sabato 4 luglio 2009

LA BATTAGLIA INCIVILE (click)

Mario Giordano ha risposto giorni fa, su queste pagine, a due lettori che segnalavano d’essere stati insolentiti perché avevano in mano Il Giornale; Giampaolo Pansa sul Riformista ha preso spunto dalla risposta di Giordano per un commento titolato «Niente fischi al Presidente del Consiglio»; adesso intervengo a mia volta rifacendomi sia a Giordano sia a Pansa. Sembrerebbe, questo in cui ci esercitiamo, un giuoco di matrioske, ciascuna delle quali ne racchiude un’altra, se non fosse invece un dibattito molto serio e preoccupato sul tasso di aggressività e di intolleranza del Paese. Un Paese - questa la riflessione malinconica di Mario Giordano - nel quale il centrodestra, essendo maggioranza elettorale, è ed è sempre stato minoranza culturale.
Non è una situazione inedita. I moderati, sia che trovassero cittadinanza politica nella Dc e nei suoi alleati, sia che la trovino ora in Berlusconi, hanno sempre soverchiato la sinistra: ma non il clamore, le declamazioni, le rivendicazioni d’un primato democratico che dalla sinistra stessa venivano. Il termine “maggioranza silenziosa” - cui i maestrini rossi riuscirono a dare una connotazione fascistoide - fu l’espressione di questo paradosso. E l’obiettivo di Montanelli, quando fondò Il Giornale, consistette proprio nel dare voce ai senza voce.
Gli insulti a chi osi leggere Il Giornale, le scomposte contestazioni di gruppuscoli schiamazzanti a Berlusconi o al ministro Gelmini attestano un ritorno agli anni che furono prima d’odio forsennato, e poi divennero di piombo? Abbiamo gli emuli di chi bollava Montanelli come fascista? Io credo o spero di no perché la componente violenta - fino allo spargimento di sangue - degli antagonisti al sistema o al regime - come piace dire - è molto minore, e non gode come negli anni Settanta di diffuse simpatie salottiere. Nelle fabbriche dove furoreggiava l’impunità arrogante dei brigatisti rossi la sinistra non domina più, si ha al contrario una simpatia crescente verso il centrodestra.
La battaglia più propriamente politica la sinistra l’ha perduta senza rimedio. Le restano le armi d’una battaglia d’invettive che pretende d’essere culturale, ed è soltanto incivile. Nella versione del terzo millennio la polemica contro Berlusconi non si alimenta di argomenti, ma di pregiudizi discriminatori e, diciamolo pure, razzisti. Si vuol far credere che il berlusconismo e i berlusconiani siano espressione d’una subumanità arretrata, che le loro menti siano negate alle alte speculazioni filosofiche che caratterizzano un Di Pietro o un Casarini, che solo capitalisti dalla nuca grassa e damazze ingioiellate partecipino alle riunioni del Popolo della libertà. Ci sono, in quelle riunioni, anche tanti operai, ma questo è un particolare sul quale i salottieri glissano volentieri.
Lo snobismo di sinistra è ripetitivo. Ne sa qualcosa Giampaolo Pansa che dalla sinistra proviene. Finché le truci storie del dopo Liberazione furono raccontate da Giorgio Pisanò nessuno se ne diede per inteso. Lo sporco fascista non meritava d’essere ascoltato. Ci volle un uomo dalle credenziali di sinistra, come appunto Pansa, per infondere importanza al sangue dei vinti. Pansa esorta a non sottovalutare i segnali di pericolo che i fatterelli o fattacci recenti accendono. Ha ragione. Ma proprio per i motivi che ho via via accennato, mi chiedo se la manovra della sinistra non sia stata agevolata da ritardi, negligenze e assenze d’una intellighenzia di centrodestra che si sente appagata dal consenso maggioritario di Berlusconi nel Paese, e sembra rassegnata a rimanere minoranza nella cultura e nella scuola. Questa è una non strategia. Restando inteso che ai facinorosi e ai teppisti - magari muniti di cattedra - che impediscono di tenere pubbliche e civili discussioni bisogna opporre la forza della ragione e, quando possibile, la forza della legge.

venerdì 3 luglio 2009

Afganistan, ultima ora.


venerdì 03 luglio 2009, 14:30
Kabul, blitz della Folgore contro gli insorti talebani Attacco suicida: 2 feriti


Kabul - Ancora un attacco suicida contro una pattuglia italiana a Farah: due militari sono rimasti lievemente feriti. Lo ha reso noto il ministro della Difesa Ignazio La Russa in una conferenza stampa a Palazzo Chigi.Offensiva delle truppe italiane e afghane Parà italiani e militari afghani all'offensiva contro i talebani, in Afghanistan. È terminata nella notte, nella valle di Musahi, la vasta operazione congiunta che ha consentito di mettere guori combattimento un gruppo di "insorti" responsabile di una serie di ripetuti attacchi nei confronti degli uomini della Folgore. Secondo quanto riferito dal comando del contingente italiano a Kabul, nell’operazione, cominciata alle 4 di ieri notte sono stati impegnati circa 600 militari tra paracadutisti del 186/mo reggimento della Folgore e soldati dell’esercito afghano. Oltre alla cattura del gruppo di insorti, sono state sequestrate anche numerose armi portatili. Un secondo gruppo di insorti è riuscito a sganciarsi all'inizio dell'offensiva abbandonando le sue posizioni nell’area e cercando rifugio in una provincia confinante. L’operazione, che mirava al consolidamento della sicurezza nell’area sotto il controllo dei paracadutisti italiani e dell’Esercito afghano, ha avuto pieno successo ed è stata accolta con favore dalla popolazione e dai locali capi villaggio.Americani all'attacco: "Battaglia infernale" Anche l'esercito americano è impegnato da alcune ore in violenti combattimenti contro i talebani nella provincia di Helmand, nel sud: lo ha confermato il generale Larry Nicholson, comandante del corpo dei Marines, all’indomani dell’inizio dell’operazione "Khanjar" (Colpo di spada), contro i talebani. L’incursione, a cui partecipano 4.000 soldati Usa e 650 afgani, mira a liberare la provincia dai guerriglieri, che nella zona sono numerosi, bene armati e lautamente finanziati dai proventi dell’oppio. I soldati americani sono "impegnati in una battaglia infernale nel sud" della provincia di Helmand, ha dichiarato il generale Nicholson ai uomini dispiegati nella zona di Garmser. Questi soldati "dovranno affrontare sfide molto dure", ha aggiunto l’alto ufficiale. Fonti militari hanno fatto sapere che un marine è morto e altri sono rimasti feriti. Altri militari schierati nell’area, invece, hanno incontrato "una flebile resistenza", ha sottolineato ancora Nicholson senza ulteriori precisazioni. "Una base ostile situata a sud di Garmser è stata distrutta ieri. Ma ciò non vuol dire che il nemico sia fuggito", ha commentato.


venerdì 03 luglio 2009, 08:51
Vi racconto l’assalto finale dei marine ai covi dei talebani

nostro inviato a KabulNelle palazzine color sabbia della vecchia caserma di epoca sovietica, dove sono acquartierati i ragazzi del 186°, non si dorme mai molto. Il pericolo, l’attacco improvviso, l’emergenza bruciante sono il pane e il companatico del 186°. Qui, in fondo alla Desperado Highway, in questa abbacinante trappola perennemente ingolfata di vento in cui siamo venuti a cacciarci, un attacco del nemico è più che possibile, ci aveva spiegato all’arrivo il capitano Alessandro Costagliola, responsabile della sicurezza a Camp Invicta.Però è difficile, dopo una serata passata in allegria all’oratorio di don Salvatore Nicotra, il cappellano militare, pensare al subbuglio improvviso, a ordini brucianti gridati nella notte, a tenenti che entrano nelle camerate accendendo le luci e tirando i ragazzi giù dalle brande. Don Salvatore aveva offerto pizza e birra. Poi erano state chiacchiere e chiacchiere, inframmezzate da dei gran «Ti ricordi?» fra i giornalisti di lungo corso presenti e i ragazzi in mimetica che si sono fatti la Somalia, la Bosnia e il Kosovo.Alle 2 del mattino si erano messi in moto gli americani. Quattromila marines, 650 ex mujaheddin che si stanno lentamente abituando a vestire la divisa dell’esercito afghano e 50 aeroplani. L’operazione più seria dai tempi del Vietnam, dicono. Noi, a seguire. «Ex Abrupto» si chiama l’operazione dei nostri baschi rossi. Cento paracadutisti del 186° in appoggio a 500 soldati afghani e a 100 poliziotti. Un rastrellamento a pettine fitto, una specie di prova d’orchestra guidata dagli americani.A Sud, nella provincia di Helmand, nella regione di Kandahar cara al mullah Omar, il «comandante dei fedeli» talebani, c’è fermento da un pezzo. Mercoledì pomeriggio, conferma Londra, gli uomini del Grande Turbante hanno ammazzato due soldati del I battaglione «Wales». Ma il colpo grosso, gli «studenti della legge» l’avevano messo a segno il giorno prima, martedì, catturando un soldato americano. Propaganda? No. Parrebbe di no. Il capo talebano Bahram, uno che milita sotto la cupola del capo mandamento Aqqani, facendosi vivo dall’area di Khost, annuncia la «lieta novella» alla sua gente in armi. «Uno dei nostri luogotenenti sul campo, il malaui Sangin, ha catturato un soldato americano e tre militari afghani nel distretto di Yusuf Khail, nella provincia di Paktia». Il portavoce militare Usa, Elizabeth Mathias, conferma, a denti stretti. «Un soldato - dice laconico, senza rivelare né il nome né il grado - manca all’appello da martedì».Ma non sono i due morti inglesi, e neppure - posto che venga confermato - il rapimento del soldato americano (che fa pensare alla analoga sorte toccata al soldato israeliano Gilad Shalit) ad aver fatto scattare la massiccia operazione decisa dal generale Usa Stanley Mc Chrystal, il nuovo comandante in capo della coalizione. La batosta era nell’aria da un pezzo. Creare dei «box» di qualche decina di chilometri quadrati, all’interno dei quali i marines hanno il mandato di cercare e distruggere il nemico, senza troppi complimenti, evidentemente non basta più. O funziona poco. Ora si volta pagina. Si pesca «a strascico». E se i pesci scappano, c’è pronto un altro «peschereccio», con la sua rete di fondo, che sta muovendo loro incontro.

Noi siamo quel «peschereccio». Gli americani da Sud, ben addentro alla valle di Musahi, ma in una zona che esula dalla competenza italiana. Noi, giù dal forte «Sterzing», il nostro posto di osservazione avanzato nella stessa cruciale area. In piena notte, a fari spenti, i visori notturni montati sull’elmetto calati sugli occhi. «Khanjar», colpo di spada, è il nome in codice dell’operazione a guida americana. Un’operazione, dice un portavoce dello staff Usa, «tipica della filosofia del generale Mc Chrystal. Non si va per catturare nemici. Si va per starci. Il successo lo si vede dal numero di afghani posti sotto protezione, e non dal numero degli insorti uccisi».A metà pomeriggio, il colonnello Aldo Zizzo, comandante del 186°, comunica che nella nostra rete sono finiti due talebani. «Non abbiamo sparato un colpo. Ma in questo momento non posso dire niente di più. L’operazione è ancora in corso».Nella controra, nei viali di Camp Invicta si vede solo il «sindaco» della base, il luogotenente Raffaele Cappai (è lui che provvede all’acquartieramento dei soldati e degli ospiti) che va zigzagando con la sua bicicletta di fabbricazione cinese. Sulla targa c’è scritto: «E vai!». Tutti gli altri sono sul chi vive, ciascuno impegnato nella sua «attività». È quando cala la notte che la tensione risale. Però sappiamo che fare, in caso di attacco. La sirena suonerà per due minuti, nel peggiore dei casi, dice il capitano Costagliola. E qual è il peggiore dei casi? «Un attacco con razzi, bombe e armi pesanti».

EMBLEMATICA ITALIA

Il pg Dragotto lascia la magistratura: «combatto contro gli svarioni giudiziari»

Il procuratore blogger
perde l’incarico e se ne va

Ironizzò sugli errori dei colleghi. Punito dal Csm

ROMA — Su un blog anoni­mo metteva alla berlina le sen­tenze impresentabili. E per un titolo impresentabile il Csm non lo ha confermato procura­tore generale di Ancona. A di­spetto del parere unanime e al­tamente positivo inviato al Csm dal consiglio dei colleghi del suo distretto. Per questo Ga­etano Dragotto lascia la magi­stratura. Questione di stile è la moti­vazione che avrebbe spinto il plenum a silurarlo. A causa di un doppio senso, utilizzato per bacchettare una collega (non nominata) che sbagliava i cal­coli delle attenuanti e delle ag­gravanti regolati dall’articolo 69. Ma lui si difende: «Il blog era riservato a pochi amici. Era anonimo come le sentenze. Vir­golettava solo alcune perle. Co­me la sentenza di un collega della Cassazione sul barista che serve detersivo per lavastovi­glie nell’acqua minerale. Stabili­sce che se il liquido è puro il ba­rista non è punibile, se diluito sì: per contraffazione. Se il cliente morisse sarebbe omici­dio colposo. E il primo presi­dente della Cassazione e il pg hanno votato contro la mia ri­conferma», dice, amareggiato, Dragotto.

Contro gli svarioni giudiziari dei colleghi aveva combattuto a lungo, dando an­che giudizi negativi in sede di valutazione. «Non avevo otte­nuto nulla se non voci di una mia presunta cattiveria. Per di­fendermi avevo creato quel blog per gli amici. E ridevamo dei pasticci scritti nelle senten­ze ». Come quella sulla «prosta­ta salvifica». L’aveva fatta fran­ca un maniaco che aveva mo­strato la sua virilità a una bim­ba ferma in auto con il finestri­no aperto, giacché il giudice aveva attribuito l’esibizione al­la impossibilità di «trattenersi dall’urinare». Senza domandar­si perché non si fosse allora ri­volto verso il muro. Oppure le attenuanti generiche, concesse a un senegalese «perché l'impu­tato è africano e l'Africa è pove­ra ». O quella nella quale il com­puto di un terzo della pena di tre mesi faceva sempre tre me­si. E infine quella della giudice che applicava male l’articolo 69. «Lei deve essersi ricono­sciuta, forse avvertita da qual­che collega, si è offesa per il ti­tolo sarcastico e ha avvertito il Csm» racconta Dragotto. Ma la preistruttoria per incompatibi­lità ambientale a causa della ca­duta di stile si è subito chiusa. Ed è finita lì.

Al momento di va­lutare il rinnovo dell’incarico da pg però è risaltata fuori. «E pensare che proprio a seguito di quell’episodio c’era stata una riunione nella quale aveva­mo parlato finalmente di que­ste motivazioni impresentabi­li, e finalmente si erano ridotte quasi della metà». Il magistrato esclude un col­legamento della sua bocciatura con gli arresti appena firmati per l’ex sindaco pd e altri, nel­l’ambito dell’inchiesta sulle tan­genti per l’aera portuale. Non crede a chi sussurra che l’han­no voluto fare fuori da altri in­carichi direttivi ai quali concor­reva. E conclude: «C’è chi mi ha consigliato di fare ricorso. Ma come potrei continuare a fa­re il magistrato con le mani le­gate dietro la schiena?». Per questo lascerà la toga. Ma non il web.


03 luglio 2009

giovedì 2 luglio 2009

Giochi del Mediterraneo: lettera aperta a Mario Pescante (click)

Egregio Dottor Pescante,

Come Presidente del comitato organizzatore dei giochi del Mediterraneo, dovrà ammetterlo, lei è un uomo fortunato. Fortunato perché l'esclusione di Israele, a parte qualche lettera di protesta alla quale lei ha egregiamente risposto scaricando il "barile" sull'assemblea delle nazioni membre che continuano nella loro politica di esclusione nei confronti dello stato ebraico, non si è dovuto misurare con le violente ondate di protesta che avrebbero caratterizzato un'ipotetica esclusione di uno qualsiasi degli Stati arabi o musulmani. Immagina, Caro Dottor Pescante, l'imbarazzo davanti al quale si sarebbe trovato il comitato che lei dirige nel caso di manifestazioni violente, tipo quelle che seguirono la pubblicazione delle vignette danesi, o la diserzione di massa dei giochi da parte della quasi totalità delle nazioni arabo musulmane nel caso in cui quest'ipotesi si fosse trasformata in realtà? Sì, effettivamente lei un uomo fortunato perché essere complici dell'esclusione del comitato israeliano è abbastanza facile, non porta a violente manifestazioni di piazza e non si corre il rischio che una qualsiasi delle squadre europee o qualche singolo atleta decida di disertare i giochi per solidarietà con lo Stato ebraico. Mi permetto di ricordarle che, fatta eccezione per i 4-5 kilometri di costa sul Mar Rosso fra la Giordania e l'Egitto, il resto delle coste israeliane, si tratta di oltre 180 km di spiagge e scogli è sul mare Mediterraneo. Su questo mare si affacciano porti commerciali, Ashdod e Haifa, di pesca Yafo e Akko ed altri più piccoli adibiti alla ricezione delle imbarcazioni turistiche. Nonostante questo, però, nessun atleta israeliano è mai riuscito, non per demerito sportivo ma per politica miope, schizofrenica e lontana dalla realtà, ad effettuare una qualsiasi gara in ambito mediterraneo. Il governo dello Stato di Israele ha tenuto sulla sua esclusione un basso profilo e questo, sicuramente, per non mettere in difficoltà l'unico esecutivo europeo, cioè quello italiano, che dimostra una buona comprensione per sue ragioni. Il rischio non valeva la candela. Nei mesi scorsi, quando si è capito che per una volta ancora la bandiera di Israele non sarebbe sfilata insieme a quelle degli altri paesi che si affacciano sul Mare Nostrum, lei si è affrettato a comunicare agli organi di stampa che l'eventuale partecipazione di Israele ai giochi del Mediterraneo sarà presa seriamente in considerazione fra quattro anni in Grecia. Mi permetto di ricordarle che la stessa cosa fu detta quattro anni fa dal suo collega spagnolo. Voglio farle i miei complimenti, è stato bravissimo a girare la patata bollente di questa nazione "scomoda" che le era stata spedita a chi verrà dopo di lei. Fatto sta che però che a lei come agli altri organizzatori delle passate edizioni dei giochi del Mediterraneo e, siamo sicuri, a quelli che verranno, non importa assolutamente nulla di quello spirito olimpico che dovrebbe caratterizzare l'incontro di popoli, nazioni e culture. Per lei, probabilmente, è importante soltanto che la tabella di marcia delle gare rispetti gli orari e i tempi dettati dal comitato organizzatore e che i finanziamenti promessi e prontamente elargiti vengano usati per creare quelle infrastrutture che saranno una ricchezza aggiunta per la popolazione di Pescara e della sua provincia. Questo con buona pace dello spirito olimpico. Un'ultima cosa Egregio Dottor Pescante, in questi giorni viene trasmesso uno spot pubblicitario dei giochi di Pescara dove una splendida fanciulla dà il volto alla dea Olimpia e sullo sfondo si vedono atleti che gareggiano in nome dello sport e della fratellanza fra i popoli. Per noi israeliani, nuovamente esclusi sebbene il Mediterraneo è parte integrante della nostra nazione della nostra cultura, questo spot è una presa in giro perché i giochi che lei ha organizzato sono stati di incontro e di fratellanza a metà, e chi si doveva incontrare davvero, cioè arabi ed israeliani, non si sono incontrati per colpa dell'ottusità di alcuni e della complicità di altri. In pratica un'occasione mancata. Se lo lasci dire caro dottor Pescante questo spot che aggiunge la beffa al danno ce lo poteva davvero risparmiare.

Con osservanza

Michael Sfaradi

KABUL

giovedì 02 luglio 2009, 07:00 su Il Giornale

Una notte con i parà sotto il fuoco dei talebani nell’avamposto di Musahi

nostro inviato nella valle di Musahi, a sud di Kabul Luciano Gulli

Si vive così, un po' sospesi, come gli aquiloni che un tempo fluttuavano precari nel cielo di Kabul. Ci sono serate, poi, quando il vento soffia da nord, come stasera, e la sabbia mulina a mezz'aria cancellando i contorni delle cose, in cui tutto sfuma e si confonde: l'angoscia, la nostalgia di casa, il senso di straniamento e l'orgoglio di esserci; l'ultima mano di ramino con i colleghi alla «Tana del sorcio», il pub di Camp Invicta, a Kabul, e la sala operativa «Mambo» che chiama «Plutone 23»; il pianto di un bambino amputato - ancora, dopo tanti anni - da una vecchia mina sovietica e il riso di una ragazzina che corre a nascondersi dietro un cantone da cui spunta un uomo vestito come ai tempi di Saladino che impugna una cosa che potrebbe essere una zappa, ma anche un Ak 47. E certe volte anche con il visore notturno non si capisce.

Sono le volte in cui devi decidere in fretta, perché dipende solo da questo, da quanto sei stato svelto a capire, se sarai vivo anche domani. Ci sono serate in cui più di altre tocca resistere e scacciare ombre e inquietudini, come il ricordo delle tre pattuglie - amici tuoi - finite negli ultimi 45 giorni sotto il fuoco degli «insorti», come li chiamano qui.

E non si capisce se sono talebani, qaedisti o briganti di passo, questi «insorti». E allora non c'è di meglio che attaccarsi a qualcosa di concreto, come fa il caporalmaggiore Luca Arenare, 25 anni, di Altavilla Silentina. Lassù «in ralla», fuori dalla torretta del blindato, con il giubbotto antiproiettile, l'elmetto, gli occhialoni e la sciarpa tirata fin sul naso per evitare di mangiar troppa polvere, Luca stringe il pugno sul calcio della sua MG 42/59, carezzando con la sinistra il dorso della sua «ragazza di sempre», pronta a sparare 1200 colpi al minuto. Tocca resistere, le mani artigliate al volante, gli occhi due spilli puntati sul buio, come quelli dell'impeccabile caposcorta Carlo Adamo o del caporalmaggiore scelto Francesco Gatto, conduttore del nostro VTLM: onore e gloria all'ingegnere dell'Iveco che ha progettato questo veicolo tattico multiruolo da 7 tonnellate, 180 chili solo lo sportello, che ha già salvato tante vite (sacrificando qualche cervicale).

Quaggiù, a forte Sterzing, nella tana dei «ragazzi» del 186°, 25 chilometri a sud di Kabul, va in scena una notte come tante. Via dalla capitale, lungo la «Highway seven», la «Indigo» e la «Lince 1», dove il warning diramato dal comando della Folgore parla di «possibili attacchi di 40 uomini guidati dal comandante Darwish». Si viaggia a fari spenti, comprese le lucette di posizione. A voler fare un po' di facile retorica cinematografica, la base avanzata di Musahi si direbbe una specie di «avamposto degli uomini perduti»: una po' fortezza Bastiani di buzzatiana memoria e un po' trincea del '15-18.

Una grande valle che verdeggia solo al centro, tra meli, albicocchi, gelsi e campi di grano, circondata da aridi picchi che arrampicano fino a 2400 metri. Il forte, nel mezzo. Camminamenti protetti, le torrette come ad Alamo, lanciagranate da 40 millimetri, le mitragliatrici puntate verso i quattro punti cardinali, la sala mensa e la situation room dei mortaisti bunkerizzate. I primi tre razzi sparati dai talebani che tirano da Suryawun, tra Logar e Musahi, arrivano 5 minuti dopo la mezzanotte. Gli altri 3 atterrano all'1 e 20 del mattino. Razzi cinesi da 107 millimetri, sparati con la stessa tecnica rudimentale dei guerriglieri di Hamas, a Gaza. Puntano sul posto di polizia e sulla caserma dell'esercito afghano di Charasiab. Passano sulle nostre teste, ma cadono lontano dal bersaglio. «Li piazzano su cavalletti di fortuna, li attivano con una sveglia e poi si allontanano con calma», dice il tenente Salvatore Piazza, 27 anni, palermitano, comandante del nostro fort Apache.
I ragazzi della Folgore sono pronti a rispondere al fuoco.

Due mortai da 120 rigati, gittata 13 chilometri, sono in linea. Se ci sarà la certezza di aver individuato il gruppo di lanciatori avversari, ecco pronti due devastanti proietti ad alto potenziale. Ma qui non è come al cinema. Si spara solo se è necessario. Alla fine, il tenente Piazza giudica con freddezza che necessario non è. «Il rischio di produrre danni collaterali elevati è troppo alto», spiega. Si faranno le quattro e mezzo del mattino prima che lo stato di allarme si attenui; le cinque e mezzo, prima che gli sminatori escano coi cani in cerca di quel che resta degli ordigni sparati dall'avversario.

Anche stasera sarà una serata come tante, a Musahi. Con le donne che tornano ai loro miserabili tuguri al tramonto tirandosi dietro la mucca e guidando pecore (modello «station wagon», dicono i soldati, perché hanno delle gobbe di grasso sul groppone) e bambini, mescolati alla rinfusa; con gli uomini che vanno nei campi di grano, di cipolle e di patate a notte alta, facendosi luce con i lumi a petrolio o con una lampadinetta da minatore sulla fronte (i più evoluti). Di notte, al buio, quando l'umidità rende la terra più morbida e il sole non fa l'effetto di una fucilata alla schiena.

Al «fast food Mac Musahi», come i soldati hanno ribattezzato la mensa del forte, l'altra sera era di scena una favolosa pasta «all'Osama», con corredo di gamberetti, mentre due ragazzi controllavano il motore elettrico di un Raven, l'aeroplanino da ricognizione che si lancia a mano.

Ah, la mitezza degli afghani. «Li guardi - dice il primo caporalmaggiore Manolo De Vito, 24 anni, di Tor Pignattara - e non riesci a distinguere. Non sai mai chi è il tuo nemico, dov'è oggi la linea del fuoco». Il mese scorso, De Vito si è trovato per due volte di fronte agli insorti. Agguati a colpi di Rpg e di kalashnikov. «Il primo contatto è stato l'8 giugno. L'altro non me lo ricordo. Li segnerò tutti in una volta sul calendario, quando sarà finita».

I «Diavoli neri» della Quindicesima compagnia, le «Pantere indomite», i «Vampiri», i «Sorci verdi» e quelli della Compagnia comando «Potente e indomita» hanno una convinzione: «Se il destino è contro di noi, peggio per lui», dicono.

Nella ridotta di Forte Sterzing si vive così: un po' sospesi, come una volta gli aquiloni nel cielo di Kabul. E ora che la guerra sembra più vicina, anche gli svaghi di Camp Invicta, quando si tornerà a Kabul, sembrano una specie di rilassante retrovia: la palestra, il campetto da basket, due chiacchiere con gli amici alla «Tana del sorcio», una pizza al «Tappeto volante», un po' di internet e le canzoni di Ramazzotti.

Come in guerra, né più né meno.

martedì 30 giugno 2009

UNA LETTERA DA CONSERVARE

La lezione di morale fatta da abortisti e fan dell’amore libero


Carissimo presidente Berlusconi,

premetto che mi è simpatico soprattutto per l’ottimismo e l’entusiasmo che butta in politica e nelle teste di chi, per età e abitudine, si tiene stretto al suo passato, negandosi persino la produzione di nuove endorfine cerebrali. Mi piace anche una visione della politica in “rosa”: le donne giovani e carine non danneggiano la politica, anzi possono appassionare anche altri giovani e rinnovare gli scranni del Parlamento spesso divenuti espositori di pezzi d’antiquariato. Trovo anche un modo nuovo di fare politica, quello d’avvicinare i diversi leader politici internazionali, promuovere accordi, assicurare lavoro, perorare un’immagine nazionale competitiva e valida.

I voti che ha ricevuto stanno a dire che l’uomo politico c’è e vale. Non saranno i telefonini piazzati nei bagni e nelle stanze da letto a far venir meno i pregi e le capacità di uno statista. Non sono nemmeno d’accordo con chi le chiede di parlare davanti al popolo della sua vita privata, lei, prima di essere il presidente è una persona con la sua coscienza che dovrà, prima di spegnere la luce e affidarsi al sonno, farsi una domanda: «Come sto dentro?». Io lo faccio, caro presidente. Se la risposta è positiva dormo tranquillamente, se non lo è, il sonno non è poi così tranquillo... Ciò che poi dicano, scrivano, strombazzino gli altri su di noi, mi creda, conta poco. Che lei sia motivo d’invidia e rancore lo si sa e non mi meraviglio che tali sentimenti negativi arrivino fino al buco della serratura. Si chiederà come mai tocca a lei la gogna? Non si meravigli, ultimamente qualche scrittore per fare business e nome ha voluto “vendere” la notizia che il dipinto di Leonardo da Vinci dell’Ultima Cena porta la testimonianza che l’amante di Gesù fosse Maria Maddalena, raffigurata nell’apostolo Giovanni. Gli scandali si vendono e gli acquirenti ci sono, anche per lei caro presidente.

A me prete è parso strano l’attacco che riceve soprattutto da parte di chi ha messo in ridicolo, in questi anni, ciò che la cultura umanistica e cristiana ha sempre fatto valere. Sono gli stessi politici e media che hanno sempre fatto valere i principi della nuova morale: l’inconsistenza del matrimonio, la necessità del divorzio, la libertà dell’aborto, la normalità di ogni tipo di famiglia, il sesso libero, la manipolazione genetica... Tutto ciò per molti politici non è morale, ma solo scelta ideologica. Eppure sono gli stessi contro di lei Presidente a chiedere il consenso dei cattolici per delegittimarla in nome della decenza, e della morale cristiana. Quanti ipocriti! Non mi fraintenda, presidente, non sto difendendola, ma solo voglio evidenziare l’ipocrisia di chi predica bene e razzola male.

Dopo queste affermazioni e riflessioni, caro Presidente, non posso tacere un richiamo, se mi è acconsentito come educatore o semplicemente come persona che ha superato (come lei) i 70 anni e sa che la sua “corsa” sta per arrivare al traguardo con la valigetta in mano (dove ci stanno i nostri vissuti) da consegnare al Padreterno. Su “Libero”, Vittorio Sgarbi gli ha chiesto di dire al popolo italiano che a lei piacciono le donne, si trova bene con loro, si diverte... Altri opinionisti, inquinati dal fumo delle candele, vorrebbero che lei si presentasse in “sacco e cenere” per chiedere perdono per aver turbato la sensibilità e la coscienza dei credenti. Io no, io le chiedo semplicemente di essere se stesso di confrontarsi con quella coscienza che mamma Rosa le ha lasciato impressa nel profondo della sua anima. So che questa “voce” c’è, è la voce di una donna semplice, buona, retta e forte che ha indicato a suo figlio il bene. Basterebbe ascoltare questa “voce” per cambiare qualcosa nella sua vita, caro Presidente. Interiormente, anche lei deve cambiare, se lascia spazio a quella “voce materna” che ha educato la sua coscienza e indicato la sorgente del bene, Dio. Questo cambiamento tutti lo dobbiamo fare. È il mio augurio.

Don Chino Pezzoli

domenica 28 giugno 2009

Afganistan : un nostro parà ferito ma solo sotto choc

domenica 28 giugno 2009, 07:00

Afghanistan Italiani sotto tiro: 2 assalti in 24 ore Ferito un parà

su Il Giornale

Una pattuglia italiana è stata attaccata ieri mattina a circa 40 chilometri da Farah, nella parte sud-occidentale dell’Afghanistan. Un militare ha subito un trauma da esplosione ed è sotto choc, ma le sue condizioni non destano preoccupazioni mentre ha riportato danni il mezzo sul quale viaggiavano, un Lince blindato.
L’unità, composta da paracadutisti della Folgore, è stata attaccata con un ordigno esplosivo posizionato lungo la strada. I soldati, secondo quanto riferito dal comando di Herat, erano in viaggio verso Bala Baluk, per garantire la sicurezza ad una caserma dell’esercito afghano che era stata attaccata dagli insorti. Nella stessa area, poco dopo l’esplosione, ha subito un attacco un’altra unità italiana, inviata in aiuto a forze afghane finite sotto tiro.

I militari italiani hanno risposto al fuoco eliminando la minaccia, riuscendo quindi a completare la manovra e a raggiungere le forze regolari di Kabul.

OLTRE I GIORNALI SPUNTA LA REALTÀ (click)

di Maria Giovanna Maglie

C’è un abisso tra il mondo reale e quello descritto da alcuni giornali italiani e da alcuni giornali stranieri. L’Italia, la sua immagine, quella del governo e del premier, non corrispondono in alcun modo al quadro catastrofico dipinto e sceneggiato da questi giornali. Non solo non risponde a verità l’osservazione espressa con certezza granitica secondo la quale saremmo divenuti lo zimbello del mondo, le avventure e le debolezze private di Silvio Berlusconi ci avrebbero tolto ogni credibilità internazionale; è vero piuttosto l’esatto opposto, come fra meno di due settimane i lavori di un G8 straordinario all’Aquila dimostreranno e confermeranno.
Naturalmente ognuno è libero di pensare che vicende private la cui rilevanza resta sempre, dopo tanti giorni, da dimostrare, costituiscano ragione di discredito politico. La Repubblica, l’Unità, il Times di Londra sono intitolati a rovistare nella spazzatura di fotografie sospettamente rubate da residenze private di proprietà privata o di testimonianze al di sotto di ogni sospetto che sbucano provvidenziali. Ai primi, ai giornali italiani, si può suggerire di imparare un po’ di educazione civica, quella che non c’entra niente con la censura, ma che c’entra col rispetto del proprio Paese, delle istituzioni democraticamente elette, insomma a cominciare a tenere nel debito conto quel che gli italiani votano invece di ergersi a tutori del pupo sprovveduto. Si potrebbe suggerire loro la parola, aborrita, patriottismo. Al secondo, un tempo compassato quotidiano che separava debitamente i fatti dalle opinioni, oggi scatenato emulo dell’Independent in antiberlusconismo, si può suggerire di indagare piuttosto che sulla pagliuzza nell’occhio altrui su quel bel trave che si ritrova in casa, fatto di crisi gravissima di partiti e corruzione senza pudore.
Ma non sarebbe un peccato mortale se a sostegno di queste teorie non venissero quotidianamente addotti gossip che pretendono di essere di altissimo livello europeo, indiscrezioni raccontate come può permettersi di fare chi conosce le segrete cose, rivelazioni clamorose che rivelano delle gigantesche balle, frutto al massimo di un desiderio che si confonde con la realtà. Mi è capitato di leggere che dietro la patetica iniziativa di alcune ricercatrici universitarie che hanno chiesto alle first lady del prossimo G8 dell’Aquila di non venire in Italia in segno di protesta per il disprezzo che Silvio Berlusconi mostra verso le donne, ci fosse qualche riscontro con una qualche realtà. A leggere la Repubblica ce n’erano moltissimi. Nel corso di un dibattito radiofonico mi sono sentita dire da una di queste ricercatrici che l’esigenza di una simile iniziativa era venuta all’intero mondo accademico e intellettuale europeo e internazionale. Bene, le signore ci saranno tutte, tutti i capi di Stato e di governo risiederanno all’Aquila nella scuola della Guardia di finanza, gli arredi saranno poi usati per le case dei cittadini colpiti dal terremoto. Avrete letto che addirittura Angela Merkel si stava preparando a disertare il vertice, sempre per la stessa dolorosa e giustificata ragione. Bene, il Cancelliere tedesco insieme al presidente francese non solo, e come è naturale, sarà presente al vertice, ma visiterà con Silvio Berlusconi i luoghi colpiti dal terremoto. Pensate come si sentiranno sollevati gli abruzzesi che, invece dell’abbandono e della solitudine alla quale chi viene colpito da una disgrazia naturale è stato abituato nel nostro Paese, vedranno i potenti della terra per alcuni giorni a contatto con la loro realtà quotidiana di sopravvivenza.
Avrete anche forse letto come qualche ben informato giornalista di politica estera sapesse che l’ambasciatore americano in Italia non veniva nominato, non già per le normali trafile burocratiche che sempre accompagnano queste scelte, non già perché il personaggio che il presidente degli Stati Uniti sceglie deve passare al vaglio, all’esame, alle interrogazioni e al voto del Senato americano, e dunque deve essere al di sopra di ogni sospetto, ma perché Barack Obama intendeva così dimostrare il fastidio per Berlusconi, insomma snobbava il nostro Paese per colpa del nostro impresentabile premier. Ebbene al momento giusto, cioè alla vigilia del G8, due giorni fa, il nuovo ambasciatore è stato nominato, si chiama David Thorne, parla perfettamente l’italiano perché ha vissuto in Italia, conosce la nostra realtà, è un esperto di Borsa e fondatore di una società di investimenti di alto livello, ha conoscenze e ampia esperienza diplomatica e politica, insomma è stato scelto un rappresentante di serie A. A questo punto come sempre la domanda è: e adesso pover’uomo? Già, adesso che cosa i fantasiosi cronisti giudiziari trasformati in analisti politici dei suddetti giornali inventeranno a sostegno di una teoria campata per aria? La verità è scomoda e sconcertante, a inventare vicende che non esistono, debolezze che non rispondono a realtà, si finisce col perdere lucidità e senso dell’informazione oltre che, naturalmente, un minimo di amor di patria.


mercoledì 24 giugno 2009

Attacco ai nostri Parà, oggi in Afganistan


Afghanistan, assalto a pattuglia di italiani: ferito un parà


Dalla home de Il Giornale
mercoledì 24 giugno 2009, 14:01

Herat - Un altro attacco agli italiani. Un paracadutista italiano del 183esimo reggimento Nembo è rimasto lievemente ferito questa mattina nella valle di Bala Murgab, nella provincia di Badghis, a circa 200 chilometri a nord di Herat, nel corso di un’importante operazione congiunta delle forze di sicurezza afgane e Isaf. Durante l’operazione, riferisce il comando di Herat, le nostre unità hanno subito un attacco. Il militare italiano è stato medicato sul posto e ha potuto proseguire l’attività. L’operazione militare era volta a eliminare ulteriori sacche di resistenza presenti nell’area di Bala Murgab, riferisce il comando di Herat con un comunicato.

Attacco Nello scontro condotto con armi portatili e razzi contro carri Rpg, è rimasto lievemente ferito uno dei paracadutisti del 183esimo reggimento Nembo. Il militare italiano, non ha riportato conseguenze, è stato medicato sul posto e ha potuto proseguire l’attività. "È invece deceduto un militare afghano e altri quattro sono rimasti feriti" si spiega nella nota, mentre sono rimasti leggermente danneggiati quattro veicoli Lince italiani che comunque hanno potuto proseguire l’attività. "La manovra per ottenere il controllo di questa zona fondamentale - spiega il comando di Herat - è stata complessa e articolata, condotta con azioni tattiche di truppe sul terreno e con il fuoco combinato e coordinato, di armi a tiro teso, una coppia di elicotteri Mangusta e mortai, sia dei paracadutisti italiani che dell’esercito afgano".

Altre azioni Anche ieri a sud, nell’area di Farah, i paracadutisti del 187esimo reggimento Folgore erano intervenuti a supporto dell’esercito afghano a seguito di un attacco che era stato condotto contro una loro base e nel corso del quale erano rimasti uccisi due militari. Nel corso di un successivo controllo in un villaggio in quell’area, i militari italiani hanno rinvenuto un ingente quantitativo di esplosivo, più di 100 fra bombe e razzi ed oltre 80 spolette. Il materiale, perfettamente funzionante, era pronto per essere impiegato per la preparazione di attacchi con ordigni esplosivi.

lunedì 22 giugno 2009

Vicino a Kabul

Afghanistan, attacco a convoglio italiano

Nessun ferito tra i soldati della Folgore, danni al veicolo. In altri attentati morti tre militari afgani e un bambino

KABUL - Serie di attacchi in Afghanistan. Vicino a Kabul un ordigno è esploso al passaggio di una pattuglia di militari italiani: nessuno è rimasto ferito, mentre un veicolo ha riportato notevoli danni. L'attentato è avvenuto alle 8.30 locali, le 6 in Italia, quando un blindato dell'8° Reggimento genio guastatori paracadutisti della Folgore, che stava effettuando un'attività di controllo e bonifica degli itinerari nel distretto di Chahar Asiab, a 20 chilometri da Kabul, è stato investito dall'esplosione di un ordigno artigianale improvvisato sistemato lungo la carreggiata. L'esplosione, riferiscono al comando del contingente italiano, ha coinvolto il primo mezzo della colonna: nessun ferito tra i paracadutisti, mentre un veicolo ha riportato «seri danni». L'attività condotta dall'unità del Genio era prevista nell'ambito di un'operazione congiunta contro gli insorti nella valle di Musahi tra i paracadutisti del 186° Reggimento della Folgore e i militari dell'esercito afgano. L'operazione è tuttora in corso.

MORTI TRE SOLDATI E UN BAMBINO - Nel sud della provincia di Kandahar un kamikaze a bordo di un'auto si è lanciato contro un altro convoglio militare, uccidendo tre soldati afgani. Feriti altri cinque soldati e due passanti. Un portavoce dei talebani ha rivendicato l'attacco. Nella parte orientale del Paese è esploso un deposito di munizioni, uccidendo un bambino di 6 anni e ferendo una ventina di persone. È accaduto in una base militare vicino a Jalalabad, nella provincia di Nangarhar. Il bambino è stato colpito dai proiettili vaganti. Tra i feriti ci sono anche due soldati. Il deposito conteneva armi inutilizzate, immagazzinate nell'ambito del processo di disarmo dei gruppi tribali. Le violenze degli insorti afgani sono raddoppiate di intensità negli ultimi due anni, nonostante la presenza di 90mila soldati stranieri, e nelle ultime settimane hanno raggiunto livelli record con l'avvicinarsi delle elezioni presidenziali in programma il 20 agosto.

OAS_AD('Bottom1');
22 giugno 2009

domenica 21 giugno 2009

Ancora una voce sull'Afghanista (click)

900 pugliesi e lucani in
Afghanistan per difendere la pace

di GAETANO CAMPIONE

È una guerra che non c’è. Perché se ne parla sempre poco, solo quando ci sono i nostri morti o i nostri feriti. È una guerra lontana, invisibile, necessaria - paradossalmente - per mantenere la pace. Dove non possiamo attaccare, ma solo difenderci. E lì, in Afghanistan, in località difficili da trovare anche sulle cartine geografiche, dai nomi insignificanti come Bala Murghab, Farah, Herat, c’è un consistente pezzo di Puglia e di Basilicata. Per gli amanti delle statistiche, rappresentano più del 30 per cento dei 3mila italiani impegnati in questo teatro oper at ivo. Quasi 900 uomini, volti e storie diversi che raccontano l’umanità delle nostre genti. Una miscela di doti militari e buon senso, perché le guerre di oggi si vincono se si riesce a conquistare non il territorio, ma il cuore del nemico. Ecco, allora, la costruzione di scuole, ponti, ospedali. Che purtroppo, da sola, non basta. Per difendere e mantenere la pace, nella polveriera afgana, ora bisogna combattere, fare la guerra. Insieme al mandolino del capitano Corelli, dobbiamo impugnare il fucile mitragliatore. Le forze armate del Terzo millennio sono cambiate. Basta leggere le risposte dei militari alle interviste.

Ci sono professionalità, consapevolezza di quanto si sta facendo, sacrificio. Nessuno nasconde le difficoltà di una missione carica di incognite e di rischi. I cittadini con le stellette sono diventati gli ambasciatori di un Belpaese diverso da quello rappresentato a casa, sganciato dall’immagine del paese reale, forte della dignità internazionale conquistata missione dopo missione. Tra i pugliesi e i lucani di Kabul e Herat prevalgono le motivazioni della scelta di vita. Si indossa la divisa non per il riscatto sociale o il tornaconto economico (naturalmente, c’è anche questo aspetto). La motivazione umanitaria collegata alla vita militare è un collante indistruttibile.

Intanto, è iniziata la campagna elettorale per le presidenziali che il 20 agosto daranno all’Afghanistan il secondo presidente eletto a suffragio universale della sua storia. L’avvenimento politico equivale alla benzina gettata sul fuoco. I talebani vogliono dimostrare che il paese non è sotto il controllo di Hamid Karzai, che la sicurezza è un miraggio, nonostante gli sforzi della comunità internazionale: sotto le bandiere della Nato e degli Stati Uniti ci sono 90mila soldati, 21mila dei quali americani. Ed altri 400 militari italiani si aggiungeranno al contingente di 2.800 uomini già schierati sul territorio. Gli analisti prevedono l’in - tensificarsi delle azioni dei talebani, i cui attacchi sono aumentati del 40 per cento solo nell’ultima settimana. Le cattive notizie, dunque, sono in agguato. Dal punto di vista politico, Karzai, il rpesidente uscente, resta il favorito, nonostante il tasso di fiducia nei suoi confronti sia passato dall’83 per cento del 2005 al 52 per cento di oggi. Karzai, però, è impegnato a tessere una ragnatela di alleanze, alcune senza scrupoli, finalizzate alla rielezione. A cominciare dal vicepresidente designato, Mohammad Qasim Fahim, ex signore della guerra tagiko. Poi, è arrivato il sostegno dell’uzbeko Abdul Rashid Dostam e quello dell’az ero Haji Mohammed Mohaqiq. L’Afghanistan, infatti, è un mosaico di etnie, con le quali bisogna fare accordi o scontri. Tra i tanti avversari, quelli più credibili sono l’ex ministro dell’economia Ashraf Ghani (che ha aperto la campagna elettorale invitando tutti gli afghani ad incontrarlo nella sua abitazione di Kabul) e l’ex ministro degli esteri Abdullah Abdullah (che ha invece riunito i suoi sostenitori in un albergo della capitale). Ma tra i 41 volti sui manifesti è pur sempre quello di Karzai il più odiato dai talebani, che hanno cercato di ucciderlo già quattro volte.

In questo pentolone si muovono i nostri militari pugliesi e lucani impegnati - come ha ricordato il generale Rosario Castellano, comandante del contingente - ad evitare la destabilizzazione del paese. All’inizio di luglio, nella zona di Herat, a responsabilità italiana, arriveranno altri 900 militari, tra italiani, spagnoli e sloveni, per rafforzare il contingente internazionale. Cosa cambierà? L’impegno sul territorio da controllare. Quindi le pattuglie, i rischi. Come in ogni conflitto. L’importante è non dimenticarsi di questo spicchio di Puglia e Basilicata impegnato a fare la guerra per mantenere la pace.

venerdì 19 giugno 2009

El Mundo Afghanistan Brigata Folgore in combattimento

Collegato all'articolo.

In Afghanistan gli italiani combattono e l'Espresso fa disinformazione (click)

19 Giugno 2009

In Afghanistan la situazione si surriscalda. Finalmente anche in Italia iniziano a giungere notizie di ciò che sta accadendo realmente in quel Paese: i “nostri” non sono lì a distribuire caramelle, ma intraprendono veri e propri combattimenti, riportando spesso danni e feriti. Non sempre, però, queste informazioni sono riportate correttamente. Poco zelo nella verifica delle notizie o malevolo tentativo di manipolarle a scopo politico?

Da qualche giorno un filmato imperversa in rete. Dal sito del quotidiano spagnolo El Mundo.it ha fatto il giro del mondo. È firmato da Mónica Berbé, giornalista spagnola freelance che da anni si occupa di Afghanistan. Titolo: Así es la guerra en Badghis. Contiene le immagini esclusive di combattimenti condotti a Bala Morghab, 200 chilometri a nordest di Herat, provincia di Badghis, la zona “calda” da cui, ultimamente, giungono notizie di duri scontri condotti dall’esercito afgano che, appoggiato dalle truppe Isaf, cerca di strappare porzioni di territorio agli insorgenti.

In Italia il filmato ha suscitato, ovviamente, scalpore. È stato ripreso da tutti i più importanti quotidiani sui rispettivi siti internet. Qualcuno, però, lo ha spiegato accompagnandolo con informazioni a dir poco “inesatte”.

“Ecco cosa significa l’intesa di Silvio Berlusconi con Barack Obama: ecco cosa significa un maggiore impegno in combattimento delle nostre truppe insieme con i marines in Afghanistan. Questo video di El Mundo mostra una delle battaglie in corso a Bala Murghab nelle ultime ore”, si legge, sul sito di “L’Espresso.it”, nel testo che accompagna le immagini girate da Mónica Berbé. Il testo dell’Espresso.it è datato 17 giugno. Barack Obama e Silvio Berlusconi si sono incontrati il 15 giugno. Gli scontri mostrati nel video non sono delle “ultime ore”, bensì del 10 giugno. Ben prima, dunque, dell’incontro tra Obama e Berlusconi.

“Io ero lì quel giorno - afferma il Magg. Marco Amoriello, portavoce del RC-West, il Comando Regionale Ovest, la zona dell’Afghanistan sotto responsabilità italiana - e ho incontrato la giornalista Mónica Berbé. Non era al nostro seguito, bensì al seguito dei militari americani”.

Questa la ricostruzione dei fatti: il 10 giugno scorso, nella valle di Bala Morghab, l’esercito afgano, con il supporto dei militari italiani e americani, conduce una delicata operazione, che dura circa sei ore. Si tratta, come sempre, di riconquistare al controllo dell’esercito regolare afgano alcune porzioni di territorio. Mentre due elicotteri italiani A129 Mangusta "fissano" i nemici sul terreno (tradotto vuol dire che, sparando, li tengono "impegnati"), da terra si effettua un’operazione "a tenaglia", circondando le forze insorgenti e neutralizzandole. Bilancio: 90 insorgenti uccisi. Tra questi anche due importanti capi talebani. Due elicotteri italiani rimangono danneggiati.

La complessità delle operazioni che stavano per avere luogo aveva spinto il Comandante dell’Rc-West, Gen. Rosario Castellano, a recarsi sul posto. Durante gli scontri, il generale e gli uomini della sua scorta seguono l’evolversi degli eventi da un fortino che si trova su un’altura a circa 5 chilometri dal luogo della battaglia e a circa 2 dalla base avanzata italiana di Bala Morghab, la FOB “Todd”. Il fortino è regolarmente presidiato dalle forze di sicurezza afgane e dai militari americani. È al seguito questi ultimi che si trova la giornalista spagnola.

Improvvisamente, come si vede dal filmato di El Mundo, alcuni colpi raggiungono il fortino, ma “non erano i colpi della battaglia che si stava svolgendo nella valle, a 5 chilometri di distanza - prosegue il maggiore Amoriello nel suo racconto - bensì proiettili “volanti”. A un certo punto arrivavano colpi da ogni direzione”. La scorta del gen. Castellano mette in salvo il Comandante, che si allontana dal fortino a bordo di un blindato Lince. Niente immagini di combattimenti condotti dai militari italiani, quindi, ma l’operazione di messa in salvo del comandante da parte degli uomini della sua scorta. Vale a dire il compito per il quale sono addestrati.

Gli italiani, quindi, rientrano in base. Restano gli americani e gli afgani a rispondere al fuoco. E la giornalista spagnola a documentare. Con l’aggiunta, tuttavia, di qualche particolare ad hoc. “Gli uomini che sparavano in direzione del fortino erano vicini - puntualizza Amoriello - ma non così vicini da poter essere raggiunti dal lancio di una bomba a mano”, come invece si vede fare a un militare americano.

Intanto, in Italia, iniziano a uscire agenzie stampa che parlano di danneggiamenti a due elicotteri italiani. Lo Stato Maggiore della Difesa dirama un comunicato per raccontare l’operazione appena conclusa. Non menziona il gen. Castellano e quanto è accaduto nel fortino. Non è stata quella la vera battaglia: i veri scontri sono quelli che si sono svolti a 5 chilometri da lì.

È normale che immagini del genere scuotano l’opinione pubblica italiana. Fino a poco tempo fa, le uniche notizie che arrivavano dall’Afghanistan riguardavano costruzione di scuole, strade e ponti. E la distribuzione di aiuti umanitari. Il tutto faceva parte di una strategia tutta e solo politica che aveva l’obiettivo di non scombinare equilibri parlamenti già precari.

Finalmente anche l’Italia sta scoprendo cosa succede e cosa stanno facendo veramente i nostri militari in Afghanistan. Sacrosanto discutere se sia giusto o meno starci. Nessuna motivazione, però, può giustificare uno scorretto uso di queste informazioni. Meno che mai a scopi politici.

La difficile situazione afghana. Esiste un'uscita?

La guerra in Afghanistan procede ormai da molti anni, e non soltanto non è prossima la fine, ma non si intravede neppure in quale modo si possa raggiungerla. Il contesto strategico è particolarmente difficile, per ragioni sia militari, sia politiche.

In Iraq alla lunga l'azione militare americana è riuscita a sfiancare, anche se non distruggere, le forze irregolari nemiche, tuttavia in Afghanistan la situazione è ben diversa. La guerriglia irachena non aveva quasi veri "santuari protetti", ossia basi al di fuori del raggio d'azione americano, mentre invece i Talebani hanno alle loro spalle gli immensi territori pashtun (etnia che vive nell'Afghanistan meridionale e nel Pakistan settentrionale, e rappresenta il nerbo dei Talebani) del Pakistan. Le forze militari pakistane non sono in grado di controllare la regione, quelle NATO non possono accedere nel territorio di uno stato sovrano e, se lo facessero, il rischio sarebbe di uno scontro diretto con l'esercito regolare pakistano, oppure una disintegrazione del Pakistan.Mao insegnava come la prima condizione per il successo di una guerriglia sia l'esistenza di basi sicure, al di fuori della capacità del nemico di colpirle. Lo stato maggiore francese, durante la guerra in Algeria, affermò testualmente che la "guerriglia popolare di lunga durata, se dispone di "santuari protetti", è praticamente invincibile". Anche in Vietnam la sconfitta fu determinata dal fatto che, come scrisse dopo il conflitto il generale Westmoreland, gli USA avevano dovuto combattere come "un pugile che tiene un braccio legato dietro la schiena": era impossibile invadere il Vietnam del nord, per ragioni politiche pressanti, e quindi la guerriglia meridionale era continuamente risorgente. L'esercito regolare si trova quindi dinanzi ad una sorta di idra di Lerna, che non può essere soffocata.
Le forze regolari impegnate sul campo possono senz'altro distruggere determinati reparti nemici, recuperare il controllo da date zone, dopo però devono subire il ritorno offensivo del nemico, che ha tempo e modo di organizzarsi al di fuori della portate dei suoi avversari. E' una classica situazione dell'anti-guerriglia, che difficilmente conosce esito positivo per l'esercito regolare, a meno che non riesca a distruggere i "santuari protetti".

Malgrado gli sforzi fatti, larga parte della popolazione afghana continua a simpatizzare coi Talebani. Diverse ragioni concorrono a tale situazione: la tradizionale chiusura delle varie tribù, fiere della propria indipendenza, ad un occupante straniere e sconosciuto, motivazioni religiose, interessi economici, ostilità nei confronti di eserciti percepiti quale causa di una guerra distruttiva.
Gli stessi alleati della NATO sono decisamente infidi. Il 50% del PIL afghano si fonda sulla coltivazione dell'oppio, e non esistono certo altre colture che abbiano uno stesso valore sul mercato e che gli Afghani possano coltivare2) è ammesso dalle stesse autorità NATO che la coltivazione dell'oppio risulta cresciuta dopo il 2001, cioè dopo l'invasione dell'Afghanistan. Già i Talebani avevano cercato di estirpare parte delle coltivazioni, per motivi religiosi, senza riuscirvi appieno perché il loro potere si basava inparte sull'alleanza con i "signori della guerra" locali. La NATO, per conquistare l'Afghanistan, ha dovuto ricercare l'alleanza con questi stessi "signori della guerra", i quali hanno così "cambiato cavallo". La metà meridionale dell'Afghanistan di fatto è controllata dai Talebani. Le regioni settentrionali, in cui questi sono più deboli, risultavano invece sotto il dominio sociale ed economico dei capi tribali locali, grandi trafficanti. Pretendere di estirpare l'oppio equvale a perdere la loro alleanza, cioè a perdere il controllo anche del nord. Lo stato afghano praticamente non esiste, e Karzai è soprannominato "il sindaco di Kabul". Chi ha potere effettivo sono le tradizionali autorità tribali esistenti in loco, per mentalità ed interessi del tutto estranee, anzi ostili, all'idea stessa di stato e di potere centrale.


Bisogna ricordare come l'Afghanistan, malgrado si trovi in un territorio strategicamente importantissimo, sin dall'Antichità, non potè comunque mai essere controllato in modo permanente da potenze straniere: Indiani, Persiani, Macedoni, Cinesi, Arabi, Mongoli, Russi, Inglesi, Sovietici, tutti prima o poi fallirono nell'intento. La terribile geografia e morfologia del territorio, desertico, montuoso, labirintico, ed il carattere e lo stile delle popolazioni che vi abitano, hanno costituito nei millenni degli ostacoli insormontabili alla sua conquista, anche da parte di forze militari espertissime, come i Mongoli o gli Inglesi.
La NATO in Afghanistan non ha al momento una chiara strategia di vittoria, né sul piano militare (i "santuari protetti"), né su quello politico (l'ambiguità dei suoi alleati stessi e l'ostilità di buona parte della popolazione). L'invio di nuove forze è una necessità ineludibile, ma non è affatto sufficiente, anzi rischia, come è accaduto in molti casi analoghi, di finire col rafforzare la guerriglia, tramite una intensificazione delle operazioni belliche e quindi un accrescimento della disaffezione della popolazione civile, che inevitabilmente ne risentirà in modo negativo.

Gli antidemocratici muovono un'altra volta i carri armati in toga (click)


Non ci cascate più, che siate elettori del centrodestra o del centrosinistra, anzi se siete di centrosinistra, non fatevi mortificare nella vostra libera scelta politica da questi patetici tentativi di golpe riciclato. Riflettete che l'opposizione al governo non solo commette l'errore tremendo di non riconoscere il voto della maggioranza dei cittadini, fa di peggio, pur di attaccare, colpire, ammazzare il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, se ne infischia della situazione del Paese. Non sono democratici, tutto qui. Di voi, della crisi economica, della necessità di un governo autorevole che governi l'emergenza, che è poi un’emergenza mondiale, delle richieste che anche ieri ha autorevolmente e giustificatamente avanzato il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, non gli importa. Questo film l'ho già visto, correva l'anno 1993, il pentapartito aveva il cinquantatré virgola due per cento, lavoravo alla Rai, ero la prima corrispondente donna, a New York dopo otto mesi di fatiche, rischi, super lavoro, tra Bagdad, Amman, Gerusalemme. Ero popolare e apprezzata, lavoravo duro. Da un giorno all'altro diventai ladra, imbrogliona, ambasciatrice di Bettino Craxi e perciò stesso non credibile e criminale; certi servi, come l'allora direttore del tg2, Alberto La Volpe, si liberarono di frustrazioni ataviche, un delizioso killer come Pierluigi Celli, lo dico perché lui per primo lo ha scritto, dichiarato, ammesso, mi fecero fuori con tali argomenti infami e tali accuse pretestuose, eppure rimbalzanti su qualunque quotidiano moltiplicate per cento anche rispetto alla bugia iniziale, che cedetti e me ne andai. Peggio per me, me l'avevano mandato per tempo a dire di fare il Giuda e salvarmi la pelle. Quando sei mesi dopo finì con un'archiviazione, gli stessi giornali che mi avevano concesso l'onore ripetuto della prima pagina, scelsero un trafiletto a fine giornale. Avevano allora deciso di scoprire che i partiti si finanziavano illecitamente, in realtà il finanziamento illecito alla politica era sempre esistito. Il Partito comunista, poi ribattezzato, i soldi li prendeva dall'Unione Sovietica, oltre che dalle tangenti nostrane della Coop, ma questo alle Procure di rosso togate (che errore fu lasciare ai comunisti reclutati i concorsi in magistratura per un paio di decenni) non sembrò rilevante. Gli Stati Uniti ambivano ai mercati dell'Est post comunista, c'era anche un oscuro magistrato che aveva frequentato molto, e molto si era accreditato, o provato a farlo, tale Antonio Di Pietro. Cito questo modesto ricordo personale solo per spiegare che di complotti e complottini siamo in molti a ricordare la storia, non perché mi voglia ergere a protagonista, ho sempre pensato che mi fosse caduta addosso solo una tegola del tetto della prima Repubblica, niente di più, ho sempre coltivato per qualche minuto al giorno il perseguimento della vendetta, ho sempre tenuto nel mio cuore l'apprezzamento, e il dolore per la fine di Bettino Craxi. Massimo D'Alema è uno dei suoi assassini. Forse con lui hanno ammazzato anche se stessi, le loro possibilità di farsi socialdemocratici, riformisti, blairisti prima di Tony Blair, ma non lo hanno mai capito. Tanto è vero che ci riprovarono nel 1994, dopo che il Cav ci aveva salvato, e da allora non hanno mai smesso, oggi stanno sparando a raffica, uno sparo per ogni voto perso. Non importa che Silvio Berlusconi abbia il partito più grande della storia d'Italia. Non contano le regole democratiche, pensateci bene. Oggi ripartono da Bari, anzi dall'intera Puglia. Leggete la storia con tutti i suoi dettagli che vi racconta Gianmarco Chiocci, controllate e paragonate i nomi dei magistrati, a partire proprio da Michele Emiliano, sindaco di Bari e segretario regionale del Pd, dalle sue indagini sulla missione Arcobaleno, una roba scottante per Massimo D'Alema. Finì in niente, lui però diventò sindaco. Io non so se il presidente del Consiglio inviti nelle sue dimore o barche, tutte guadagnate con le sue attività imprenditoriali, troppe ragazze, forse ha questo debole, condiviso con molti maschi italiani. Il mio giudizio morale non riveste valore politico. Voglio però sapere se questa debolezza ha qualcosa a che vedere con il governo del Paese. Se, come me, credete che non debba essere così, fatelo capire al senza macchia, o no, Massimo D'Alema.

martedì 16 giugno 2009

Afghanistan: come sarà rimodulata presenza Italia (click)

Roma, 16 giu (Velino) - Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha accolto con favore la proposta presentata dal premier Silvio Berlusconi di rimodulare la presenza militare italiana in Afghanistan. La decisione è piaciuta a Obama in quanto risponde alle richieste degli Usa e dei comandanti della missione Isaf. Innanzitutto - almeno per il periodo delle elezioni ma non è escluso un prolungamento a tempo indeterminato -, ci sarà il rafforzamento del nostro contingente a Herat. Ai militari di stanza nella regione occidentale se ne aggiungeranno circa altri 500. Quattrocento verranno dall’Esercito, 40 dall’Aeronautica e 114 dal Corpo di reazione rapida della Nato di Solbiate Olona (Nrdc). A loro, si aggiungeranno un centinaio di carabinieri, impegnati nella missione di addestramento delle forze di sicurezza locali. Sul fronte dei mezzi, invece, arriveranno due aerei da trasporto C-27 J “Spartan” e tre elicotteri AB-212 per l’evacuazione medica e con compiti di ricerca e soccorso in zona operativa (Csar). Infine, l’Italia invierà altri due aerei Tornado ma, come ha confermato il ministro della Difesa, Ignazio La Russa nei giorni scorsi “solo con compiti di ricognizione e intelligence”. Non è comunque escluso che nel prossimo futuro possano essere inviati nella regione occidentale nuovi assetti.

In particolare il Comando operativo di vertice interforze (Coi), la struttura militare che sovrintende a tutte le missioni all’estero, pensa di inviare i veicoli blindati medi (Vbm) “Freccia”. Berlusconi non ne ha discusso con Obama perché i mezzi sono in fase di produzione alla Iveco Fiat-Oto Melara, e non c’è certezza che possano essere consegnati entro i tempi previsti per l’invio dei rinforzi. Comunque, in previsione di un loro prossimo impiego, tra i 400 militari dell’Esercito, l’ipotesi più accreditata è che venga schierata a Herat una compagnia rinforzata della brigata Pinerolo, che avrà in dotazione i “Freccia”. Si tratta di un’unità netcentric prevista dal programma Forza Nec (Network enabled capabilities), un progetto congiunto Difesa-Industria nato per sviluppare un sistema integrato di comunicazioni e di acquisizione delle informazioni, basato sulle nuove tecnologie informatiche. In pratica si tratta di collegare, in maniera diretta e immediata, ogni singolo soldato e mezzo con il centro decisionale. La brigata Pinerolo è stata scelta per la sperimentazione, tanto che al suo interno ha un’unità speciale “digitalizzata”: il 31esimo reggimento Carri di Altamura con in dotazione i Vbm.

Inoltre, la Pinerolo, porterà con sé il nuovo fucile d’assalto Beretta Arx-160, presentato recentemente e sviluppato come elemento del sistema “Soldato del futuro”. I primi 1.600 esemplari dell’arma saranno destinati ad equipaggiare la brigata e l’Afghanistan sarà un ottimo campo per testare i fucili, i “Freccia” e l’unità stessa, studiata proprio per interfacciarsi al meglio e implementare il dialogo e lo scambio di informazioni in tempo reale con gli alleati. Infine, Berlusconi ha annunciato a Obama che è allo studio l’eliminazione definitiva dei caveat legati alla possibilità che le nostre truppe entrino in azione su richiesta degli alleati. A oggi c’è un vincolo di sei ore di preavviso (durante il precedente esecutivo era di 76 ore) e il Cavaliere starebbe pensando di annullarlo, rendendo i militari disponibili da subito, come richiesto più volte dai comandanti statunitensi della missione Isaf. Di fatto non ci saranno cambiamenti sostanziali per le nostre truppe in quanto non cambieranno i loro compiti, l’area d’intervento e le regole d’ingaggio; senza contare che le sei ore sono di media il tempo fisiologico necessario ai militari per prepararsi a intervenire dopo aver ricevuto una richiesta. Si tratta però di un gesto simbolico. Annullare qualsiasi limite significa dare negli Stati Uniti (che comandano la missione Isaf) massima fiducia. Sia operativa sia politica.

Oltre all’invio di più militari e mezzi e all’eliminazione dei caveat, l’Italia pensa anche a rimodulare geograficamente la sua presenza nella regione occidentale dell’Afghanistan. L’idea, ipotizzata da La Russa recentemente, è quella di trasferire la gestione dell’area meridionale della provincia di Farah ai militari Usa. In particolare da Delaram (dove il passaggio di consegne è già avvenuto) a Bala Boluk, Bakwa, Khak-e-Safid e Gulistan. Il contingente italiano, invece, dovrebbe rinforzare la sua presenza a Shindand - l’area di confine tra Farah ed Herat - e nella provincia di Badghis. L’area è sempre stata considerata “difficile” nella regione Ovest dell’Afghanistan in quanto si estende per 20.951 chilometri quadrati (è grande quasi come la Lombardia) e vi abitano più di 400 mila abitanti. Inoltre, fino all’anno scorso quando la provincia passò dalla responsabilità spagnola a quella italiana, era considerata l’unica provincia occidentale non sotto controllo Nato, e Madrid vi aveva schierato “appena” 300 soldati della brigata Rey Alfonso XIII.

Il territorio, peraltro, è morfologicamente “difficile”, poiché montuoso e difficilmente percorribile via terra. Nella zona, inoltre, si è creata un’ingente sacca di guerriglieri stabili, a cui periodicamente se ne aggiungono altri che transitano verso sud o nord attraverso passi montuosi noti solo a loro. In particolare, l’ultima ondata di miliziani arriva dalla vicina Ghowr, area nella quale durante l’inverno sia Isaf – la missione Nato in Afghanistan -, sia Enduring Freedom – l’operazione antiterrorismo a guida Usa -, vi hanno spinto gli “insurgents”, obbligandoli a raggiungerla a seguito del forte pressing esercitato nel sud e nel centro sud. A ciò si aggiungono anche i miliziani provenienti dal nord (Faryab), che grazie all’innalzamento delle temperature hanno visto i passi di montagna riaprirsi. In cambio della rimodulazione e di queste nuove aperture, però, Berlusconi ha chiesto a Obama la partecipazione completa per le nostre truppe al circuito delle informazioni d’intelligence “Four eyes”, co-gestito da Usa e Gran Bretagna, ma al quale hanno pieno accesso anche Canada e Olanda. Finora, invece, i dati del sistema a cui l’Italia accedeva erano limitati - con il minimo storico durante il governo di Romano Prodi - esclusivamente a discrezione dei vertici militari della forza Nato. Peraltro il fatto che l’Italia si appresti ad assumere in Afghanistan un ruolo più importante è confermato anche dal fatto che si terrà a Roma (il 22 e il 23 giugno presso il Nato Defence college) la conferenza degli addetti stampa di Isaf.
(fbu) 16 giu 2009 15:16

sabato 13 giugno 2009

AFGHANISTAN

STIAMO TOGLIENDO TERRENO AI TALEBANI 12/6/09

Colloquio con Gianandrea Gaiani

Andrea Pira

Venerdi' 12 Giugno 2009
«La maggiore presenza delle truppe alleate e afghane sul territorio sta sicuramente togliendo terreno ai talebani, andando nelle zone che prima erano sotto il loro controllo». Gianandrea Gaiani, direttore della rivista “Analisi Difesa” ed esperto di questioni militari, spiega così i recenti attacchi ai soldati italiani in Afghanistan.

Dottor Gaiani cos'è cambiato nell'area sotto il comando italiano in Afghanistan?
“Ci sono due fattori importanti che riguardano in generale l'Afghanistan e in particolare il settore italiano. Il primo fattore è che sono aumentate le truppe alleate. Ci sono i rinforzi americani e ci sono anche i rinforzi italiani. Bisogna ricordare che fino a due mesi fa, nel settore ovest, c'era solo un battaglione di manovra italiano ad Herat, che si divideva un po' in tutta la zona. Ora sono due, uno a Farah, l'altro sempre ad Herat, ma operativo anche più nord, a Bala Morgab. In questo modo, raddoppiando la presenza sul territorio, puoi non solo difendere, ma anche andare ad insidiare il territorio tradizionalmente in mano ai talebani. Ma c'è anche un secondo fattore”.

Quale?
“L'esercito afghano, addestrato da consiglieri internazionali, anche italiani, ha migliorato molto le proprie capacità. La stessa battaglia di Bala Morgab, definita decisiva dal comando Nato, ha visto impegnati due battaglioni delle truppe di Kabul. Questo è molto importante perché fino all'anno scorso avevano un ruolo molto marginale. Ora che queste forze sono operative si può andare a togliere il terreno ai talebani. E per questo si ha un aumento della conflittualità”.

I combattimenti fanno però cadere l'immagine dell'esercito italiano impegnato esclusivamente nell'opera di ricostruzione. Qual è la sua opinione in proposito?
“É un'immagine che aveva soprattutto un valore politico più che militare. La missione Isaf, della quale facciamo parte, ha sempre avuto come obbiettivo primario quello di garantire e riportare la sicurezza e l'autorità governativa. Oggi la presenza militare permette di svolgere questo compito e il rispetto delle caratteristiche della missione Isaf. Senza la sicurezza e il controllo del territorio è difficile ricostruire. Oggi le forze sono lì per riportare la sicurezza in molte aree dell'Afghanistan e da questo si potrà poi ripartire. Questo, naturalmente, in un'analisi strettamente militare e non politica”.

Il comandante uscente della Nato, generale John Craddock, oggi si diceva «frustrato» e lamentava la mancanza di truppe.
“Molti paesi europei hanno inviato truppe, limitandone però l'operatività, con poche eccezioni. Craddock si è sempre lamentato di questo, spesso in maniera poco diplomatica, creando qualche attrito tra Usa e Gran Bretagna, che hanno fatto la guerra, e gli altri paesi europei. Tra i paesi della Nato coinvolti, solo pochi, forse una decina, sono veramente in guerra. L'Italia, con qualche limite, è oggi uno di quelli che non si tira indietro”.

venerdì 12 giugno 2009

Herat

venerdì 12 giugno 2009, 09:00

Afghanistan, un parà: "Vi racconto l’imboscata"
di Fausto Biloslavo

Due giorni di guerra nell’Afghanistan occidentale, con i nostri parà impegnati su più fronti in aspri combattimenti contro i talebani. Decine di fondamentalisti in armi uccisi e tre feriti fra i ragazzi della Folgore. «Ho visto il fumo nero che si alzava dagli obiettivi colpiti, le esplosioni di razzi Rpg e dei colpi di mortaio. Tre ore di fuoco ininterrotto contro duecento talebani, in mezzo a una valle fra alberi e campagne» racconta il maggiore Marco Amoriello portavoce del contingente italiano a Herat.

Mercoledì era in prima linea, a Bala Murghab, dove i paracadutisti con il basco amaranto si sono battuti come leoni al fianco dei soldati afghani. Ieri mattina i talebani sono tornati ad alzare la cresta, a 400 chilometri di distanza in linea d’aria, nella provincia di Farah. Un’imboscata a due pattuglie italiane del 187° reggimento paracadutisti, ognuna composta da una ventina di uomini.
Fra le 8 e le 9 afghane (11 italiane), quando le pattuglie si sono separate, è scattato l’attacco con una valanga di fuoco, per fortuna di armi leggere. Gli italiani hanno risposto al tiro, ma un parà sceso dal blindato Lince per reagire è stato colpito da un proiettile al piede. Un altro ragazzo della Folgore è rimasto ferito alla spalla e al braccio sinistro. Un paracadutista che sparava con la sua mitragliatrice pesante dalla botola sopra il blindato si è beccato un proiettile vicino alla clavicola, nella parte alta del petto. Le pattuglie si sono sganciate, gli elicotteri Usa della base di Farah hanno evacuato i feriti all’ospedale da campo americano. Anche il più grave, quello colpito vicino alla clavicola, è stato operato e non rischia la vita.

L’imboscata è avvenuta una quarantina di chilometri a nord di Farah, sulla famigerata statale 517. «L’autostrada per l’inferno», che porta alle roccaforti talebane di Shewan e Bala Baluk. Gli insorti aspettavano i soldati italiani al varco dopo il rastrellamento nella stessa zona scattata nella notte fra mercoledì e giovedì. «I nostri uomini sono incappati in un forte concentramento di insorti che hanno aperto il fuoco» spiega al Giornale il generale Marco Bertolini, capo di Stato maggiore della missione Nato in Afghanistan. I paracadutisti e le blindo corazzate Dardo del primo reggimento bersaglieri «hanno manovrato aggirando la minaccia sul fianco e fatto male a quelli che ci attaccavano».

Poche ore prima si era svolta un’altra battaglia durissima sul fronte nord dello schieramento nella vallata di Bala Murghab. Dal castello, una fortezza antica che domina la zona, il generale Rosario Castellano, comandante del settore ovest della Nato, ha assistito allo scontro. L’ennesima operazione dell’offensiva Toofan (tempesta) iniziata a metà maggio. Sul terreno sono stati impegnati circa 240 uomini fra militari afghani ed i paracadutisti del 183° Nembo, del 185° reggimento acquisizione obiettivi e i guastatori di Legnago. Di fronte oltre duecento talebani, che non volevano mollare. «Le nostre truppe sono state ingaggiate da un attacco meticoloso e preciso.

Il crepitare delle armi leggere e il rumore sordo di quelle pesanti echeggiava nella valle. I talebani sparavano ai parà, che li aggiravano sui fianchi» racconta Amoriello. Uno dei Lawrence d’Arabia italiano, che addestra i soldati afghani del 207° corpo d’armata, ha sentito il continuo ticchettare dei colpi di kalashnikov sulla corazza del mezzo. Per tre ore si combatte in mezzo alla vegetazione, a distanza ravvicinata, lanciando bombe a mano. «In appoggio sono arrivate due coppie di Mangusta, a ondate successive, che volteggiavano sulla valle» racconta Amoriello.
Gli elicotteri d’attacco hanno lanciato razzi e sparato con il micidiale cannone rotante sul muso. «Due Mangusta sono stati colpiti da armi leggere», mentre i parà del 185° dirigevano il tiro dei mortai di 120 millimetri dal fortino di Bala Murghab. «Sono stati eliminati diverse decine di insorti e due importanti capi talebani della zona», conferma Amoriello. Cinque afghani sono rimasti feriti, compreso un capitano che da una barella ha detto al generale Castellano: «I suoi paracadutisti stanno andando coraggiosamente all’assalto al fianco dei miei soldati».

La notte prima, quando erano già iniziate le scaramucce è accaduto un piccolo miracolo. «Un padre di famiglia afghano ha portato sua moglie con le doglie alla nostra base» racconta Amoriello.

La donna temeva di morire per il parto o nel fuoco incrociato della battaglia. Un medico italiano e una dottoressa americana l’hanno fatta partorire, mentre fischiavano le pallottole. La bambina è salva e si chiama Zimba.

giovedì 11 giugno 2009

AFGHANISTAN, LA GUERRA CONTINUA (click)


Di qualunque Arma voi siate vi sono vicina col pensiero e col cuore.

venerdì 5 giugno 2009

IO VOTERO' BERLUSCONI . E VOTERO' PERCHE' RITENGO L'ASTENSIONE UN ERRATO MODO DI AIUTARE IL CAMMINO DEMOCRATICO DEL PAESE.

Pubblico le parole inviatemi da Luca Bagatin pur dissentendone, perché sono opinioni civilmente espresse ed in un paese libero le opinioni devono liberamente circolare.

Cari amici lettori,
le ho attese per cinque anni, con grande speranza, proprio perché credo all'Europa.
Ad un'Europa libera, democratica, laica, civile, americana nel senso più ampio del termine.
All'Europa dei Popoli, sognata da Ernesto Rossi, Altiero Spinelli, da quelli del Manifesto di Ventotene.
Le ho attese sempre con grande speranza, queste Europee, votando sempre e comunque con convinzione - quando era ancora possibile votare - per forze laiche e liberali.
Quando non vi erano antidemocratici sbarramenti.
Oggi, queste elezioni europee, non mi entusiasmano nemmeno
un po'. Mi disgustano e non vorrei dedicar loro più di questa sommessa mail.
Una mail che vuole più che altro trasmettere il messaggio del prof. Massimo Teodori: storico, studioso e politico italiano.
Il prof. Teodori la pensa esattamente come me e nessuno meglio di lui avrebbe potuto esprimere un pensiero così alto.
Alto, al di là ed al di sopra di queste elezioni non democratiche, che vorrebbero convincerci di votare.
Un caro saluto.

Luca Bagatin
www.lucabagatin.ilcannocchiale.it

Messaggio del prof. Massimo Teodori, inviato a mezzo Facebook

Non posso votare Berlusconi perché è mille miglia lontano dai miei valori ideali e politici, dalla mia cultura e dal mio senso del diritto e dello Stato.
Non posso votare il Partito democratico che non mi dà alcun affidamento per un sano riformismo laico e liberale.
Non posso votare Casini perché la sua rincorsa clericale non è neppure degna della tradizione della balena bianca.
Non possono votare Di Pietro perché detesto il giustizialismo, il populismo e la demagogia.
Non posso votare la Lega perché non ho nulla a che fare con il localismo e l’etnofobia.
Non posso votare le destre che mi sono congenialmente estranee.
Non posso votare “Sinistra e libertà” e i Comunisti perché avverso le tendenze che hanno impedito la nascita di una sinistra riformatrice in Italia.
Non posso votare i pannelliani perché il culto della personalità e il vittimismo sono la caricatura del radicalismo laico e liberale.
E non mi posso neppure turare il naso, come aveva detto Salvemini nel 1953 ancor prima di Montanelli, perché ho un gran raffreddore, e resterei soffocato.
Quindi mi asterrò. Conosco il disvalore dell’astensione. Ma la mia non è un’indicazione politica: è solo la fedeltà alla mia coscienza.

Massimo Teodori
www.massimoteodori.it