domenica 13 dicembre 2009

PICCOLA ODISSEA QUOTIDIANA (click)

Un breve colloquio, ma che fa molto pensare e denuncia una situazione insostenibile.

venerdì 11 dicembre 2009

Sosteniamo l'opera aderendo al Comitato (clik)

LA SINISTRA CI VUOL PORTARE ALLA ROVINA. (click)




Assurdo: la Regione manifesterà contro il Ponte

di: Giovanni ALVARO
giovedì 10 dicembre 2009

Rimane solo da ridere
Siamo giunti alle comiche finali: la sinistra è proprio nel pallone, in totale confusione mentale. Non c’è altro modo per dipingere la scelta della Giunta Regionale dalla Calabria (Governatore Loiero) di aderire alla manifestazione No Ponte che si terrà nei prossimi giorni, poco prima della posa della prima pietra da parte del premier Silvio Berlusconi che avverrà il 23 dicembre 2009 e che sarà sostenuta da una forte presenza popolare.

Se è legittimo e normale assumere una determinata posizione in riferimento ad un problema, ad un’opera o a un provvedimento di qualunque natura, non lo è per la Regione Calabria in riferimento al Ponte sullo Stretto se prima non scioglie il nodo della sua partecipazione societaria nella Società ‘Stretto di Messina’ vendendo le proprie quote azionarie.

Si dà il caso, infatti, che la Regione Calabria detiene il 2,6% delle quote azionarie della Società, che ha nominato propri rappresentanti in quella Società, e che la ragione sociale della stessa è la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina. Le comiche di cui parlavamo all’inizio stanno proprio in questa assurda situazione: essere finanziatori della Società che persegue l’obiettivo di realizzazione dell’attraversamento stabile dello Stretto e contemporaneamente boicottarlo, non in modo sotterraneo, ma addirittura palese, infischiandosene che le quote azionarie siano state acquisite con il denaro dei propri concittadini. Che la filosofia del partito di lotta e di governo, e il tradizionale’ benaltrismo’, vengano usati dai gruppuscoli è legittimo, non è accettabile che a cavalcare queste filosofie sia la Regione che con quest’atto sfiora il codice penale: uso del denaro pubblico per opere che non intende realizzare.



No al Ponte con tanto di firma rossa
La vicenda, in definitiva, presenta risvolti che dimostrano la vacuità di una classe dirigente senza reali capacità politiche se non quelle di assecondare le spinte di gruppuscoli verdi, rossi o arcobaleno che siano, che sanno dire solo NO; e non sanno guardare al di là del proprio naso. Non riescono a trarre profitto dall’ultimo flop realizzato con la manifestazione dello scorso 1 dicembre che ha registrato una partecipazione di circa 300 vocianti manifestanti. Pensano che sia possibile nascondere, anche a se stessi, la cruda realtà che vede un’opinione pubblica lontana mille miglia dal loro atteggiamento di rifiuto.

Pensano che basti portare in piazza, il prossimo 19 dicembre, alcune migliaia di partecipanti per capovolgere la situazione, facendo finta di non capire che le truppe cammellate che vengono spostate ad ogni manifestazione, con decine di autobus, servono a fare scena ma non servono a far cambiare idea alle popolazioni locali e alla maggioranza degli italiani che hanno le tasche piene delle menzogne sparse senza ritegno, dei delfini la cui rotta sarebbe ‘disturbata’ dall’ombra del Ponte, delle catastrofi predette da tecnici in cerca di autore, dei professoroni universitari convinti che il ‘verbo’ stia solo a sinistra e rinunciano alla loro autonomia intellettuale.

Ignorano, e crediamo realmente, che il Ponte non è un giocattolo, che esso non serve per attirare milioni di turisti (e questo tra l’altro non guasta a territori che hanno vocazione turistica), ma è parte integrante di un percorso (il corridoio 1 Berlino-Palermo) che deve captare il grosso
ponte subito logo.jpg
Sosteniamo l'opera aderendo al Comitato
del traffico commerciale che transita nel Mediterraneo e che è pari al 30% del traffico mondiale. Manca loro la capacità di capire che quell’Alta Velocità che oggi si ferma a Salerno sarà necessariamente allungata per tutto il corridoio che arriva a Palermo. L’uso del corridoio farà risparmiare alle merci 5 o 6 giorni di navigazione tra Nord Europa e Medio ed Estremo Oriente. E Calabria e Sicilia dovranno attrezzare e sviluppare i propri porti che diventeranno vere e proprie cerniere tra Italia e Paesi rivieraschi.

Se non si ha idea di cosa sarà il Ponte si continui pure con i NO-Day. Noi invece siamo per i SI-Day: si allo sviluppo, si alle infrastrutture, si all’aggancio del Sud al treno europeo, si al turismo, ma soprattutto SI a nuove classi dirigenti delle quali il Mezzogiorno ha estremo bisogno.

Giovanni Alvaro - Comitato 'Ponte Subito'

giovedì 10 dicembre 2009

W L'ITALIA E GLI ITALIANI (click)

Leggete qui e capirete

http://sarcastycon.wordpress.com/2009/12/07/ayatollah-tettamanzi-2/#comment-3143

martedì 8 dicembre 2009

BUON NATALE AI NOSTRI SOLDATI (click)


Missione di pace in Afghanistan

La Brigata nell’inverno di Herat
Il lento disgelo tra le genti logorate dalla guerra e gli uomini e le donne della Sassari
di Pier Luigi Piredda
HERAT. La neve ha già imbiancato le cime delle montagne dell’Afghanistan, ma nelle vallate la temperatura è ancora mite. Anche piacevole durante il giorno, quando il sole ancora caldo riesce a incunearsi tra le nuvole. Ma quando tramonta, dietro le catene montuose al confine con l’Iran e il Turkmenistan, il termometro scende a precipizio. All’alba, quando nella piana di Herat risuona l’inno dei Dimonios per annunciare l’alzabandiera, la sabbia è ancora ricoperta dalla brina, che però giorno dopo giorno si sta trasformando in ghiaccio.

Sta arrivando l’inverno in Afghanistan, in ritardo rispetto al solito. Nel cielo ancora terso, i ragazzi fanno volare i loro aquiloni colorati: sì, proprio come racconta Khaled Hosseini nel suo libro best seller «Il cacciatore di aquiloni». Sono coloratissimi gli aquiloni che solcano il cielo e riescono a far stare col naso all’insù anche i soldati della Brigata Sassari impegnati nella missione di pace Isaf. Colorati come lo zafferano che le donne dei villaggi raccolgono e preparano con cura mentre i bambini giocano con gli aquiloni. Sono gli unici momenti di distrazione e di distensione in una missione difficile e pericolosa.

Ma anche carichi di commozione, perché con gli aquiloni i «sassarini» fanno volare i loro sogni e i loro pensieri verso la casa lontana, le mogli, le fidanzate, i genitori, i figli.
Gli aquiloni che attraversano il cielo correndo all’impazzata dietro le nuvole e accendendo appassionati combattimenti riescono a distrarre i terroristi, che hanno allentato la pressione. Forse anche perché la gloriosa Brigata è riuscita dove altri prima di loro avevano fallito: entrare nel cuore della gente.

È un lavoro duro quello che il generale Alessandro Veltri, comandante della Sassari, e i suoi collaboratori stanno svolgendo da oltre un mese in una terra devastata dalla violenza e lacerata da odi tribali. Ma dopo un primo periodo di tensione e di guardingo ambientamento e interscambio culturale, ora la situazione sta migliorando e la Brigata sta cominciando a raccoglierne i frutti.


Sorrisi e scambi di doni quasi quotidiani durante gli incontri con gli anziani dei villaggi, oltre naturalmente all’impegno sul territorio e, soprattutto, gli aiuti a una popolazione ormai allo stremo delle forze, costretta a rispettare i rigidi rituali imposti dalla fede e a sottostare alle violenze dei Talebani, che stanno ancora cercando di riprendersi quel feroce potere che avevano instaurato, basandolo sulla violenza e sull’ignoranza. Che aveva fatto precipitare l’Afghanistan indietro nel tempo e nel caos più totale, dopo i lunghi anni di guerra con la Russia e la suddivisione delle aree tra i “signori della guerra”. Decine di anni in cui i bambini non hanno visto altro che divise, carri armati, bombardamenti, sparatorie, violenza. Gli atavici odi tribali tra Pashtun (la maggioranza della popolazione), Azari e Tagiki esasperati e trasformati in guerre di territorio.

La Brigata sta lavorando sul campo proprio per ricucire questi rapporti logorati e, soprattutto, rasserenare gli animi e far conoscere alle nuove generazioni quella pace vera che tutti sognano e che nessun afghano è ancora riuscito ad accarezzare.
A Herat, nel nord ovest dell’Afghanistan, c’è la sede del Comando regionale ovest della Nato nell’ambito dell’operazione Isaf (International Security Assistance Force), un comando multinazionale e interforze guidato dal generale Alessandro Veltri con la Brigata Sassari, che ha la responsabilità della regione occidentale. Il Regional Command West (Rcw) è uno dei 5 comandi regionali in cui è suddiviso l’Afghanistan e nell’area operano circa 5000 militari, di cui più della metà sono italiani.

La missione affidata al Comando della regione occidentale dell’A fghanistan è quella di condurre operazioni in supporto al governo afghano per l’affermazione e il mantenimento delle condizioni di sicurezza, con il coinvolgimento delle forze di sicurezza afgane, allo scopo di estendere l’autorità e l’influenza governativa, facilitare la ricostruzione e contribuire alla stabilità. Il Comando ovest svolge pattugliamenti lungo oltre 600 chilometri di territorio impervio, attraverso la Ring Road, la strada principale che collega tutto l’Afghanistan.
(08 dicembre 2009)

lunedì 7 dicembre 2009

COSI' SI DIFENDE LA PROPRIA PATRIA...

...e il Popolo cui si appartiene :

Perche' il mondo ci odia?

Siamo stufi di imbrogli, siamo stufi di essere diffamati. Stufi marci.

Per fortuna piano piano anche gli israeliani, sempre un po' fatalisti e troppo tolleranti, incominciano a protestare, a denunciare, a voler chiarire i fatti.

Per anni il leit motiv , inventato tanto tempo fa, da Shimon Peres, e' stato "lasciamoli dire tanto parleranno sempre male di noi".

Per anni e ancora oggi, esiste una grande riluttanza a combattere la stampa straniera che dipinge gli israeliani come "i cattivi" e nessuno ha mai capito il motivo di questo atteggiamento, nemmeno molti israeliani.

Esiste, infatti, un grande dibattito interno, da anni ormai, da quando e' iniziata la seconda intifada nel 2000 e Israele, colpito da decine di attentati terroristici al giorno, veniva comunque descritto dai media internazionali come il colpevole.

I media israeliani protestano contro questo atteggiamento masochista dei governi israeliani. Perche'? perche'? perche'? Questa e' la domanda che tutti si pongono.

Eppure anche con l'ultima guerra a Gaza, l'operazione Piombo Fuso, sia il governo che l'Esercito hanno commesso gli stessi errori, esattamente come durante la seconda guerra in Libano contro Hezbollah.

Noi, in Israele, venivamo informati ora per ora su quello che accadeva e sapevamo tutto quello che i nostri soldati facevano per salvare la popolazione civile palestinese.

Sapevamo che loro, i palestinesi, usavano i civili come scudi umani, gli ospedali e le scuole come depositi di armi, lo sapevamo noi ma queste informazioni non uscivano.

Sapevamo che, per la prima volta nella storia, un esercito avvisava con milioni di telefonate e di biglietti gettati dagli aerei la popolazione civile a entrare nei rifugi.

Sapevamo anche che hamas impediva ai civili di farlo.

Ma queste informazioni non uscivano da Israele e il mondo ci odiava per i poveri palestinesi che morivano, Internet era invasa da maledizioni contro di noi e chi poteva cercava di arginare tutto questo odio, senza troppi risultati in verita'. L'odio e' troppo radicato per poterlo scalfire.

Poi e' arrivato Goldstone, ma che strano! con tutti i giudici che esistono e' stato scelto proprio un ebreo....che coincidenza! Ogni sua parola contro Israele doveva pesare doppio, triplo:

"e' un ebreo che condanna! Israele assassini di bambini".

Questo si leggeva su internet e noi venivamo colti da travasi di bile!

Goldstone, come previsto, per essere piu' realista del re ha ascoltato hamas e in base alle testimonianze di hamas ha redatto il suo rapporto di condanna a Israele che si era rifiutato di collaborare.

Perche' il rifiuto? Perche' il rapporto sarebbe stato una farsa, una scusa in piu' per condannare e demonizzare Israele.

Ma allora gridatelo al mondo, caspita!

No, siamo stati in silenzio ad ascoltare l'odio che ci si riversava contro.

E' intervenuto un soldato straniero, un colonnello inglese, Richard Kemp, per dire che

" L'IDF ha fatto , per salvare la popolazione civile di Gaza, piu' di qualsiasi altro esercito nella storia".

Dobbiamo smettere di essere masochisti, dobbiamo difenderci e parlare se no saremo complici dell'odio che il mondo intero prova per noi.

Basta col lasciamoli dire!

Incominciamo a urlare la verita'.

Da sempre il signor mondo ascolta compiaciuto tutte le menzogne e diffamazioni che i palestinesi e i loro finanziatori dicono contro Israele.

Il mondo ascolta le ONG, soprattutto quelle israeliane che, ohibo', guarda caso, ma che sfortunata coincidenza, sono tutte finanziate dalla Comunita' Europea.

Ohibo' ohibo'.

B'tselem ha ricevuto nel 2007/8 qualcosina come 151.000 euro.

E lo stesso per Adalah, Break the silence e tutte le altre.

Ohibo', ohibo', ohibo' come si puo' pretendere che non dicano tutto quello che l'Europa antisemita vuole?

Il mondo ascolta e gode, gode e condanna, condanna e perseguita, perseguita e boicotta.

Basta.

E' doveroso dire che non e' sempre colpa nostra perche' anche quando l'IDF organizza conferenze stampa per i giornalisti stranieri quello che esce sui media e' quasi sempre solo diffamazione e menzogna.

Allora aveva ragione Shimon Peres che , nella sua immensa saggezza, diceva "inutile fare la fatica di difenderci, tanto parleranno sempre male di noi".

Arafat ha passato 40 anni a diffamare Israele, il mondo ai suoi piedi.

Si sperava che con la sua morte sarebbe finita l'era dell'amore per i terroristi da parte del mondo occidentale e invece no, tutto continua come prima: Ahmadinejad viene fatto parlare alle Nazioni Unite e nelle universita' ( le stesse che impediscono ai premier israeliani di parlare), si permette che quotidianamente minacci la scomparsa di Israele e se Israele protesta viene accusato di essere visionario.

In Svizzera hanno detto no ai minareti e tutti a strapparsi i capelli "ahhhh impediscono la liberta' di cultooooo, vergogna, vergogna marciaaaaa" . Bene, peccato che nessuno di questi difensori della liberta' di culto abbia mai detto una parola perche' agli ebrei e' vietato salire a pregare sul Monte del Tempio dove esiste il Santo dei Santi , il luogo piu' sacro per l'ebraismo.

Strano altresi' che gli stessi critici del referendum svizzero abbia approvato la legge che aboliva il crocefisso dagli uffici pubblici e scuole italiani.

Strano.

Questo essere islam dipendenti e' molto strano e si spiega solo colla paura e il desiderio di compiacere i prossimi padroni d'Europa.

Forse e' per questo che Hamas e Hezbollah sono rispettati e riveriti e nessuno protesta per il ricatto cui e' sottoposto Israele per la liberazione di Gilad Shalit.

E' odioso parlare di questo dopo Auschwitz.

E' odioso sapere che Israele sia l'unico paese al mondo di cui si discute ogni giorno, ogni stramaledetto giorno, il diritto all'esistenza.

E' odioso pensare che i bambini ebrei di tutto il mondo, compreso Israele, devono entrare a scuola passando attraverso la sicurezza armata.

E' odioso pensare che le sinagoghe e i cimiteri ebraici siano costantemente dissacrati.

E' odioso sapere che le maggiori sinagoghe debbano essere costantemente circondate da polizia e carabinieri, in Italia.

E' odioso constatare che un presidente degli Stati Uniti ordini agli ebrei dove abitare.

E' odioso sapere che oggi, proprio oggi, l'Unione Europea decidera' sulla nostra pelle se regalare ai palestinesi Gerusalemme est come capitale, rischiando un'ennesima guerra.

Nel 1995 il Congresso USA riconobbe Gerusalemme, tutta unita, Capitale di Israele e legifero' che nel 1999 l'ambasciata USA doveva trasferirisi da Tel Aviv a Gerusalemme dove aveva gia' acquistato il terreno per la costruzione.

E' odioso pensare che nessun presidente USA ha avuto il coraggio di rispettare questa legge.

E' triste rendersi conto che tutti hanno paura dei palestinesi, una paura tale da credere ad ogni loro menzogna, compresa la fola della fame a Gaza dove tutti sono grassi e pasciuti e armati fino ai denti.

"I palestinesi soffrono" e' il ritornello di ogni bastardo pacifista.

Soffrono? E allora perche' non fanno la pace?

Semplicemente perche' non gli interessa e perche' gli fa piu' comodo restare come sono e spremere soldi ( hanno ricevuto ieri altri 64 milioni di Dollari dalla Banca Mondiale) e far passare Israele per cattivo e intransigente perche' si rifiuta di scomparire.

E' la loro tattica dal 1967.

Sarebbe ora che il mondo occidentale credesse a Israele e, finalmente, incominciasse a difenderlo dalla solita odiosa demonizzazione.

Sarebbe ora soprattutto che Israele dicesse a questo mondo ingiusto e partigiano: BASTA!

Deborah Fait

domenica 6 dicembre 2009

BENTORNATA FOLGORE !

Foto : paracadutisti del 183° Reggimento a Bala Murghab

di Alberto Scarpitta
15 novembre - La Brigata Paracadutisti Folgore ha festeggiato il 14 novembre la Festa della Specialità, alla presenza del Presidente del Senato Schifani e delle più alte cariche militari. La cerimonia, che si è svolta presso lo Stadio Comunale di Livorno, prevedeva anche il passaggio di consegne tra il Comandante cedente, generale. Rosario Castellano e il subentrante Federico D’Apuzzo. La celebrazione, che cadeva in concomitanza con il 67°’anniversario delle ultime fasi della battaglia di El Alamein, ha assunto quest’anno un carattere ancor più solenne, coincidente con il rientro della brigata da un lungo e travagliato schieramento nel difficile teatro operativo afgano. La Folgore ha infatti garantito il comando, la struttura portante e la maggior parte delle pedine operative del nostro contingente ISAF da aprile alla fine di ottobre, il periodo forse più difficile sinora affrontato dai nostri soldati in quella terra lontana. Il turno di missione dei parà è stato caratterizzato da una crescente attività degli insorti che intendevano opporsi con ogni mezzo al proseguimento del processo di normalizzazione della regione ed in particolare impedire il regolare svolgimento delle votazioni politiche di agosto. La presenza dei paracadutisti in Afghanistan ha visto pertanto un’impennata dell’attività operativa del contingente, con i nostri reparti impegnati ad assumere finalmente l’iniziativa per agire nell’ambito del mandato ricevuto da ISAF per il controllo del territorio, operando a fianco dei reparti dell’esercito afgano, assistiti e diretti dai nuclei OMLT, Operational Mentoring and Liason Team. A queste attività si aggiungono gli abituali interventi di tipo umanitario effettuati a favore della popolazione locale nel quadro delle attività CIMIC di cooperazione civile-militare, principale ragion d’essere del Provincial Reconstruction Team (PRT) di Herat, posto sotto il nostro comando. Durante la loro permanenza in teatro i paracadutisti hanno subito un numero molto elevato di scontri a fuoco che hanno causato molti dei 74 feriti sofferti dalla Folgore, ma che hanno sempre fatto registrare una impeccabile reattività, grande coraggio ed eccellenti qualità professionali, testimoniate anche dai molti osservatori. In tutti gli episodi la Folgore ha mantenuto il controllo della situazione, assolto il compito nell’ambito del mandato ricevuto ed eliminato la minaccia, infliggendo forti perdite agli assalitori, travolti da una potenza di fuoco largamente superiore (fondamentale in tal senso l’apporto degli elicotteri da combattimenti AW 129 Mangusta). L’attività dei baschi amaranto è stata funestata purtroppo anche da numerosi attentati, effettuati per lo più con ordigni esplosivi improvvisati, ma di potenza ed insidiosità crescenti. Questa escalation è culminata con la morte di un paracadutista il 14 luglio a Farah e nel sanguinoso episodio di Kabul del 17 settembre, costato la vita a sei paracadutisti. Il triste tributo di sangue dei nostri soldati è divenuto ancora più pesante in ottobre con l’ottava vittima, appartenente al 4° Reggimento Alpini Paracadutisti, rimasta mortalmente ferita dal ribaltamento di un Lince durante un trasferimento notturno. La celebrazione di Livorno ha voluto pertanto unire idealmente l’orgoglio di chi ha con coraggio e determinazione assolto un compito gravoso con la triste commemorazione delle perdite subite, un ricordo fraterno e commosso, ma non disgiunto dalla fierezza che sempre ha caratterizzato i nostri paracadutisti anche nei momenti più dolorosi. Vogliamo qui ricordare che la brigata, che ha esercitato per il periodo del proprio mandato il comando del Regional Command West, l’area di nostra pertinenza nell’ambito del dispositivo alleato di ISAF, schierava in teatro tutti i suoi reggimenti di fanteria paracadutista. Il grosso era dislocato nella regione occidentale, dove erano presenti, oltre al generale Castellano ed al suo Staff, il 183° Nembo ad Herat ed il 187° Folgore a Farah, con basi operative avanzate (FOB) a Bala Baluk e Shouz. il 186° era stanziato invece nell’area di Kabul, con la base avanzata Sterzing posta all’imbocco della valle del Musahi, in prossimità della capitale. A questi reparti organici si aggiungevano ovviamente elementi dell’8° Reggimento Genio Guastatori, assegnati in supporto nelle varie basi, e distaccamenti delle due pedine FOS della brigata, il 9° Col Moschin e il 185° RRAO, inseriti nella Task Force 45 di Forze Speciali.

sabato 5 dicembre 2009

lunedì 30 novembre 2009

Breve profilo di Joze Pirjevec, alias Giuseppe Pierazzi

Il signor Joze Pirjevec proviene da una famiglia di esuli, parte di quei 50.000 Sloveni e Croati che trovarono rifugio in Italia nel 1945, scappando ai propri connazionali ed ottenendo cittadinanza italiana. Tito massacrò nel 1945, al termine del conflitto e poco più tardi, centinaia e centinaia di migliaia di suoi compatrioti slavi. I fuggiaschi in Italia scamparono in tal modo a certa morte da parte dei titini.
Joze Pirjevec crebbe vivendo quasi sempre in Italia, frequentando le scuole italiane ed abitando a Trieste, nel quartiere di S. Giovanni. Sebbene all’anagrafe fosse registrato con nome e cognome sloveni, egli sino al 1973 firmò le sue opere storiche con la forma italianizzata di Giuseppe Pierazzi. Nel 1984 scrisse sul quotidiano di Trieste, “Il Piccolo” un articolo il cui titolo recitava: “Le foibe sono una realtà che brucia sulla coscienza di noi sloveni”.
Dopo la dissoluzione sanguinosa della Jugoslavia, stato nato con la violenza e nella violenza fra le sue varie etnie, e crollato con la violenza e nella violenza fra le sue varie etnie, Pirjevec ha chiesto ed ottenuto la cittadinanza slovena, cumulandola a quella italiana.
Si è candidato più di una volta nelle liste del locale partito ex comunista sloveno (malgrado il nome, il LDS è un partito di post-comunisti, come, mutatis mutandis, il PD italiano), erede ideologico dei “titini” a cui i suoi genitori ed egli stesso sfuggirono solo con la fuga in Italia.
Alcune osservazioni sulla sua attività accademica:

1) Un suo lavoro, scritto e pubblicato unicamente in lingua slovena, s'intitola "Trst je nas" ("Trst je naš!" Boj Slovencev za morje (1848-1954), riprendendo il motto dei titini che invasero l'Istria e Trieste, e presenta la storia della volontà annessionistica slovena verso Trieste, durata per oltre un secolo, dal 1848 al 1954.

2) Un altro suo libro (Vojna in mir na Primorskem), anch'esso scritto e pubblicato unicamente in sloveno, invece adopera la categoria di "Primorskem", ovvero di "Litorale sloveno", per indicare la Venezia Giulia. Il termine ed il concetto di "litorale sloveno" sono storicamente del tutto falsi, poiché gli Sloveni prima del 1945 non abitavano, e non avevano mai abitato, nelle aree costiere, tranne la piccola minoranza di Trieste. In particolare, l'Istria era a maggioranza italiana da sempre, e gli Sloveni risultavano circa il 10% della sua popolazione, e presenti unicamente nell'area più interna e settentrionale. La nozione di "Primorskem" è una creazione dell'ideologia nazionalista slovena per giustificare la propria occupazione di territori, come Capodistria in cui Pirjevec insegna, da sempre, letteralmente da sempre italiani.

3) La sua ultima opera accusa continuamente gli Italiani di “nazionalismo”, “razzismo” verso gli Slavi, e persino di una sorta di revanscismo d’ispirazione fascista, e sulle foibe e l’esodo appoggia le tesi storiografiche della vecchia sinistra comunista e filo-jugoslava.

4) Recentemente, Pirjevec ha commentato le parole del presidente croato Stjepan Mesić, Mesic nel gennaio del 2009 ha affermato che sloveni, oggi, guarderebbero il mare da venti chilometri di distanza se non ci fossero stati i partigiani croati, che negli ultimi giorni della seconda guerra mondiale avevano lanciato vittoriose offensive verso Trieste, "liberando" così l’Istria e il cosiddetto "Litorale". Questa affermazione è stata definita “scandalosa” e “vergognosa” da numerosi esponenti politici di Lubiana.
Pirjevec è intervenuto nella disputa, scrivendo che “La liberazione dell’Istria e del Litorale sloveno è una questione molto complessa che non può venire ridotta all’episodio conclusivo tra l’aprile e il giugno del 1945, anche se il presidente Mesić ha ragione quando mette in rilievo il grande ruolo dei combattenti croati”. Inoltre, ha aggiunto: "Mi rattristano le attuali dichiarazioni di Mesić, perché parlando di alcune tensioni con la Croazia ci spingono a far baruffa su temi marginali. Le baruffe non sono necessarie né alla Slovenia, né alla Croazia, ma rendono felici una terza parte, sapete a chi mi riferisco.”
Pirjevec ha comunque espresso il suo apprezzamento per la figura di Mesic, poiché ha saputo criticare il presidente italiano Napolitano quando ha parlato di "pulizia etnica" in riferimento all'operato degli Slavi in Venezia Giulia.
Insomma, Pirjevec parla di "liberazione" (?) dell'Istria, territorio a maggioranza italiana sino al 1945 e del "cosiddetto "Litorale sloveno" (anch'esso territorio a maggioranza italiana sino al 1945), rivendica il ruolo storico positivo dei combattenti titini del IX corpus (i massacratori delle foibe ed i responsabili dell'esodo) ed invita i politici croati e sloveni a non disputare sugli eventi del 1945, poiché l'Italia potrebbe trarne vantaggio.
E' lecito dire che un simile intervento e tali parole manifestano le preoccupazioni ideologiche e politiche di Pirjevec nel suo occuparsi di storia?

5) Ha avuto dall'associazione slovena "Tigr" un'onorificenza per i propri lavori storici. Il "Tigr" fu un'organizzazione di nazionalisti slavi operante in Venezia Giulia negli anni '20 del XX secolo e responsabile di diversi atti di terrorismo. Quella attuale esistente ne riprende il nome: alcuni suoi membri erano presenti a Corgnale quando torme di Sloveni armati ed inferociti impedirono una manifestazione italiana di commemorazione delle foibe.


Il sottoscritto ha reperito queste informazioni tramite varie interposte persone, e sarà lieto di correggerle od ampliarle qualora si renda opportuno o possibile.
Si lascia ogni commento sulla vicenda umana ed intellettuale di Pirjevec alias Pierazzi al lettore. Chi scrive ha solo una domanda da porre: uno storico può conservare la sua imparzialità ed obiettività, requisiti imprescindibili per la propria attività professionale, anche quando si è candidato in un partito, ed ha ammonito uomini pubblici d'evitare certe diatribe storiografiche per ragioni appunto d'opportunità politica?

domenica 29 novembre 2009

LETTERA AL'ON.DENIS VERDINI

Egr. On. Denis Verdini

e p.c. ai parlamentari del PDL.

Sono un simpatizzante del PDL, almeno per ora.

Vorrei farLe presente che ho sempre votato nell’area di cdx anche prima della costituzione del nuovo partito, oggi ho delle forti perplessità a continuare a votare il partito di cui Lei è il coordinatore, data la presenza dell’on. Fini ormai orientato verso una sinistra obsoleta e logora che lui chiama farefuturo.

Non passa giorno che lui ed i suoi seguaci, intralcino il lavoro, già di per sé difficile, di questo governo, con dichiarazioni degne di Di Pietro.

Inoltre quella presentazione al 22/23 dicembre della legge sulla cittadinanza breve, in combutta con il PD , è al di fuori di ogni logica e soprattutto contraria al mandato che noi elettori Vi abbiamo conferito.

Sarà mia cura controllare quali deputati del PDL abbiano votato per questa legge, al fine di non votarli mai più.

Oltre a questo ho riscontrato, la mancata difesa di SB, dalla magistratura rossa, da parte del presidente della camera ed anche una certa “tiepidezza” da parte del resto del partito.

La lettera che le sto scrivendo, pur essendo a titolo personale, è condivisa da moltissime mie conoscenze sia reali che di web.

Posso quindi dire, che alle prossime regionali, se troviamo in lista candidati finiani, non esiteremo a votare per altro partito che dia garanzie sull’immigrazione, sulla sicurezza e che contrasti lo strapotere di questa Europa che si sta profilando orwelliana. Un’ Europa che svilisce tutte le nostre tradizioni, che annienta la nostra cultura, che porterà alla fine della Civiltà occidentale. Cerchiamo almeno di salvare l’Italia, non tanto per noi quanto per i nostri figli.

Distinti saluti

P.S

Se avesse del tempo Le consiglio di leggere questi post, con i relativi commenti sono una minima parte di quello che gira sul web di questo tenore. Non sottovaluti la “base” del CDX, non è trinariciuta.

http://sauraplesio.blogspot.com/2009/11/per-fare-futuro-il-piu-grave-dei.html

http://orpheus.ilcannocchiale.it/2009/11/26/io_non_ci_sto.html

http://laltrasponda.blogspot.com/2009/11/nono-e-meglio-non-fare-futuro.html

http://mangoditreviso.blogspot.com/2009/11/fare-o-durare.html

http://blacknights1.blogspot.com/2009/11/orgogliosamente-stronzo.html

http://gio88-giova.blogspot.com/2009/11/nuova-perla-dei-finioti.html

http://sarcastycon.wordpress.com/2009/11/27/fareschifo/

giovedì 26 novembre 2009

Sulle foibe e l'esodo uno sconcertante libro negazionista e filo-titino

Giuseppe Parlato, rettore dell’università S. Pio V, ha commentato su “Libero” (http://www.iltricolore.org/modules.php?name=News&file=article&sid=1097) un libro scritto dallo “storico” sloveno Pirjevec e dedicato al tema delle foibe e dell’esodo degli Italiani dalle terre orientali perdute:
“Pensavamo che la questione delle foibe, dell’esodo e di tutto quello che era successo tra il 1943 e il 1947 nella Venezia Giulia, nell’Istria, a Fiume e in Dalmazia fosse avviata su una buona strada: la storia prevale sulla politica; il metodo degli studi, rigoroso e serio, prescinde dalle passioni e dalle ideologie; si riconosce la necessità di fare entrare quelle vicende nell’ambito di una memoria pubblica. Lo pensiamo ancora, anche se il volume scritto e curato per Einaudi dallo storico sloveno Joze Pirjevec fa davvero pensare il contrario, spostando indietro nel tempo il clima, l’approccio, le interpretazioni del fenomeno.
Foibe. Una storia d’Italia (pp. XVIII-376, euro 32) è un volume che si muove su un’unica tesi di fondo: le foibe sono un’operazione politica che ha consentito all’Italia, dopo la caduta del Muro di Berlino e dopo la crisi politica di Tangentopoli, di recuperare destra e sinistra in nome del vecchio nazionalismo che aveva gli stessi connotati di quello fascista.” Le critiche del rettore Parlato al lavoro di Pirjevec sono molte e ben argomentate, e di per sé sufficienti a respingerne la validità.
Avendo avuto modo di consultare lo scritto in questione, mi permetto da parte mia di aggiungere alcune considerazioni. Questo “storico” sloveno pretende di ricostruire il passato operando dei drastici tagli nella propria analisi, per cui egli omette tutti gli accadimenti storici che infrangerebbero la sua tesi. Tale sua arbitraria selezione del materiale, consistente nell’espungere i dati contrari alla sua ricostruzione, risulta sistematica nel corso della trattazione, che parte sin dall’Ottocento.

1) Egli così non parla dell’alleanza fra governo austriaco e nazionalisti slavi nella persecuzione anti-italiana del periodo 1868-1918, che condusse alla scomparsa dell’italianità della Dalmazia, regione che era stata italiana sin dai tempi dell’antica Roma e slavizzata a forza in circa mezzo secolo, e rischiò di fare lo stesso in Venezia Giulia. Il Pirjevec non parla delle violenze anti-italiane degli Slavi durante il dominio austriaco, della chiusura di scuole, giornali, centri culturali, delle espulsioni di massa di Italiani, dei cognomi italiani slavizzati, dell’immigrazione massiccia di Slavi dalle zone rurali del Balcani promossa dal regime asburgico per sommergere gli Italiani, dei favori concessi a Sloveni e Croati dall’amministrazione asburgica nelle attività lavorative e nelle assunzioni ecc. La verità è che il governo austriaco si prefisse, secondo il verbale del Consiglio della Corona asburgica riunitosi nel 1868, di “germanizzare e slavizzare il Tirolo, il Litorale [ovvero la Venezia Giulia] e la Dalmazia, con la massima energia e senza riguardo alcuno”: ciò avvenne in stretta alleanza con gli Slavi del sud, che da sempre odiavano ed invidiavano gli Italiani per il loro ben maggiore livello culturale, economico e sociale. Anziché ricordare tutto ciò, il Pirjevec si sofferma unicamente sul nazionalismo italiano dell’800, che però non perseguitò in alcun modo gli Slavi, né avrebbe potuto farlo, essendo questi ultimi sotto l’amministrazione dell’impero asburgico, nettamente filo-slavo ed anti-italiano.
In questo modo, questo “storico” sloveno giunge ad un vero capovolgimento della realtà storica, facendo dei perseguitati (gli Italiani) dei persecutori, e dei persecutori (gli Slavi) dei perseguitati. La slavizzazione forzata della Dalmazia, le cui città erano, da sempre, interamente italiane è completamente dimenticata.

2) Similmente, nel proseguimento della sua analisi il Pirjevec non parla del terrorismo slavo in Venezia Giulia posteriore al primo conflitto mondiale, che fu guidato, organizzato, finanziato dal governo di Belgrado. In termini contemporanei, la Jugoslavia nel 1918-1020 agì da vero e proprio “stato canaglia”, promuovendo il terrorismo nella vicina regione della Venezia Giulia, e muovendo una guerra non dichiarata all’Italia. Gli scontri che vi furono in questa regione fra Italiani e Slavi negli anni ’20 furono provocati dal terrorismo slavo, promosso da Belgrado. Anche qui il nostro “storico” tace sulle origini dei contrasti, e sulle attività terroristiche slave, limitandosi a parlare delle reazioni italiane.

3) Allo stesso modo, il Pirjevec ricorda l’occupazione italiana di parte della Jugoslavia nella seconda guerra mondiale, senza però dire che era stata la Jugoslavia stessa a dichiarare guerra all’Italia, sottoscrivendo un’alleanza politica e militare con il Regno Unito, in cambio della promessa di ottenere la Venezia Giulia, inclusa Trieste. Ancora, il Pirjevec non ricorda che l’occupazione italiana, lungi dall’essere oppressiva, all’inizio fu accolta positivamente dalle popolazioni slave, e che si giunse a violenti scontri armati in seguito all’inizio dell’azione di guerriglia dei comunisti locali, insorti dopo l’inizio della guerra fra Germania ed URSS. Le origini della guerra italo-jugoslava, e le crudeltà e violenze della guerriglia anti-italiana, sono quindi passate sotto silenzio da questo “storico”, in modo da poter presentare le foibe quale una “resa dei conti” con “fascisti”, una sorta di vendetta per l’operato italiano nei Balcani.

4) Infine, l’opera del Pirjevec giunge, dopo tale preparazione, all’argomento prefisso: le foibe e l’esodo di 350.000 Italiani dalla Venezia Giulia. Questo “storico” nega che tutto ciò abbia avuto connotazioni di pulizia etnica, e sostiene che le stragi colpirono quasi esclusivamente fascisti e furono vendette. In quanto ai 350.000 Italiani che fuggirono dalle terre avite e dai propri beni, egli dichiara che erano “indottrinati dal nazionalismo e dal fascismo a sentirsi razza eletta” e pertanto incapaci d’accettare di essere governati da slavi e comunisti. E’ facile osservare che soltanto una piccola parte delle vittime delle foibe erano fascisti, e che la grande maggioranza non aveva mai avuto a che fare con la politica, ed ancor meno si era resa responsabile di violenze. Similmente, non ha senso alcuno, ed uno storico dovrebbe capirlo, sostenere che l’intera popolazione italiana dell’Istria fosse compattamente fascista, e pretendere di spiegare in tal modo la loro rapidissima fuga di massa dalle terre in cui vivevano da sempre, dalle loro attività e dalle loro proprietà.

Il discorso di Pirjevec è reso ancora più insostenibile dal fatto che esistono incontestabili documentazioni e testimonianze sulla natura pianificata ed organizzata della pulizia etnica compiuta dagli Slavi, e che fu predisposta da Tito stesso sulla base di un piano preciso. Già negli anni ’30 un Serbo, Cubrilovic, redasse un manuale, detto appunto “manuale Cubrilovic”, in cui veniva spiegato nel dettaglio come condurre un’operazione di pulizia etnica. Cubrilovic divenne poi uno stretto collaboratore di Tito, ed ebbe modo di applicare le sue teorie nelle diverse stragi e cacciate di popolazione che il regime comunista compì: a danno di Italiani in Venezia Giulia, di Tedeschi in Carinzia, di Ungheresi nel “triangolo magiaro”, di Bulgari in Dobrugia. Inoltre, M. Gilas, che fu per molti anni il braccio destro di Tito, confessò anni più tardi di essere stato inviato in Venezia Giulia con l’incarico di cacciare gli Italiani. Soprattutto, le violenze, le persecuzioni, le angherie contro gli abitanti dell’Istria e della Dalmazia che avevano la sola colpa di essere Italiani sono ben attestate, e furono esse la causa dell’esodo di massa.
Oltre agli errori storici, numerosi e gravi, dell’opera di Pirjevic, e tali da togliere ogni valore alle ipotesi di fondo, si deve ancora aggiungere che il testo è stato scritto con intenti chiaramente politici, ed è accompagnato da commenti, osservazioni ed interpretazioni inequivocabilmente ideologici.
Commenta ancora il Parlato: “la lettura ci fa ripiombare in piena «guerra fredda»: da un lato ci sono «le simpatie del proletariato per la causa della Jugoslavia» e dall’altro «le forze borghesi triestine». Gli antifascisti del Cln che contestano Tito sono preda di «una barriera psicologica (che) impediva agli antifascisti “borghesi” di collaborare con gli “slavi” per costituire un fronte unico contro i nazisti». Anche l’esodo che vide la fuga disperata lasciando i propri beni ha per protagonisti, secondo l’autore, italiani «indottrinati dal nazionalismo e dal fascismo a sentirsi razza eletta». […] Un particolare rivelativo è costituito dalla ricostruzione dell’eccidio di Porzûs. Pirjevec ricorre al vecchio armamentario togliattiano per gettare discredito sulla brigata Osoppo: era filofascista, anzi, filonazista, era responsabile di «maneggi», doppi e tripli giochi. Alla fine, l’eliminazione dei partigiani anticomunisti (che avvenne, come l’autore ricorda con eleganza, «a rate») viene definita un episodio «marginale» avvenuto all’insaputa del IX corpus jugoslavo. L’autore evidentemente dimentica che dal novembre 1944 all’eccidio (febbraio 1945) si realizza da parte titina una vera e propria persecuzione e snazionalizzazione contro gli italiani, con la connivenza delle formazioni del Pci, come testimoniano molti documenti inglesi: per cui Porzûs non è affatto un episodio marginale, ma è la conclusione di un percorso mirato all’eliminazione dell’unica formazione che non voleva accettare l’annessione del Friuli alla Jugoslavia.”
Si ha quindi nell’opera di Pirjevic una visione manichea ed ideologica delle vicende storiche, con una contrapposizione fra gli Slavi, considerati quali comunisti ovvero "democratici" e proposti in maniera positiva, e gli Italiani, giudicati tutti come fascisti e valutati del tutto negativamente. E’ degno di nota che questo “storico” sloveno è stato candidato, in Slovenia, nelle liste del locale partito ex comunista. Non a caso egli nel suo scritto appare un estimatore dichiarato di Claudia Cernigoi, una dilettante in ricerca storica che è stata definita da Raoul Pupo, contemporaneista docente all'università di Trieste e fra i maggiori esperti della storia triestina, quale una vera e propria "negazionista" in materia di foibe ed esodo. Anche Claudia Cernigoi, come i membri del suo gruppo politico-culturale di cui è membra, è d'idee personali decisamente di sinistra, ed improntate alla mitologia resistenziale. La stessa casa editrice che pubblica il volume in questione, la Einaudi, è notoriamente schierata a sinistra.
In fondo, lo studio di Pirjevic non presenta alcuna originalità sostanziale nelle tesi presentate, che non fanno altro che riprendere e riformulare, in termini nuovi e con argomenti nuovi, quanto già sostenuto nei decenni passati dalla pubblicistica jugoslava e da quella marxista italiana: una negazione e giustificazione della pulizia etnica ai danni degli Italiani. Questo "storico" giunge ad ipotizzare la presenza di un quanto mai improbabile "nazionalismo" di marca fascista nell'Italia degli anni Novanta del '900, coinvolgente persino la sinistra (!), quale causa della maggiore attenzione verso le foibe e l'esodo rispetto al silenzio durato per cinquant'anni. Il frequente richiamo nel testo di Pirjevic ai concetti di "resistenza" e di "antifascismo", concepito quest'ultimo quale affine a "comunismo", i cui principi sarebbero minacciati dal "nazionalismo" fascista supposto pervadere la società italiana contemporanea e che aavrebbe trovato espressione nella "giornata della memoria" del 10 febbraio, fornisce una chiave di lettura all'opera di questo studioso sloveno: emblematica, fra le molte, la contestazione indirizzata a Giampaolo Pansa ed ai suoi libri sulle stragi partigiane. In questo modo, con le critiche e le polemiche rivolte alla politica italiana stessa, inclusi persino ex comunisti come il presidente Napolitano, egli dimostra inequivocabilmente il suo intento, di polemista e propagandista anziché di studioso.
Si può serenamente concludere affermando che lo studio di Joze Pirjevec sulle foibe e l'esodo sia più un'opera di polemica politica che di ricerca storica.

martedì 24 novembre 2009

MEMENTO

25 novembre 2009

Ci vuole la buona volontà. Come per ogni cosa, non bastano le parole. “La buona volontà – non si stancava di ripetere Immanuel Kant – non è tale per ciò che essa ottiene, e neppure per la sua capacità di raggiungere i fini che si propone, ma solo per il volere, cioè in se stessa”. Non avremmo saputo dire meglio. E nulla come la buona volontà può sorreggere il dialogo in un momento così difficile, dove la voglia di scontro sembra poter travolgere tutto e tutti. Altri ci insultino, se credono che ciò sia giusto, ci deridano e perseverino nella propaganda. Noi metteremo buona volontà nel prestare orecchio a Spatuzza, ci faremo in quattro per ascoltare le opinioni di Ingroia, cercheremo di dare fiducia perfino al signor Schulz, pur di venirci incontro. Anzi a proposito di Europa, tolgano pure i crocefissi, se vogliono, tanto noi vedremo quello spazio vuoto come il simbolo concreto che è risorto.

di Andrea Marcenaro

lunedì 16 novembre 2009

sabato 14 novembre 2009

Funerale di Venezia...

La Signora che difende la sua Città con tanto vigore è la zia del nostro Giuseppe Mirisciotti, GIUMI per noi.

Venice stages funeral to mourn population loss - 14 Nov 09

GUIDO BOTTERI per VENESSIA




(Entra un venessiano alto e robusto, un vero marcantonio, insomma e parla)

Amici, Venessiani, compatrioti, prestatemi orecchio; io vengo a seppellire Venessia, non a lodarla. Il mare che circonda gli uomini sopravvive loro; ma a volte c'è l'acqua alta; e così sia di Venessia. Il nobile Cacciari v'ha forse detto che Venessia era ambiziosa ?: se così era, fu un ben grave difetto: e gravemente Venessia ne ha pagato il fio. Qui, col permesso di Cacciari e degli altri - ché Cacciari è filosofo e uomo d'onore; così sono tutti, tutti filosofi e uomini d'onore quelli che hanno ucciso questa città - io vengo a parlare al funerale di Venessia. Ella fu città amica, allegra e aperta verso di me: ma Cacciari dice che fu ambiziosa; e Cacciari è filosofo e uomo d'onore. Molti turisti han visitato Venessia, il prezzo dei vaporetti e delle gondole ha riempito il pubblico tesoro: sembrò questo atto ambizioso, a Venessia ? Quando i poveri hanno pianto, per non aver visto piazza San Marco, Venessia ha lacrimato, perché pioveva, quel giorno: l'ambizione dovrebbe essere fatta di più rude stoffa; eppure Cacciari dice ch'ella fu ambiziosa; e Cacciari è filosofo e uomo d'onore. Tutti vedeste come al Carnevale la gente era allegra: fu questo atto di ambizione? Eppure Cacciari dice ch'ella fu ambiziosa; e, invero, Cacciari è filosofo e uomo d'onore. Non parlo, no, per smentire ciò che Cacciari disse, ma qui io sono per dire ciò che io so. Tutti la amaste una volta, né senza ragione: qual ragione vi trattiene dunque dal piangerla ? O senno, tu sei fuggito tra gli animali bruti e gli uomini hanno perduto la ragione. Scusatemi; il mio cuore giace là nella bara con Venessia e debbo tacere sinché non ritorni a me.
(pausa di dolore)
Pur ieri la laguna di Venessia avrebbe potuto accogliere il mondo intero: ora ella giace là, e non v'è alcuno, per quanto basso, che le renda onore. O signori, se io fossi disposto ad eccitarvi il cuore e la mente alla ribellione ed al furore, farei un torto a Cacciari e un torto a Mognato, i quali, lo sapete tutti, sono uomini d'onore: e non voglio far loro torto: preferisco piuttosto far torto alla defunta, far torto a me stesso e a voi, che far torto a sì onorata gente. Ma qui è una pergamena col sigillo di Venessia - l'ho trovata nelle sue calli...è il suo testamento: che i popolani odano soltanto questo testamento, che, perdonatemi, io non intendo di leggere, e andrebbero a baciar le ferite della morta Venessia, ed immergerebbero i loro lini nel sacro sangue di lei; anzi, chiederebbero un pezzetto di un campiello per ricordo e, morendo, ne farebbero menzione nel loro testamento, lasciandolo, ricco legato, alla prole.

Cittadini: Vogliamo udire il testamento: leggetelo, leggetelo.

Pazienza, gentili amici, non debbo leggerlo; non è bene che voi sappiate quanto Venessia vi amò. Non siete di legno, non siete di pietra, ma uomini, e essendo uomini, e udendo il testamento di Venessia, esso v'infiammerebbe, vi farebbe impazzire: è bene non sappiate che siete i suoi eredi; ché, se lo sapeste oh, che ne seguirebbe!

Cittadini: Il testamento! Il testamento!

Se avete lacrime, preparatevi a spargerle adesso.
Tutti conoscete questo palazzo: io ricordo l'ultima volta che uno di noi, un venessiano che amava Venessia, l'abitò: era una serata estiva, e quel giorno mi vennero i nervi: l'indifferenza della giunta per la sua sorte come un pugnale l'ha trapassato: ed egli se ne andato, via, lontano da ciò che amava, forse per sempre.
E in quest'altra casa, abitava una vera famigliola venessiana, che pagava l'affitto; e quando andò fuori per lasciar i luoghi amati della propria gioventù, guardate come il figlio di un vicino li seguì, quasi si precipitasse fuori di casa per assicurarsi se fosse o no quella persona che conosceva assai bene che così infelicemente se ne andava; per colpa di Cacciari che, come sapete, era ed è il sindaco di Venessia, e non difende i suoi cittadini: ed essi son andati via in tanti, e tanti, e tanti ancora, e colpita, ferita, tradita la città che fu grandissima e serenissima, è morta, perché le si spezzò il suo gran cuore. E come il sangue che esce da un corpo pugnalato, così i cittadini di Venessia, pugnalata dalla sua giunta, son sgorgati dal suo corpo, costretti ad andar via, loro che eran l'autentico sangue vitale di quella città. Così è caduta Venessia. Oh, qual caduta fu quella, miei compatrioti!

Allora io e voi e tutti noi cademmo, mentre il sanguinoso tradimento trionfava sopra di noi. Oh, ora voi piangete; e, m'accorgo, voi sentite il morso della pietà: queste son generose gocce. Anime gentili, come? piangete quando non vedete ferita che l'immagine di Venessia ? Guardate qui, eccola lei stessa, straziata come vedete, dai traditori. Percorrete le sue calli, i suoi canali, guardatevi intorno a piazza San Marco, in cerca di quelli che furono i suoi cittadini veri e prediletti, e che ora non ci sono più !

Ecco il testamento, e col sigillo di Venessia: ad ogni cittadino venessiano, veramente venessiano, ella dà, ad ognuno individualmente, una casa.
Inoltre, ella vi ha lasciato tutti i suoi paesaggi, le sue private calli e gli orti nuovamente piantati, al di qua di Canal Grande, e anche al di là; ella li ha lasciati a voi ed ai vostri eredi per sempre: pubblici luoghi di piacere, per passeggiare e per divertirvi. Questo era Venessia! Quando ne verrà un'altra simile, una più bella ?

giovedì 12 novembre 2009

NASSIRIYA E...


Una preghiera dal profondo del cuore.

mercoledì 4 novembre 2009

IERI OGGI DOMANI



SIATE BENEDETTI !

lunedì 2 novembre 2009

La “questione morale” in Italia

di Roberto de Mattei

Il “caso Marrazzo”, dopo il “caso Boffo” e le vicende legate al nome del presidente Berlusconi, ha riproposto con forza all’attenzione dell’opinione pubblica la gravità della “questione morale” in Italia.

Per i mass-media la rilevanza dello scandalo Marrazzo non deriva dal fatto che l’ex presidente della Regione Lazio fosse un frequentatore abituale di transessuali, ma dall’estorsione di cui egli è stato vittima, e forse complice. Nella vita privata infatti, secondo i mezzi di comunicazione, ognuno è libero di comportarsi a proprio piacere.

Con ciò l’Italia si avvia a celebrare degnamente i 150 anni della propria unificazione (marzo 2011). La classe politica risorgimentale predicò infatti il principio “libera Chiesa in libero Stato”, che sancisce la separazione della sfera religiosa da quella politica; negò, di conseguenza, l’esistenza della morale religiosa come fondamento del nuovo Stato unitario, anche se affermò la necessità di una morale “laica” a cui avrebbe dovuto ispirarsi la vita pubblica. Il romanzo Cuore di Edmondo de Amicis è lo specchio di questa concezione ottocentesca, che cercava di conservare il trinomio Dio, Patria e Famiglia, dissociandolo dalla Chiesa cattolica, che ne costituisce la fonte naturale.

I regimi politici cambiarono: all’Italia liberale succedette quella fascista e a questa l’Italia repubblicana e resistenziale; ma i regimi e le ideologie di volta in volta dominanti non riuscirono a sradicare i buoni sentimenti e principi degli italiani. Poi, a partire dagli anni Sessanta del Novecento, accaddero tante cose nella vita politica e religiosa del nostro Paese: l’apertura a sinistra, il Concilio Vaticano II, il Sessantotto. Da allora l’Italia ha vissuto una Rivoluzione nei costumi e nella mentalità più devastante di una guerra mondiale.

La guerra del 1915-1918 fece in Italia 600.000 morti; quella del 1940-1945 ne provocò 450.000. Quante sono le vittime dell’aborto, della droga, della Rivoluzione sessuale, della depressione conseguente alla crisi della famiglia e alla perdita dei valori tradizionali? Si contano a milioni e sono vittime non solo fisiche, ma morali. Ciò che esse hanno perduto non è solo il corpo, ma l’anima, la ragione, la speranza di vivere con dignità e la fiducia in una vita futura felice, oltre la morte. La crisi è spirituale e non è solo italiana, ma europea e mondiale. Non è in frantumi soltanto la morale della Chiesa, ma anche quella laica, fondata sul diritto naturale.

Il caso Marrazzo è esemplare. Nessun commentatore ha osato pronunciare un giudizio sul comportamento dell’ex presidente della Regione dal punto di vista della morale, religiosa o laica che sia. Si parte dal presupposto che la vita privata degli uomini politici sia una sfera intoccabile, del tutto scissa da quella pubblica. L’azione pubblica è certamente più importante di quella privata. Per questo, lo abbiamo scritto, è preferibile un uomo politico immorale, ma contrario alla legalizzazione dell’immoralità, ad un altro uomo politico virtuoso nella vita privata, ma favorevole ad istituzionalizzare l’immoralità nelle leggi e nel costume.

Tuttavia, i cittadini hanno il diritto ad essere rappresentati da uomini totalmente integri e a conoscere e valutare la vita privata dei loro rappresentanti, per potere fare comunque le proprie scelte, alla luce dei principi morali in cui credono. E anche la trasgressione morale conosce diversi livelli di gravità. Oggi però si è perso il metro di giudizio e, ancora prima, si è smarrita l’idea stessa del Bene e del Male, del vizio e della virtù, del lecito e dell’illecito. L’unica cosa importante è non infrangere la legge. Purché non vi sia reato tutto è permesso. E’ la legge positiva, frutto della volontà mutevole degli uomini, a stabilire le leggi della convivenza civile. Non esistono, e guai ad evocarle, regole immutabili, principi assoluti, valori non negoziabili. L’unico peccato, nella società permissiva, è il moralismo, ovvero l’atteggiamento di chi ritiene che la morale non cambia, perché stabile e permanente è la natura dell’uomo.

Oggi il continuo divenire e trasformarsi della morale è incarnato dalla figura del transessuale. Si tratta di una negazione dell’immutabilità della natura e delle sue leggi vissuta, ostentata, imposta, se è vero che il ministro delle Pari Opportunità Mara Carfagna vorrebbe includere esplicitamente nel reato di omofobia la categoria transessuale, criminalizzandone la critica.

Con transessuale, si badi, non si intende chi, con un intervento chirurgico ha voluto definire un’incerta identità sessuale e conduce poi una vita coerente e regolata, ma chi sceglie una condizione sessualmente ambivalente per mercificare il proprio corpo. Quale giustificazione può darsi per chi fruisce di questo mercato? E se questa giustificazione esiste, magari riconducendola alla libertà di autodeterminazione, come negare analoga giustificazione a chi volesse consumare un atto sessuale con un fratello o una sorella, con un animale o con un cadavere? Nella perversione umana non c’è fine ed il marchese de Sade ha già teorizzato tutte le possibilità.

I mezzi di comunicazione ignorano le leggi morali e spesso le combattono. I cattolici però, di fronte agli scandali, non possono restare in silenzio, come oggi sembra accadere. Non si tratta di accusare l’ex presidente Marrazzo, ma di stigmatizzare la natura del peccato che lo ha portato alla sua uscita di scena. Ci vorrebbe la voce di un profeta dell’Antico Testamento, di un san Francesco di Assisi o di una santa Caterina da Siena per gridare ai quattro venti che se il transessuale è un fratello per il quale, come per ogni altro uomo, Gesù Cristo ha versato il suo sangue, la filosofia e la pratica transessuale sono un abominio, frutto del coerente processo di degradazione della società contemporanea.

Una società che rinnega la natura umana e si abbandona alle tendenze sregolate è condannata ad essere spazzata dalla storia, come tante volte è accaduto. E’ per evitare l’annientamento delle nazioni europee, di cui parla il messaggio di Fatima, che occorre risvegliarsi, ricomponendo la frattura tra politica e morale che costituisce il peccato di origine dell’Italia risorgimentale.

Sono queste le parole che ci attendiamo dai nostri Pastori, ai quali ci rivolgiamo sperando contro ogni speranza. (Roberto de Mattei)