lunedì 15 dicembre 2008

E' NATALE ANCHE PER LORO - SIAMO CON VOI (click)


Il contingente italiano nella base di Herat
Afghanistan, Natale al fronte

Sveglia alle ore più impensate, un briefing, una veloce colazione e poi subito al lavoro. Comincia così la giornata in prima linea dei militari italiani a Herat, nella regione ovest dell'Afghanistan.

I nostri soldati "abitano" principalmente nella Forward support base (Fsb) vicino all'aeroporto. Ma ce ne sono altri dislocati anche nei comandi distaccati nelle altre province della regione. Ognuno continua a essere concentrato nei suoi compiti, nonostante la lontananza dalle famiglie che si fa sentire soprattutto in questo periodo con il natale alle porte. Quel giorno a camp Arena - sede del Regional command West (Rc-W) di Isaf, dove è di stanza il contingente italiano (su base brigata alpini Julia) e il cui comando è affidato al generale Paolo Serra, ci sarà la funzione religiosa, celebrata da don Giuseppe Ganciu, chiamato da tutti "don Peppino", e poi un cenone.

Il lavoro, comunque non si fermerà, ma proseguirà con i soliti ritmi. Nulla cambierà, a parte un menù ad hoc e le linee telefoniche intasate a causa degli auguri. Dai cuochi della mensa alle unità di manovra, agli operatori delle forze speciali; tutti rimarranno concentrati sui loro compiti, convinti che quello a Herat sarà un Natale speciale, in quanto la missione aiuterà la popolazione locale. Ad accompagnarli e sostenerli, oltre a vari alberi e decorazioni natalizie, ci sarà anche numerosi presepi (i cui progetti dovranno essere approvati preventivamente da don Peppin), tra cui uno fatto di cartone. Le statuine, invece, sono di carta fotografica plastificata. Dalla Natività ai pastori, alle pecore, ai cammelli. Non manca nulla.

"Festeggeremo il Natale con una grigliata, ma se ci sarà da lavorare lo faremo senza alcun problema e con lo spirito di sempre", hanno raccontato al TEMPO Renato e Mauro, membri della Task Force 45, l'unità di forze speciali italiana su base 9° reggimento "Col Moschin" e di cui fanno parte elementi di tutte le forze armate, dislocata in Afghanistan. Il primo è un operatore del Gruppo operativo incursori (Goi) del Comsubin della Marina. Il secondo, invece, appartiene al 17 esimo stormo incursori. Si tratta della neonata (2003) unità di forze speciali dell'Aeronautica. "Siamo persone normali, nonostante ciò che si possa pensare - hanno proseguito Renato e Mauro -. Abbiamo famiglie con mogli e figli, con gli annessi e connessi che ne derivano. Per dialogare con loro usiamo ciò che abbiamo a disposizione. Io, per esempio chatto con mia moglie quando ho del tempo (molto poco, ndr.) a disposizione. Anche perché, grazie alla webcam ci sentiamo meno lontani potendo vederci reciprocamente. Sono molto orgogliosi di noi - spiegano i due incursori -, anche se capiamo perfettamente che è dura per loro. Noi, allo stesso tempo, siamo molto orgogliosi di loro e li ringraziamo. Tra noi ci sono legami indissolubili, tanto che quando rientriamo a casa si verificano momenti molto intensi".

In Italia, comunque, le famiglie degli operatori impegnati all'estero possono contare su un'organizzazione che assiste loro e sul sostegno di amici e colleghi rimasti "a casa". "Senza il supporto dei nostri cari non potremmo svolgere il nostro lavoro", hanno aggiunto Renato e Mauro. Soprattutto perché gli incursori sono lontani da casa per molto tempo. Per fare un esempio, nel 2006 erano impegnati contemporaneamente in tre teatri operativi principali: l'Iraq, l'Afghanistan e il Libano. Peraltro, anche se le storie sono molto diverse, i nostri incursori riescono a essere vicini l'un l'altro sia in patria sia in Area di operazione. "Io sono nato in un luogo di mare, mi sono arruolato in Marina e poi ho scelto di entrare nell'elite del corpo, il Goi del Comsubin", ha detto Renato. "Io, invece, provengo dal reparto paracadutisti dell'Aeronautica militare e sono entrato nel 17 esimo stormo incursori perché ambivo a far parte della componente operativa della forza armata 'land oriented'". Il risultato, comunque, per entrambi è lo stesso. "Svolgo un lavoro che mi piace fare e che comprende molti dei miei hobbies".

Tutti sono determinati a portare a termine la missione, nonostante i sacrifici cui sono sottoposti. Lo capisci da quando parli con loro. Nominando, infatti, le parole "Natale e famiglia", a parte un istante di non celata malinconia, tutti rispondono col sorriso e con sguardi fieri. Lo conferma anche il contrammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, comandante del Comsubin, che in questi giorni si trova a Herat in visita ai suoi "ragazzi". "Li ho trovati sereni, motivati e pronti", sono state le sue parole. Anche per i militari "convenzionali" è lo stesso. Negli ultimi giorni è aumentato il traffico di sms da e verso l'Italia e a "Piazza Italia" è facile imbattersi in discorsi sui regali per i parenti a casa, acquistati rigorosamente al mercato della domenica, o sui menù che verranno serviti nelle case del nostro Paese il 25 dicembre. Ciò vale anche per gli altri contingenti presenti a camp Arena: quello spagnolo, quello lituano, quello albanese e quello sloveno, quello croato e quello ungherese.

"Passeremo il Natale lavorando - ha spiegato al TEMPO il capitano Antonio Bernardo, portavoce del nostro contingente a Herat -. Ma non per questo la festa sarà meno sentita. Sarà un'occasione per stare tutti quanti insieme, ricordando però che siamo qui con uno scopo ben preciso: aiutare la popolazione afghana". Per quanto riguarda gli alberi, all'esterno non ce ne saranno per motivi di sicurezza. Infatti, le luci renderebbero la struttura troppo visibile. All'interno delle strutture abitative e degli uffici, invece, è tutta un'altra storia. C'è chi lo ha adornato con stelle argentate di carta stagnola e chi ha optato per uno stile minimalista, mentre a mensa e al comando ce sono due tradizionali.

venerdì 12 dicembre 2008

ANCORA SPORT - CALCIO MINORE (?)


I GLADIATORI DELLE DUE SICILIE

La Nazionale di Calcio delle Due Sicilie scende in campo. La prima squadra di calcio (a 11 elementi) che porta sul petto il gloriosi emblemi del sud è pronta. I Gladiatori del giglio e della trinacria, dopo mesi di allenamento nel più assoluto riserbo, non intendono attendere oltre e vogliono lanciare la sfida alla naturale avversaria italica: la Nazionale Padana. Oggi, infatti, è stato gettato il guanto della sfida alla sede della squadra di calcio del nord. E' stato proposto un doppio incontro: andata a Gaeta la domenica pomeriggio a chiusura del convegno tradizionalista; ritorno a Pontida il 5 aprile (in prossimità della ricorrenza dello storico giuramento del 1167).

Non volendo, però, che il tutto si risolvesse in una sterile contesa calcistica abbiamo anche proposto che il ricavato delle partite fosse devoluto per una struttura sanitaria cattolica di uno dei paesi sottosviluppati.

Attendiamo una risposta dalla Direzione della Padania Calcio.

Forza Nazionale delle Due Sicilie.

Francesco Laricchia

mercoledì 10 dicembre 2008

UNA NOTIZIA DI SPORT- L'AMERICA'S CUP (click)


L'AMERICA CUP avra' ancora una "Luna Rossa"

GENOVA. Il team velico italiano Luna Rossa, guidato da Patrizio Bertelli, ha presentato richiesta di iscrizione per la 33ma Coppa America di vela, contrariamente alle intenzioni manifestate dallo stesso Bertelli alla conclusione della scorsa edizione quando aveva
dichiarato che la sua squadra non avrebbe più partecipato alla competizione più importante del sailing internazionale.

Sulla notizia manca ancora l’annuncio ufficiale ma fonti vicine all’organizzazione dell’evento la danno già per certa. Intanto, il team statunitense Bmw Oracle ha fatto sapere che non si iscriverà, in attesa della conclusione della vicenda legale che lo vede opposto ad Alinghi che è il Defender del trofeo.

Il termine per presentare richiesta di iscrizione è stato fissato al 15 dicembre, mentre il 12 c’è un incontro ufficiale tra il team svizzero e i partecipanti, per fissare insieme
alcuni aspetti regolamentari.

La “nuova” Luna Rossa vedrà una squadra rivoluzionata rispetto alla precedente, senza lo skipper Francesco De Angelis al timone.

Intanto però l’America’s Cup non riesce proprio a trovare pace.
L’ultimo episodio di una disputa infinita (fuori e dentro i tribunali) è il comunicato con il quale Alinghi commenta la decisione di Bmw Oracle di non iscriversi.

«L’annuncio di Bmw Oracle non ci sorprende affatto, perchè loro non hanno mai dimostrato un reale interesse all’evento come fatto dagli altri 14 team.
La loro ultima lettera dimostra un’arroganza oltre ogni limite e la mancanza di rispetto per tutti i team che stanno partecipando all’organizzazione della 33a America’s Cup».

Fonte Quotidino IL ROMA di oggi

domenica 7 dicembre 2008

DOBBIAMO ESSERE FIERI DEI NOSTRI SOLDATI (click).

Un ponte italiano nel cuore di un'area talebana
Pubblicato da Lorenzo Bianchi Sab, 06/12/2008 - 18:34

Dal 5 al 7 agosto, per tre interminabili giorni i talebani tentarono inutilmente di spazzare via i novanta fucilieri della Brigata aeromobile Friuli asserragliati nella “base remota” di Bala Murghab, 250 chilometri a nord di Herat.

Il caporalmaggiore Pasquale Campopiano, 27 anni, di Caserta, descrive la battaglia con poche, scarne, parole: “Ci tiravano razzi rpg da tutte le parti. Non dimenticherò mai le fiammate delle esplosioni all’interno del fortino, dal quale la mia compagnia, la terza del 66° reggimento “Trieste”, rispondeva al fuoco”. Fu la brigata aeromobile Friuli a creare nell’ex cotonificio, il 4 agosto, la “Fob”, acronimo inglese per base avanzata. Fino a quel momento Bala Murghab era saldamente in mano integralista. Nella stessa località il primo dicembre il generale Paolo Serra, comandante della brigata alpina “Julia” e il ministro afgano per le opere pubbliche Alì Safari hanno inaugurato un ponte lungo 45 metri sul fiume Murghab. Solo tre giorni prima, il 28 novembre, trecento miliziani avevano attaccato un convoglio del 207° corpo d’armata dell’Ana, l’esercito nazionale afgano. Per risolvere la situazione erano intervenuti alcuni F 16 (a Kandahar sono schierati velivoli, statunitensi e olandesi), che avevano distrutto i mezzi finiti nelle mani degli “insorgenti”. I morti delle forze armate di Kabul erano stati tredici. I soldati afgani feriti furono soccorsi dagli italiani e ricoverati all’ospedale militare di Herat.Tre giorni dopo il taglio del nastro. Safari ha ringraziato: “Il manufatto porterà grandi benefici alla popolazione”. Il ponte è un pezzo importante della Ring Road, la grande strada che dovrebbe collegare tutte le città più popolate del Paese fieramente osteggiata dai talebani. Non a caso all’inaugurazione hanno partecipato anche il generale statunitense David McKiernan, comandante di Isaf, il contingente della Nato in Afganistan, e il capo di stato maggiore di Kabul Bismullah Khan.

Come è stato possibile il miracolo italiano? Il portavoce del contingente, il capitano Antonio Bernardo, rivela una realtà semplice solo in apparenza: “Sono state le autorità politiche e gli elders, gli anziani, locali a chiedere il ponte. I materiali sono stati portati a Bala Murghab da afgani”. L’ufficiale descrive tre fasi: “A metà ottobre i genieri del II reggimento della Julia, inquadrati nel comando regionale di Kabul, hanno raccolto i materali e li hanno sistemati nei container. Il secondo passo è stato la consegna a contractor locali che li hanno trasportati a Bala Murghab con un viaggio di seicento chilometri. Nel terzo stadio i genieri del Comando Regionale Ovest, quello a guida italiana, lo hanno montato”. I pezzi sono stati collocati su due piloni di calcestruzzo armato. “Prima – spiega Berardo – potevano passare solo veicoli leggeri. Ora il ponte è collaudato per mezzi che pesano fino a sessanta tonnellate, ossia grossi camion. Così è possibile non attraversare il sud. Sono circa 250 chilometri in meno”.

E si corrono meno rischi. La Ring Road nel suo braccio meridionale passa per Kandahar, che fu ed è tornata ad essere una roccaforte talebana. Il ponte è presidiato? Berardo spiega la politica della “faccia afgana” adottata dal corpo di spedizione tricolore: “Ci sono pattuglie dell’Ana, l’esercito afgano, che controllano la zona supportate da forze della coalizione (ndr. italiani, spagnoli e americani). Nel fortino di A Bala Murghab sono schierati, su base del battaglione Tolmezzo, gli alpini dell’Ottavo reggimento comandato dal tenente colonnello Paolo Radizza”. Il confine con il Turkmenistan è vicinissimo. E anche il flusso della droga diretto verso l’Asia centrale. La presenza di forze della coalizione è un pugno nell’occhio. La task force “Grifo” della guardia di finanza italiana sta addestrando la polizia di frontiera afgana che dovrà sorvegliare la linea di demarcazione.

mercoledì 3 dicembre 2008

LA BIMBA FA LA GUERRA INCRUENTA E IL NONNO TRATTA LA PACE IN ESPERANTO


QUANTE MACERIE....


Ma questa è la guerra più bella del mondo.
Forza soldato Rosaluna, continua a lottare con le tue armi che non uccidono, ma aiutano a vivere e a crescere.

martedì 25 novembre 2008

IN ITALIA ACCADE ANCHE QUESTO

NASSIRYA? NO IL LUTTO È SOLO FEMMINISTA
di Filippo Facci

Si può dire in molti modi, uno è questo: il 12 novembre il comune di Ravenna non ha ricordato in alcun modo i morti di Nassirya e ha rifiutato, pur richiesto, di mettere la bandiera a mezz’asta; ma oggi, 25 novembre, il comune celebra la «Giornata internazionale contro la violenza alle donne» e metterà la bandiera a mezz’asta. Diciamolo meglio: il comune di Ravenna non ha previsto celebrazioni per i 19 militari italiani caduti in Irak il 12 novembre 2003, e non ha messo la bandiera a lutto; ma oggi ricorderà le tre sorelle Mirabal fatte assassinare dal dittatore dominicano Rafael Leonidas Trujillo il 25 novembre 1960, e perciò metterà la bandiera a lutto.
Ancora: il sindaco di Ravenna Fabrizio Matteucci, a capo di una giunta composta da Ulivo, Rifondazione, Repubblicani e Comunisti Italiani, non ha neppure risposto all’interrogazione formulata dal consigliere comunale Gianluca Palazzetti e dal consigliere di circoscrizione Stefano Cortesi Siboni, entrambi di An: chiedevano se per la ricorrenza di Nassirya non «sarebbe stato opportuno porre a mezz’asta il tricolore che sventola dai balconi di Palazzo Merlato», anche perché «altri comuni della nostra provincia hanno provveduto». Risulta soltanto che il sindaco abbia informalmente risposto, chiacchierando, che «del resto Nassirya non l’abbiamo ricordata neanche l’anno scorso». Ultima sortita per dirlo: a Ravenna zero iniziative per Nassirya e niente bandiera a mezz’asta, ma per la citata Giornata contro la violenza alle donne il comune ha previsto un’esposizione, un ordine del giorno in consiglio comunale, alcune relazioni di studenti liceali, una mostra di pittura e soprattutto la campagna «Per molte donne la violenza è un pane quotidiano» realizzata in collaborazione con il sindacato Panificatori Ascom e Gapar spa. Più la bandiera a lutto.
Forza, venite fuori: provate a dirci che siamo antifemministi, ora, diteci che magari disprezziamo la Giornata contro la violenza sulle donne (che sia strabenedetta) e non che vogliamo solo evidenziare dove possa condurre il delirio del politicamente corretto, una dimensione dove si rimuovono i nostri soldati assassinati, una mancanza di amor patrio dove la bandiera a mezz’asta non viene issata appunto per dei patrioti, ma per recepire fastosamente una celebrazione fissata nel 1999 dalla santissima Onu, la neutrale Onu, celebrazione sconosciuta ai più. Diteci che è normale, diteci che siamo antifemministi anche se la rassegna stampa che abbiamo consultato, tra i giornali di Ravenna, evidenzia che l’unico articolo politicamente scorretto, sulla Voce di Romagna, l’ha scritto proprio una donna, Marianna Venturini: «Fan più paura gli schiaffi delle bombe». Forza, diteci che è giusto così, che non c’è da scaldarsi tanto, ditelo magari ai nostri ragazzi che sono sparsi per il mondo a realizzare progetti di disarmo, di sminamento, di assistenza umanitaria ai rifugiati. Ditelo a loro: e magari, come supremo sforzo, in collaborazione col sindacato panificatori del Ravennate, mandategli un panino al prosciutto.

lunedì 24 novembre 2008

UN PO' DI CRONACA : GLI ANNI DI PIOMBO E...


Giulio Andreotti e Valerio Morucci
Il faccia a faccia 30 anni dopo il sequestro e il delitto Moro.
Andreotti, stretta di mano
e dialogo con Morucci
Il presidente: «Era una guerra, sbagliata l'analisi». L'uomo che rapì Moro: «Troppo indulgente con noi»

ROMA — Alla fine si stringono la mano; il rapitore di Aldo Moro dice «Lietissimo» e Giulio Andreotti risponde con un conviviale «Ciao». La serata è terminata, Valerio Morucci se ne va mentre il nemico d'un tempo consuma le ultime chiacchiere con gli altri ospiti. I quali hanno assistito alla stretta di mano e — prima — a un dibattito inimmaginabile nel 1978, nell'Italia del sequestro e dell'omicidio di Aldo Moro, dell'attacco brigatista al «cuore dello Stato». Trent'anni dopo i due rappresentanti delle Br e dello Stato di allora s'incontrano per la prima volta nel salotto borghese di un professionista romano, che periodicamente organizza appuntamenti letterari per una ristretta cerchia di conoscenti.

Venerdì scorso l'occasione è data dall'ultimo libro di Luigi Manconi, sociologo ed ex sottosegretario alla Giustizia (trent'anni fa militante di Lotta continua), intitolato Terroristi italiani. Le Br e la guerra totale, 1970-2008. Presentatori d'eccezione (per l'eccezionalità del faccia a faccia) Andreotti e Morucci, che prima di Moro aveva pedinato proprio l'ex capo del governo, obiettivo alternativo del rapimento di un esponente democristiano. Ma Andreotti, come ha svelato lo stesso ex terrorista, si rivelò obiettivo troppo complicato, perché abitava in pieno centro e aveva l'auto blindata. Il dibattito comincia da qui: che effetto fa al senatore a vita incontrare un brigatista che sparò sulla scorta di Moro e sequestrò il presidente della Dc? Andreotti si rifugia in una delle sue battute: «E' una fortuna esserci arrivati», ma nessuno dei presenti ride. L'aria è tesa, tutti fissano il senatore e l'ex br seduto due poltrone più in là. «C'era l'idea — continua Andreotti tornando al '78 — che il giusto fosse tutto dalla propria parte, e che dall'altra fosse tutto sbagliato. Ma distinzioni così nette non aiutano a capire. Sul terrorismo, ad esempio, pensavamo a un fortissimo influsso straniero, che non era così rilevante. E' possibile che abbiamo sbagliato qualcosa, soprattutto nell'analisi globale».

Quando tocca a Morucci ci sono dei lunghi secondi di silenzio, finché dice: «Il discorso del presidente Andreotti mi pare molto indulgente verso le Brigate rosse. Forse troppo. Dubito che in quel momento lo Stato potesse reagire diversamente da come fece». L'ex terrorista tenta di spiegare il percorso che lo portò in via Mario Fani, dove partecipò alla strage dei cinque uomini di scorta e al «prelevamento» di Moro, ucciso dopo 55 giorni di prigionia: «L'ideologia comunista prevedeva l'uso della violenza per la presa del potere, e passo dopo passo arrivi a giustificare la morte del nemico. La Dc era lo Stato che noi identificavamo con l'imperialismo delle multinazionali, e con Moro in mano pensavamo di poter dare la scossa finale a quel sistema». Andreotti lo interrompe: «Ma prendere Moro è un controsenso, perché lui aveva idee diverse...», e Morucci: «Avremmo dovuto comprendere la complessità del sistema, mentre la visione ideologica porta a semplificare tutto». Le lettere di Moro prigioniero, che Morucci distribuiva durante il sequestro, portarono l'ex br a cambiare posizione e a schierarsi (senza successo) per la liberazione dell'ostaggio: «Ma io porto il peso della morte di Aldo Moro, al di là delle condanne che ho avuto». E Andreotti, che guidava il «fronte della fermezza» inutilmente contrastato dallo stesso Moro e dalla sua famiglia, sente anche lui una parte di quel peso? «No — risponde senza tradire emozioni — C'era una guerra, che altro potevamo fare? Qualcuno sosteneva che le lettere di Moro non fossero autentiche...». Manconi interviene: «Non qualcuno, senatore. Lei e il suo governo!». Andreotti taglia corto: «Sì, beh... C'era grande confusione. Fu un momento di grandissima sconfitta. Eravamo in guerra. C'erano i morti di via Fani, le loro vedove che minacciavano di bruciarsi in piazza se avessimo trattato con le Br».

Questo è un dettaglio che Andreotti racconta da trent'anni, e da trent'anni smentito dalle due vedove degli uomini della scorta, nonché da un'intercettazione telefonica di quei giorni, quando la moglie del maresciallo Leonardi chiamò la signora Moro per negare la stessa notizia riportata da quotidiano. Qualcuno lo ricorda il senatore, che però insiste: «Venne da me a dirlo, non credo fosse un'altra persona che si spacciava per lei». Alla visione andreottiana della «guerra», Luigi Manconi contrappone l'immagine di una «guerra civile simulata» dai terroristi, nonché «agevolata» da tanti fattori, tra cui le stragi impunite e i depistaggi degli apparati istituzionali. Andreotti risponde: «E' difficile fare chiarezza su personaggi ambigui... Il generale De Lorenzo (a capo del Sifar e dei carabinieri negli anni Sessanta, ndr) in punto di morte mi mandò il suo confessore a scusarsi per avermi dato qualche amarezza. Per fortuna oggi non mi sembra che ci sia un clima che possa far tornare a quei tempi». Morucci replica: «Non per merito della classe politica», e sostiene che la fine delle Br ha anticipato la fine del comunismo. Andreotti ascolta attento e chiede: «Avevate la sensazione di un grande influsso americano?». Morucci: «Certo, enorme». Perché, non era così senatore? «Insomma. Bisognerebbe distinguere periodo per periodo». Il dibattito finisce e gli ospiti si accomodano a mangiare qualcosa, chiacchierando fra loro più che con i due protagonisti della serata. Morucci regala ad Andreotti un suo libro, con tanto di dedica, il senatore ringrazia. Poi il commiato: «Lietissimo», «ciao».

Giovanni Bianconi
24 novembre 2008

venerdì 21 novembre 2008

Gentili Signore e Distinti Signori per vostra conosconoscenza (click)


TUTTI A GAETA!!!

LogoPartitodelSud

L'Amministrazione Comunale di Gaeta si riunirà, entro i prossimi 15 giorni, in un Consiglio dove il Comune deciderà il costituirsi in causa contro gli eredi savoia, per i danni patiti dalla Città durante l'assedio del 1861.

Per l'occasione, visto anche la presenza massiccia di giornalisti, sarebbe gradita, su invito dell'Assessore al Demanio di Gaeta Antonio Ciano, la presenza nella sala consiliare di quanti più militanti meridionalisti possibile. E' prevista la presenza di troupe televisive.

Relatore della proposta sarà Antonio Ciano, accompagnato dalle immagini relative all'assedio e alle fucilazioni messe a disposizione dal Cap. Alessandro Romano.

Sarà inoltre occasione di invito e auspicata presenza di tutti i Movimenti e Partiti meridionalisti, visto che la questione riguarda tutto il Meridione.

Per l'occasione saranno affissi in Città manifesti riportanti l'articolo della Stampa : "Pagate Savoia!" a firma di Pino Aprile.

I manifesti , stampati in notevole numero, saranno poi distribuiti agli intervenuti per l'affissione nei luoghi di provenienza.

Tutta Italia deve sapere!!

Inutile rimarcare come la questione "Pagate savoia!" sui quotidiani e settimanali nazionali e la recente presenza televisiva su "Striscia la notizia" abbia giovato alla nostra causa in termine di visibilità e di nuovi "contatti" con singoli e Movimenti.

Ora in tanti guardano a Gaeta con una fiducia e speranza che dobbiamo assolutamente ripagare..

Nei prossimi giorni comunicheremo la data precisa del Consiglio Comunale in questione.

Sono invitate tutte le Persone, i Partiti e i Movimenti che hanno a cuore la nostra Terra martoriata!

Portate le bandiere !!

Partito del Sud


Saluti

Ambro

giovedì 13 novembre 2008

QUESTO SOLO IL MIO COMMENTO



Per Eluana Englaro e per l'Italia tutta

HO RICEVUTO QUESTA CHICCA DA DUEPASSI


Durante i miei esercizi di polacco mi sono imbattuto in qualcosa d'interessante:

"C'è del pane ?
No, non c'è"

...e così via
il titolo dell'esercizio è assai significativo per le prospettive del paradiso dei lavoratori:

COLAZIONE SOCIALISTA

eh eh
ciao
Guido

mercoledì 12 novembre 2008

IL SACRIFICIO DEGLI EROI DI NASSIRYA


Roma - Erano le 10 e quaranta del mattino (le 8.40 in Italia) quando un camion imbottito di esplosivo scoppiò davanti alla base italiana di Nassiriya (Iraq), facendo saltare in aria il deposito munizioni e causando la morte di diverse persone tra militari e civili. Cinque anni dopo il ricordo della strage è sempre vivo nel cuore degli italiani. Il sacrificio di quelle diciannove persone viene ricordato dalle forze politiche che si uniscono nel ricordo e ribadiscono l’impegno a non dimenticare quelle vite.

Cerimonia al Senato Palazzo Madama ha dedicato alla memoria dei 19 caduti la sala delle conferenze stampa, al piano terra. Alla cerimonia erano presenti i presidenti di Senato e Camera, Renato Schifani e Gianfranco Fini, il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, i familiari dei militari morti cinque anni fa in Iraq, il comandante generale dei Carabinieri, Gianfrancesco Siazzu, e il capo di Stato maggiore dell’Esercito, Fabrizio Castagnetti.

Schifani: "Eroi di pace" "Quei diciannove caduti, dei quali 17 erano uomini in armi e soldati di grande valore, non saranno mai celebrati come eroi di guerra per la semplice ragione che non combatterono alcuna guerra: qualunque altra lettura della loro presenza in Iraq sarebbe un torto alla loro memoria". Il presidente del Senato, Renato Schifani, invita a definirli come "eroi di pace" visto il carattere umanitario della missione Antica Babilonia che impegnò i nostri soldati in Iraq dal 2003 al 2006. La memoria di chi ha dato la vita per il nostro Paese non appartiene alle forze armate né alle istituzioni né ad una parte politica ma è patrimonio indissolubile dell’intera collettività - sottolinea Schifani - che per avvalorare il concetto degli uomini in divisa caduti in missione come eroi di pace, richiama le parole dell’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi che quando fu raggiunto dalla notizia della strage, disse: 'L’Italia è andata in Iraq non per partecipare ad una guerra ma per contribuire alla ricostruzione del paese: questa è l’identità della Repubblica italiana, costruire la pace'. Il vile attacco ai danni dei nostri soldati - ricorda ancora il presidente del Senato - non venne, nonostante la simpatia e la riconoscenza nutrite verso di loro dalla popolazione irachena, ma proprio a causa di questi sentimenti".

Fini: "Stabilità e diritti calpestati" "Non possono esserci né stabilità né prosperità se i diritti umani sono calpestati e se la libertà è minacciata dal terrorismo. È con questa consapevolezza che dobbiamo oggi onorare il sacrificio di quei martiri, unendo nel ricordo tutti gli italiani che in questi anni hanno offerto la loro vita per garantire la pace". Il presidente della Camera Gianfranco Fini ricorda che "l’Italia sperimentò direttamente l’inumana ferocia che anima l’attacco terroristico alla pacifica convivenza di culture, nazioni e popoli. Quel giorno lo sgomento, lo smarrimento, la sofferenza del Paese furono enormi. Ma furono grandi anche la solidarietà, la partecipazione, la coesione tra il nostro popolo e le istituzioni. L’Italia si raccolse unita intorno a quei diciannove eroi che avevano sacrificato la loro vita per costruire un mondo più giusto e più libero".


La Russa: "Sacrificio non sarà dimenticato" "La richiesta delle famiglie dei caduti a Nassiriya ai parlamentari di tutti gli schieramenti è che la giornata di oggi sia ricordata in forma stabile nella memoria di tutti i caduti per la pace. Credo si tratti di una richiesta bella". Il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, rilancia l’idea di trasformare la ricorrenza dell’attentato in Iraq in memoria di quanti sacrificano la propria vita nelle missioni di pace. La Russa ha ringraziato a nome dei familiari il Senato per la decisione di intitolare la sala dove si svolgono gli incontri con la stampa ai caduti di Nassiriya sottolineando che "quello che chiedono i familiari e di non dimenticare il sacrificio dei loro congiunti, il loro modo di servire la patria, che ha dato significato profondo alla loro vita proprio nel momento della loro morte".

Da Il Giornale

martedì 11 novembre 2008

SIAMO FIERI DI ESSERE ITALIANI (click)





La vedova di Nassiriya che manda giocattoli ai piccoli iracheni

domenica 9 novembre 2008

L'ITALIA E' FATTA ANCHE DI QUESTI UOMINI


domenica 09 novembre 2008, 07:23
Mai arrendersi. Anche se pensi che è finita
di Alex Zanardi
Vedi Amico, io sono fortunato e non «nonostante tutto», ma grazie a tutto ciò che mi è accaduto, cose belle e brutte, tutto compreso. Non lo dico in modo retorico o per mettere a suo agio chi mi legge, né per convincere me stesso. Lo dico perché è vero e credo chel a fortuna più grande sia aver maturato la capacità di rendersene conto in modo naturale.

Sono però obbiettivo con me stesso e so anche che se chiamarsi Alex Zanardi ha fatto la differenza per l’assistenza che mi sono potuto permettere nel periodo che ha seguito il mio incidente, c’è sempre un rovescio della medaglia e per me non è stato diverso.Proprio perché la vita mi ha dato tanto, tanto avevo da perdere. Un giorno sei sul gradino più alto del podio ad ascoltare la melodia del tuo Inno Nazionale con la Miss che ti ha appena premiato e che ti strizza l’occhiolino, ti senti ricco, acclamato e il giorno dopo ti svegli in un letto d’ospedale. Tubi, strani fili elettrici collegano il tuo corpo a macchine che gli impongono di continuare a vivere e quando cerchi il punto d’origine del dolore atroce che senti, vedi delle bende insanguinate che fasciano ciò che resta delle tue gambe.

Non voglio farne un dramma perché non l’ho mai percepito come tale. Però concedimi che nel mio caso la differenza non l’ha fatta il denaro. Ero comunque in una situazione di merda e parlare di punto di partenza agevolato quando precipiti tanto in basso, converrai con me, è un fatto molto relativo, per usare un eufemismo. Non sono per nulla un tipo «Decubertiano». Non mi basta partecipare e odio perdere. Però dall’inizio della mia carriera, da quando lo stereotipo del «Campione arrivato» era tutto ciò che ispirava il mio essere ed agire, ho cambiato completamente il mio punto di vista sul concetto del «sentirsi un vincente» grazie alle esperienze acquisite sul campo.

Ho maturato la certezza che per soddisfare tale concetto, non è strettamente necessario primeggiare sugli altri, ma farlo su se stessi. Come? Attraverso la consapevolezza di aver dato solo e tutto ciò che avevi da dare. Questo, poi, è ancor più vero quanto più grande è il nostro margine di miglioramento. In ogni fase parziale della strada che ci siamo scelti, esperienza e allenamento ci rilanciano verso obiettivi sempre più prestigiosi e anche se non ci è dato sapere dove si può arrivare, è proprio il giusto mix tra voglia di fare, fiducia nei propri mezzi e al tempo stesso timore di non avere nelle proprie carte il talento degli avversari più forti che ci offre la vera gioia di affrontare il percorso.

Muoversi. Metaforicamente parlando è questo quello che conta e non importa quanto indietro si parte, perché se continuiamo ad avanzare non è detto che non si possa giungere comunque più in là di chi, partendo più avanti, si è sentito in diritto di prendersela con comodo. Il migliorare è il risultato, averlo fatto significa che c’è ancora margine ed è così che non solo aumenta lo stimolo ad andare avanti, ma si acquisisce la consapevolezza che la ricetta giusta non ha nulla di magico, che si può fare e che è terribilmente divertente farlo dovendo dir grazie soltanto a se stessi.

Quando uno sportivo capisce questo non bara, non accampa scuse, non si dopa, perché smetterebbe di divertirsi. Se il percorso è lo Sport, il percorso è anche la vita e la vita stessa diventa sport se la vogliamo vivere davvero perché è l’ambizione di fare che rende l’uomo competitivo.

Credimi Amico, renderei volentieri tante delle cose che ho avuto da questa mia passione per ricominciare da capo, perché è stato il lavoro per riempire la mia stanza dei trofei il vero divertimento e non guardare quei premi mentre si riempiono di polvere. Anzi aver già fatto tante delle cose che sognavo di fare da bambino, toglie un po’ il gusto che provavo quando, un attimo prima di tagliare il traguardo, mi pareva impossibile poterci riuscire solo grazie al mio impegno. Mi capita di essere invitato a parlare ai ragazzi nelle scuole. Alle volte, nel tentativo di passar loro questo ragionamento, li invito a cercare dei sogni ma anche a mettersi al lavoro per realizzare il loro destino.

Quando poi confesso loro di provare un po’ di invidia per tutta la strada che hanno ancora davanti e per tutta l’incertezza che la caratterizza, mi guardano perplessi; probabilmente pensano: «Questo ci racconta che ci invidia un po’ perché siamo ancora al punto di partenza, perché dobbiamo ancora far tutto? Boh!».

Però Amico mio, qualcuno capisce... ci saranno sempre dei lupi a cui brillano gli occhi! Per far carriera e soprattutto per assaporare il vero piacere di praticare un’attività sportiva ho dovuto imparare a darmi un metodo e ad allineare i miei obiettivi in modo realistico, sognando grandi cose ma prendendo «per le corna» solo quei piccoli obiettivi alla portata del mio presente. E la stessa logica è stata efficace nella vita, anzi è stata la mia arma vincente nella difficoltà più grande che ho dovuto affrontare. Un momento della mia vita che poteva sembrare perfetto per soccombere non mi è mai parso tale. Sapevo che se altri erano riusciti ad uscirne un modo esisteva e andava semplicemente trovato.

Questa mia attitudine non ha nulla a che vedere col carattere o con tutte quelle qualità che la gente mi attribuisce, ma solo con quello che ho imparato nello sport, nella vita. Carpe Diem, cogli l’attimo. Solo che per chi è confuso cogliere l’attimo significa vivere alla giornata fregandosene del domani e allora molto difficilmente una difficoltà verrà presa come una sfida avvincente. Far spallucce alle difficoltà volendole accantonare significa spesso annegarle in un bicchiere che si vuota in fretta per dimenticare. Significa seguire il più ganzo in discoteca che si sballa di ecstasy perché pensiamo che quello sia il biglietto di ingresso per il branco di cui vogliamo rispettosamente far parte.

Porca vacca no! Se in ognuno di quegli attimi sarai abbastanza forte da girare le spalle alla tentazione di cedere, acquisterai la consapevolezza del valore di quel gesto. Chi se ne frega se non lo sa nessuno, lo sai tu. Là dove altri hanno mollato Tu vai avanti. E se l'hai fatto oggi puoi rifarlo domani. È così che ti assalirà l’entusiasmo di vivere e attenderai con ansia il giorno seguente per fare dell’altro, per fare solo e tutto quello che puoi. Carpe Diem è la gioia di sapere che quell’attimo non è andato sprecato. Che ti sei mosso, magari poco, perché il giorno della tua nascita all’anagrafe andò scritto solo «Mario Rossi» e sei partito più indietro di altri. Ma credimi, è tanto quel «poco».


Amico mio, perché è nella direzione in cui hai voluto spingere il tuo destino. Di cuore, in bocca al lupo!

venerdì 7 novembre 2008

LA CULTURA DI DESTRA IN ITALIA

Accade sovente in Italia d’udire esprimere giudizi alquanto critici sulla “cultura di destra” e sostenerne la sua sostanziale inesistenza o comunque inferiorità rispetto alla cosidetta “cultura di sinistra” d’impronta marxista-progressista.Questo vero e proprio pregiudizio ideologico ha trovato la sua massima espressione in un’affermazione di Norberto Bobbio, intellettuale di sinistra, sedicente liberale ma con simpatie di sinistra, il quale ha detto e scritto che non esiste una cultura di destra.E’ facile confutare simili asserzioni quali frutto d’ignoranza o malafede. La grande cultura internazionale del mondo contemporaneo non è di solito affatto socialista o marxista. Rimanendo all’Italia, nel solo Novecento i tre maggiori filosofi italiani, Croce, Gentile ed Evola, erano tutti e tre di destra, così come era di destra il maggior economista di sempre della nostra Patria, il liberale e monarchico Luigi Einaudi. I maggiori letterati italiani attivi nel secolo XIX, Pirandallo, Svevo, D’Annunzio, erano tutti simpatizzanti del fascismo, così come personaggi illustri operanti nei campi più diversi, da Marconi a Mascagni. Un elenco esaustivo degli autori illustri qualificabili in una delle molte anime della “destra”, sia essa liberale, conservatrice, nazionale, tradizionalista ecc., sarebbe davvero troppo lungo per questa sede, e non potrebbe neppure essere esaustivo. Basti dire che la ricchezza intellettuale dell’Italia dei secoli passati contrasta visibilmente con il livello mediamente basso della fase storica degli ultimi 60 anni, culturalmente dominata dal pensiero di sinistra. La ragione di tale paradosso è che alla “destra” non mancano né gli uomini, né le idee e gli ideali, bensì i mezzi e le possibilità per esprimere questi ultimi. In Italia il potere culturale viene ad essere da decenni egemonizzato dalla sinistra marxista, sia nelle università e nelle case editrici, sia in ambito giornalistico (Marcello Veneziani ha scritto un libro al riguardo, “L’eskimo in redazione”, spiegando come i giornalisti di sinistra abbiano ottenuto un notevole grado d’autonomia ed indipendenza dinanzi ai propri stessi editori, ridotti a consentergli di svolgere la propria propaganda), e persino in ambiti apparentemente meno importanti quali il cinema e la musica. Questa vera e propria occupazione dei posti di potere della cultura è probabilmente frutto di due cause principali. La prima consiste nell’attuazione da parte del PCI-PDS d’una precisa strategia, che era già stata delineata da Gramsci e che teorizzava esplicitamente l’instaurazione d’una “egemonia” (questo il termini specifico impiegato) da parte dei marxisti in campo culturale, al fine di poter inculcare all’intera società i propri principi. E’ così accaduto che i partiti di sinistra impiegassero denaro, uomini, strumenti di pressione d’ogni genere, per riuscire a far entrare propri rappresentanti e sostenitori nelle istituzioni culturali d’ogni ordine e grado, dalle università alle scuole materne, dalle case editrici a quelle discografiche. In ciò la loro opera è stata molto favorita dai sindacati della Triplice (CGIL-CISL-UIL), capaci di conquistarsi il consenso d’una ampia fascia degli insegnanti e dei docenti universitari.La seconda ragione risiede nel fatto che alla suddetta operazione, svolta sulla base di una vera e propria strategia, ben guidata dall’alto e finanziata adeguatamente, non ha corrisposto da parte delle destre alcuna replica adeguata: cattolici conservatori, liberali, missini si sono presentati divisi dinanzi all’unitarietà ideologica dell’avversario marxista. Inoltre, i cattolici democristiani, nonostante abbiano governato l’Italia per quasi 50 anni, non compresero realmente l’importanza della cultura nella propria attività politica, mentre i liberali ed i missini, troppo deboli i primi, decisamente emarginati i secondi, non poterono con le loro sole forze rispondere alla sistematica campagna d’occupazione e promozione culturale della sinistra marxista.Il risultato è che all’abbondanza di talenti e di idee della destra non ha corrisposto un’adeguata visibilità, mentre ad una fondamentale monotonia e povertà della sinistra ha fatto contrasto una diffusione amplissima delle proprie convinzioni. Per portare un esempio significativo, l’opera considerata il maggior romanzo italiano di tutto il Novecento, “Il gattopardo” di Tomasi di Lampedusa, autentico capolavoro impregnato di spirito conservatore, monarchico e cattolico, non trovò, mentre il suo autore era in vita, un solo editore disposto a pubblicarlo. Quando infine venne èdito, lo fu dalla Feltrinelli, la casa editrice di sinistra per eccellenza, che cercò di gabellarlo come un testo dal contenuto rivoluzionario.Accade così, ancora oggi, che determinate professioni, quali quelle di docente universitario o giornalista, siano ben più facili da percorrere per chi si professa di sinistra, che non per un apolitico, e siano sovente chiuse a chi dichiara opinioni di destra. Al loro interno esistono forti corporazioni di fede “progressista”, che tendono ad aggregare membri delle loro stesse idee ed ad escludere gli altri.Il problema posto da questa situazione non è unicamente di giustizia, essendo profondamente iniqua una tale discriminazione, ma anche e propriamente politico, poiché la sinistra italiana controlla un potere culturale e mediatico sproporzionato, utile a diffondere le concezioni della parte politica di riferimento.

martedì 4 novembre 2008

COSI' VOGLIO ONORARE QUESTO 4 NOVEMBRE 2008


sabato 12 gennaio 2008

Caro Pierluigi.

ho letto il resoconto della tua visita, del 2 gennaio 2008, a Redipuglia.

Quando ci sono andato io, il 12 ottobre scorso, era una bellissima giornata di sole, come per te. Non mi potei fermare all’andata, perché avevo un impegno di lavoro urgente a Trieste, e mi fermai al ritorno. Erano le 13,32. c’ero io ed un gruppo di 4 persone, due donne e due uomini, con la parlata tipica della bergamasca.

Nessun altro. Attribuii la scarsità di visitatori all’ora. La gente, i potenziali visitatori probabilmente erano già con i piedi sotto la tavola.

Così sono salito lungo i 22 gradoni, terrazzamenti, e con l’abitudine dell’uomo di cantiere i miei occhi andavano, oltre che ai nomi dei caduti, anche alla struttura del Sacrario stesso e ovviamente, seguendo il principio che la lingua batte dove il dente duole, notavo immediatamente i guasti che il tempo e l’incuria hanno prodotto. Così si notano con crudele evidenza i lavoro di rappezzo fatti con i piedi, gradini delle scale laterali che basculano, altri sostituiti a quelli rotti e dove il marmista che li ha fatti non si è assolutamente preoccupato di scolpirli con le zigrinature uguali agli originali, lastre laterali scheggiate e riparate usando come stucco banalissimo cemento a presa rapida che spicca come una ferita, pavimentazione delle terrazze che risentono delle infiltrazioni nel terreno di base, che le ha fatte diventare irregolari, scarsissimo lavoro di pulizia, e tanti altri particolari.

Poi sono arrivato in cima, alla chiesetta sotto le tre croci, da cui si gode una vista splendida, ed ho notato l’autostrada, in lontananza, congestionata di traffico rispetto al deserto del Sacrario. Sono entrato nella chiesetta, forse l’unica struttura che risente di una cura e pulizia abbastanza seria, e da lì sono passato nei locali del museo posteriore dove ci sono tante testimonianze lasciate da tutti gli eroi che hanno combattuto e sofferto e che hanno dato la vita per la Patria. E in quel luogo il cuore già stretto prima è diventato minuscolo e gelato, perché è aberrante che la Patria, intesa come istituzioni pubbliche dell’Italia, lasci i suoi eroi in un tale stato di abbandono: pareti che avrebbero bisogno di una buona rinfrescata, pavimenti sporchi e che avrebbero necessità di una buona lavata, teche e bacheche che risentono degli insulti degli anni, umidità che sta divorando documenti che sono stati lasciati dai caduti perché parlassero, alle generazioni future, di cosa è capace di fare un uomo quando decide di difendere il proprio paese e la propria famiglia.

E non ho visto un tricolore italiano ed un militare di guardia che fosse uno, neppure a pagarlo.

Per contrasto mi sono venuti in mente i cimiteri di guerra americani, in Italia e nel mondo, quelli britannici, quelli francesi, anche quelli tedeschi, dove il rispetto per chi li giace è assoluto, dove almeno trovi un libro per lasciare la tua firma, un tuo pensiero, una dedica a chi cadde, allora, anche per garantirci quella libertà che oggi noi cittadini non abbiamo, non così come viene concepita in questo paese dove ora vivo, ma che hanno di fare, disfare e intrallazzare quei politici che oggi impazzano e fanno del paese ciò che vogliono, come fossero nel cortile di casa loro.

Io sono scappato dall’Italia nel giugno del 2006, quando decisi che non volevo vivere in una nazione che stava per essere governata da uno sciagurato come Prodi e dai comunisti, ed oggi avverto una nostalgia sempre crescente per tornare nella mia Patria. Poi vedo spettacoli di quel genere, sento il tuo resoconto di quei due ragazzi che neppure sapevano cose fosse Redipuglia e mi monta una rabbia sorda dentro, vorrei prendere i vari Napoletano, Prodi, le più alte cariche dello stato, come osano definirsi loro, e vorrei portarli qui e sottoporli alla tortura di Sisifo, farli salire obbligandoli ad imparare a memoria il nome di tutti quegli eroi sepolti, ed una volta arrivati in cima, riprecipitarli in basso, all’inizio, cancellando la loro memoria e poi obbligarli a riprendere la salita, finchè abbiano fiato e vita in corpo.

Questo vorrei fare a quei vigliacchi che campano e fanno i gaudenti sulle salme di chi ha dato la vita per costruire questa Patria italiana.

Redipuglia è inserita in una regione dove vive gente dura e volonterosa. Mi basta ricordare il terremoto nel Friuli, dove questa gente laboriosa, il minuto dopo la scossa, che rase al suolo le loro case, aveva già la vanga e il badile in mano per ricominciare a costruire, senza lamentarsi e ringraziando, con sincerità ed umiltà chi era venuto ad aiutarli, e io c’ero e mi sono fatto tantissimi amici.

Poi penso allo schifo dei vari sismi che hanno colpito il centro ed il meridione, dove questo nord laborioso ha profuso capitali immensi per aiutare la ricostruzione, ed ancora oggi c’è gente del Belice che pretende soldi per terminare fantomatiche ricostruzioni, quasi che in Belice ci fosse gente che vive in grotte o in tende aspettando che qualcuno regali loro una villa, eventualmente con piscina a forma di cozza. Dove sono finiti tutti i nostri soldi, i soldi che il nord ha profuso a piene mani e senza neppure averne un grazie??

E più penso a queste vicende, più penso che in Italia ci sia necessità di una nuova Grande Guerra, un 15/18, dove non si combatta più con fucili e cannoni, ma con le armi della giustizia e con i piedi, per prendere a calci in culo Prodi, e tutti i suoi accoliti, per mandarli in mezzo ad un campo, con zappa e vanga a dissodare terreni improduttivi, e farli mangiare e godere solo con il frutto del loro sudore.

Questo mi è venuto in mente quel giorno a Redipuglia, e vorrei suonare la nuova Diana a tutti gli italiani di buona volontà per chiamarli a raccolta e rifondare questo paese, che nonostante tutto è quello che amo e che desidero riavere sotto i piedi.

Albert
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venerdì 11 gennaio 2008
UN COMMENTO CHE HA DIRITTO ALLA PRIMA PAGINA
“ANDANDO A TRIESTE”
Queste lunghe vacanze Natalizie sono state, per chi come me non scia, un’occasione per visitare alcune città di questo nostro grande museo all’aperto che è l’Italia.Trieste è una città in cui vado sempre volentieri, un poco perché vi sono legato da vincoli familiari, un poco perché Trieste è ancora una città a misura d’uomo, nei suoi caffè si respira quella cultura mitteleuropea che questa disgraziata UE non riuscirà mai a darci, Trieste riesce ad essere internazionale restando se stessa, nelle sue strade, nelle sue piazze riesci a sentirti Italiano ed internazionale allo stesso tempo, cittadino del mondo e Triestino in un sol colpo, ma non è solo di questo che volevo parlare.In autostrada, poco prima di Trieste, vi è l’uscita di REDIPUGLIA, un’uscita che tutti gli italiani dovrebbero prendere quando si trovano da quelle parti. A REDIPUGLIA non vi sono particolari musei archeologici, pinacoteche alla “Brera”, gallerie monumentali; vi è un Sacrario, il nostro Sacrario, quello della nostra Patria, dei nostri sconosciuti eroi che sacrificandosi ci hanno permesso d’essere Italiani.Ambrogio Brambilla, Gennaro Esposito, Carlo Rossi, Giuseppe Bianchi, sono migliaia, alcuni con un nome, 30.000 sconosciuti, sono Italiani che hanno dato la loro vita per noi, per la nostra Patria, vanno onorati, ricordati, sempre..Siamo arrivati ai piedi della grande scalinata a mezzogiorno di un bellissimo due gennaio pieno di sole, non c’era quasi nessuno, un’anziana coppia sostava all’ingresso valutando la possibilità di salire le 22 terrazze sino alle tre Croci che sovrastano la Chiesa.Siamo passati a fianco del sarcofago del Duca d’Aosta ed abbiamo iniziato a salire. Quanti nomi, quante storie di morte, d’eroismo dietro a quelle lapidi tutte uguali, in rigoroso ordine alfabetico. Una lunga salita, faticosa ma più salivamo più ci sentivamo forti, forti di tutti quei nomi che ci ricordavano il sacrificio di tanti eroi, di tanti anonimi fanti morti per l’Italia, la Loro Patria, la nostra Patria. Sulla cima, sotto le tre Croci una Chiesa con sulla porta una scritta “qui si celebrano messe per tutti i caduti di tutte le guerre, perché non vi siano più guerre”.Era bello lassù, si respirava un’aria più pura, più sincera. Due ragazzi, potevano avere 20/23 anni, ci si sono avvicinati e educatamente, quasi sussurrando, ci hanno chiesto “questi sono tutti i morti dell’ultima guerra?”.Abbiamo spiegato loro brevemente cosa significava REDIPUGLIA e gli abbiamo mostrato una lapide, quasi nascosta di fronte all’ingresso della Chiesa che parla di quel Sacrario con date e nomi su chi lo volle e perché, se ne sono andati sconcertati dicendo “a scuola di tutto questo non ce ne ha parlato mai nessuno”.Scendendo abbiamo visto le due are in cui dovrebbe ardere perennemente una fiamma: erano entrambe spente e dalla terra sul fondo si poteva capire che lo erano già da lungo tempo. Con le lacrime agli occhi siamo usciti.
Pierluigi
Redipuglia 2 gennaio 2007
11 gennaio 2008 18.36
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SACRARIO DI REDIPUGLIA
Carissima Ambra, questo tuo poster mi fa sentire molto più vecchio dei miei 100 anni.Se solo penso allo spreco che si è fatto, negli ultimi anni, di medaglie d'oro, ad esempio tutte quelle date ai gonfaloni dei vari Comuni italiani, che fra un pò occorre avere forzuti sollevatori di pesi, invece di impiegati comunali, per reggere e portare in processione i vari labari pieni di medaglie alla resistenza, che pare che in Italia nell'ultimo secolo si siano combatture guerre quasi ogni settimana, e che tutti siano eroi.Purtroppo i veri eroi italiani, gli ultimi, si sono immolati nella grande guerra del 15/18. gridando in faccia al nemico i propri ideali e l'amore per la patria. Dopo, e scusami l'amarezza, tutto è stato solo condito di esaltazione politica.Ultimamente sono andato a Redipuglia. non ci passavo da qualche cosa come 25 anni. Mi si è stretto il cuore e mi sono fermato a pensare, con cattiveria estrema, che basterebbe togliere mille euri all'anno a tutti i parassiti della politica italiana per ridare decoro e brillantezza a quel vero Altare della Patria.Oppure sarà perchè sono rimasto contagiato dall'onor patrio che vedo, quì da noi, davanti a quasi tutte le case rurali, nel mezzo di praterie sconfinate dove trovi una casa ogni 50 miglia, ma la bandiera stelle e strisce è immancabile e quando suona l'inno nazionale la gente ha il coraggio di immobilizzarsi sull'attenti, mano destra su cuore, cantandone le parole.Povera Italia mia, ormai solo di vergogna ostello.Albert
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sabato 1 novembre 2008

No alla festa della Vittoria per tutelare gli immigrati

No alla festa della Vittoria per tutelare gli immigrati
Alessandra Stoppa
Pubblicato il giorno: 29/10/08
Le celebrazioni del 4 Novembre
Intere classi di studenti italiani parteciperanno alla cerimonia del 4 Novembre, con l’alzabandiera e i fiori ai caduti, altre staranno a scuola per non offendere la sensibilità delle minoranze non italiane e non cattoliche. L’intenzione di disertare la festa di Unità Nazionale è circolata nell’istituto comprensivo, ottocento studenti tra elementari e medie, di Villafranca Padovana. Boicottano il ricordo della Vittoria a una dozzina di chilometri dalla bella Villa Giusti dove la Vittoria fu sancita novant’anni fa. Nella residenza del conte Agostino si firmò l’armistizio che sancì la resa dell’Austria-Ungheria e la fine della Prima Grande Guerra.
La scuola, statale, della cittadina veneta non porterà tutti i suoi alunni alla cerimonia storica. E di certo non li farà assistere a tutti i momenti della commemorazione. «Per tutelare le minoranze». Ragion per cui gli anni passati si disertava la messa, compresa nel programma della festa. Ma questa volta l’intenzione è di non assistere nemmeno all’alzabandiera.
La scuola ha rincarato la dose e il sindaco della cittadina padovana si è ribellato. Ha rivolto un appello ai genitori perché scrivano una lettera chiedendo che ai loro figli non sia negato «un momento così importante per la nostra storia e quindi per la loro formazione». Beatrice Piovan, primo cittadino dell’Udc di Villafranca, dice di non capire più «chi sono gli stranieri e chi gli italiani: sembriamo noi stranieri in patria, visto che vogliamo dimenticarci chi siamo, la nostra storia, la nostra identità». La Piovan guida una cittadina di dieci mila abitanti: gli extracomunitari sono il quattro per cento. «A scuola il dato è rispecchiato: è possibile che il 96 per cento degli studenti debba rinunciare alla propria storia?». A quanto pare la preside (contattata, non ha voluto rilasciare nessuna dichiarazione) «deve avere un errato senso dell’integrazione. Se così non fosse, allora s’insinua la malafede. Anche se non vorrei credere che qualcuno pensi che il Tricolore sia di destra...».
Dall’Ufficio scolastico regionale annunciano accertamenti per chiarire la gestione della vicenda. «Non è la prima volta che questa scuola è sottoposta a ispezioni», spiega la direttrice scolastica regionale del Veneto, Carmela Palumbo: «La festa delle Forze Armate è un fatto educativo e didattico importante, né si capisce cosa c’entri la tutela delle minoranze davanti alla memoria della storia del Paese: mi appare ridicolo». Per il responsabile Scuola di An in Senato, Giuseppe Valditara, è «un fatto gravissimo: la condivisione dei valori unificanti e fondanti la nostra nazione è il cemento dell’integrazione. Invece, si punta su un destino di comunità separate e contrapposte». Quel che si rivendica nella scuola padovana «è un atteggiamento potenzialmente disgregante l’unità nazionale», continua Valditara, prendendo a imponente esempio la storia antica e l’universalismo romano che, dalla Britannia alla Mesopotamia, «presupponeva questa condivisione dei valori unificanti. Venuta meno, l’Impero saltò in aria».
I genitori degli studenti di Villafranca avrebbero la possibilità di presentare, per quel giorno, una giustificazione all’assenza in classe dei loro figli e portarli alla cerimonia, ma c’è il timore della se pur minima ritorsione. Eppure, il Comune ha posticipato le celebrazioni del 4 Novembre a sabato 8, proprio per facilitare la scuola e le famiglie. Non solo. Il programma è stato presentato dalle associazioni dei combattenti in giugno, «proprio per permettere alla scuola di organizzarsi nei dovuti tempi», precisa il sindaco.
«Questo è indicativo di come si debba uscire da una certa ipocrisia», precisa la direttrice scolastica regionale, «perché certi atteggiamenti tradiscono una grave rigidità». Per chiarire, racconta che se ci sono da organizzare le “notti bianche” di protesta contro la riforma Gelmini, le porte della scuola vengono spalancate immediatamente, senza nemmeno contattare l’ente locale proprietario dell’istituto. Quando, invece, si tratta di un’iniziativa culturale e formativa «vengono richieste delibere, permessi, autorizzazioni, quasi a ostacolare la fattibilità della partecipazione».
E pensare che gli studenti di Villafranca, prima di approdare a elementari e medie, hanno frequentato tutti, italiani e non, minoranze e non, le stesse scuole materne, che nella cittadina padovana sono tutte cattoliche.
http://www.libero-news.it/articles/view/371313

mercoledì 29 ottobre 2008

Fuori dal Mondo - Out of this World

La colonna sonora per i miei silenzi

martedì 28 ottobre 2008

Afganistan: ricordando Gayle

Gayle Williams, 34 anni, volontaria inglese di religione cristiana uccisa lunedì a Kabul solo per esserlo.
Don Sandro De Petris, italiano, detenuto a Gibuti dal 27 febbraio 2007 solo perché sacerdote. India: 100 cristiani massacrati, 177 chiese assalite, 4300 case bruciate negli ultimi tre mesi.
E’ triste vedere che per questi casi l’Europa non c’è, è distratta e comunque gira il viso (e la coscienza) dall’altra parte.
Perché non “fa fino” ricordare queste cose: meglio protestare per difendere i cuccioli di foca, oppure fare crociate per altri mille ma non sempre altrettanti nobili principi.
Nessuna manifestazione, nessun corteo invece per i cristiani martiri anche nel XXI secolo e allora - senza rancore per alcuno - diamo almeno atto di questa testimonianza.
La prossima settimana si vota il rinnovo della nostra missione italiana in Afghanistan dove non solo l’Islam è legge di stato ma è assolutamente vietato qualsiasi altro culto o religione, perfino per i nostri soldati.
Cercherò di fare approvare un ordine del giorno dove si chiede al Governo più fermezza nel pretendere da quello stato un maggiore rispetto per i non musulmani, libertà di coscienza e religione come dovrebbe avvenire in tutti i paesi, qualsiasi essi siano.
Ma non mostriamoci pudichi o codardi a perlomeno denunciare e protestare per troppe impunite atrocità.
Marco Zacchera

VOGLIAMO ASCOLTARLE TUTTE SUL FEDERALISMO E L'ITALIA ? (click)


Ricevo da Ambro, che si definisce duodiciliano, un link che offre materiale da leggere e meditare; mi aspetto commenti e contraddittori.

sabato 25 ottobre 2008

giovedì 23 ottobre 2008

LETTERA APERTA AGLI STUDENTI (clik)




Cari studenti, avete voglia di uscire dagli slogan? Lo so che in queste ore di inebriante ribellione vi sentite incaricati di una missione altissima. Guardavo per le vie e dentro le Tv i vostri volti sorpresi dal primo rossore pubblico, le mani abituate a chat e messenger che si levano timide a mostrare i tazebao, quelle mise un po’ smandrappate che si tirano dietro inconsapevoli strascichi di Sessantotto. E pensavo che quando dite di volere una scuola migliore, be’, avete proprio ragione. Ma come si fa ad avere una scuola migliore? Provate a tirare fuori dagli armadi delle aule gli slogan che vi hanno preceduto: «Ucci Ucci sento odore di Falcucci», «Con simpatia la Moratti a Nassirya», «Ministro Fioroni, servo dei padroni». A Berlinguer furono mostrate le chiappe, De Mauro fu sbertucciato come Pinocchio. Ora tocca alla Gelmini, che «divora i bambini». Le rime sono persino facili, avanti con la fantasia.

Vi siete mai chiesti, però, perché ogni riforma della scuola, proposta da qualsiasi ministro, di qualsiasi partito, è sempre fallita? Cui prodest? E che ci fanno dietro le vostre spalle professori e sindacalisti? E i no global? Che c’entrano? È davvero necessario occupare le scuole? E occupare le stazioni? Chi è che vi spinge a iniziative contro la legge? Che interesse ha? Che ci fanno i politici (persino l’assessore all’Istruzione di Napoli) fra i vostri banchi? Chi è che pensa di sfruttare il vostro primo rossore per colorare piazze altrimenti vuote? Vi hanno raccontato un sacco di balle sulla riforma Gelmini. L’hanno fatto in classe. L’hanno fatto in modo strumentale. Vogliamo discuterne? Noi siamo qui. A disposizione.

Oggi non invochiamo la Polizia: anzi, pensiamo che l’intervento delle forze dell’ordine per garantire lo svolgimento delle lezioni sarebbe una sconfitta per tutti. Pensateci. E, se potete, provate a uscire dal solito cliché delle barricate. Provate ad andare oltre gli slogan. Provate a discutere nel merito come si fa ad avere una scuola migliore. Questo sì che sarebbe, per una volta, davvero rivoluzionario.

sabato 18 ottobre 2008

Ad un pelo dalla verità !


Sulla strage di Bologna: ad un pelo dalla Verita'
E no, ora che siamo ad un pelo dalla Verita' non possiamo aspettare un altro anno, un altro anniversario della Strage di Bologna, un altro scacco. Dobbiamo tutti praticare la Democrazia finche' e' viva e mantenerla in vita facendo uso della lingua e della penna, ora che abbiamo anche Internet a servizio della sovranita' popolare, fino a che non sara' troppo tardi.
Anche noi abbiamo creduto a quella calunniosa macchinazione della strage fascista e ci siamo cascati!
E' una questione d'onore e la nostra coscienza si ribella, dobbiamo scavare piu' a fondo tra le rovine di quel crimine che assassino' 85 vittime nella sala d'aspetto di seconda classe della stazione di Bologna, il 2 agosto 1980 e dobbiamo riesumarla tutta, la verita', quella verita' liquidata in fretta, insabbiata, occultata e seppellita, su quella strage di cui si era scaricata vilmente e comodamente la responsabilita' sui neofascisti, che sono stati oltremodo criminalizzati dai media, denominata come strage nera mentre invece era una strage rossa e palestinese, nella rossa Bologna.
L'avevano persino sfacciatamente inciso nella lapide alla stazione: "Strage fascista", falso, niente di piu' falso! Tanto piu' falso suona perche' non ci sono altre lapidi che ricordino equamente le stragi notoriamente palestinesi, che invece sono cadute nel dimenticatoio proprio perche' senza scrittura.
E no, noi non ci prestiamo a questo raggiro e a questa circonvenzione di verita'.
I grandi manipolatori con insidia, hanno nascosto le loro colpe dietro quella fretta con cui hanno voluto far scendere il sipario sul palcoscenico della strage, come su altre stragi tutte collegate. E tanto piu' non ci arrenderemo perche' i governi italiani scendendo a patti con i terroristi palestinesi hanno per la seconda volta svenduto l'incolumita' degli Italiani di origine ebraica, l'eterno capro espiatorio, la prima volta ai nazisti con le Leggi Razziali e la seconda volta ai terroristi armati palestinesi, con l'accordo-Moro.
Si spiega cosi' tutta la propaganda di copertura e di depistaggio dei media e si spiega inoltre come la disinformazione e l'odio contro Israele sia culminato nella strage alla Sinagoga di Roma del 1982, meno di due anni dopo la strage di Bologna, strage anch'essa rossa, perche' rossi furono i suoi fiancheggiatori, dato che il corteo della Cgil aveva deposto proprio di fronte alla Sinagoga, qualche tempo prima, una bara premonitrice, lugubre presagio di quello che sarebbe accaduto poi.
E in aggiunta, la mattina della strage alla Sinagoga di Roma, "le volanti della polizia erano state istruite ad andarsene", secondo quello che proprio oggi veniamo a sapere dalla lettura dell'intervista su Yediot Aharonot di Menachem Gantz al senatore Francesco Cossiga, riportata su Informazione Corretta.
Vergogna!In quel periodo si rinfocolava l'antisemitismo e si riattizzava l'odio fra rossi e neri, e si continua ancora con l'attivazione propagandistica di quella famosa strategia della tensione, gestita dal potere, una strategia di comodo che ha portato anche a tante morti di giovani italiani che si sono aggrediti e percossi a sangue, accoltellati e ammazzati perche' furono messi gli uni contro gli altri persino dai loro stessi Padri e per colpa di coloro che gestivano machiavellicamente il potere.
Hanno impedito al paese un equo dibattito sui quei fatti criminosi, sabotando ed indebolendo la democrazia che ha retto solo grazie ai cittadini che hanno resistito all'oltraggio della verita': pochi giornalisi, bloggers e i giudici ribelli...
Dobbiamo disseppelirla tutta quella verita' insabbiata e cinicamente occultata, perche' vogliamo sapere come veramente sono andate le cose, per una battaglia civile di verita': e' un nostro diritto, e' un diritto degli Italiani di conoscerla finalmente ora che siamo cosi' vicini, ad un passo.
Per decenni, con un accanimento propagandistico, la partitocrazia al potere e l'informazione deviata ed asservita al potere politico dei telegiornali di stato, Tg1, Tg2 e Tg3, proprio in barba al pluralismo delle fonti d'informazione, ci hanno gabbati e ci hanno imbevuti d'odio verso la destra, a livello di rigetto come un riflesso condizionato, hanno rimestato a tamburo battente, in un furioso crescendo, la contrapposizione tra le due ideologie del Fascismo e del Comunismo, con la strategia della tensione degli opposti estremismi, secondo cui i neofascisti qualsiasi cosa facessero erano cattivi e i comunisti qualsiasi cosa facessero erano buoni.
Questo per seminare la paura tra gli Italiani mentre il nostro piu' grande nemico era il Terrorismo Palestinese in combutta con le Brigate Rosse, foraggiato e sostenuto dall'Unione Sovietica che era ultrapresente e che ancora lo e', sotto mentite spoglie, in Europa e soprattutto in Italia attraverso la rete di spionaggio prima del Kgb ed ora del Fsb. Ma qualcosa nell'accordo tra il governo italiano e i terroristi palestinesi non funziono', e l'Italia, terra di nessuno, e' stato il palcoscenico di stragi a cui il governo ha offerto la copertura dando loro licenza di uccidere.
Si e' detto che i governi italiani hanno ceduto ed sono capitolati sia a destra, quando hanno rimesso in liberta' i nazisti, da Kesserling a Priebke, (quest'ultimo sotto il governo di sinistra Prodi- D'Alema), e sia a sinistra con l'accordo con i terroristi palestinesi che hanno seminato stragi in Italia e in Europa, come si legge nei verbali della Commissione Mitrokhin che chiamo' a testimoniare testi importanti, come il colonnello Umberto Bonaventura, morto di una strana morte naturale, la sera prima dell'audizione.
Una ragione di piu' per dire che la Commissione Mitrokhin stava sulle buone tracce e tuttora funziona anche se non e' piu' operativa, caspita c'e' gente influente che la teme sia a livello nazionale che internazionale!
E' una commissione di indagine pluralista, degna della migliore tradizione illuministica italiana che onora l'Italia.
La verita' sta facendo il suo corso, sta andando avanti e dobbiamo chiedere, tutti noi in coro, di riaprire il processo sulla strage di Bologna e di continuare con la commissione interparlamentare investigativa per appurare la verita', tanto piu' che testimoni importanti della Commissione Mitrokhin sono stati eliminati, altri sono stati minacciati di morte, lo stesso senatore Cossiga sta parlando a rischio della sua stessa vita, lui stesso ha detto che ci " tiene alla sua pellaccia" perche'la verita', se emergesse tutta sarebbe molto scottante.
E' segno questo che la Commissione Mitrokhin era sulla strada giusta.
Basta con le menzogne, dobbiamo smascherarli e spubblicarli i grandi fraudolenti che ordivano trame internazionali eversive sopra le nostre teste, che defraudano i cittadini del diritto di conoscere la verita' sulla strage di Bologna e su tutte le altre stragi ad essa collegate, rinfocolando scontri tra rossi e neri, assai lontani da una sana politica pragmatica di pacificazione del Paese.
E questa maledetta storia non e' ancora finita, non riguarda solo il passato, prosegue ed e' tuttora attuale e minacciosa; ci riguarda e come, perche' in Italia tutta quella eversione del brigatismo rosso e del terrorismo islamico erano sostenuti ed armati da potenze straniere che miravano ad estendere il loro imperialismo fino al Mediterraneo, (esistente gia' ai tempi di Cavour che l'ostacolo' mandando l'esercito piemontese a combattere in Crimea contro i Russi presso il fiume Cernaia nel 1855), e di nuovo ci risiamo con rinati sogni imperialistici: dobbiamo andare a cercare oltre che a casa nostra,proprio li' la verita', scritta pazientemente nei resoconti dei dissidenti ed intellettuali russi, tutti fuoriusciti, che sono al corrente di quello che stava accadendo in Italia, alcuni ammazzati a colpi d'arma da fuoco o di polonio 120, perche' sapevano troppo...

Piera Prister Bracaglia Morante
http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=115&sez=120&id=26111

giovedì 16 ottobre 2008

IL "NAPOLETANO" E' LINGUA COME IL "SARDO"


"MO’ PUTIMMO PARLÀ…"

Cultura Il napoletano è ufficialmente lingua

Nella seduta del 14 ottobre 2008, il Consiglio regionale della Campania ha approvato il disegno di legge d’iniziativa provinciale, rubricato "Tutela e valorizzazione della lingua napoletana": il napoletano è, dunque, ufficialmente lingua. Della presentazione del d.d.l., il cui testo il Consiglio provinciale aveva licenziato nella seduta del 22 marzo 2006, questa testata diede già notizia, nel numero del 24 marzo successivo, e, del resto, non poteva mancare una considerazione siffatta, per un’espressione idiomatica caratterizzata, da un lato, da peculiarità grammaticali e sintattiche e, dall’altro, da un proprio patrimonio letterario, che affonda le radici, addirittura, nel secolo XV.
A supporto dell’esame del d.d.l. si sono svolti, nel frattempo, convegni sui germanismi, sugl’ispanismi e sui francesismi nella lingua napoletana, curati dal gruppo di studio che, coordinato dal consigliere provinciale Luigi Rispoli e dal giornalista Umberto Franzese, vede la partecipazione, insieme con chi scrive queste righe, di personalità di spicco del panorama culturale napoletano, fra le quali, Francesco d’Episcopo (nella foto), Renato de Falco, Carlo Iandolo, don Matteo Coppola, Franco Lista, Ettore Capuano.

martedì 14 ottobre 2008

lunedì 13 ottobre 2008

PIERLUIGI DE PICCOLI FIGALLO


Amico mio carissimo, perché ci hai lasciato ? Piango con grande dolore al pensiero che non sarai più tra noi.
Mi mancheranno le tue parole sanguigne e sempre sincere, mai ambigue e mai sussurrate, anche quando sapevi che non le avrei condivise. Era bello contendere con te e poi trovarci del tutto d'accordo su quei principi morali che tu hai sempre dimostrato di avere e che hai messo in pratica vera, generosamente e umilmente, come solo le persone grandi sanno fare.
Non ti dirò addio, ma arrivederci, perché non posso pensare di averti perso per sempre.
Ciao dunque Pierluigi e stacci vicino. Ambra

venerdì 10 ottobre 2008

Miccia Corta


martedì 07 ottobre 2008, 07:00
Lo Stato non paghi il film sulle Br
di Michele Brambilla

Sembra una tragicomica parabola tipicamente italiana quella della nostra lotta armata, iniziata con le rapine per autofinanziamento e finita con una richiesta di finanziamento pubblico. Oggi infatti a Roma si discute se inserire Miccia corta, un film tratto dal libro dell’ex terrorista Sergio Segio, tra quelli «di interesse culturale nazionale», e come tale meritevole di un contributo ministeriale. Tanto per dare al lettore un’idea delle cifre, ogni anno lo Stato italiano contribuisce al nostro cinema con una cinquantina scarsa di milioni di euro, e solo per Miccia corta se ne chiedono due e mezzo, la metà del costo totale del film.Miccia corta racconta la giornata del 3 gennaio 1982, quando Sergio Segio con venti chili di tritolo fece saltare le mura del carcere femminile di Rovigo e liberò la sua compagna Susanna Ronconi. Le associazioni dei familiari delle vittime del terrorismo pongono una serie di condizioni. Non vogliono che compaiano, tra quelli degli ispiratori del film, i nomi di Segio e della Ronconi; non vogliono che i due partecipino alla campagna promozionale, e tutta una serie di altri dettagli che francamente ci sembrano appunto solo dettagli. Si possono far sparire dai titoli di coda tutti i nomi che si vogliono, ma il fatto raccontato nel film è un fatto storico, ogni spettatore saprà che Riccardo Scamarcio è Segio e Giovanna Mezzogiorno è la Ronconi. Né servirà, per nascondere la parentela con il libro di Segio, cambiare il titolo in La prima linea, come è stato proposto.Non c’è alcun dubbio che da un punto di vista formale il film abbia i requisiti per ottenere il contributo: il regista è bravo e serio, il cast di eccellente livello, i produttori tali da garantire qualità. Ma siccome le forme non sono tutto, a noi sembra che solo in Italia può succedere che si discuta se far finanziare dallo Stato un film tratto da un libro scritto da chi voleva distruggere lo Stato. «Non sarà un’apologia del terrorismo», assicurano quelli del film. Le buone intenzioni sono fuori discussione. Ma è difficile non pensare che anche una «libera interpretazione» non risenta dell’anima del libro. E l’anima del libro la si legge anche sul sito dell’autore: «Nel libro Miccia corta, Segio descrive una delle azioni più clamorose e audaci della lotta armata in Italia: l’assalto al carcere di Rovigo con cui liberò la sua compagna e altre tre detenute politiche». «Clamorosa» e «audace»: sono questi gli unici due aggettivi con cui Segio descrive quell’«azione»: nel corso della quale, va ricordato en passant, morì un poverocristo di pensionato che passeggiava con il cane. Eh no signor Segio: quell’azione va chiamata con i nomi suoi, infame e omicida, non clamorosa e audace. Ma tutto il racconto di Segio corre sul crinale di un pericoloso giustificazionismo: sempre dal sito www.micciacorta.it, leggiamo che «il libro ripercorre le lotte e i movimenti degli anni Settanta, descrive le origini della scelta della ribellione armata, ricorda in dettaglio le stragi fasciste e le deviazioni istituzionali che contribuirono a innescarla». È la solita truffaldina tesi secondo la quale il terrorismo di sinistra fu una reazione a quello fascista e di Stato.Che cosa succederebbe se la strage di Marzabotto venisse raccontata al cinema ispirandosi a un racconto di Walter Reder? E l’eccidio delle Fosse Ardeatine andasse sullo schermo «liberamente tratto» da uno scritto di Herbert Kappler? È bastato che Spike Lee facesse un film non corrispondente all’immagine della Resistenza fissata da Giorgio Bocca per far gridare mezzo Paese alla lesa maestà, anzi alla lesa storia.
Sì, lo sappiamo: il fascismo divide ancora. Ma le ferite delle Br sanguinano ancora. E anche se non invochiamo censure, a noi pare rischioso che chi negli anni Settanta non c’era o era troppo piccolo si faccia raccontare il brigatismo da un Segio, e se lo faccia trasformare in Historia de amor y revolución dai volti belli della coppia Scamarcio-Mezzogiorno. E visto che è rischioso, ci manca solo che lo paghi il contribuente.Michele Brambilla

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=296120

mercoledì 8 ottobre 2008

Un caso d'ingiustizia: la condanna di Carlo Parlanti

Intendo segnalare un caso che, a detta di molti, è di palese ed incredibile ingiustizia, come si può facilmente comprendere dalla lettura di quanto segue. I cittadini italiani i quali si trovano all’estero sovente hanno gravi, od anche gravissime difficoltà a far valere i propri diritti, anche in paesi dal buon sistema giudiziario come gli USA.


L’antefatto
Carlo Parlanti, classe 1964, è un cittadino italiano che da anni lotta contro una delle accuse più infamanti e tuttavia sempre più facili a lanciarsi: stupro e violenza nei confronti di una donna.Manager informatico di successo, Parlanti ha lavorato per diverse società in diversi paesi del mondo. Dal 1996 al 2002 ha vissuto in California lavorando per Dole Food, la famosa multinazionale alimentare.
Egli in America aveva allacciato una relazione con una donna, tale Rebecca White.Parlanti si fida di lei a tal punto da accoglierla nella propria casa e concederle una delega notarile su tutti i suoi beni. Tuttavia, dopo alcuni mesi la loro relazione si incrina e, il 16 luglio 2002, giorno in cui il Parlanti si reca in Gulporth per lavoro, decide di troncare definitivamente i rapporti in quanto la donna sarebbe diventata troppo possessiva . Nelle prime settimane dell'agosto 2002, Parlanti conclude la sua avventura americana e prende un volo per l'Italia, dove avrebbe cercato migliori opportunità di lavoro.


L’arresto e le vicende anteriori al processo
Nei seguenti due anni si troverà ancora diverse volte a viaggiare per l'europa, finchè un giorno, in seguito ad un normale controllo, verrà arrestato presso un aeroporto tedesco. Rebecca White infatti aveva denunciato Parlanti per violenza carnale nel 2002.
Non sono note le ragioni per cui il mandato di arresto, spiccato dalle autorità statunitensi poco dopo la denuncia della White, non sia mai stato inviato o recepito in Italia. Di fatto, Parlanti continua a lavorare e a vivere in Italia per due anni finché, nel luglio 2004, viene arrestato durante uno scalo aereo dalla polizia tedesca, in seguito a un controllo casuale. Riconosciuto come ricercato internazionale, viene immediatamente trasferito nel carcere cittadino di Duesseldorf, dove passerà quasi un anno della sua vita. Questo è solo l'inizio del suo calvario.
In base ai trattati internazionali, la Germania dovrebbe spedire il prigioniero in America per essere giudicato, ma l'Italia può reclamare il diritto di processarlo in patria. Questo darebbe modo alla famiglia di seguire più agevolmente le fasi del processo, e di evitare un ambiente per molti versi ritenuto ostile al Parlanti, il quale rischierebbe di trovarsi vittima d’un duplice pregiudizio, quello contro gli Italiani, giudicati spesso propensi al crimine, e contro gli uomini.
Nonostante gli sforzi dei due avvocati assunti dalla famiglia Parlanti sia in Italia che in Germania, e l'intervento del ministro Castelli supplicato dalla madre di Parlanti, ogni tentativo di celebrare il processo in Italia fallisce per l'opposizione di alcuni magistrati. Alla fine, il 3 giugno 2005, la Germania dà seguito all'estradizione inviando il prigioniero a Ventura, California. Un'estradizione da molti definita come “formalmente controversa”.Una volta in America, tutti i timori espressi dagli avvocati sulla garanzia dei diritti di imputato di Parlanti si rivelano purtroppo fondati. Nelle apparizioni in tribunale non è mai presente alcun interprete. Durante la prima udienza, il procuratore distrettuale introduce il suo caso dichiarando falsamente che l'imputato ha già dei precedenti penali in Italia, tra cui addirittura per stupro e rapina a mano armata. L'avvocato che dovrebbe difenderlo da queste false accuse non si fa neppure vedere, in quanto la famiglia di Parlanti non è stata in grado di assicurargli un cospicuo anticipo. Gli viene così assegnato un avvocato d’ufficio.Durante la reclusione, la salute di Parlanti, già minata, peggiora di giorno in giorno. Soffre di una grave forma d'asma, sciatalgia e piorrea. Risulta inoltre positivo al test della TBC. Molte medicine, tra cui il Ventolin, sono vietate, mentre l'assistenza medica è sporadica e inadeguata al suo caso.


Le assurdità delle accuse
Le accuse di Rebecca White sono a dir poco inconsistenti e contraddette da una molteplicità di fatti e particolari. L’ex amante di Parlanti lo aveva denunciato affermando di essere stata picchiata, legata e stuprata nella notte del 6 luglio (più tardi correggerà la data al 29 giugno) dal suo ex-amante, e sequestrata per una settimana, benché solo di notte, in quanto di giorno Parlanti si recava al lavoro.
1) La polizia non nota né documenta alcuna cicatrice o ferita sul volto della donna e in nessun altra parte del corpo.
2) Dall'ispezione dell'appartamento dove si sarebbe consumato il crimine non emerge alcun segno di collutazione, né tracce di sangue, nonostante la donna dichiarerà più tardi che il suo sangue avesse inzuppato il materasso.
3) Inoltre, le strisce di plastica sequestrate dai poliziotti senza alcun mandato, con le quali il Parlanti l'avrebbe legata, sono nuove e non recano traccia del suo DNA.
4) I poliziotti interrogano i vicini, che non ricordano di avere udito litigi o urla nel corso di quella settimana, nonostante i muri, molto sottili, siano di cartongesso.
5) Su consiglio della polizia, il 22 luglio 2002 si sottopone a una visita medica, da un ‘doctor on duty’ a Monterey, città dove la presunta vittima torna a vivere dopo la denuncia, visita durante la quale non menziona nemmeno il fatto di essere stata stuprata.

6) Stando alle sue stesse dichiarazioni, la donna continua ad avere rapporti consensuali con Parlanti nei giorni successivi al presunto stupro.

7) Nei due anni successivi, fino all'arresto di Parlanti, Rebecca White scrive email in continuazione, nelle quali confessa agli amici il suo amore per Parlanti e la sua disperazione per essere stata lasciata, chiedendo consigli su come sedurlo di nuovo.

In breve, si può riassumere quanto sopra dicendo che non esiste nessuna prova, di nessun genere, a sostegno delle accuse di Rebecca White, e che anzi il suo comportamento posteriore alla presunta violenza consente d’escluderla.
Durante il processo, l’accusatrice cade in continue contraddizioni ed incoerenze, fra cui spiccano le seguenti:
1) La donna sostiene di essere stata costretta a denunciare Parlanti dal padre, che le avrebbe altrimenti negato il sostegno economico. Ma quest'ultimo, interpellato dal procuratore, ha sempre negato, costringendo così la White a correggersi dicendo di avere in realtà parlato con sua madre.
2) Afferma di avere conversato molte volte al telefono con la fidanzata italiana di Parlanti, che tuttavia non parla una parola di inglese.
3) Nega o non ricorda di avere scritto alcune email già agli atti del tribunale, finché non le vengono mostrate.
4) La White dà prova d’evidenti segni di comportamento disturbato nelle sessioni di tribunale. In verità, ella, che quando aveva conosciuto Parlati era uscita da un divorzio, aveva in passato già accusato il precedente marito di violenza domestica e tentato omicidio durante la causa di divorzio: il giudice però aveva ritenuto tali accuse infondate.

La condanna
Come si vede, non solo non esistono prove a sostegno delle gravissime accuse di Rebecca White, ma anzi si può dire provato che non è avvenuta violenza alcuna. Il comportamento dell’accusatrice stessa, che ha continuato per anni a proclamarsi innamorata di Parlanti, e la totale mancanza di tracce di sangue anche minime nell’appartamento, attestano l’opposto. L’incoerenza e l’instabilità psichica evidenti della White dovrebbero toglierle ogni credibilità,
Eppure, l’accusa riesce ad ottenere una condanna per Carlo Parlanti, facendo leva sull’emotività ed i pregiudizi della giuria popolare. La presunta vittima è teatralmente sostenuta da una psicologa fornita dal tribunale quando si celebra di fronte ai giurati, mentre all'italiano, incatenato sino al momento dell’ apparizione in corte, non permettono nemmeno di scambiare una parola con la madre venuta per l’occasione e con la fidanzata italiana.
L’arringa dell’accusa (leggibile sul sito www.carloparlanti.it ) rivolta alla giuria popolare, esordisce ammettendo che non saranno mostrate le prove che sarebbe lecito attendersi (!!!), ed costruita sullo stereotipo del “maschio latino violento”. L’accusa giunge a dichiarare alla giuria che l’imputato aveva precedenti per violenza in Italia, il che non è assolutamente vero: errore od infame calunnia?
La sentenza, che verrà emessa il 7 aprile 2006, prevede una pena variabile tra i 9 e i 12 anni e mezzo di carcere, nonostante le evidenti incongruenze.



OGGI
Attualmente Carlo Parlanti è detenuto nel carcere di Avenal, in California, in condizioni assai dure. I genitori del tecnico italiano e la sua fidanzata Katia Anedda continuano a lottare per avere giustizia, nonostante il dissesto economico e i forti debiti contratti per l'assistenza legale e le trasferte. Mentre la sua accusatrice ha diritto ad un assegno mensile quale presunta "vittima di un crimine", le difficoltà sembrano invece susseguirsi senza fine per la famiglia di Carlo e per i suoi cari.
Per la palese ingiustizia della sentenza, la storia di Carlo Parlanti ha sollevato e continua a sollevare l'interesse e la solidarietà di numerosi sostenitori, raccolti attorno alla figura e all'impegno di Katia Anedda, promotrice di un comitato di sostegno e di un sito dedicato al prigioniero, (www.carloparlanti.it ). Gli atti del processo sono reperibili sul sito www.thepeoplevscarloparlanti.it .Il deputato di AN Marco Zacchera è forse l’unico parlamentare italiano ad aver cercato d’ottenere una revisione d’un ingiusto processo, viziato da rozzi pregiudizi anti-maschili ed anti-italiani.
Del caso si sta occupando anche l'organizzazione non governativa Fair Trials Abroad, che ha dedicato alla vicenda Parlanti un approfondimento nel mese di marzo sul proprio sito internet: www.fairtrialsabroad.org

Da parte mia, posso solo ribadire che nel caso Parlanti non esistono prove della colpevolezza del nostro compatriota, unicamente la parola della sua ex fidanzata contro la sua: in siffatta maniera, chiunque potrebbe essere accusato e condannato per violenza carnale.E’ vergognoso che le autorità politiche italiane abbandonino i propri connazionali all’estero, tranne quando siano politicamente spendibili, come la terrorista Silvia Baraldini, rea confessa di gravissimi crimini, fra i quali il tentato omicidio d’un poliziotto durante una rapina.Considerando che gli Italiani detenuti in paesi stranieri sono circa 3000, sorge la domanda di quale sia la percentuale di coloro che risultano effettivamente colpevoli, dato che uno straniero, di solito, ha meno possibilità di far valere i propri diritti dinanzi ad un tribunale ovvero può non padroneggiare a sufficienza la lingua e la cultura locali, e, se italiano, deve scontare anche i pregiudizi di chi scorge nel Bel Paese solo la terra delle varie mafie. Se a questo s’aggiunge l’indifferenza da parte delle autorità diplomatiche e politiche in genere, il sospetto che un buon numero di sventurati italiani sia incarcerato ingiustamente.