Medi - scrive Marino Scalabroni - dalla mente di scienziato e dal cuore di poeta, questo diffusore della scienza fuori dalle paludate assise accademiche, questa coscienza che dalle immensità dei mondi o degli infinitesimali cosmi atomici ha saputo raggiungere accenti di grande poesia, questo Medi nostro, è nato qui (Porto Recanati), in questa terra dove si sposa il dramma infinito di Leopardi alla umile e ultraterrena dolcezza del mistero Lauretano...".

Scienziato credente, offrì tutte le sue energie per l'avvento di una umanità migliore. Rivolse la sua opera soprattutto ai giovani, visti nella luce di un superiore modello: il Cristo.

Enrico Medi concluse la sua giornata terrena sul tramonto della domenica del 26 maggio 1974. Riposa nella tomba di famiglia, nel cimitero di Belvedere Ostrense.

Il 26 maggio 1996 viene introdotta la causa di beatificazione.

Intervista a La Russa sull'Afganistan.


dal Corserva.



la missione italiana


La Russa: «In Afghanistan i Tornado possono sparare»


Il ministro: «Chiedo ai magistrati di sbloccare i blindati Lince»


ROMA — «Rivolgo un ap­pello ai magistrati affinché il tempo di sequestro dei blinda­ti 'Lince' sia ridotto al mini­mo », dice Ignazio La Russa. In un’intervista al Corriere , il ministro della Difesa affronta alcuni degli aspetti più contro­versi e delicati della missione militare in Afghanistan, della quale i sigilli giudiziari ai mez­zi italiani danneggiati dalle bombe talebane sono un indi­ce. Fino a che punto si può far finta che una missione chia­mata «di pace» non sia in un territorio di guerra? A quali norme devono essere sottopo­sti i nostri militari? Quanti ri­belli sono stati uccisi dai sol­dati italiani? Tra il codice mili­tare di pace applicato attual­mente e quello militare di guerra che venne impiegato in Iraq, il ministro del Popolo della libertà indica una terza strada: «Serve un codice per le missioni internazionali sul quale è possibilissima un’inte­sa con l’opposizione».


I capi del parco macchine del contingente italiano in Afghanistan hanno detto al nostro inviato Lorenzo Cre­monesi che a undici Lince colpiti dai ribelli sono stati messi sigilli giudiziari: per renderli «a disposizione» della Procura di Roma tenu­ta a indagare. Ministro, con­ferma?«Sì. Non ho il numero esat­to, ma l’articolo è corretto. Dal governo Prodi in poi, tran­ne la parentesi dell’Iraq, il co­dice che si applica non è quel­lo militare di guerra, bensì il codice militare di pace. Se ci sono morti e feriti è come se questo avvenisse in una nor­male esercitazione. Tant’è che stiamo correndo ai ripari».


Verso dove? «Io non me la sentivo di ap­poggiare un ritorno al codice militare di guerra. Alcuni del Pdl, con un emendamento, me lo chiedevano. Ho detto: lasciate stare, si creano più po­lemiche. Per farli desistere ho impiegato un argomento: nel­le commissioni Difesa del Par­lamento è possibilissima un’intesa con l’opposizione per un codice militare specifi­co per le missioni internazio­nali. Né di pace né di guerra».


Qui sta il punto. All’origi­ne dei sigilli ai Lince non è l’ambiguità in base alla qua­le, per farla apparire nei limi­ti dell’articolo 11 della Costi­tuzione, la missione italiana viene presentata come pacifi­ca mentre agisce in quella che gli alleati definiscono una guerra?«Non è tanto per l’ambigui­tà. E’ per la scelta fatta dal Par­lamento di applicare il codice militare di pace. So che il mio predecessore al ministero, Ar­turo Parisi, l’ha subita, come l’ho subita io. Ma la rispetto, come va rispettata la Costitu­zione. Per questo stiamo pre­disponendo il nuovo codice».
Per vararlo non serve una legge costituzionale?«Se ne discuterà in Parla­mento. Vi sono fautori di en­trambe le tesi».

Nel frattempo i Lince? «Rivolgo un appello ai ma­gistrati affinché il tempo di se­questro dei Lince sia ridotto al minimo. Per la specificità della missione, e perché an­che i blindati rotti ci servo­no » .
A che cosa? «Per i pezzi di ricambio. Questi Lince continuano a sal­vare le vite di molti soldati. Anche sabato una bomba ne ha fatto saltare uno, ma nessu­no è rimasto ferito. Forse i ma­gistrati pensano che il mezzo, molto danneggiato, possa sta­re sotto sequestro senza pro­blemi. Invece da lì si prende­rebbero i pezzi di ricambio per gli altri mezzi».


Non ne avete? «Non portiamo tutti i ri­cambi in Afghanistan perché, statisticamente, sono i Lince usurati o danneggiati a fornir­li. E non c’entrano i fondi».
Se viene ucciso un milita­re italiano, la Difesa lo di­chiara: dal 2001 in Afghani­stan ne sono morti 15. Man­ca però un dato: quanti mili­ziani afghani sono stati ucci­si dai nostri soldati in scon­tri a fuoco?«Il numero preciso non vie­ne tenuto. Non c’è una conta­bilità anche perché è difficile accertarlo. Di certo il numero degli insorti — talebani, traffi­canti di droga, tutti coloro che compiono atti ostili — è superiore alle perdite subite dai contingenti internaziona­li. E di molto».
Quelli colpiti da italiani? «Anche per i nostri il rap­porto è di sicuro più alto. Quando i nostri sono stati co­stretti a difendersi, gli altri hanno subito perdite. Tra i contingenti siamo quelli che hanno avuto meno lutti, an­che se non per questo meno dolorosi».


I morti afghani sono di più da quanto avete tolto i ca­veat che limitavano l’impie­go dei militari in combatti­mento?«No, la natura della missio­ne non è mai cambiata e l’uni­co caveat tolto è sull’impiego fuori dalla zona Ovest, per al­tro quasi mai utilizzato».
I cacciabombardieri Tor­nado italiani hanno già co­minciato a dare copertura aerea ai soldati, ossia a spa­rare oltre che ad avere fun­zioni di ricognizione?«Dopo aver informato le Ca­mere, ho dato via libera ai co­mandanti. A loro valutare. Parliamo non delle bombe, che sull’aereo non portiamo neanche. Ma del cannoncino dei Tornado, simile a quello degli elicotteri Mangusta».

Quanti Predator, aerei sen­za pilota, manderete in più?«Per ora li raddoppiamo: al­tri due. Sarebbe bene averne di più, ma al momento abbia­mo questi. Li manderemo in­sieme con altri elicotteri».


Maurizio Caprara 10 agosto 2009©

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