A Camp Arena cani 'italiani' contro trappole esplosive
Herat, 27 apr. - (Aki) - (dall'inviato Alessia Virdis) - Snake corre in lungo e in largo tra papaveri ed erba, poi punta verso un cumulo di terra, vicino al ciglio della strada. Si ferma, verifica e segnala: sotto la terra e la polvere dell'Afghanistan si nasconde un ordigno di fabbricazione artigianale. Snake ha individuato l'esplosivo e in fretta torna al sicuro. E' impegnato in un'attività nella base di Camp Arena, a Herat, dove un plotone del Gruppo Cinofilo di Grosseto controlla i varchi di accesso alla base, fornisce attività di supporto alla Force Protection ed effettua attività di ricerca e segnalazione dell'eventuale presenza di esplosivi di tipo Ied (Improvised explosive device) ed Eod (Explosive ordenance disposal).
Adesso che hanno smesso di scavare come talpe frenetiche e instancabili, adesso che hanno tirato fuori fino all’ultimo aquilano disperso, è giusto che l’Italia dica il suo grazie più riconoscente ai Vigili del fuoco. Bisogna farlo soprattutto in queste ore, mentre sembra un poco sfumare l’emozione stringente del dramma e mentre sale fastidioso il coro dei processi salottieri. Mi offro volontario per questa operazione gratitudine, che è prima ancora un’operazione verità: avendoli visti all’opera, sento il dovere civico di testimoniare su quale impareggiabile patrimonio di sacrificio e di altruismo, ma anche di organizzazione e di efficienza, questa nostra nazione possa contare in tutti i suoi momenti più critici e in qualunque angolo del suo territorio. E poco male se alla fine di questo elogio pubblico anch’io finirò nella singolare galleria che il buon Travaglio, con consueto garbo da canaro, ha definito «una marea di messe cantate piene di retorica, piene di sciacalli veri». Come sciacallo vero, sono qui a raccontare con ammirazione, senza stupida retorica, di un tizio veneziano sulla trentina, papà di due bambini e di una terza in arrivo, all’anagrafe Claudio Ippolito. Costui è un pompiere (spero nessuno si offenda se li chiamo ancora così, come ho imparato da piccolo) dal fisico normalissimo, abbastanza magro da far sembrare vuota la tuta da lavoro. Tutt’altro che un Rambo, per essere più chiari. Ma quello che gli ho visto fare in quelle giornate, lui assieme ai suoi compagni, non lo scorderò nemmeno campassi cent’anni. Per ore e ore, il padre di famiglia Claudio si è infilato in pertugi bui e sinistri, tra macerie precarie e traballanti di una casa vicina alla famigerata via XX settembre, cercando esseri umani. Vivi o morti, sperando fossero vivi. Fuori, i colleghi fungevano da catena umana per rimuovere macerie e per mettere in sicurezza la catasta di travi e mattoni. Uno di loro stava sempre con il fischietto in bocca, per avvertire tutti quanti delle scosse che molto più puntuali dei nostri treni arrivavano a seminare nuova angoscia. Ma lui, sempre là sotto. Sparito negli abissi delle rovine, infilato nelle fessure più assurde. Il premio di tanto lavoro, di tanta abnegazione, di tanta generosità, arrivava il martedì sera: dall’inferno della casa, chissà come, usciva ancora viva Eleonora. L’immagine che noi, dall’esterno, possiamo ricordare è quella di un parto. Tale e quale. Il pompiere Claudio che fa da ostetrico e tira con tutte le sue forze, lo stretto pertugio che a un certo punto riesce a espellere una nuova vita. La seconda vita di Eleonora. Quella sera, il pompiere commenta davanti a qualche microfono nel modo più semplice: «Il sorriso della ragazza vale più di qualunque premio. Dà un senso al mio lavoro». Finita qui? No, non finisce mai nulla, all’Aquila, in quelle ore. Per un disperso ritrovato, altri da cercare. I pompieri si danno qualche cambio, si alimentano, si riposano un minimo. Ma l’azienda delle ricerche non si ferma, tanto meno la notte. La mattina dopo il pompiere Claudio è di nuovo là sotto. La terra trema, noi civili - e anche un po’ conigli - scappiamo in mezzo al prato, ma lui sta sempre là sotto. I suoi compagni, come trepidi fratelli, ad assisterlo in ogni fase del lento scavo. A fine mattinata, altri parti, purtroppo questa volta senza sorrisi: tornano in superficie una coppia di coniugi e l’amica di Eleonora, loro però morti. Nel silenzio funebre, i pompieri portano a termine la pesante missione, senza mascherare il senso di dolore e di sconfitta davanti alla crudeltà del terremoto... Mi rendo conto che raccontare il lavoro del pompiere Claudio rischia di creare il mito dell’eroe. Ecco, è un errore che voglio evitare. Parlo di Claudio come potrei parlare di tutti gli altri pompieri italiani, e credo di non essere smentito dicendo che qualunque aquilano potrebbe fare lo stesso, testimoniando di quanto lavoro, di quanta qualità, di quanta umanità questo corpo dello Stato sia capace. Mentre Claudio e i suoi compagni cercavano Eleonora là sotto, in superficie ho parlato a lungo con i colleghi del turno di riposo. Mi hanno raccontato la loro vita, i loro problemi, il loro orgoglio. Ascoltandoli, ho scoperto cose molto interessanti. Tanto per dire, qualche dato. I nostri vigili del fuoco sono 32mila, divisi in 22 direzioni regionali, 103 comitati provinciali, 600 distaccamenti e 11 nuclei elicotteri. È un’organizzazione che tutto il mondo ci invidia, perché pensa e agisce come un sistema unico, a livello nazionale. Quando un’emergenza scatta in qualunque zona del Paese, è tutto il sistema, nel suo insieme, a rispondere: se succede all’Aquila, arrivano da Udine a dalla Liguria, dalla Sicilia e dalla Puglia. Neppure i mitizzati vigili del fuoco americani possono vantare un’organizzazione tanto flessibile e tanto sofisticata. Loro, come i francesi, intervengono solo a casa propria. I newyorkesi sono fenomenali, lo sappiamo. Ma quando arriva l’alluvione a New Orleans e il loro intervento servirebbe come il pane, non è previsto intervento: devono arrangiarsi in sede locale. Ognuno lavora nella propria area di competenza. Mentre i sinistrati sognano, senza saperlo, il singolare modello italiano. Ancora: i nostri pompieri si formano in una scuola nazionale, a Montelibretti, nel Lazio. Tutti i vigili, da Siracusa a Trieste. Sono istruiti allo stesso modo e sanno fare le stesse cose. Sei mesi di addestramento base, altri mesi per le specializzazioni. Imparano persino la psicologia dei singoli interventi, perché soccorrere creature umane non è come spegnere un fuoco o prendere un gatto dalla pianta. Lo immagino, a questo punto tutti vogliono conoscere la retribuzione. Non c’è mistero: 1.300 euro (mediamente) per i “caschi neri” (diciamo vigili semplici), 1.500 per i “caschi rossi” (capisquadra), 1.700 per i “caschi argento” (funzionari). La richiesta d’arruolamento è biblica: per un concorso di 300 posti - anche in questo caso, i concorsi arrivano col contagocce - possono accumularsi 200mila domande. Spiega Luca Cari, il portavoce dei pompieri: «Certo c’è anche chi lo considera un lavoro come un altro. Ma basta il primo giorno in caserma per scoprire che serve la vocazione». Mi parla di valori, di senso del dovere e di spirito di sacrificio. Sì, anche di orgoglio d’appartenenza: al corpo dei Vigili del fuoco, all’Italia, allo Stato... Potrei continuare a lungo, ma mi fermerei qui. Tanto dovevo, con il più sentito grazie. Può pure darsi che tutto questo diventi materiale magico per l’iconoclasta Vauro, il satiro di Santoro che per azzeccare una vignetta deve farne dieci (magari, se va a ripetizione da ElleKappa, gli riesce di alzare la media). Può pure darsi che la premiata ditta Santoro&Travaglio, la prossima volta, riesca a dimostrare quanta inefficienza, quanta sciatteria, quanta corruzione si annidino anche tra i pompieri d’Italia. Ma francamente me ne importa poco. Li ho visti all’opera, sotto le macerie, senza tante chiacchiere. Questo mi basta. Lo dico senza acredine: mi sento molto più rassicurato dai pompieri Claudio che dagli incendiari dell’Annozero
Abbiamo appena ricevuto un contatto con il numero di codice di Dago: stiamo facendo dei controlli.... però qualcosa mi dice che quel "sardegnolo" è vivo e vegeto....Dio come è bella l'Italia vista da un aereo.... vado a controllare....
Propongo qui alcuni dati concernenti quello che, con ogni probabilità, è il problema per eccellenza dell'Italia e dell'Europa tutta: il proprio suicidio demografico. L'Italia è il Paese europeo con la più bassa percentuale di popolazione giovane: solo il 14,2% degli italiani (uno su sette) ha un'età uguale o inferiore a 14 anni. La media europea è del 16,4%. La situazione va peggiorando: tra il 1980 e il 2004 la popolazione italiana "under 14" si è ridotta del 37%. L'Italia è il Paese europeo con la più alta percentuale di popolazione anziana: il 19,2% degli italiani (quasi uno su cinque) ha un'età uguale o superiore a 65 anni. La media europea è del 16,5%. Il tasso di fertilità delle donne italiane è dell'1,34%. E' il più basso dell'Europa dei Quindici, dove in media ogni donna mette al mondo 1,5 figli. Il tasso di equilibrio (quello che consente di mantenere la popolazione su un livello stabile) è di 2,1 figli per donna. L'Italia è il terzo Paese per numero di aborti dell'Europa dei Venticinque. Ogni anno, nel nostro Paese, sono commessi 133.000 aborti. Peggio di noi stanno solo la Francia, con 208.759 aborti ogni anno, e il Regno Unito, con 195.483 aborti. Dopo il Portogallo, l'Italia è il Paese in cui il numero dei divorzi è più aumentato negli ultimi anni: +62% dal 1995 al 2004. Dopo la Spagna, l'Italia è il Paese dell'Europa dei 15 che offre meno sostegno alle famiglie. Nonostante l'altissima spesa destinata al welfare, solo l'1% del prodotto interno lordo italiano è usato per aiutare le famiglie. In media, i Paesi europei spendono per la famiglia il 2,1% del loro Pil. Oltre il doppio dell'Italia, quindi. In Europa, oggi per la prima volta, esistono più abitanti d'età superiore ai 65 anni (il 16,5% della popolazione) che inferiore ai 14 (il 16,4% della popolazione). Oggi la popolazione europea conta circa 160 milioni di persone in più rispetto agli Stati Uniti. Visto il declino demografico del vecchio (in tutti i sensi) continente, e vista la crescita della popolazione americana, nel 2051 la popolazione degli Stati Uniti avrà sorpassato quella europea. Tutto ciò diviene ancora più preoccupante, se si tiene conto di come l'Occidente in senso stretto comprenda circa il 5% della popolazione mondiale, e che in Africa e nell'Islam si registra un galoppo demografico sfrenato.
E' inutile tentare di nascondere la tragedia in atto: il popolo italiano si sta estinguendo. Considerando i tempi necessariamente lunghi degli eventi demografici, se non vi sarà un rapido ed intenso incremento di nascite entro pochi anni, difficilmente l'Italia potrà sfuggire alla morte per estinzione degli abitanti. La nostra Patria verrà occupata da stranieri. Il problema è quindi in qual modo salvarsi da tale prospettiva.
Approfitto del blog per dare alcune informazioni sulla catastrofe che il caso abu Omar ha innescato. In qualsiasi paese civile la sicurezza è affidata oltre che alla Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, ad elementi, provenienti da queste istituzioni, che posso agire, anche in contrasto con alcune leggi. Il caso Abu Omar è simbolico: stante l'acclarato coinvolgimento dell'imam con il terrorismo islamico, l'impotenza delle leggi Italiane ha fatto scattare un rapimento. In accordo il servizio informazioni statunitense, quello inglese, la Nato, e alcuni vertici del FSB russo. Il soggetto veniva trasportato in appositi siti per essere interrogato. Vi assicuro che le informazioni "spontaneamente" fornite, sono stae molto utili. Ma, purtroppo, qualche giudice, si è sentito sopra, la ragion di stato, ed è intervenuto, fornendoe inquisendo personaggi in vista. Ora, noi periamo su vari fronti: le due suore liberate, sono state uno dei nostri incarichi, ma, come nel caso Sgrena, la credibilità nostra è stata molto ridimensionata. Ma i giudici, non sanno che, con simili gesti, condannano a morte molte persone a noi collegate. Ora leggendo la notizia della Cassazione, spero che i compiti siano stati chiariti. Assicurando che un forte organo di controllo assicura la professionalità e l'affidabilità dei miei, opss, nostri agenti alla Costituzione, mi augurerei di poter lavorare in Italia nella più assoluta anonimità. Chiedo un favore alla Mamma: se potrebbe fare un post con tutte le informazioni disponibili sul caso Abu Omar. Io, dove possibile, chiarirò alcuni aspetti.
Ogni tanto, specie per le feste comandate, come si suol dire, mia moglie ha piacere che l’accompagni alla Messa. La domenica delle Palme è una di queste, l’olivo benedetto ed un clima festoso e primaverile, tutto sommato, si possono anche accettare. Se Enrico IV disse:Paris vaut bien une messe, parafrasando, posso dire: un grand amour vaut bien une messe. Pongo una sola condizione: scegliere la chiesa. Immancabilmente la mia preferenza cade sulla chiesa pisana di S.Stefano, forse l’unica chiesa sicuramente “no islam” d’Italia.
Non tutti sanno che, alla battaglia di Lepanto del 1571,nella Lega Santa (*) insieme alle altre flotte erano presenti dodici galee toscane(**), di cui la maggior parte erano armate dal Sacro Militare Ordine Marittimo dei Cavalieri di S. Stefano (ordine istituito da Cosimo I de' Medici il I° Ottobre 1561 con sede in questa chiesa a Pisa).
Progettata dal Vasari la cinquecentesca navata centrale, la più antica, è semplicemente splendida, specialmente il soffitto, dove quadri di autori fiorentini del ‘600, sono incastonati in una cornice finemente lavorata e ricoperta d’oro, che occupa tutta la parte superiore della chiesa. I trofei, le bandiere e le insegne appartenuti alla flotta turca di Alì Pascià e conquistati nella battaglia, ornano le pareti laterali, mentre la porta di ingresso è contornata da parti lignee scolpite di navi dell’epoca. Una grande statua di S. Pio V, per il cui volere si costituì la Lega Santa, sovrasta l’altare maggiore. Siamo sicuramente nella chiesa del cattolicesimo più classico, nessun “sinistro” strimpellio di chitarre, come in certe chiese del cattolicesimo fai da te, ma il suono grave e solenne dell’organo, le cui canne, anch’esse incastonate, come i quadri del soffitto, fanno bella mostra di sé ai lati dell’altare. Non seguivo molto le parole del priore, anche perché la liturgia pasquale mi è ben nota, ma l’atmosfera di questa chiesa mi induceva ad un salto indietro nel tempo: Lepanto 1571. Non possiamo che ringraziare il comandante della spedizione don Giovanni d’Austria, all’epoca giovane ed inesperto, ma abbastanza intelligente da seguire le indicazioni dell’ammiraglio veneziano Venier, che scelse il momento giusto per l’attacco ed a lui va attribuito il merito della vittoria.
Una grande battaglia per la Civiltà, per la nostra Civiltà.
Non credo che oggi saremo altrettanto eroici da respingere le barbarie dell’islam, anche perché molti europei, con la vigliacca scusa della tolleranza, hanno issato bandiera bianca.
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(*)Il 20 maggio 1571 venne formata la Lega Santa contro i Turchi. Vi aderirono il regno di Spagna, la repubblica di Venezia, lo Stato Pontificio, le repubbliche di Genova e di Lucca, i Cavalieri di Malta, i Farnese di Parma, i Gonzaga di Mantova, gli Estensi di Ferrara, i Della Rovere di Urbino, il duca di Savoia, il granduca di Toscana con l’ordine dei cavalieri di S. Stefano. La Lega era stata fermamente voluta da Pio V per contrastare l’avanzata islamica in Europa. (**)Per la precisione 12 galee con insegne pontificie noleggiate presso Cosimo de' Medici montate da Cavalieri di Santo Stefano e soldati delle Marche e delle Romagne.
Il Terrore dopo 60 anni - "Voglio testimoniare perché c’ero" di Andrea Pellarini
Voglio testimoniare perché c’ero. Voglio testimoniare perché sono figlio di esuli Istriani che hanno perso tutto, senza alcuna colpa se non quella di amare l’Italia. Posso testimoniare perché ho sempre rispettato gli Sloveni e la loro minoranza presente in Italia. Posso testimoniare perché ho sempre rispettato chi è morto per un ideale anche se diverso dal mio.
Amara tristezza è il sentimento che da sabato 28 febbraio 2009 accompagna i miei pensieri. Rivivo la ritrosia dei miei “vecchi” nel ricordare quanto accaduto alla fine della guerra. Preferivano sempre raccontarmi dei loro giochi, gli scherzi e di quanto bella e libera fosse stata l’infanzia l’adolescenza e la maturità vissuta in Istria. Le mie insistenze per saperne di più cozzavano, contro la loro volontà di rimuovere un passato che aveva provocato ferite profonde che non si sarebbero mai rimarginate. Forse proprio i loro silenzi e la loro profonda tristezza è riuscita a farmi tanto amare le mie radici e le terre perdute, loro Patria. I terribili fatti di sabato scorso riportano l’orologio della storia indietro di oltre mezzo secolo. Ho potuto leggere il terrore negli occhi di tanti esuli ottantenni nel rivivere i giorni della mattanza titina e della pulizia etnica protrattasi negli anni. Quei simboli, quelle grida oltraggiose, gli insulti, gli sputi alle spalle, i bastoni, le facce rubizze piene di odio, gli spintoni, gli slogan urlati al megafono….. realtà, incubo o il set di un film? Tutto questo alla faccia dei settant’anni di autocritica Italiana sulle colpe del fascismo e sul male assoluto. Oggi la Slovenia è in Europa. Il Trattato di Osimo, per me sciagurato, ha messo la pietra tombale su qualsiasi tipo di rivendicazione. La minoranza Slovena in Italia è forse la più tutelata e finanziata del mondo. Per contro la minoranza Italiana in Slovenia a malapena sopravvive. Quasi 10.000 km quadrati di terre Italiane sono state cedute. Decine di migliaia di persone innocenti sono state barbaramente torturate, infoibate, annegate o giustiziate. Per 60 anni tutti questi morti e le sofferenze di quelli cacciati dalle proprie case sono rimaste nelle penne di chi ha scritto una storia a senso unico. Ancora oggi esiste una sorta di censura di negazionismo e di intimidazione verso chi da una parte e dall’altra del confine cerca la verità.
Debbo ricordare i 100.000 Istriani Fiumani e Dalmati cacciati dalle loro terre ed accolti a Trieste. Debbo ricordare i 250.000 Istriani Fiumani e Dalmati cacciati dalle loro terre e sparpagliati nel resto d’Italia e del mondo. Grido la mia rabbia contro gli Italiani che, nelle stazioni attraversate dai vagoni carichi di esuli terrorizzati e smarriti, inveivano contro i propri fratelli. Grido la mia rabbia contro chi a fine guerra ha eliminato centinaia di migliaia di Sloveni, Croati, Bosniaci, Montenegrini e Serbi perché non comunisti. Grido la mia rabbia contro chi in seguito ad un cambio di strategia politica pianificava e perpetrava in Dalmazia sull’Isola Calva ( Goli Otok ) il massacro di migliaia di comunisti Italiani che avevano creduto in Tito e nel suo comunismo. La nuova dottrina di comodo. Non allinearti e prendi tutto
Anche tutto questo è male assoluto.
Non ci sono già stati morti a sufficienza ?. Non c’è stato già abbastanza odio e dolore da una parte e dall’altra del confine. Non basta che la Slovenia sia il più grande cimitero dei senza nome in Europa.
La manifestazione anti Italiana di sabato scorso è un fatto inqualificabile. Si tratta di un’ azione che ha avuto sicuramente una regia ed è stato resa possibile dalla tolleranza delle autorità e delle istituzioni Slovene. Chi ha vestito quei bambini da partigiani titini? Chi ha consigliato di portare bastoni e sbarre di ferro. Chi ha sfregiato il tricolore con quel simbolo che per i Giuliani e per gli esuli significa terrore morte e sofferenza. Chi ha coordinato, organizzato e fomentato quell’accozzaglia di “avvinazzati pseudo partigiani titini comparsa” istigandoli allo scontro fisico contro pericolose settantenni o claudicanti ottantenni.
Queste domande devono trovare una puntuale risposta sia dalla politica che dalle forze di polizia Italiane e Slovene.
Mi appello al Sindaco e a tutto il Consiglio Comunale affinché ognuno di noi condanni e si attivi secondo la propria coscienza per far si che episodi simili, non siano più possibili.
Andrea Pellarini Socio Lega Nazionale e Consigliere Comunale A.N. Comune di Trieste intervento al Consiglio Comunale di Trieste in data 2.3.2009 a seguito dei fatti accaduti presso la foiba di Corgnale sabato 28.2.2009
Corgnale di Divaccia, 28 febbraio 2009 Folto gruppo di sloveni avvinazzati, muniti di bastoni, punte di ferro e in divisa partigiana, con l’avvallo della Polizia locale e con l’appoggio di esponenti della minoranza slovena di Trieste impediscono agli esuli la deposizione di fiori alla foiba di Golobivnica, nonostante le autorizzazioni. Fotocronaca – parte I
Premessa L'anno scorso, quasi di questi tempi, scrissi questo piccolo post per mio ricordo e senza pretese letterarie. Ha avuto un successo impensabile più di 600 visite nei primi 2 giorni, tanto che decidemmo con l'Associazione Lupi di Toscana di Firenze di aprire un apposito blog, dopo neanche un anno le visite al blog, che nel frattempo è stato arricchito con foto, filmati e articoli, hanno superato la cifra di 22.000, che visto la particolarità dell'argomento, mi sembra un buon risultato. Aldilà dei numeri quello che più è commovente vedere quanti "lupi" sono intervenuti e quanti mi hanno mandato foto e filmati da pubblicare. Pensate che la stragrande maggioranza sono ragazzi di leva.........tutti uniti nel ricordo e nell'orgoglio di essere stati nei "Lupi di Toscana". http://78lupiditoscana.wordpress.com/
Dopo 146 anni di storia il glorioso 78° Reggimento “Lupi di Toscana”verrà sciolto. Il 31/03/08 Verrà sancita la fine operativa del reggimento. Uno dei più gloriosi dell’Esercito italiano con la Bandiera decorata con l’ordine militare d’ Italia, una medaglia d’oro, due medaglie d’ argento al valor militare, una medaglia d’argento al valor civile, due attestati di pubblica benemerenza al valor civile e decine di medaglie al valore per imprese eroiche di singoli fanti. Nel novembre 1916 in località Veliki- Faiti il reggimento si coprì di gloria e viene decorato con medaglia d’oro. Nella motivazione della medaglia si legge:” il nemico, sbigottito dall’eroismo dei fanti del 78° gridò “ Ma questi non sono uomini, sono lupi “.
Da allora i soldati del 78° reggimento, ai miei tempi di stanza a Firenze e Livorno, portano sul petto a sinistra, un distintivo dorato con due teste di lupo.E’ il reggimento nel quale ho adempiuto all’obbligo militare, come sottotenente, al comando di un plotone di assaltatori.
In memoria di tutti i caduti verrà suonato per l’ultima volta il silenzio.
Reggimento presentat’arm!!! “LUPI”
————————————————————————————– Il monumento, della foto, per ora, si trova nella caserma Gonzaga di Firenze.E' in atto un lungo braccio di ferro con l'ufficio storico dell'esercito, per metterlo in una piazza di Firenze, già individuata dal comune che è d'accordo, ma a Roma, more solito, mettono i bastoni tra le ruote, e lo vogliono disperdere in qualche magazzino, come hanno già fatto con gli altri cimeli per i quali, noi avendo trovato dei locali adatti, avevamo proposto un museo a Firenze. Non c'è stato niente da fare. Il distintivo, rappresentato nella foto, è quello originale, che portava anche d'Annunzio, con tanto di nodo Savoia. Inutile dire che con l'avvento della repubblica il nodo Savoia fu tolto.
Non ho la pretesa storica di ricostruire la battaglia, ma semplicemente di mostrare delle fotografia dell’epoca, la maggior parte scattate dalla nave Trieste su cui era imbarcato mio padre. Pertanto solo pochi cenni sullo svolgimento dei fatti, sulla storia della nave e sulle sue caratteristiche di armamento.
L’incrociatore Trieste faceva parte della classe Trento della Regia Marina.
Nell’agosto 1933 insieme agli incrociatoriTrento e Bolzano formò la III Divisione Navale.
Durante la seconda guerra mondiale prese parte a molte delle principali azioni navali, come la battaglia di Punta Stilo del (9 luglio1940), primo scontro tra la Regia Marina e la Royal Navy, la battaglia di Capo Teulada (27 novembre1940), successiva alla notte di Taranto dell’11 - 12 novembre1940 in cui la gemella Trento venne seriamente danneggiata e la battaglia di Capo Matapan (27 - 28 marzo1941).
Cenni sulla battaglia di Capo Teulada.
Le navi da guerra britanniche avevano cinque cannoni da 381mm in più degli italiani che, d’altra parte, potevano contare sui 320mm della Cesare. Agli incrociatori italiani, la maggior parte di essi erano considerati pesanti, gli inglesi contrapponevano principalmente incrociatori leggeri (uno era pesante), ma potevano contare sugli aerei dell’Ark Royal.(portaerei)
L’unico fattore che avrebbe potuto rompere l’equilibrio tra le due flotte sarebbe stata la Regia Aeronautica, ma essa non partecipò.
Gli italiani avevano un vantaggio balistico; i loro cannoni potevano essere usati ad una distanza di 30,000 metri mentre i britannici erano limitati a 24-26,000 metri. Il peso dei proietti italiani da 381mmm era 880 Kg simile agli 800 Kg usati dagli inglesi.
Va notato che, come più tardi descritto dall’Ammiraglio Iachino, gli incrociatori britannici non concentrarono il fuoco su un solo obiettivo (azione combinata). A detta di Sommerville, questo problema fu causato dalla mancanza di addestramento tra le varie unità.
Gli inglesi avevano l’incredibile vantaggio dell’Ark Royal. Conoscendo il risultato dello scontro vengono molti dubbi circa il vero valore di questo fattore che, al momento dell’azione, era comunque enorme
(La bandiera di combattimento viene portata in plancia)
La scacchiera era pronta e Campioni prese una decisione critica; non impegnarsi. Prima di lasciare Napoli, l’ammiraglio aveva ricevuto ordini precisi: era autorizzato a dar battaglia solamente se le condizioni fossero state particolarmente favorevoli. Le corazzate assegnate al suo gruppo da battaglia erano le uniche disponibili per servizio; il rischio era troppo alto. Alle 12.07 Campioni ordinò agli incrociatori di cambiare rotta e convergere verso le corazzate. L’ordine era troppo tardivo per l’Amm. Iachino che stava già manovrando per impegnare il nemico. Durante questa fase, mentre il comandante britannico in mare era libero di organizzare le sue proprie forze, Campioni febbrilmente comunicava via radio con Roma richiedendo istruzioni. La differenza organizzativa tra le due marine militari era più che evidente.
Questo scambio di comunicazioni diventò terreno fertile per varie interpretazioni. Alcuni storici, fra loro il rispettassimo Amm. Fioravanzo, citarono le comunicazioni come prova dell’intenzione di Supermarina di impegnare il nemico Invece, Francesco Mattesini scrive: mentre Roma pensò che Campioni stava tentando di evitare combattimento, Iachino già stava scambiando bordate
Alle 12.22, l’Amm. Matteucci a bordo dell’incrociatore Fiume aprì fuoco contro la flotta nemica. Subito dopo, tutti gli incrociatori della IIa Squadra aprirono il fuoco rapido usando proietti esplosivi. Secondo i resoconti italiani, il fuoco fu aperto approssimativamente a 23.500 metri; poi la distanza tra le due formazioni diminuì a 22.000 e, più tardi, a 14.000.
Il Pola ed il Fiume concentrarono il fuoco principalmente all’incrociatore pesante Berwick. Questi, il Manchester, lo Sheffield ed il Newcastle concentrarono il fuoco sugli incrociatori della III Divisione, mentre il Southampton concentrò sulla I divisione. Alle 12.24, la Renown entrò nel vivo della battaglia aprendo il fuoco contro il Trento ad una distanza di approssimativamente 23,800 metri; sei salve sommersero completamente l’incrociatore italiano che, illeso, fece fumo e comincio una manovra evasiva. Va notato che a causa di errori di comunicazione il Trento e non il capodivisione Trieste stava conducendo la formazione, la velocità era di 25 nodi e parte della scorta era in ritardo a causa di una avaria temporanea a bordo del cacciatorpediniere Lanciere.
La Ramillies aprì fuoco alle 12.26, ma subito dopo era fuori portata. La Renown era l’unica corazzata rimasta e concentrò il fuoco soprattutto sul Bolzano. Alle 12:30 Iachino ricevette ordini di non impegnare! L’ammiraglio ordinò l’aumento della velocità a 30 nodi mentre le corazzate italiane si avvicinavano sempre di più. Questi cinque minuti erano i più pericolosi per le forze italiane; le salve britanniche stavano diventando sempre più pericolosamente vicine e la manovra evasiva aveva lasciato gli incrociatori allo scoperto. Ancora una volta, la differenza tra le artiglierie italiane e britannica fu molto evidente: la telemetria italiana era superiore ma le salve disperse, mentre le salve britanniche erano raggruppate, ma spesso lunghe o corte.
Durante questa fase, il Lanciere fu colpito varie volte. La nave fu letteralmente devastata da molti colpi a segno, ma fu in grado di riaccendere una caldaia e continuare a muoversi; più tardi un’altra unità la portò a rimorchio fino alla base. Gli altri cacciatorpediniere lanciarono una cortina fumogena che costrinse la nave all’attacco (il Manchester), a cambiare obiettivo ripuntando i suoi cannoni sulle Zara.
La situazione era critica; Iachino stava impegnando il nemico, ma presto i cannoni della Renown avrebbero potuto rapidamente rompere l’equilibrio. Fortunatamente, intorno alle 13.00 la Vittorio Veneto era entrata nel raggio di portata. La corazzata sparò 19 colpi in sette salve. Appena gli incrociatori britannici (18 Div) comprese che i 381 mm della Veneto era entrati in azione, si allontanarono rapidamente cerando la protezione della Renown. A questo punto Sommerville e Campioni decisero entrambi di rompere il contatto, Campioni in virtù della sua rotta divergente, mentre Sommerville cambiò rotta.
In tutto, la battaglia era durata 54 minuti; l’incrociatore della 2 Sq. avevano sparato 666 colpi, il Pola 118, il Gorizia 123, il Fiume 218, il Trieste 96, il Bolzano 26, il Trento 92. Per la maggior parte dello scontro le unità italiane erano state in minoranza tattica e numerica
Alle 12:22 l’incrociatore pesante Berwick fu colpito da un proietto da 203mm sparato dagli incrociatori italiani. La torretta Y (poppiera superiore) fu colpita, sette uomini uccisi e l’arma distrutta. Il comandante, C.V. Guy il Warren di L., continuò il combattimento indisturbato. Alle 12.35, il Berwick ricevette, un altro colpo, questa volta nel quadrato ufficiali, ma non ci furono vittime. I due colpi non diminuirono l’efficienza bellica e lo spirito combattivo del Berwick.
Equipaggio 723 uomini Artiglieria: cannoni 4 torri binate da 203/50, 8 torri binate da 100/47, 20 mitragliatrici, 8 tubo lancio siluri Corrazzatura da 50 a 100 mm. 1 catapulta e 3 idrovolanti
L’incrociatore Trieste affondò dopo essere stato colpito nel corso di un bombardamento aereo americano sull’isola della Maddalena il 10 aprile1943, insieme all’incrociatoreGorizia che, pur colpito, subì però solo gravi danneggiamenti.
di Vittorio Dell'Uva HERAT (1° marzo) - Sotto di lei scorre il paesaggio lunare afgano con le gole, le valli, i contrafforti delle montagne e i villaggi color della terra che possono nascondere insidie. Siede, a un passo dal vuoto, sul portellone spalancato del Chinook 47, uno degli elicotteri del “task group” La Fenice; tra le mani stringe la mitragliatrice Mg 762 da ottocento colpi al minuto. Il vento le agita il codino biondo che fuoriesce del casco aprendo un piccolo varco alla femminilità nascosta dalla tuta di volo con le insegne alate del primo reggimento Antares. E' il caporale volontario Barbara Pittiglio, una ragazza di Cassino, prima donna mitragliere di bordo dell'Esercito italiano, impiegata in una zona operazioni dove molto labile può rivelarsi il confine tra l'impegno da peacekeeping e la guerra.
«Vorrei proprio non dover mai sparare», è la speranza che esprime a conclusione della sua missione di volo numero uno durante la quale sono stati testati i piccoli ordigni al fosforo destinati a ingannare, deviandone le traiettoria, i razzi nemici attirati dal calore. Le è stato assegnato un compito assai delicato, da «occhio del pilota». Con altri due colleghi deve scrutare, armi in pugno, il terreno segnalando anomalie o eventuali minacce. Oltre che un alto livello di attenzione le si chiede grande freddezza.
«Mai aprire il fuoco senza ordine», ha chiarito il tenente colonnello Antonio Del Gaudio che ad Herat guida i cento militari della «Fenice» chiamati a garantire le scorte ai convogli e i collegamenti con le basi remote degli italiani del contingente.
A ventisei anni, Barbara Pittiglio è approdata alla sua prima missione all'estero, della durata di due mesi, dopo aver inanellato primati nell'ambito dell'Esercito superando con lunghe falcate ogni corso cui aveva la possibilità di partecipare. Difficile sarà in futuro provare a tenerla in ufficio a sbrigare pratiche come le è accaduto per qualche tempo subito dopo l'arruolamento. «Non era quella la vita militare che volevo», dice per meglio spiegare che cosa l'abbia indotta a partecipare al corso per mitragliere svoltosi alla “Macao” di Ascoli dove ha spazzato via le scorie dello scetticismo imponendosi su 370 concorrenti. Il posto all'undicesimo gruppo di Viterbo, cui è stata assegnata, se lo è letteralmente conquistato al poligono di tiro, colpo dopo colpo. L'ipotesi di lasciare la divisa dopo i quattro anni di ferma predefinita nemmeno la sfiora. Non è guardando alla vita civile che sta per conseguire, presso l'università di Cassino, la laurea in Economia e commercio. «Mi manca un solo esame, ma una donna in armi può valere di più. Diciamo che è meno vulnerabile» azzarda pur evitando di avventurarsi in una compendiosa analisi della condizione femminile.
Le piace sostanzialmente competere in campi su cui pesa tradizionalmente l'opzione dei maschi. L'ha sempre affascinata l'idea della donna-soldato piuttosto che la divisa indossata dagli uomini. Anche nello sport l'hanno guidata le stesse linee guida. Ha giocato nel ruolo di portiere nella squadra di calcio femminile della Roma imponendosi, per partecipare agli allenamenti, tour de force da pendolare dello sport. Adesso è legata ad una società minore in Ciociaria. Superare gli ostacoli fa parte dello stile di vita. Ha dribblato la legittima preoccupazione della madre Maria Grazia che mai avrebbe immaginato che un giorno Barbara sarebbe finita, con una mitragliatrice tra le mani, sullo scenario afgano.
Non ha lasciato che nel campo affettivo la sua scelta fosse negoziabile con «qualcuno che non apprezza quello che fa». Ma non le mancano comunque, in famiglia, le sponde cui appoggiarsi. Guida la pattuglia dei fans, che include anche la sorella, il padre Casimiro «metodista» alla Fiat di Cassino. Da lui non è mai arrivata, ieri come oggi, una minima obiezione.
A Formigine viene "eliminato" un uomo di cinquantatré anni:MONTORSI EZECHIELLO.(65)"Alle ore 17 del 14 Maggio 1945, a Casinalbo, venne prelevato l'industriale Ezechiello Montorsi. La sera stessa venne ucciso con quattro colpi di mitra. Dopo due giorni, la salma venne recuperata, già sotterrata nel podere del mezzadro Fernando Stefani. Lo stesso giorno, venne arrestato il capo partigiano.... autore materiale del delitto. Condotto alla Questura di Modena, riuscì ad evadere (c'era ancora la polizia partigiana) ed a riparare in Iugoslavia. Un altro dei partecipanti all'assassinio fuggì mentre stava per essere arrestato all'interno del salumificio di Casinalbo. L'industriale era stato derubato del portafoglio, dell'orologio d'oro, e di un anello d'oro con brillanti.(65bis
francy ha detto... ..continua... Come avrete capito, era mio nonno paterno. Sapevano esattamente da chi era stato portato via "subdolamente" con una camionetta dicendo che in Questura a Modena avevano bisogno di lui. Quindi, quando la sera non tornò, mio padre,i suoi fratelli e la nonna cominciarono a tremare. Vorrei precisare che il nonno non era un fascista militante, ma aveva un salumificio che ,fra l'altro, è stato bombardato e raso al suolo ben 3 volte. Poi Quartiere Generale dei tedeschi, con le donne nascoste nelle celle frigo, poi, per ultimo, anche saccheggiato dai "compaesani".Lo ritrovarono dopo un paio di giorni a Ganaceto, sotterrato insieme ad altri industriali modenesi. continua.... 10 gennaio 2008 10.23
..continua... Terminata la guerra, fu imposto a tutti gli italiani di consegnare le armi che detenevano in casa, fossero per la caccia o per difesa personale o rubate o .....Mio padre si presentò in questura a Modena e consegnò personalmente un piccolo gioiello che aveva comprato o gli avevano regalato: una mitraglietta....(Non chiedetemi che marca e che tipo, perchè non potrei chiedere informazioni a nessuno...). Era naturalmente molto dispiaciuto, ma il tenente che lo accolse, ben sapendo della tragica morte di Ezechiello, gli fece un promessa:"Lo terrò io, non si preoccupi: se questa ordinanza verrà cancellata, stia tranquillo che riavrà la sua mitraglietta!"...... .continua.... 13 gennaio 2008 13.26
...continua e termina.
Dopo parecchio tempo, le Forze di Polizia modenese cominciarono a dover fronteggiare i saccheggi ed i furti perpetrati da approfittatori casuali e delinquenti comuni. Casualmente, nella campagna di Castelfranco Emilia, furono inseguiti dei ragazzotti che avevano rubato delle galline ad un contadino. Intimato l'alt, lo stesso Ufficiale, che aveva in custodia la mitraglietta di mio padre, sparò, proprio con quell'arma!!! Uccise un ragazzo di 17 anni!!! Era un giovane formiginese, ben conosciuto, ed aveva partecipato alla fucilazione di mio nonno.
Il Tribunale di Guerra, insediato a Pescara, alla fine, assolse gli altri componenti della "banda", perchè ci fu una speciale amnistia per i crimini di guerra..... Fine.