Fotocronaca parte seconda
http://www.unioneistriani.it/3t-data/files/1041.pdf
Fotocronaca parte terza
http://www.unioneistriani.it/3t-data/files/1040.pdf
Non lasciatemi sola ad esaltarla
Quando Marcello riuscirà a postare la sua magica striscetta, questo potrà essere annullato
Inno dei "Lupi di Toscana"
Premessa
L'anno scorso, quasi di questi tempi, scrissi questo piccolo post per mio ricordo e senza pretese letterarie. Ha avuto un successo impensabile più di 600 visite nei primi 2 giorni, tanto che decidemmo con l'Associazione Lupi di Toscana di Firenze di aprire un apposito blog, dopo neanche un anno le visite al blog, che nel frattempo è stato arricchito con foto, filmati e articoli, hanno superato la cifra di 22.000, che visto la particolarità dell'argomento, mi sembra un buon risultato. Aldilà dei numeri quello che più è commovente vedere quanti "lupi" sono intervenuti e quanti mi hanno mandato foto e filmati da pubblicare. Pensate che la stragrande maggioranza sono ragazzi di leva.........tutti uniti nel ricordo e nell'orgoglio di essere stati nei "Lupi di Toscana".
http://78lupiditoscana.wordpress.com/
Dopo 146 anni di storia il glorioso 78° Reggimento “Lupi di Toscana”verrà sciolto.
Il 31/03/08 Verrà sancita la fine operativa del reggimento.
Uno dei più gloriosi dell’Esercito italiano con la Bandiera decorata con l’ordine militare d’ Italia, una medaglia d’oro, due medaglie d’ argento al valor militare, una medaglia d’argento al valor civile, due attestati di pubblica benemerenza al valor civile e decine di medaglie al valore per imprese eroiche di singoli fanti. Nel novembre 1916 in località Veliki- Faiti il reggimento si coprì di gloria e viene decorato con medaglia d’oro. Nella motivazione della medaglia si legge:” il nemico, sbigottito dall’eroismo dei fanti del 78° gridò “ Ma questi non sono uomini, sono lupi “.
Da allora i soldati del 78° reggimento, ai miei tempi di stanza a Firenze e Livorno, portano sul petto a sinistra, un distintivo dorato con due teste di lupo.E’ il reggimento nel quale ho adempiuto all’obbligo militare, come sottotenente, al comando di un plotone di assaltatori.
In memoria di tutti i caduti verrà suonato per l’ultima volta il silenzio.
Reggimento presentat’arm!!!
“LUPI”
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Il monumento, della foto, per ora, si trova nella caserma Gonzaga di Firenze.E' in atto un lungo braccio di ferro con l'ufficio storico dell'esercito, per metterlo in una piazza di Firenze, già individuata dal comune che è d'accordo, ma a Roma, more solito, mettono i bastoni tra le ruote, e lo vogliono disperdere in qualche magazzino, come hanno già fatto con gli altri cimeli per i quali, noi avendo trovato dei locali adatti, avevamo proposto un museo a Firenze. Non c'è stato niente da fare.
Il distintivo, rappresentato nella foto, è quello originale, che portava anche d'Annunzio, con tanto di nodo Savoia. Inutile dire che con l'avvento della repubblica il nodo Savoia fu tolto.
Inno del S.Marco Silenzio fuori ordinanza
Non ho la pretesa storica di ricostruire la battaglia, ma semplicemente di mostrare delle fotografia dell’epoca, la maggior parte scattate dalla nave Trieste su cui era imbarcato mio padre. Pertanto solo pochi cenni sullo svolgimento dei fatti, sulla storia della nave e sulle sue caratteristiche di armamento.
L’incrociatore Trieste faceva parte della classe Trento della Regia Marina.
Nell’agosto 1933 insieme agli incrociatori Trento e Bolzano formò la III Divisione Navale.
Durante la seconda guerra mondiale prese parte a molte delle principali azioni navali, come la battaglia di Punta Stilo del (9 luglio 1940), primo scontro tra la Regia Marina e la Royal Navy, la battaglia di Capo Teulada (27 novembre 1940), successiva alla notte di Taranto dell’11 - 12 novembre 1940 in cui la gemella Trento venne seriamente danneggiata e la battaglia di Capo Matapan (27 - 28 marzo 1941).
Cenni sulla battaglia di Capo Teulada.
Le navi da guerra britanniche avevano cinque cannoni da 381mm in più degli italiani che, d’altra parte, potevano contare sui 320mm della Cesare. Agli incrociatori italiani, la maggior parte di essi erano considerati pesanti, gli inglesi contrapponevano principalmente incrociatori leggeri (uno era pesante), ma potevano contare sugli aerei dell’Ark Royal.(portaerei)
L’unico fattore che avrebbe potuto rompere l’equilibrio tra le due flotte sarebbe stata la Regia Aeronautica, ma essa non partecipò.
Gli italiani avevano un vantaggio balistico; i loro cannoni potevano essere usati ad una distanza di 30,000 metri mentre i britannici erano limitati a 24-26,000 metri. Il peso dei proietti italiani da 381mmm era 880 Kg simile agli 800 Kg usati dagli inglesi.
Va notato che, come più tardi descritto dall’Ammiraglio Iachino, gli incrociatori britannici non concentrarono il fuoco su un solo obiettivo (azione combinata). A detta di Sommerville, questo problema fu causato dalla mancanza di addestramento tra le varie unità.
Gli inglesi avevano l’incredibile vantaggio dell’Ark Royal. Conoscendo il risultato dello scontro vengono molti dubbi circa il vero valore di questo fattore che, al momento dell’azione, era comunque enorme
(La bandiera di combattimento viene portata in plancia)
La scacchiera era pronta e Campioni prese una decisione critica; non impegnarsi. Prima di lasciare Napoli, l’ammiraglio aveva ricevuto ordini precisi: era autorizzato a dar battaglia solamente se le condizioni fossero state particolarmente favorevoli. Le corazzate assegnate al suo gruppo da battaglia erano le uniche disponibili per servizio; il rischio era troppo alto. Alle 12.07 Campioni ordinò agli incrociatori di cambiare rotta e convergere verso le corazzate. L’ordine era troppo tardivo per l’Amm. Iachino che stava già manovrando per impegnare il nemico. Durante questa fase, mentre il comandante britannico in mare era libero di organizzare le sue proprie forze, Campioni febbrilmente comunicava via radio con Roma richiedendo istruzioni. La differenza organizzativa tra le due marine militari era più che evidente.
Questo scambio di comunicazioni diventò terreno fertile per varie interpretazioni. Alcuni storici, fra loro il rispettassimo Amm. Fioravanzo, citarono le comunicazioni come prova dell’intenzione di Supermarina di impegnare il nemico Invece, Francesco Mattesini scrive: mentre Roma pensò che Campioni stava tentando di evitare combattimento, Iachino già stava scambiando bordate
Alle 12.22, l’Amm. Matteucci a bordo dell’incrociatore Fiume aprì fuoco contro la flotta nemica. Subito dopo, tutti gli incrociatori della IIa Squadra aprirono il fuoco rapido usando proietti esplosivi. Secondo i resoconti italiani, il fuoco fu aperto approssimativamente a 23.500 metri; poi la distanza tra le due formazioni diminuì a 22.000 e, più tardi, a 14.000.
Il Pola ed il Fiume concentrarono il fuoco principalmente all’incrociatore pesante Berwick. Questi, il Manchester, lo Sheffield ed il Newcastle concentrarono il fuoco sugli incrociatori della III Divisione, mentre il Southampton concentrò sulla I divisione. Alle 12.24, la Renown entrò nel vivo della battaglia aprendo il fuoco contro il Trento ad una distanza di approssimativamente 23,800 metri; sei salve sommersero completamente l’incrociatore italiano che, illeso, fece fumo e comincio una manovra evasiva. Va notato che a causa di errori di comunicazione il Trento e non il capodivisione Trieste stava conducendo la formazione, la velocità era di 25 nodi e parte della scorta era in ritardo a causa di una avaria temporanea a bordo del cacciatorpediniere Lanciere.
La Ramillies aprì fuoco alle 12.26, ma subito dopo era fuori portata. La Renown era l’unica corazzata rimasta e concentrò il fuoco soprattutto sul Bolzano. Alle 12:30 Iachino ricevette ordini di non impegnare! L’ammiraglio ordinò l’aumento della velocità a 30 nodi mentre le corazzate italiane si avvicinavano sempre di più. Questi cinque minuti erano i più pericolosi per le forze italiane; le salve britanniche stavano diventando sempre più pericolosamente vicine e la manovra evasiva aveva lasciato gli incrociatori allo scoperto. Ancora una volta, la differenza tra le artiglierie italiane e britannica fu molto evidente: la telemetria italiana era superiore ma le salve disperse, mentre le salve britanniche erano raggruppate, ma spesso lunghe o corte.
Durante questa fase, il Lanciere fu colpito varie volte. La nave fu letteralmente devastata da molti colpi a segno, ma fu in grado di riaccendere una caldaia e continuare a muoversi; più tardi un’altra unità la portò a rimorchio fino alla base. Gli altri cacciatorpediniere lanciarono una cortina fumogena che costrinse la nave all’attacco (il Manchester), a cambiare obiettivo ripuntando i suoi cannoni sulle Zara.
La situazione era critica; Iachino stava impegnando il nemico, ma presto i cannoni della Renown avrebbero potuto rapidamente rompere l’equilibrio. Fortunatamente, intorno alle 13.00 la Vittorio Veneto era entrata nel raggio di portata. La corazzata sparò 19 colpi in sette salve. Appena gli incrociatori britannici (18 Div) comprese che i 381 mm della Veneto era entrati in azione, si allontanarono rapidamente cerando la protezione della Renown. A questo punto Sommerville e Campioni decisero entrambi di rompere il contatto, Campioni in virtù della sua rotta divergente, mentre Sommerville cambiò rotta.
In tutto, la battaglia era durata 54 minuti; l’incrociatore della 2 Sq. avevano sparato 666 colpi, il Pola 118, il Gorizia 123, il Fiume 218, il Trieste 96, il Bolzano 26, il Trento 92. Per la maggior parte dello scontro le unità italiane erano state in minoranza tattica e numerica
Alle 12:22 l’incrociatore pesante Berwick fu colpito da un proietto da 203mm sparato dagli incrociatori italiani. La torretta Y (poppiera superiore) fu colpita, sette uomini uccisi e l’arma distrutta. Il comandante, C.V. Guy il Warren di L., continuò il combattimento indisturbato. Alle 12.35, il Berwick ricevette, un altro colpo, questa volta nel quadrato ufficiali, ma non ci furono vittime. I due colpi non diminuirono l’efficienza bellica e lo spirito combattivo del Berwick.
(le foto sono di proprietà dell'autore, la descrizione della battaglia dal sito http://www.regiamarina.net/battles/teulada/teulada_it.htm)
Caratteristiche
Classe Trento cantiere Stabilimento Tecnico Triestino.
Varato 24/10/1926 entrato in servizio 03/04/29
Tipo incrociatore pesante dislocamento 13.145 tons.
Lunghezza 196,6 mt. Larghezza 20,6 mt.Potenza 150.000 CV velocità massima 35 nodi (63 km/h)
Equipaggio 723 uomini Artiglieria: cannoni 4 torri binate da 203/50, 8 torri binate da 100/47, 20 mitragliatrici, 8 tubo lancio siluri Corrazzatura da 50 a 100 mm. 1 catapulta e 3 idrovolanti
L’incrociatore Trieste affondò dopo essere stato colpito nel corso di un bombardamento aereo americano sull’isola della Maddalena il 10 aprile 1943, insieme all’incrociatore Gorizia che, pur colpito, subì però solo gravi danneggiamenti.


| domenica 22 febbraio 2009 (Il Giornale) | |
| Pola al censimento austriaco del 1910 era al 75 per cento abitata da italiani, nel 1946 28mila polesani firmarono per abbandonare la città se assegnata alla Jugoslavia. Censiti per ribattere le accuse dei titini che fossero «ricchi pescicani borsari neri», meno di un migliaio risultarono industriali e professionisti, gli altri artigiani, operai, commercianti, impiegati e privati. Quando fu negato «il plebiscito» (e a San Francisco le Potenze Alleate avevano giustificato l'entrata in guerra con la difesa del principio di autodeterminazione dei popoli) non rimaneva che «il plebiscito dell'esodo». Si aprì ufficialmente il 23 dicembre '46 prima del Trattato di Pace di Parigi del 10 febbraio '47 (il Diktat): «italiani due volte per nascita e per libera scelta», come disse Giuseppe Saragat presidente della Repubblica. Sono schegge fiammeggianti dal nuovo libro di Lino Vivoda, esule da Pola a 17 anni con altri 2155 polesani sul IV convoglio del 16 febbraio '47 del «Toscana» (che compì altri dieci tragitti): Quel lungo viaggio verso l'esilio. Pola-Ancona-Bologna-La Spezia, (Edizioni istria europa. Imperia 2008). Alla partenza viene a salutare la famiglia Vivoda l'affezionata Antonietta che stirava a casa loro, una comunista sfegatata, chiedendo: «E quando il comunismo comanderà anche in Italia dove andrete?» «In Australia», rispondeva mamma. «E quando arriverà anche là?» «Magari sulla luna, mai sotto i comunisti». La memoria della pulizia etnica comunista titina ad una prima stima fu «di cinquemila morti infoibati che - fa osservare l'autore - salivano a ventimila con gli uccisi in vari modi, appesi ai ganci di macellerie, fucilati, annegati con pietre legate al collo, morti di stenti nei campi di rieducazione». Diventato studioso di storia patria oltre che funzionario del Ministero del Lavoro, Vivoda punta il dito sui falsi storici in atto. Il negazionismo è alimentato da pseudo-storici (la Kersevani, la Cernjal), da altri disinformati sulle foibe, Giacomo Scotti, Pedrag Matvejevic, al punto da sostenere che i fascisti per primi gettarono in foiba autocarri pieni di prigionieri. E non risparmia la «propaganda ufficiale» dei presidenti Mesic di Croazia e Drnovsek della Slovenia su «un'occupazione italiana dell'Istria solo dal 1918 al 45», ignorando la storia: dal 178 a.C. quando i Romani raggiungono le Alpi orientali alla costituzione dei liberi Comuni medievali che accomuna l'Istria all'Italia del Nord e che i popoli Il libro s'apre con il distacco dal suo mondo giovanile: la messa di mezzanotte del Natale 1946 con lui nel servizio d'ordine degli esploratori cattolici dell'ASCI di Pola, il 31 dicembre l'addio collettivo dei polesani con il canto dei Lombardi al Teatro Ciscutti, poi il commiato scout con la bandiera italiana ammainata, poi la visione della sua città vecia, della rivendita di pane e latte di nonna Maria, dell'osteria con il bigliardo di nonna Caterina... «O signor che dal tetto natio» è il canto struggente degli esuli quando la nave abbandona il molo». Questo libro è musicale per l'inseguirsi di canti profondamente connotativi: all'arrivo del "Toscana" ad Ancona da dietro le file dei soldati sul molo echeggia Bandiera rossa, cui il pubblico risponde con fischi e dalla nave con Fratelli d'Italia. Quando arrivano in treno a Bologna, il capitolo «Niente cibo al treno dei fascisti» riporta un episodio noto, ma qui insaporito delle frasi che uno degli esuli grida alla lettura del comunicato per altoparlante: «Tu mare putana gho fato due anni el partigian in bosco e ti me ciame fascista». «Gavemo lassado ste merde in Istria e se li trovemo anca qua». Il racconto si circoscrive in due momenti. Il primo, alla partenza per far capire la tensione del tempo. A bordo del «Toscana» vengono trovate due valige di esplosivo messe da un agente dell'OZNA (polizia segreta di Tito) per far saltare il piroscafo in mezzo all'Adriatico. Si sarebbe ripetuta la strage di Vergarolla, spiaggia di Pola, (18 agosto 1946) in cui tra le settanta vittime di una festa popolare della Pietas Julia, restò Sergio, il fratellino di otto anni dell'autore. La salma fu inviata (e anche altri polesani si portarono via i morti) al Cimitero Dei Boschetti di La Spezia, dove ora riposa il nucleo originario dei Vivoda. Il secondo momento: l'approdo. Dalla caserma spezzina Ugo Botti l'autore riuscì ad andar via dopo 8 anni ed entrato nell'associazione dei profughi, l'ANVGD, riuscì a far costruire per gli ultimi che la lasciarono 16 anni dopo (1963) 42 appartamenti a Rebocco nel terreno donato dal Comune di La Spezia. Alla partenza si era ripromesso di tornare senza passaporto nella sua terra ed ha potuto farlo: per il futuro spera in un'Istria europea. In cuore il canto dell'Adio a Pola (di Arturo Daici): «I disi che bisogna far valise che in primavera dovarò pompar con quattro fazoleti e do camise e con do brazi che sa lavorar/ Do robe vojo cior per ricordar/ In t'un scartosso un tochetin di Rena/ in'na fiascheta un fia del tuo bel mar.../Solo do lagrime/ una per ocio/ e po' in zenocio/ questa tera baserò». (Dicono che bisogna fare le valigie che in primavera dovrò partire con quattro fazzoletti e due camicie e con due braccia che sanno lavorare/ Due cose voglio prendere come ricordo/ In un cartoccio un pezzetto di Arena/ in una bottiglietta un po' del tuo bel mare/ Solo due lacrime/ una per occhio/ e poi in ginocchio/ questa terra bacerò.)
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Riporto quanto postai nel giorno della memoria di 2 anni fa sul mio blog.
Memento Pola 1944
Il cavaliere e l’orsetto.
All’università ho studiato il calcolo delle probabilità ma, chissà come mai, se lo applico a me stesso, non funziona. Tutte le volte, che cerco qualche cosa in un mucchio, è sempre l’ultima, nell’ultimo baule e nel baule proprio sul fondo. Misteri della matematica o nuvoletta alla Fantozzi?
Così, cercando un libro in un vecchio baule, ho ritrovato, ben riposto, da mia madre, quello che era stato il mio unico giocattolo da piccolo: un orsetto. Un pò malconcio, senza un occhio, con la stoffa sdrucita da cui fuoriesce la paglia.
Raccogliendolo, quasi fosse un videoclip, cominciano a scorrere nella mia mente immagini di un lontano passato. Immagini confuse, che si accavallano, che si sfumano, che si ripresentano ma, lentamente, i contorni si vanno definendo.
Soldati, armi, spari, sirene d’allarme, il fragore delle bombe, il rifugio. Già, il rifugio letto di quasi ogni notte. Accovacciato su un giaciglio di paglia, avvolto in una vecchia coperta, abbracciavo il mio bobi, l’orsetto, unica certezza in tanto marasma. Ero troppo piccolo per capire e troppo grande per non ricordare.
Nell’ombra, sfumata da una fioca luce, c’era uno strano soldato che accarezzava la testa del suo cavallo, per non farlo nitrire. Che ci faceva, un cavaliere dall’aspetto orientale, a Pola nel 1944 ? Mandato a combattere una guerra che, forse, non gli apparteneva e a morire per quale causa ? Mi ero affezionato a quella presenza, chissà cosa avrei fatto per montare in groppa a quel cavallo.
Una sera non venne e non è più venuto, ma non credo che fosse, perché era tornato a casa.
Forse, certi vecchi bauli è meglio lasciarli chiusi.
Nota per il lettore politicamente corretto che non sa, o ipocritamente non vuole sapere.
Pola, città rifondata dai romani su antiche vestigia, era italiana e fu abbandonata al suo tragico destino, come tutta la popolazione istriana, dai governi “democratici” postbellici.
Quei fortunati che riuscirono a salvarsi furono trattati in modo vergognoso, dai suddetti governi, in quanto memoria vivente del loro tradimento.
Sarebbe stato meglio, per loro ,che fossimo tutti democraticamente morti per mano dei democraticissimi partigiani comunisti italiani e titini.
Marcello



Me la chiese Dag da Herat.
Che suoni come preghiera per lui.